IMPRESA COLLETTIVA E TEORIA ECONOMICA – Capitolo 1 (pag. 15)
1. Teorie economiche dell’impresa
1.1. La teoria neoclassica
Secondo la teoria neoclassica l’impresa è uno strumento grazie al quale le risorse sono combinate tra loro e
trasformate in prodotti o servizi, con un passaggio materiale che, a partire da dati input, conduce a dato
output. L’imprenditore si trova nella condizione di fare i conti con due limiti di differente natura:
1) Uno tecnologico: consiste nel livello delle conoscenze di cui l’imprenditore può avvalersi per
realizzare la propria attività.
2) Uno di mercato: è dato dal livello dei prezzi pagati per procurarsi le risorse e dal prezzo di vendita
dei prodotti realizzati.
1.2. La teoria dell’impresa come nesso di contratti
L’attività d’impresa è considerata come attività complessa, sì, ma di carattere collaborativo, basata su
relazioni intrattenute simultaneamente e controllate in ragione dei rischi di inefficienza dovuti all’impegno
contestuale di soggetti, differenti per loro natura e per i fini che perseguono, chiamati a fare squadra in
vista del raggiungimento di uno scopo comune di ordine superiore. È allora necessaria una figura specifica
deputata a controllare l’impegno dei compartecipanti, e per avere adeguati incentivi a minimizzare i rischi
citati il controllore deve poter contare su adeguati poteri di incidenza sull’assetto aziendale e
sull’organizzazione societaria dell’impresa. Soprattutto, però, il controllore dev’essere titolare del diritto
residuale sul reddito, ossia del diritto di appropriarsi di ciò che rimanga dopo che siano stati remunerati i
fattori produttivi.
1.3. La teoria dell’impresa come sistema di relazioni
Secondo questa teoria l’impresa nasce quando la destinazione delle risorse dipenda da un unico soggetto
che definisce le relazioni economiche prioritarie per lo svolgimento dell’attività, curando in prima persona
l’organizzazione aziendale e la direzione della produzione. La scelta tra fare o comprare (make or buy),
secondo Coase, dipende dallo sforzo economico richiesto all’imprenditore per negoziare nell’impresa o sul
mercato.
1.4. La teoria dei diritti di proprietà
Secondo la teoria dei diritti di proprietà l’identità dell’impresa finisce per coincidere con gli assetti
proprietari relativi ai beni che dell’impresa costituiscono il capitale sulla base della differenza radicale tra
chi detiene poteri di controllo sui mezzi di produzione e chi, invece, non ne ha. La proprietà sul cosiddetto
capitale non umano attribuisce al titolare, oltre alle tipiche prerogative riconosciute dall’ordinamento e
conferite dal contratto, anche il già citato diritto residuale al controllo dei beni che costituiscono quel
capitale, diritto importante perché si esercita in tutti i casi nei quali si producano eventi non previsti dal
contratto stipulato tra le parti.
2. Teorie economiche delle società
Corporate governance: modelli di governo societario delle imprese collettive organizzate in forma
capitalistica.
2.1. Economia della società per azioni
I pilastri della società per azioni sono costituiti dai principi:
1) Di personalità giuridica: è la caratteristica delle società di capitali per cui la società costituisce un
soggetto di diritto distinto dai soci ed è perciò terza rispetto a costoro, condizione che consente ad
essa di godere di una piena autonomia patrimoniale. La personalità giuridica è costituita da una
serie organica di norme intesa a disciplinare soprattutto i rapporti tra i membri dell’ente societario
e i soggetti esterni ad esso.
2) Di responsabilità limitata: è la caratteristica per cui, nell’esercizio dell’impresa, i soci rischiano solo
quanto abbiano conferito in società, si tratti di denaro o di altri beni. Il conferimento è l’unico
obbligo patrimoniale al quale i soci sono tenuti, e per ottenere la soddisfazione delle proprie
pretese i creditori devono rivolgersi alla società, essendo loro precluso agire individualmente nei
confronti dei soci.
3) Di trasferibilità delle azioni: secondo il quale è consentito che le azioni siano trasmesse
liberamente, a chiunque e in qualsiasi momento, e che la loro circolazione avvenga per il tramite di
documenti assoggettati alla disciplina dei titoli di credito.
