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P (P. M )

RIMA LEZIONE DI ARCHEOLOGIA ORIENTALE ATTHIAE

Sommario

1. D ’ ’O ....................................................... 3

ALL OBLIO ALLA RISCOPERTA DELL RIENTE PRECLASSICO

2. F , , ’ ............................................................ 5

ASI METODI SVILUPPI DELL ARCHEOLOGIA ORIENTALE

3. L ................................................................................. 8

UOGHI E TEMPI DELLE CIVILTÀ ANTICHE

4. L : , , .............................................. 11

A CULTURA DEI PROTAGONISTI LE SCRITTURE LE LINGUE I TESTI

5. V ........................................................ 14

ALORE E SIGNIFICATO DELLE CIVILTÀ ORIENTALI ANTICHE

6. D ’ : ......................................... 17

AL VILLAGGIO ALL IMPERO DIALETTICA E DIACRONIA DELLA SOCIETÀ

7. S : ............................... 20

TRUTTURA E IDENTITÀ DELLE CULTURE IL SEGNO DELLA CULTURA MATERIALE

8. F : ................................... 22

ORME STORICHE DELLO SPAZIO VISSUTO ARCHITETTURE NEL TERRITORIO

9. I : ’ ................................................ 26

DEOLOGIA E IMMAGINI I VALORI NELL ESPRESSIONE SIMBOLICA

A A P S . M I - . E

NNI NATOLIA ALESTINA IRIA OCCID ESOPOTAMIA RAN SUD OCCID GITTO

3500 Calcolitico Tardo Calcolitico Calcolitico Tardo Uruk Medio Protoelamita Naqada II

Uruk Tardo

Bronzo Antico Ia-b Tardo Predinastico

Bronzo Antico I Bronzo Antico II Bronzo Antico I-II Gemdet Nasr

3000 Protoelamita tardo

Bronzo Antico II Bronzo Antico IIIa Bronzo Antico III Protodinastico I-II Antico Regno

Bronzo Antico IIIa Bronzo Antico IIIb Bronzo Antico IVa Protodinastico III

Bronzo Antico IIIb Bronzo Antico IV Bronzo Antico IVb Akkadico Awan I Periodo intermedio

Bronzo Medio I-II Bronzo Medio I Bronzo Medio I Lagash II – Ur III Medio Regno

2000 Paleo Isin-Larsa Paleoelamita

Bronzo Medio II-III Bronzo Medio II II Periodo intermedio

Paleobabilonese

Medio hittita Bronzo Tardo I Bronzo Tardo I Cassita-Medioassiro Medioelamita I-III Nuovo Regno

Imperiale Bronzo Tardo II Bronzo Tardo II

1000 Neohittita Frigio Ferro I Neoassiro Neoelamita I-III III Periodo

Ferro I-III intermedio

Ferro II

Ferro III Età Tarda

Neobabilonese

Ellenistico Seleucide Achemenide Partico Tolemaico

300

1. D ’ ’O

ALL OBLIO ALLA RISCOPERTA DELL RIENTE PRECLASSICO

Il rapporto tra l’Occidente medievale e moderno e il mondo greco-romano non si è mai del tutto

interrotto: testi, memorie storiche e rovine monumentali hanno mantenuto una continuità, talvolta

offuscata ma mai annullata, alimentando l’esperienza e l’immaginario collettivo. La riscoperta e

reinterpretazione dell’eredità classica ha spesso accompagnato o favorito grandi fasi di rinnovamento

culturale, dalle rinascenze medievali al Rinascimento, fino al Neoclassicismo e al Romanticismo. Solo

a metà Ottocento questo legame “vitale” si è trasformato in un rapporto più distaccato e

scientifico, segnato dalla nascita dell’archeologia moderna. Diversa è stata la sorte delle civiltà più

antiche dell’Oriente mediterraneo e asiatico: per distanza geografica, mutamenti urbani e fragilità dei

resti materiali, esse sono state colpite da un lungo oblio, collocandosi ai margini dell’esperienza e

dell’immaginario sia dell’Occidente cristiano sia dell’Oriente islamico.

