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CAPITOLO 1: LINGUA E CULTURA

Se la cultura è il modo di vivere di un popolo, la lingua è senz’altro parte della cultura;

quindi cultura e lingua hanno molti aspetti comuni:

-la non-natura> in quanto non fanno parte della nostra eredità biologica e quindi non sono

innate

- la conoscenza >in quanto sono il prodotto di un apprendimento

-la comunicazione> in quanto realtà mentali apprese, trasmesse e condivise (chi vive la

cultura e parla la lingua, oltre che conoscere le cose, condivide anche il modo di pensare,

di interpretare il mondo ecc).>vivendo la cultura e parlando la lingua non possiamo non

comunicare.

1.1 La cultura

La cultura, o civiltà = insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte,

la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità ed abitudine acquisita dall’uomo

come membro di una società. La cultura di una società, infatti consiste in qualunque cosa

uno deve sapere o credere per operare in modo accettabile ai suoi membri.

Spesso la definizione di cultura viene associata a metafore: la cultura è un processo

comunicativo in cui i soggetti agiscono un testo fatto di simboli e significati; un organismo

dotato di un corpo centrale e di tentacoli che si assottigliano all’estremità e che sono

sempre in movimento.

Secondo il modello di Hofstede la cultura è la programmazione collettiva della mente,

dove mente va intesa come testa che pensa, cuore che sente, mani che agiscono; con le

rispettive conseguenze in termini di credenze, sentimenti e abilità. E questa

programmazione si fonda su un sistema di valori e pratiche

Non possiamo osservare la cultura, né i valori, ma possiamo osservare le pratiche di vita,

le manifestazioni e i comportamenti culturali, che ne derivano e che si sostanziano in

rituali, eroi e simboli

A tal proposito viene introdotto lo schema della cipolla (valori, pratiche, rituali, eroi, simboli)

al cui centro vengono posti i Valori= fini a cui tendiamo (tendenza generale a preferire uno

stato di cose su un altro).

I VALORI hanno natura polare: negativo e positivo e hanno due proprietà (intensità:

aderendo a un valore, il nostro coinvolgimento può essere maggiore o minore e direzione:

ritenere un risultato buono o cattivo). I valori non sono isolati l’uno rispetto all’altro ma

formano sistemi di valori o gerarchie. È importante distinguere:

1. Valori desiderati (a cui si aspira realmente)

2. Valori desiderabili (quelli a cui si dovrebbe aspirare).

I valori sono osservabili solo quando vengono attuati in pratiche, le manifestazioni visibili

della cultura che sono:

 i rituali = le attività collettive che vengono ritenute socialmente necessarie per legare

l’individuo alla collettività (cerimonie religiose, saluti ecc.).

 gli eroi = i personaggi vivi o morti, veri o immaginari che hanno caratteristiche ambite

dalla cultura e quindi offrono modelli di comportamento

i simboli = parole, gesti, figure e oggetti i cui significati spesso complessi sono

riconosciuti come tali solo da chi condivide la cultura (slogan, abiti che indossiamo).

Il sistema dei valori e delle pratiche che costituisce la cultura tende alla stabilità, sia per il

>

gruppo sociale sia per l’individuo, tuttavia, sono possibili cambiamenti Nel modello di

Hofstede i valori sono il nucleo più interno della cultura, mentre i simboli occupano la zona

più superficiale: è più facile che cambino gli elementi che si trovano nella zona più

superficiale. L’origine e la stabilità vanno ricercate in una serie di fattori ecologici, fisici e

sociali (vedi pag. 13), che da una parte sono influenzati da varie forze della natura e

dell’uomo e dall’altra influenzano le norme sociali che a loro volta portano allo sviluppo e al

mantenimento di istituzioni (famiglia, la religione, i sistemi politici ecc., che a loro volta

rinforzano le norme sociali e le condizioni ecologiche).

I cambiamenti provengono soprattutto dall’esterno (diffusione di malattie, cambiamenti di

clima, conquiste), cioè da forze esterne che influiscono direttamente sulle origini piuttosto

che sulle norme sociali, i cui cambiamenti sono in genere più lenti. Sia l’origine che il

mantenimento della stabilità culturale trovano la loro spiegazione nella storia. Anche la

programmazione mentale dell’individuo tende alla stabilità (si origina nei primi anni di vita

e arriva alla massima intensità nell’adolescenza).