Funzioni del capitale sociale:
1) Funzione garantista: nei confronti dei creditori sociali, che possono fare affidamento su regole di
composizione e disposizione del patrimonio atte, se non a garantire in senso tecnico, certamente a
favorire il soddisfacimento integrale delle loro pretese.
2) Funzione produttivistica: l’ordinamento che intenda privilegiare questa funzione dovrà predisporre
regole che impongano la dotazione di mezzi necessari e adeguati affinché la società possa condurre
in modo continuativo l’attività economica programmata.
3) Funzione organizzativa: questa funzione consente di enucleare i criteri oggettivi sulla cui scorta
parametrare i diritti patrimoniali e amministrativi e i doveri dei soci.
Il capitale sociale è un istituto oneroso: le critiche fanno leva specialmente sui costi di formazione del
capitale sociale, sui limiti ai conferimenti ammessi e sulle procedure richieste per realizzare la parità di
trattamento fra i soci. Il capitale sociale è un istituto potenzialmente improprio: la sua disciplina
condizionerebbe i creditori sofisticati e inclini al rischio, che preferirebbero effettuare investimenti più
rischiosi in cambio di rendimenti più elevati e forse colpisce gli stessi creditori deboli allorché una società
che detenga potere di mercato scarichi sulle proprie controparti i costi sopportati per avere rispettato le
regole sul capitale sociale. Mediante il capitale sociale la protezione dei creditori sociali avviene con una
previsione che riproduce quei contenuti cui costoro potrebbero pervenire attraverso una contrattazione,
cosa che consente di equiparare i 2 sistemi.
2.2. Le forme organizzative delle imprese
Economia dell’azienda:
1) Prospettiva oggettiva: investe gli atti di gestione aziendale sotto i profili economico, finanziario e
monetario, con riferimento alla dinamica dei costi e dei ricavi realizzati dall’impresa, alle fonti di
credito e ai flussi di liquidità dell’impresa, rispettivamente in entrata e in uscita.
2) Prospettiva soggettiva: mette a fuoco quali siano le persone che guidano l’impresa, ne indirizzano
l’attività o sono comunque in grado di condizionarne l’andamento. Si tratta degli amministratori in
genere, e in specie, degli amministratori esecutivi, ai quali possono essere aggiunti i soci di
controllo per via dell’influenza determinate che in vario modo sono in grado di esercitare sulla
gestione.
Si distinguono, quanto alla forma organizzativa adottata da un’impresa collettiva:
1) La struttura funzionale: dotata di un carattere gerarchico che colloca al vertice della scala del
potere le competenze gestorie imputate a una direzione generale, composta da uno o più
amministratori delegati, tra i quali usualmente compare anche l’imprenditore. La direzione
generale indirizza e controlla l’azione di settori operativi, detti direzioni di funzione, qual quelli che
si occupano di produzione, ricerca e sviluppo, distribuzione, personale, comunicazione e così via, in
ciò realizzando appieno quella funzione di coordinamento, in linea sia verticale sia orizzontale,
ascrivibile al carattere di organizzatore che, art. 2082, è proprio di ogni amministratore. La scala
gerarchica della struttura multifunzione annovera generalmente 3 livelli:
- Direzione generale
- Direzione di funzione
- Direzione delle unità operative.
2) La struttura divisionale: condivide con la struttura funzionale la fisionomia gerarchica e la
dipendenza da una direzione generale unitaria. Le divisioni possono coincidere con imprese anche
giuridicamente autonome, e controllate dall’impresa principale. In questo modello, dunque, la scala
gerarchica annovera 4 livelli:
- Direzione generale
- Direzione di divisione
- Direzione funzionale
- Direzione delle unità operative.
Una struttura del genere implica un decentramento decisionale, che può portare a un
indebolimento del coordinamento strategico tra singole linee produttive e a una generale
riduzione dei vantaggi conseguibili per effetto delle economie di scala che un’impresa, specie se
grande, è in grado di creare.
3) La struttura a matrice: si tratta di un paradigma organizzativo che incentiva la contrattazione
interna all’impresa, tra i direttori preposti ai singoli progetti, che cercano di procacciarsi risorse
nella misura massima possibile, e i manager incaricati di allocare le risorse stesse per garantire il
raggiungimento di adeguati livelli di efficienza produttiva. È una struttura che moltiplica i centri di
autorità e impone necessariamente tempi più lunghi, rispetto a quelli di altri modelli, per discutere
e varare le decisioni produttive. Si tratta di una struttura che agli operatori dell’impresa richiede
competenza e flessibilità organizzativa, capacità di confronto e di compromesso, e che per tutte
queste ragioni per adattarsi a imprese di dimensione media, produttrici di una gamma ampia e
variegata di beni.