1. Tradizioni interpretative del Medioevo arabo: Nel Medioevo islamico le rovine monumentali

dell’antico Oriente, soprattutto nei deserti tanto centrali per l’immaginario arabo, suscitarono

interpretazioni storiche e simboliche spesso fantasiose, influenzate da tradizioni cristiane, gnostiche

ed ebraico-bibliche. Tra X e XIII secolo, autori come al-Masʿudi, al-Gharnati e al-Qazwini celebrarono

queste vestigia come ajaib, “meraviglie” in cui si intrecciavano memoria preislamica, storia sacra e

immaginazione.

Il legame tra quei resti enigmatici e la cultura islamica fu costruito soprattutto attraverso la storia

sacra condivisa dei profeti biblici e coranici, che divennero chiavi interpretative delle rovine:

Ninive fu identificata con il profeta Giona, Kalkhu con Nimrod, e molte ziqqurrat mesopotamiche

con la Torre di Babele. Tali reinterpretazioni, non del tutto arbitrarie, si fondavano su tradizioni

veterotestamentarie e su antiche leggende locali.

In questo modo, monumenti spesso incompiuti o in rovina, come l’Etemenanki di Babilonia o le torri di

Borsippa e Dur Kurigalzu, furono letti come simboli di hybris umana e di intervento divino, mentre altri

luoghi vennero associati a episodi biblici come il Diluvio universale. Le rovine dell’antico Oriente

entrarono così nell’immaginario medievale islamico non come oggetti di indagine storica, ma come

segni carichi di significati religiosi, mitici e morali.

2. Il legame delle saghe bibliche: Nel Medioevo islamico la reinterpretazione delle rovine delle civiltà

orientali anteriori ad Alessandro Magno fu ispirata soprattutto dal corpus dell’Antico Testamento,

considerato testo sacro, direttamente o indirettamente, da Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Le

narrazioni bibliche delle origini, dei Patriarchi e dei grandi re e profeti offrirono una chiave condivisa per

comprendere un passato remotissimo, integrato nella visione islamica come parte della storia delle

rivelazioni divine.

In questo quadro, la figura di Salomone (Sulayman) assunse un ruolo centrale come modello

universale di sovrano sapiente e costruttore di opere prodigiose, soprattutto grazie al mito del

Tempio di Gerusalemme, divenuto paradigma architettonico e simbolico in Oriente e in Occidente.

La presenza della Cupola della Roccia sul luogo del tempio salomonico favorì inoltre una

sovrapposizione immaginaria tra l’edificio islamico esistente e il santuario biblico perduto.

Per l’Occidente medievale, ormai privo di contatti diretti con le civiltà preellenistiche dell’Oriente, i testi

veterotestamentari restarono a lungo l’unico legame vivo con quel mondo scomparso. Attraverso la

storia sacra, la cultura occidentale continuò così a riferirsi a Mesopotamia, Siria, Egitto, Assiria,

Babilonia e Persia, non solo come luoghi storici, ma come spazi fondativi di un’eredità religiosa, morale

e culturale condivisa.

3. L’epopea dei primi scavi in Assiria: Guidati dal legame offerto dall’Antico Testamento, a partire dal

XII secolo numerosi viaggiatori europei attraversarono il Vicino Oriente, soprattutto la Mesopotamia,

alla ricerca delle città bibliche di Babilonia e Ninive. Le prime identificazioni furono spesso incerte o

fantasiose, anche se non mancarono intuizioni corrette, come quelle di Beniamino di Tudela o, più

tardi, di Pietro Della Valle, che contribuì a far conoscere in Europa le iscrizioni cuneiformi.