Hofstede passa poi alla classificazione di cinque dimensioni che corrispondono ai maggiori

problemi che ogni società deve affrontare:

1. la distanza dal potere che considera quanto un ente o un’organizzazione accetti che il

potere sia distribuito in modo diseguale

2. l’evitamento dell’incertezza ovvero quanto una cultura programma nei suoi membri la

tolleranza nei confronti di situazioni imprevedibili

3. l’individualismo che considera il grado con cui l’individuo sa badare a se stesso o

rimane integrato nel gruppo

4. la maschilità che considera la distribuzione tra i due generi dei ruoli emotivi (società

maschili dure e femminili tenere)

5. l’orientamento temporale che considera invece quanto a lungo una cultura programma i

propri membri ad accettare il differimento della gratificazione dei propri bisogni materiali,

sociali ed emotivi.

Discipline che si occupano della cultura: psicologia (individuo), psicologia sociale

(collettivo), sociologia (categoria), antropologia (società).

Pericoli del trattare di cultura:

l’etnocentrismo (osservando un’altra cultura spesso ne diamo un giudizio implicito sulla

base della nostra cultura)

il pregiudizio (sospendere il giudizio fino a quando le differenze culturali non sono state

capite)

lo stereotipo (una volta capite le differenze culturali possiamo trovarci di fronte al

processo mediante il quale vengono attribuite indiscriminatamente a tutti i membri di una

categoria le stesse caratteristiche).

1.2 La lingua

Lingua = il simbolo più potente delle manifestazioni visibili della cultura.

Le forme della lingua: suoni, parole, strutture grammaticali.

Le FUNZIONI DELLA LINGUA: rappresentare la realtà, comunicare, esprimere emozioni,

mantenere il contatto interpersonale, compiere delle azioni e manifestare la propria

identità. Le funzioni sono:

1)funzione referenziale > ci rappresentiamo nella mente, discriminiamo, classifichiamo la

realtà. Le parole costituiscono il contenuto del nostro messaggio, chiamato referente

perché fa riferimento a entità extralinguistiche. Il referente non va concepito come un dato

immediato del reale ma come la nostra elaborazione delle percezioni

2) funzione comunicativa >trasmettiamo agli altri il referente (il contenuto del

messaggio);

3)funzione espressiva> la lingua viene usata per manifestare emozioni, sentimenti,

passioni e atteggiamenti (esclamazioni, scongiuri).

4) funzione fatica >la lingua viene usata per esprimere le relazioni sociali, stabilire e

mantenere viva la comunione di intenti, segnalare le buone intenzioni nei confronti

dell’interlocutore (es: convenevoli, saluti, ringraziamenti ecc.).

5)funzione performativa> tentiamo di esercitare linguisticamente il nostro controllo sulla

realtà (formule usate durante i riti religiosi: questo è il mio corpo… in nome del Magnifico

Rettore La dichiaro dottore in…).

6) Espressione dell’identità > la lingua serve per rivelare agli altri chi siamo

individualmente e a che gruppo apparteniamo socialmente (chi ci sente parlare può

ricavare molte informazioni su di noi).

1.3 Lingua e pensiero

La natura del nesso fra lingua e pensiero può essere spiegata tramite due correnti ben

contrapposte:

l’universalismo, che sostiene che per dote innata ragioniamo tutti allo stesso modo e

che le differenze linguistiche riscontrabili nella realtà sono manifestazioni marginali che

non intaccano l’universalità degli esseri umani. Può risultare pertanto positivo in quanto

garantisce l’uguaglianza e il rispetto di tutte le razze, culture e lingue;

il relativismo, sostiene che la conoscenza viene acquisita attraverso l’esperienza; se

l’esperienza quindi è diversa, diverso sarà anche il modo di pensare.

Entrambe le correnti sono positive e negative sotto diversi aspetti, e soprattutto entrambe

sono incapaci di spiegare ciò che è riscontrabile empiricamente, cioè le differenze culturali

e linguistiche per l’universalismo e gli universali linguistici per il relativismo.> Per questo,

oggi si ricorre alla versione debole del relativismo che sostiene che solo alcune categorie

mentali più generali e astratte sono innate, ma che la forma effettiva con cui vengono

realizzate è il risultato dell’esperienza.

Quindi il nesso tra lingua e pensiero esiste, ma forse la lingua, più che determinare il modo

con cui pensiamo, influenza il modo con cui percepiamo, categorizziamo e ricordiamo, e la

facilità con cui compiamo alcune operazioni mentali.

