Premessa
Raccontare come si è sviluppata l’antropologia culturale negli Stati Uniti
negli ultimi decenni non è facile. Questo perché, da un lato, questa
tradizione è diventata molto importante a livello mondiale, influenzando
tutte le altre. Dall’altro lato, però, non è mai stata unitaria: al suo interno
sono sempre esistiti molti modi diversi di fare antropologia.
Fino ai primi anni Duemila era ancora possibile individuare alcune linee
comuni. Dopo l’11 settembre 2001, invece, l’antropologia statunitense
appare molto più frammentata. Gli antropologi si interessano a temi
urgenti del mondo contemporaneo, come la globalizzazione, le
disuguaglianze e la politica, e spesso prendono posizioni etiche e politiche
molto esplicite.
Nonostante questa frammentazione, l’antropologia statunitense mantiene
un ruolo dominante, anche se negli ultimi anni sono nate correnti che
mettono in discussione questa centralità e propongono una disciplina più
globale e policentrica.
Per spiegare questo percorso, lo sviluppo dell’antropologia viene diviso in
quattro fasi. La prima, che va dagli anni Settanta alla metà degli anni
Ottanta, è una fase di forte confronto tra approcci diversi. La seconda è un
breve periodo di transizione. La terza è il momento in cui l’antropologia
statunitense diventa egemone a livello mondiale. La quarta, dopo il 2001,
è caratterizzata da una grande frammentazione.
Anche se l’antropologia è sempre legata al contesto storico, politico ed
economico, qui l’attenzione resta soprattutto sul dibattito interno alla
disciplina. Tuttavia, è importante ricordare che le trasformazioni
dell’antropologia sono collegate alle proteste politiche degli anni Sessanta,
alla crisi del modello economico del dopoguerra e all’affermarsi del
neoliberismo.
La prima fase: la lotta per la direzione (1973–1986)
A partire dai primi anni Settanta, l’antropologia culturale statunitense
entra in una fase di forte discussione. Non c’è accordo su quale debba
essere il modo giusto di studiare le culture. Diverse prospettive convivono
e competono tra loro.
In questo periodo emerge un approccio che mette al centro i significati, i
simboli e i valori. Secondo questa visione, la cultura è fatta soprattutto di
senso: le persone agiscono in base ai significati che attribuiscono alle loro
azioni. Il compito dell’antropologo è quindi interpretare questi significati,
cercando di capire come le persone spiegano il mondo in cui vivono.
Questo approccio rifiuta l’idea che il comportamento umano possa essere
spiegato solo attraverso leggi universali o strutture mentali profonde.
Inoltre, non considera centrali l’economia, il lavoro o i rapporti di potere
globali.
Questa forma di antropologia risulta meno radicale dal punto di vista
politico. Proprio per questo, diventa più facilmente accettata dalle
istituzioni universitarie e finisce per occupare una posizione importante nel
campo disciplinare.
Accanto a questa prospettiva, però, si sviluppa un orientamento molto
diverso. Questo secondo approccio sostiene che per capire davvero una
cultura bisogna guardare alle condizioni materiali della vita sociale, come
il lavoro, l’economia e i rapporti di potere. Secondo questa visione,
nessuna società può essere studiata come se fosse isolata. Tutte le società
fanno parte di un mondo interconnesso, segnato dall’espansione del
capitalismo e da relazioni storiche di dominio.
Questo orientamento mette al centro la storia e considera le differenze
culturali come il risultato di processi economici e politici di lunga durata.
Le tradizioni, i valori e i comportamenti vengono letti in relazione a
disuguaglianze strutturali, come quelle tra centro e periferia. Il lavoro è
visto come un elemento fondamentale della vita sociale e come la base
per comprendere le forme di organizzazione delle società.
Tra questi due modi di fare antropologia si sviluppa un confronto molto
acceso. Da una parte c’è chi ritiene che capire i significati culturali sia
l’obiettivo principale della disciplina. Dall’altra c’è chi sostiene che senza
analizzare economia, lavoro e potere non sia possibile comprendere
davvero quei significati.
Da questo confronto nasce anche una maggiore attenzione alla storia.
Diventa sempre più chiaro che le società studiate dall’antropologia non
sono mai state “fuori dal tempo”, ma sono sempre state coinvolte in
relazioni più ampie. Questo porta a un cambiamento importante nel modo
di fare ricerca antropologica, che inizia a collegare più strettamente
etnografia, storia e processi globali.
Questa fase si chiude senza una vera vittoria di una prospettiva sull’altra.
Tuttavia, il dibattito che si sviluppa in questi anni prepara il terreno per le
fasi successive dell’antropologia culturale nordamericana e per il suo ruolo
centrale nel panorama internazionale.
Seconda fase: la transizione (1986–1990)
Per capire le discussioni che nascono in questo periodo sull’antropologia,
soprattutto su come raccontare la storia di popolazioni considerate “senza
storia”, è necessario spostare l’attenzione. In questi anni, infatti,
l’interesse si allontana dalle spiegazioni materialiste e torna verso
l’approccio interpretativo, concentrato sui significati e sulle forme di
rappresentazione.
Durante questa fase emerge uno scenario teorico nuovo. Anche se è
articolato e non del tutto unitario, ruota comunque attorno ad alcuni nodi
concettuali comuni. Questi nodi diventeranno centrali e assumeranno un
ruolo dominante nel decennio successivo.
All’inizio degli anni Ottanta inizia una riflessione sistematica su come
viene scritta l’etnografia. L’attenzione non è più rivolta solo a ciò che
l’antropologo descrive, ma anche a come lo descrive. La scrittura non è
vista come un semplice mezzo neutro, ma come una parte fondamentale
del processo conoscitivo.
In questo contesto viene introdotta una distinzione destinata a diventare
centrale: da un lato il realismo etnografico, che pretende di descrivere la
realtà così com’è; dall’altro lato, forme di scrittura sperimentale, più
consapevoli del fatto che ogni descrizione è una costruzione.
Riemerge così una frattura interna all’antropologia. Da una parte ci sono
approcci che si rifanno a una visione illuminista e realista della
conoscenza, secondo cui è possibile rappresentare fedelmente la realtà.
Dall’altra parte ci sono prospettive più vicine all’ermeneutica, che
sottolineano il carattere interpretativo, parziale e soggettivo di ogni
conoscenza.
La svolta sulla scrittura etnografica
La critica della rappresentazione e la prospettiva dialogica
A metà degli a
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