Tra XVIII e inizio XIX secolo le osservazioni divennero più rigorose: Niebuhr confermò l’ubicazione

di Ninive e copiò iscrizioni fondamentali, mentre Claudius James Rich identificò con precisione

l’area di Babilonia e avviò la formazione delle prime collezioni mesopotamiche del British

Museum.

La svolta decisiva avvenne negli anni Quaranta dell’Ottocento con l’avvio degli scavi archeologici

sistematici.

I lavori di Paul-Émile Botta a Khorsabad portarono alla scoperta del palazzo di Sargon II e alla

nascita del Museo assiro del Louvre.

Poco dopo, la competizione tra Francia e Gran Bretagna diede nuovo impulso alle ricerche: Austen

Henry Layard ottenne risultati straordinari a Nimrud e a Ninive, riportando alla luce palazzi

monumentali, rilievi e, soprattutto, la Biblioteca di Assurbanipal, con migliaia di tavolette

cuneiformi.

Questi pionieristici scavi segnarono l’inizio dell’archeologia mesopotamica moderna, trasformando un

interesse biblico-erudito in una disciplina scientifica e restituendo all’Europa una conoscenza concreta

delle grandi civiltà assire e babilonesi.

4. La rivelazione dei Sumeri in Babilonia: L’età pionieristica dell’archeologia mesopotamica si

concluse nel 1855 con due eventi emblematici: la perdita, nello Shatt el-Arab, di gran parte dei

reperti raccolti dalla missione di Victor Place e l’annuncio della definitiva decifrazione della

scrittura cuneiforme, resa possibile dall’enorme quantità di testi ormai giunti in Europa. Da quel

momento l’esplorazione entrò in una fase caotica, segnata soprattutto da una vera e propria corsa alle

antichità, spesso condotta senza criteri scientifici e con gravi danni ai siti.

Accanto a scavi distruttivi, non mancarono però contributi rilevanti: Loftus e Taylor identificarono

importanti centri della Mesopotamia meridionale, mentre Georges Smith riconobbe nell’Epopea di

Gilgamesh il celebre racconto del Diluvio, rivelando un inatteso antecedente mesopotamico del testo

biblico. Al contrario, le attività di Rassam, pur ricche di ritrovamenti, provocarono devastazioni

irreparabili in numerosi siti fondamentali.

Una nuova svolta si ebbe dal 1877 con gli scavi francesi di Ernest de Sarzec a Telloh, che portarono

alla scoperta della civiltà sumerica: migliaia di tavolette, grandi sculture e testi letterari rivelarono

una cultura antichissima, precedente a quella biblica e fino ad allora sconosciuta. L’eco di queste

scoperte stimolò l’intervento di altre potenze europee e degli Stati Uniti, inaugurando una fase più

ampia ma ancora problematica dell’archeologia mesopotamica, ricca di risultati decisivi ma segnata

da metodi spesso invasivi.

5. Al di là della Mesopotamia dalla Siria all’Iran: Dopo una prima fase concentrata quasi

esclusivamente sulla Mesopotamia e sull’Assiria, negli ultimi decenni dell’Ottocento l’archeologia

orientale si estese ad altre regioni del Vicino Oriente, attirando l’interesse delle potenze europee e degli

studiosi occidentali. La Fenicia fu tra le prime aree esplorate: la missione francese guidata da Ernest

Renan (1859) produsse risultati limitati, mentre successi ben più rilevanti furono ottenuti poco dopo

dagli scavi ottomani nella necropoli di Sidone, che arricchirono il Museo di Istanbul con capolavori

dell’età achemenide ed ellenistica.

In Siria interna e settentrionale presero avvio i primi scavi sistematici: von Luschan a Zincirli rivelò la

cultura neosiriana dell’Età del Ferro; von Oppenheim e Herzfeld operarono a Tell Halaf; Woolley, con la

collaborazione di T.E. Lawrence, iniziò l’esplorazione di Karkemish, uno dei principali centri della

regione fin dal III millennio a.C.