1.4 Lingua e identità

La lingua serve anche per rivelare agli altri la propria identità, ovvero chi sono io.

Possiamo comunicare la nostra identità con mezzi verbali e non verbali: biologici e

culturali. L’identità secondo Crystal è di 8 tipi:

1)Fisica> il tipo di fisico a cui apparteniamo (condizioni fisiche, età, sesso)

2)Psicologica> i tratti riguardanti la personalità.

La tradizione ayurvedica ha identificato 3 principi che connettono la mente e il corpo

chiamai dosha:

-kepha = il dosha che controlla la struttura del corpo, comporta calma e solidarietà, il suo

colore è verde e la sua sostanza è la terra

-pita = il dosha che controlla il metabolismo, comporta creatività e stimoli il suo colore è il

rosso e la sua sostanza è il fuoco

-vata = il dosha che controlla il movimento, comporta vivacità e leggerezza, il suo colore è

l’azzurro e la sua sostanza è l’aria.

La natura di ognuno di noi dipende dalla misura in cui questi tre dosha sono presenti in

noi; generalmente il kapha tende a dominare l’infanzia, il pita l’età adulta e vata la

vecchiaia. Ciò che colpisce di questa “teoria” è appunto l’abbinamento fra tratti fisici e

psicologici.

3)Geografica, il luogo da cui proveniamo

4)Etnica, legata alla fedeltà al gruppo ancestrale cui apparteniamo

5)Nazionale

6) Sociale, consiste nell’appartenenza non solo a gruppi sociali come la classe

economica, ma a vari

7)Contestuale, indica dove si è al momento dello scambio comunicativo, il contesto della

situazione

8)Stilistica, perché ognuno ha un proprio stile.

In realtà, ne esistono solamente due basilari: identità individuale (idiosincratica

dell’individuo) e identità collettiva (condivisa da un gruppo)

(Crystal non parla di identità culturale, in quanto tutta l’identità è sempre culturale.)

NB: È importante distinguere tra l’identità stessa e i suoi tratti indicatori

L’identità è inoltre:

 performativa, in quanto si esprime tramite azioni

 multipla e relativa, perché abbiamo tutti tratti diversi e nella vita interpretiamo ruoli

diversi, ma non è detto che l’identità che ho io di me stessa mi venga anche attribuita dagli

altri.

CAPITOLO 2: UN’ALTRA CULTURA E UN’ALTRA LINGUA

bilinguismo e biculturalismo: quando avviene un contatto tra due lingue e tra due

culture, fenomeni che si verificano quando una persona usa più di una lingua e ha più di

una cultura.

Si è bilingui indipendentemente da: grado di competenza, frequenza d’uso e distanza

strutturale. Importante è considerare:

Le circostanze dell’apprendimento della lingua:

-bilinguismo infantile (la L1 viene imparata contemporaneamente alla L2 in una

collettività bilingue)

-bilinguismo adulto (La L2 viene appresa dopo la prima infanzia, quando la L1 è già

stata appresa)

-bilinguismo isolato (un individuo bilingue non vive in una comunità bilingue)

- bilinguismo collettivo (La comunità in cui è inserito l’individuo bilingue è anch’essa

bilingue)

-bilinguismo primario (La L2 viene appresa spontaneamente, con immersione nella

lingua e cultura dell’ambiente)

-bilinguismo secondario (La L2 viene appresa con lo studio, in ambiente L1)

-bilinguismo additivo (La L2 arricchisce ed espande il repertorio linguistico dell’individuo)

- bilinguismo sottrattivo (La L2 viene appresa a spese della L1)

-bilinguismo elitario (L’individuo impara e usa una L2 perché dà prestigio)

-bilinguismo popolare (L’individuo impara e usa una L2 perché con la L1 non potrebbe

vivere)

-bilinguismo strumentale (L’individuo apprende la L2 perché gli serve, scopi utilitaristici)

-bilinguismo integrativo (L’individuo apprende la L2 perché vuole amalgamarsi alla

società in cui vive, poter interagire con i parlanti della L2, immergersi nella loro cultura e

far parte del loro gruppo).