2.3. La proprietà e il controllo delle imprese
Common law: diritto che deriva da e si modella sull’ordinamento inglese.
Civil law: origina dal diritto romano, è un diritto logico e razionale, prodotto da giuristi e legislatori e
rappresentato da leggi e codici, il diritto inglese è frutto delle procedure giudiziali.
1) Capitalismo anglosassone: il modello capitalistico anglosassone si caratterizza per individuare
l’interesse sociale nella massimizzazione del valore delle azioni, ossia nella protezione delle istanze
lucrative dei soci. Le società inglesi sono in buona misura aperte, ossia hanno una proprietà
frazionata e rappresentata da azioni quotate (public companies).
2) Capitalismo renano: il modello capitalistico renano si caratterizza per il fatto che l’interesse sociale
viene fatto coincidere con le aspettative, non solo di guadagno economico, nutrite da una serie di
soggetti cointeressati dal buon andamento dell’impresa (stakeholders). Proprio perché diretta
espressione del gruppo di comando e da questa costantemente monitorata, la gestione è meno
vincolata dalle pressioni di soggetti esterni e in generale dal mercato.
3. Modelli di governo societario e assetti proprietari
1) Modello anglosassone: si basa sul sistema monistico di amministrazione e controllo, sistema che
ricerca il giusto equilibrio tra le competenze e i poteri degli amministratori esecutivi e degli
amministratori indipendenti, presenti all’interno di un consiglio di amministrazione tra i membri del
quale sono nominati i componenti, necessariamente tutti indipendenti, di un organo di controllo
interno.
2) Modello tedesco: si basa sul sistema dualistico di amministrazione e controllo, ispirato al principio
della cogestione, sulla base del quale i lavoratori partecipano per il tramite di propri rappresentanti
ai procedimenti di assunzione delle decisioni strategiche relative all’attività dell’impresa di cui sono
dipendenti.
3) Modello francese: presenta 3 sistemi di amministrazione e controllo:
- Tradizionale di carattere monistico
- Tradizionale di carattere dualistico
- Tradizionale di carattere misto.
Il sistema monistico è quello più adottato dalle società francesi. Tra le ragioni per cui ciò accade si
annovera principalmente quella per cui il diritto societario di questo paese consente ai soci di
controllo di nominare manager forti in grado di dominare gli organi di amministrazione cui
appartengono. La gestione di fatto spetta al direttore generale, cui si aggiungono altri soggetti con
competenze esecutive in qualità di amministratori delegati.
4) Modello italiano: nel 2003, con la riforma del diritto delle società di capitali, sono stati introdotti i
sistemi monistico e dualistico, sebbene con alcune peculiarità che li rendono non del tutto
assimilabili a quelli visti sinora.
5) Modello giapponese: è identificato con il KEIRETSU, ossia una rete di imprese, istituzioni e
intermediari finanziari che intrattengono relazioni privilegiate con una banca di grandi dimensioni.
3.1. Le forme di controllo sulle società
Modelli di controllo economico:
1) Modello assoluto: ricorre quando la titolarità del diritto di esprimere il voto nell’assemblea dei soci
consente di raccogliere una percentuale di voti tali che il soggetto controllante esprima da solo la
maggioranza assoluta, o anche una maggioranza solo relativa se accompagnata dalla possibilità di
esercitare un’influenza dominante sulla società.
2) Modello familiare: corrisponde alle realtà imprenditoriali nelle quali la maggioranza dei diritti di
voto è in mano a membri della medesima famiglia, circostanza nella quale si verificano spesso
problemi connessi alla scarsa attitudine della società ad aprirsi a capitali di rischio e alla difficoltà di
gestire le fasi di passaggio e di ricambio generazionale.
3) Modello di coalizione: consegue alla stipulazione di accordi tra soci titolari di percentuali che prese
singolarmente non sarebbero in grado di garantire il controllo; tali accordi vengono nominati patti
parasociali e possono assumere la forma di sindacati di voto e di blocco.