Parallelamente, in Iran occidentale, Jacques de Morgan avviò nel 1897 l’esplorazione di Susa,

riportando alla luce testimonianze fondamentali della civiltà elamita e grandi opere mesopotamiche,

come la stele del Codice di Hammurabi, aprendo la strada alla riscoperta delle più antiche culture

urbane iraniche.

Negli stessi anni, anche la Palestina divenne oggetto di ricerche archeologiche: dopo indagini legate

soprattutto alla topografia biblica, William Flinders Petrie condusse a Tell el-Hesi il primo scavo

metodologicamente innovativo della regione, ponendo le basi di un’archeologia più scientifica e

stratigrafica.

2. F , , ’

ASI METODI SVILUPPI DELL ARCHEOLOGIA ORIENTALE

Avviata nel 1842 con le prime esplorazioni in Assiria, l’archeologia orientale si affermò rapidamente

grazie a scoperte spettacolari che suscitarono enorme interesse in Europa, pur accompagnate da limiti

e distorsioni solo gradualmente superati.

Una svolta decisiva si ebbe all’inizio del Novecento con gli scavi sistematici tedeschi in

Mesopotamia: a Babilonia (dal 1899) con Robert Koldewey e ad Assur (dal 1903) con Walter Andrae.

Queste ricerche posero le basi di un’archeologia scientifica, introducendo metodi innovativi e

influenzando profondamente gli scavi in tutto l’Oriente antico, dall’Anatolia alla valle dell’Indo.

Nella prima metà del Novecento tali approcci permisero di definire le principali cronologie della cultura

materiale nelle diverse regioni.

In modo schematico, l’evoluzione dell’archeologia orientale può essere suddivisa in tre fasi: una

fase pionieristica (1842–1903), segnata da un forte orientamento biblico; una fase scientifica di

impostazione storica (1903–1968); e una fase più recente, dal 1968 a oggi, caratterizzata da

prospettive globali e integrate, influenzate dall’archeologia processuale e post-processuale.

Nel corso di queste fasi sono ricorsi alcuni condizionamenti negativi – politici, ideologici e patrimoniali

– che hanno talvolta interferito con l’oggettività della ricerca, senza tuttavia comprometterne in modo

definitivo lo sviluppo scientifico.

1. Archeologia orientale e condizionamenti politici: L’archeologia orientale è nata e si è sviluppata in

stretto rapporto con gli interessi strategici e politici delle grandi potenze occidentali.

Francia e Gran Bretagna furono le prime protagoniste degli scavi in Mesopotamia e in Fenicia,

mentre alla fine dell’Ottocento si affacciarono con ambizioni competitive anche gli Stati Uniti,

spinti soprattutto dall’interesse religioso per la Bibbia, e l’Impero germanico, mosso da rivalità

politico-culturali. L’alleanza tra Germania e Impero ottomano favorì grandi imprese archeologiche

come quelle di Babilonia e Assur, che permisero a Berlino di dotarsi di collezioni in grado di

competere con il Louvre e il British Museum.

Dopo la Prima guerra mondiale, la spartizione coloniale dei territori ottomani assegnò a Gran Bretagna

e Francia privilegi evidenti anche nel campo archeologico: gli Inglesi ripresero gli scavi in Mesopotamia,

i Francesi in Fenicia e Siria. In Palestina, tra le due guerre, l’attività archeologica raggiunse

un’intensità senza precedenti, strettamente legata anche all’ideologia sionista, che vedeva nelle

scoperte un sostegno storico alle proprie rivendicazioni.

Nel secondo dopoguerra, pur in un contesto di indipendenza politica dei paesi interessati, i

condizionamenti ideologici non scomparvero.