 L’uso delle due lingue (con chi, scopo, dove, quando, perché, quali argomenti)

le persone bilingui non alternano le proprie lingue a caso, ma secondo il contesto, per

parlare con persone diverse, oppure con le stesse persone di argomenti diversi o dello

stesso argomento per uno scopo diverso l’uso contestualmente differenziato implica

anche identità differenziate e competenze differenziate

 La competenza linguistica> varia in base a fattori:

- linguistici, secondo: i livelli di analisi (pronuncia, lessico, grammatica) e le abilità

linguistiche (parlare, ascoltare, leggere, scrivere).

- cognitivo-funzionali: considerare il processo di produzione e comprensione della lingua

in tempo reale (organizzazione e memoria del lessico, automatizzazione di processi,

capacità di tradurre)

- socioculturali: la competenza linguistica è composta da competenza linguistica in senso

stretto e competenza comunicativa, che implica anche l’abilità di usare la lingua in modo

appropriato in un dato contesto sociale.

Quasi impossibile avere tutte le componenti della competenza sviluppate nella stessa

misura. Il concetto di competenza plurilingue secondo il Quadro Comune Europeo: “la

capacità che una persona, come soggetto sociale, ha di usare le lingue per comunicare e

di prendere parte a interazioni interculturali, in quanto padroneggia, a livelli diversi,

competenze in più lingue ed esperienze in più culture”

L’organizzazione cognitiva

-bilinguismo coordinato (le due lingue sono indipendenti l’una rispetto all’altra, quindi a

due significanti il parlante associa due diversi significati)

-bilinguismo composito (le due lingue sono dipendenti l’una dall’altra e quindi a due

etichette verbali corrisponde solo una rappresentazione concettuale)

L’attivazione quanto

della lingua spesso e quanto a lungo usano le loro due lingue le

persone bilingui.

-attivazione monolingue> il bilingue usa solo una delle sue due lingue. In questo caso

l’altra sua lingua è disattivata.

-attivazione bilingue> il bilingue alterna le sue due lingue nella stessa situazione, ma in

ogni conversazione c’è una lingua base, e quando sono attive tutte e due molto spesso si

verificano fenomeni di code-switching (alternanza delle lingue) e code-mixing (mescolanza

delle lingue).

L’identità  Attraverso la/e lingua/e l’individuo manifesta anche la propria identità (posso

scegliere dal mio “repertorio” l’identità che voglio mostrare, così come scelgo di usare una

lingua o l’altra a seconda delle situazioni)

2.2 Biculturalismo (identità biculturale)

È possibile partecipare alle pratiche di due culture, avere un’identità biculturale (per

Hofstede l’identità si trova negli strati esterni della cipolla), è possibile condividere con due

culture i loro simboli, eroi e rituali, purché non si confonda l’identità con i valori, è più

difficile che si possano vivere contemporaneamente i valori delle due culture,

probabilmente si può creare un terzo spazio “eclettico”(C3): un nuovo sistema creato

dall’individuo che prende alcuni valori dalla C1 e altri dalla C2.

Quando si acquisiscono aspetti di una nuova C2 spesso si parla di identità ibrida.

Specialmente quando si tratta di due culture i cui valori sono in conflitto, dobbiamo

scegliere, e scegliendo non diveniamo biculturali ma creiamo una terza cultura, una nostra

mescolanza personale che ha alcuni aspetti della C1 e altri della C2 che chiameremo C3,

oppure terzo spazio.

Il contatto tra la C1 e la C2 comunque, implica tensione e, se questa tensione è positiva si

procederà verso l’acculturazione accompagnata da un bilinguismo additivo. Se la tensione

invece è negativa si parlerà di deculturazione accompagnata da bilinguismo sottrattivo.

2.3 La doppia personalità

La personalità può essere intesa come l’insieme di stati psicologici temporanei o l’insieme

di tratti psicologici permanenti. Nel primo caso più che di diversa personalità, si tratta di

assunzione di comportamenti diversi e di espressione di identità diverse attivate in contesi

diversi. Nel secondo caso, allora è impossibile avere due personalità.

CAPITOLO 3: LA PRAGMATICA

La pragmatica studia i fattori che nell’interazione sociale governano le scelte linguistiche,

e gli effetti di tali scelte sugli altri. In teoria possiamo dire tutto quello che vogliamo o

tacere, ma in pratica siamo guidati da norme di consuetudine e uso e la pragmatica studia

queste norme che variano

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/02 Didattica delle lingue moderne

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher idril117 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica delle lingue moderne e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Bonvino Elisabetta.
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