Identità e organizzazione del significato di sé
Identità = ci permette di riconoscerci nelle diverse età, come noi stessi.
Scienza e interpretazione
La scienza non è oggettiva, ma soggetta a interpretazione come tutti i domini d’interesse dell’uomo, in quanto nessuno di noi si può disincarnare da se stesso e cercare di assumere l’occhio di dio, ovvero oggettivizzarsi in termini impersonali.
Psicologia dell'età evolutiva
Teoria dell'attaccamento di John Bowlby
Se Freud, nel secolo precedente, aveva teorizzato che le prime esperienze fatte da bambini condizionano lo sviluppo della personalità dell’adulto, John Bowlby teorizza il tutto in termini scientifici. I cuccioli appena nati, oltre a cercare da mangiare, cercano conforto, creando una relazione emotivamente significativa ed esclusiva con il caregiver (non per forza la mamma biologica) in cui vengono veicolate emozioni.
Prima si pensava che il bambino nascesse tabula rasa, come un contenitore vuoto da riempire attraverso i percetti uditivi e sensoriali. In realtà è un organismo biologicamente perfetto pronto al tempo zero ad entrare in relazione con i suoi coospecifici. A livello neurofisiologico si è scoperto quello che la psicologia già diceva: il neonato è acerbo dal punto di vista psicologico. Sono impotenti a livello di strumenti geneticamente specie specifici che hanno tutti, ma il contesto li deve attivare.
L’organizzazione identitaria è una commissione di genetica e contesto. In impotenza = si è tutti predisposti per funzionare allo stesso modo, ma poi il contesto attiva o inibisce alcuni processi.
Genetista Wellington
Immaginiamo una serie di persone, come palline equipotenziali su un monte, poi scendendo lungo i vari pendii (iter ontologici = percorsi di vita) e ognuno si trova in un contesto diverso e incontra situazioni diverse. Una volta che cresciamo e iniziamo ad interagire con la nostra nicchia ecologica di appartenenza, c’è un autoreferenzialità = ovvero il contesto attivando o inibendo alcuni processi, ci modella.
I fattori che ci modellano sono genetici, culturali, ambientali, specie-specifici e maturativi. Maturativi in quanto avviene l’acquisizione di una forma mentis in termini cognitivi che è pari a zero in un neonato. Un neonato ha solo riflessi a livello motorio (processi dell’evoluzione).
Emozioni
Alcune emozioni con cui si nasce (primarie) = paura, rabbia, disgusto, disperazione, gioia, sorpresa, curiosità, tristezza. Altre che invece si acquisiscono con il tempo (secondarie) = onore, vergogna, colpa. Queste sono secondarie a un processo, ovvero all’emergere della coscienza di se stessi. Quindi solo avendo una cognizione di se stessi, in relazione al contesto, sono emozioni socialmente apprese e autocoscienti, e la modalità di esprimerle è contesto dipendente.
Stili di attaccamento
“L’attaccamento è parte integrante dei comportamenti umani dalla culla alla tomba.”
È una teoria integrativa dell’intero sviluppo della persona a livello identitario. È il sistema di autoreferenza che sta alla base dello sviluppo e del mantenimento dell’identità personale. La teoria dell’attaccamento ci porterà a stabilire relazioni emotivamente significative (romantic bond) in età adulta.
Come noi in termini emotivi ci percepiamo attraverso l’immagine che il nostro caregiver ci rimanda, noi ci andremo a trovare in qualcuno che in termini taciti ci rimanda la stessa immagine o simile. Romantic bond e attachment theory sono legati e correlati tra loro.
Processo autoreferenziale
Una delle caratteristiche dell’attaccamento umano è che si tratta di un processo autoreferenziale che permette di costruire un senso di sé consistente, stabile e continuo nel tempo. Perché? Karl Popper sostiene che il bambino prende le informazioni più importanti per vedersi come persona, sapere chi è e ricostruirsi come individuo a partire dall’atteggiamento dei suoi genitori, dal modo in cui si relazionano con lui ed esprimono le loro emozioni nei suoi confronti. Il bambino quindi percepisce se stesso in forma consistente attraverso l'autoimmagine che ha potuto estrarre dal contesto familiare.
Coazione a ripetere di Freud
La coazione a ripetere è un meccanismo che ci obbliga a ripetere qualcosa che non possiamo esimere dal ripetere, come ad esempio ripetere sempre gli stessi errori. Per noi è il senso di continuità di noi stessi, che non ci permette di spezzare quel circolo (ovvero il caregiver, le esperienze di vita, il contesto). Se non ti riconosci più nel tuo range emotivo, si inizia a sintomatizzare. La psicopatologia è proprio un vissuto emotivo che non viene letto come appartenente al soggetto che lo subisce ma vissuto come un accidente esogeno, che viene dall’esterno (es. attacco di panico).
Nelle relazioni di attaccamento abbiamo un veicolare di emozioni, entrare in relazione in maniera univoca. In realtà, è un’interazione sinergica mutua, si stabilisce una serie di ritmica di sguardi e gesti. L’attaccamento, prima considerato solo vicinanza o separazione fisica, viene ora invece definito come un continuo interscambio dialettico tra vicinanza e separazione.
Edward Tronick
Edward Tronick ha condotto un esperimento in cui, in un primo momento, il caregiver e il neonato interagiscono tra loro. Nella seconda fase, il caregiver impartisce lo “still face” (faccia immobile) = iniziano tentativi da parte del neonato tesi a ricreare legami interrotti: inizia a enfatizzare i movimenti. Alla fine piange e poi si disattiva entrando in stand by, per richiamare l’attenzione e mantenere la sintonia che si è interrotta.