4) Modello a supervisione finanziaria: corrisponde ai casi in cui l’ingerenza nella gestione delle società
si eserciti, tramite partecipazioni spesso contenute e comunque di minoranza, da parte di banche o
altri intermediari finanziari in grado di esercitare un’influenza dominante anche grazie al possesso
di informazioni privilegiate connesse alle relazioni finanziarie intrattenute con le medesime
imprese.
5) Modello di gruppo: consente di perseguire una serie di vantaggi: contribuire alla separazione tra la
proprietà e il controllo societario e con questo amplificare la limitazione della responsabilità degli
amministratori, ridurre il rischio d’impresa attraverso la diversificazione, ridurre i costi di
transazione che la società si addossa allorché ricorra a strumenti negoziali di rapporto con il
mercato, favorire il finanziamento delle imprese appartenenti al gruppo mediante la costruzione di
un mercato interno dei capitali.
6) Modello della public company: ricorre quando una società a elevata capitalizzazione, emittente
azioni spesso quotate sui mercati regolamentati, si caratterizzi per l’ampia diffusione della sua
proprietà, ossia per la dispersione delle partecipazioni tra un numero consistente di soci, i quali
perlopiù siano titolari di quote modeste.
7) Modello statale: si realizza quando, in ragione della particolare qualificazione pubblica della
partecipazione, gli amministratori sono sottoposti a una serie di vincoli fissati da autorità pubbliche,
oltre a essere soggetti a una disciplina speciale sotto diversi profili.
3.2. Gli assetti proprietari in Italia
Il socio di maggioranza delle imprese italiane:
1) Persona fisica (nella maggioranza dei casi)
2) Imprese finanziarie appartenenti a gruppi societari (es. le holdings finanziarie, società il cui oggetto
sociale consiste nella gestione di partecipazioni)
3) Imprese commerciali di carattere non finanziario
4) Imprese estere appartenenti al settore bancario e finanziario
5) Imprese o enti pubblici che occupano l’ultimo posto come conseguenza dei processi di
privatizzazione degli ultimi anni.
3.3. Modelli di governo societario e assetti proprietari in prospettiva comunitaria
L’intervento comunitario ha avuto l’effetto principale di individuare 3 elementi mancanti il diritto
commerciale e societario europeo:
1) La legislazione speciale: l’intervento comunitario ha prodotto un complesso significativo di norme
speciali, che a loro volta hanno successivamente inciso sullo svecchiamento del codice civile.
2) I settori interessati: ha inciso in una serie di settori di riferimento attinenti al corretto svolgimento
dell’attività d’impresa.
3) I principi generali: ha avuto il merito di consolidare una serie di principi generali che prima non
possedevano un identico spessore normativo: tra questi vanno ricordati almeno il principio di
trasparenza, di adeguatezza e di precauzione, nonché di correttezza.
IMPRESA COLLETTIVA E DIRITTO SOCIETARIO – Capitolo 2 (pag.43)
1. Criticità del diritto societario contemporaneo
1.1. Problemi di azione collettiva
I problemi di azione collettiva sorgono in tutti i casi nei quali una collettività di persone produce un bene
comune o sfrutta una risorsa condivisa senza poterne ripartire i costi (il consumo della risorsa) o i benefici
(il godimento del prodotto) in maniera proporzionale all’attività svolta da ciascun membro della collettività.
Ad esempio se i soci abbiano preferenze differenti non è scontato che dette preferenze siano riconducibili a
una decisione che stia bene a tutti.
1.2. Problemi di agenzia
Gli agency problems rappresentano una costante dell’organizzazione della società di capitali, ineliminabile
ma affrontabile tramite strategie di incentivazione e informazione, strategie la cui adozione comporta per i
soci costi (agency costs) contenibili solo attraverso un equilibrato coordinamento tra loro.
1) Il primo ricorre nei rapporti tra azionisti e manager: le divergenze tra gli interessi degli azionisti e
dei manager nascono in primo luogo dal possibile conflitto sulle modalità attraverso le quali si
persegue l’obiettivo comune di massimizzare il valore delle azioni della società. In secondo luogo un
manager può essere propenso, per ragioni diverse a lasciare la propria posizione direttiva;
circostanza in cui possono diminuire i suoi incentivi a consolidare strategie che puntino
prioritariamente a incrementare la ricchezza degli azionisti. In terzo luogo si cita come fisiologica la
differente attitudine al rischio di azionisti e manager: i primi infatti possiedono un portafoglio
diversificato di azioni che riduce il rischio, e intendono massimizzare il valore della società nel suo
complesso.