Alcuni Stati, come la Turchia, adottarono una visione laica e inclusiva del proprio passato; altri, come

Israele, privilegiarono a lungo le fasi storiche legate alla narrazione biblica; in Iran e in Arabia Saudita le

ricerche furono influenzate rispettivamente da visioni nazionalistiche o religiose, con minore attenzione

ai periodi preislamici.

Le conseguenze più gravi dell’intreccio tra politica e archeologia si manifestarono in Iraq:

l’isolamento scientifico imposto dall’Occidente, seguito dalla guerra del 2003, culminò nel

saccheggio del Museo di Baghdad, simbolo drammatico della mancata tutela di uno dei patrimoni

archeologici più importanti.

2. La pregiudiziale dell’interpretazione biblica: All’origine dell’archeologia orientale

l’interpretazione biblica fu un potente stimolo alla ricerca, coerente con il positivismo

ottocentesco, ma divenne presto un limite metodologico.

I primi scavi francesi e britannici miravano infatti a “verificare” la veridicità dei racconti biblici, in

particolare quelli sull’Assiria, cercando luoghi come Ninive sulla base della Bibbia, in modo analogo alla

ricerca della Troia omerica di Schliemann. A differenza dei poemi epici, però, i testi biblici erano

considerati rivelazione divina e quindi, per i credenti, non falsificabili: l’indagine archeologica non

poteva che confermarne la verità, perdendo così la propria autonomia critica.

Le prime scoperte sembrarono confermare i racconti biblici, suscitando grande entusiasmo, ma ben

presto l’enorme quantità di dati archeologici ed epigrafici superò ciò che la Bibbia ricordava. La

riscoperta dei Sumeri, completamente assenti dalla memoria biblica, segnò un punto di svolta

decisivo e favorì il progressivo distacco dell’archeologia mesopotamica dalla prospettiva biblica.

Tuttavia, l’impatto iniziale di queste “conferme” ha lasciato una traccia duratura soprattutto

nell’opinione pubblica di area protestante, dove le regioni dell’Oriente antico continuano a essere

definite “Terre della Bibbia”. In realtà, mentre le saghe dei Patriarchi hanno un fondamento storico molto

incerto, i racconti biblici relativi alla Palestina dell’Età del Ferro riflettono, pur filtrati da una specifica

visione teologica, eventi storicamente plausibili.

Per questo, se l’impostazione biblica è ormai superata nell’archeologia delle altre regioni

dell’Oriente antico, essa resta un problema aperto nello studio del Levante meridionale. Qui

convivono ancora due approcci: uno che confronta i dati archeologici con le fonti bibliche assunte

come riferimenti storici privilegiati, e un altro che interpreta le evidenze materiali in modo

autonomo, attraverso metodologie storiche, sociali ed economiche.

3. Istituzioni museali e centri di ricerca: Le prime grandi esplorazioni archeologiche nel Vicino Oriente

furono fortemente motivate da interessi patrimoniali e museali. A promuoverle, a metà Ottocento,

furono soprattutto il Louvre e il British Museum, concepiti come musei universali e specchio

dell’ambizione imperiale francese e britannica di rappresentare e dominare simbolicamente le civiltà

del passato.

Alla fine del secolo si inserirono Germania e Stati Uniti: la prima con l’obiettivo di far competere i Musei

Statali di Berlino con quelli di Parigi e Londra; i secondi con un modello più decentralizzato, fondato

sulle grandi università. Nacquero così importanti istituzioni come lo University Museum di

Philadelphia e l’Oriental Institute di Chicago, che in pochi anni organizzarono vaste missioni

archeologiche in tutto il Vicino Oriente, dando origine alle più rilevanti collezioni universitarie di

antichità orientali. Anche grandi musei americani ed europei continuarono a finanziare scavi per

arricchire le proprie raccolte, seppur con ruoli differenti.

Nei paesi orientali, solo il Muse

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/05 Archeologia e storia dell'arte del vicino oriente antico

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Mirabaux95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e storia dell'arte del vicino oriente antico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Marchetti Nicolò.
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