Gli elementi di divergenza tra gli interessi degli amministratori che ricoprono cariche esecutive, come
l’amministratore delegato, e gli interessi degli amministratori non esecutivi. In generale questi ultimi
dispongono di capacità tecniche e di incentivi patrimoniali spesso inadeguati a consentire loro di svolgere
un ruolo determinante nei frangenti in cui è richiesto un attento monitoraggio delle decisioni più delicate.
Fra le azioni negative che gli amministratori esecutivi ci sono i comportamenti opportunistici, da taluni
definiti come atti intenzionali di arroccamento manageriale.
2) Il secondo tra azionisti di maggioranza e di minoranza: il fatto che i soci di maggioranza siano
premiati in virtù del ruolo che ricoprono ha pro e contro: da un lato, infatti, se svolgono bene il
proprio ruolo di controllori, diminuiscono i costi derivanti dal rapporto di agenzia che li vincola ai
manager, e questo costituisce certamente un vantaggio. D’altro lato, però, aumentano i benefici di
cui appropriarsi in ragione della loro posizione dominante, e questo può costituire uno svantaggio.
3) Il terzo tra società e stakeholders dell’impresa: si pone in particolare la questione relativa al giusto
equilibrio che il manager deve ricercare tra le quantità del capitale di rischio e del capitale di debito
di cui la società si doti e intenda continuare ad avvalersi nel corso del tempo.
4) Il quarto tra azionisti e creditori: ad esempio inducendo la società a indebitarsi ulteriormente e così
a cumulare nuovi creditori che concorreranno coi preesistenti nei casi di insolvenza o, ancora,
abbandonando progetti di investimento quando gli utili derivanti da questi progetti dovessero
essere usati interamente per pagare i creditori sociali.
Nei tre casi il soggetto agent è rappresentato dai manager, dagli azionisti di maggioranza e dalla società.
2. Dalle criticità alle soluzioni concrete
Il voto assembleare è un istituto che serve appunto per colmare, con una decisione collegiale adottata
secondo precise regole procedurali, i citati vuoti regolativi quando essi siano causa di problemi quali quelli
descritti. Compito del diritto societario è aumentare la capacità di influenza dei soci in modo da facilitare la
loro azione coordinata.
1) Sistema dualistico di amministrazione e controllo (art. 2409): dispone che il consiglio di
sorveglianza, se previsto dallo statuto, deliberi in ordine delle operazioni strategiche e ai piani
industriali e finanziari della società predisposti dal consiglio di gestione.
2) Sistema monistico di amministrazione e controllo: è qui valorizzato al massimo grado il ruolo degli
amministratori indipendenti; soggetti che dovrebbero controllare il management, intervenire se la
sua performance fosse inferiore alle attese, e operare qualora gli esecutivi abbiano per conto
proprio o altrui interessi non coincidenti con quelli sociali. È prevista la creazione, all’interno del
consiglio di amministrazione, di un comitato per il controllo sulla gestione, composto
esclusivamente da amministratori indipendenti e non esecutivi.
➢ La riforma del 2003 ha optato per una soluzione volta a ridurre i costi di transazione a carico della
società. Assolti tali doveri informativi la deliberazione consiliare può essere assunta con la
partecipazione al voto dell’amministratore interessato. Alla società potranno essere così evitati i
costi legati all’interruzione del processo decisionale allorché, rispettate le condizioni procedurali
previste, siano prefigurabili esternalità positive sul piano del benessere societario collettivo.
3. Riforme recenti e prospettive del diritto societario italiano
Principi di intervento regolativo:
1) 1° principio: è opportuno che le tecniche regolative facciano il possibile per conciliare gli interessi di
imprenditori e investitori.
2) 2° principio: è opportuno che le tecniche regolative siano modulate in modo da predisporre non
tanto un unico modello societario quanto una molteplicità di regole e istituti, utilizzabili
singolarmente o congiuntamente e in combinazioni plurime e diverse.
3) 3° principio: è opportuno che le tecniche regolative, per quanto siano pre
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