Le emozioni veicolate, data la diversità delle tipologie di attaccamento, saranno diverse a seconda della tipologia. Ad esempio, un bambino non desiderato, con caregiver non attenti ai suoi bisogni, proverà rabbia (fase attiva) e poi disperazione (fase passiva) prima di addormentarsi. Queste emozioni si scagliano in modo cangiante e primario in questa situazione.
Dominio emotivo
Il dominio emotivo è un assetto emotivo stabile che si porterà dietro e che crescerà ed evolverà con noi. Si sgrana e arricchisce la trama emotiva anche con le emozioni secondarie. Subentra la capacità di verbalizzare, si oggettivano agli altri gli stati interni, e diventa materia di argomentazione qualcosa che prima era sconosciuto a tutti.
Modelli operativi interni (MOI)
I modelli operativi interni sono rappresentazioni mentali dinamiche che vanno incontro a ricorrenti aggiustamenti sulla base delle esperienze intercorrenti. Sono formati sulla base di caratteristiche ripetute e generalizzate nel tempo all’interno della peculiare relazione di attaccamento, tali da permettere al bambino di formulare previsioni e nutrire aspettative sull’andamento futuro della stessa. La loro acquisizione implica l’interiorizzazione del care giver, maggiore astrazione dalla “vicinanza fisica” tout court. Queste sono le internalizzazioni delle immagini genitoriali immutabili nel tempo, come descritto da Freud.
In realtà, si costruiscono nei primi mesi di vita e poi si stabilizzano nei seguenti anni. Sono immagini dei propri caregiver o genitori che permettono, sulla scorta delle esperienze pregresse, di fare una previsione di come andranno le relazioni future. Ad esempio, un bambino che per due anni è stato disatteso nelle sue aspettative biologiche dal genitore, cade e si fa male senza chiedere aiuto, è un comportamento evoluzionisticamente coerente. Questo è un esempio di autosufficienza compulsiva, ovvero l’insicurezza del bambino nel poter ricorrere, al momento del bisogno, a qualcuno che allevii il dolore.
Strange situation
La "strange situation" è un esperimento che prevede una serie di blandi stress emotivi: una madre e il figlio entrano in una sala, la madre esce (abbandono) e poi rientra (ricongiungimento).
- Prima coppia: il bambino gioca, quando la mamma esce, il bambino si gira ma poi continua a giocare. Quando il caregiver rientra, lui continua a giocare = Evitanti A (il bambino si autogestisce in autonomia, i propri malesseri impegnandosi in un diversivo). L'emotività è coattata.
- Seconda coppia: il bambino gioca, la madre tentennando si allontana e il bambino piange, le tiene la mano, si aggrappa alla mamma e la madre non riesce a uscire. Se riusciva, il bambino piangeva e quando rientrava gli correva incontro e saliva in braccio ma poi la scansava come se lo stesse opprimendo = Anxioso ambivalente C. L'emotività è espressa, la mamma è iperprotettiva e ansiosa, il bambino ha un moto di repulsione. C'è ambivalenza perché prima le manca e poi si sente costretto e deve distaccarsene. Quando il bambino è soggettivamente al sicuro, si placa.
I pattern che emergono sono:
- Stile A = bassa quantità e qualità.
- Stile C = grande quantità ma qualità discontinua.
Un genitore può essere:
- Stabilmente accessibile
- Accessibile a intermittenza
- Mai o quasi mai
Ovviamente ci sono delle possibilità intermedie. Questi stili di attaccamento vanno incontro a delle fasi di progressivo equilibrio o disequilibrio, come se potessero traslare nel corso della vita in maniera episodica, a cicli lenti o rapidi a seconda delle contingenze storiche della famiglia.
Stili di attaccamento
- Evitante (A): sono così perché hanno genitori distanziati, non attenti e punitivi (genitore che non voleva il figlio, o che ha problematiche sue, oppure sotto lutto non risolto, o che fa uso di sostanze).
- Sicuro (B): non hanno problemi a relazionarsi con genitori che si mostrano attenti, sensibili e pronti di fronte ai segnali e alle comunicazioni dei propri figli.
- Anxioso ambivalente (C): mantengono la prossimità con i genitori grazie alle risorse affettive.
- Disorganizzato (D) (aggiunto nel 1990 da Solomon e Main): per noi soggettivamente esistono solo A, C, AC e se questi stili stanno in equilibrio tendono a B, se vanno incontro a una progressiva disorganizzazione tendono in D.
B e D sono formalismi oggettivi, difficili da trovare nella realtà di tutti i giorni. La famiglia perfetta non esiste e neanche il bambino perfetto. Tutti noi siamo plasmati dalla vita, dal momento che abbiamo avuto un supporto emotivo. Adesso abbiamo un equilibrio emotivo che ci permette di filtrare la realtà ed impattare eventuali screzi della vita, standoci male, ma reagendo.
Se c’è qualcosa che mette in scacco il nostro equilibrio e la nostra emotività, allora c’è la sintomatologia. Avviene qualcosa che ci dà il senso che il vissuto emotivo, per qualità o per intensità, in concordanza con un incidente/accidente, non riusciamo a riammetterlo nel nostro pentagramma emotivo e viene esternato con un sintomo vissuto come qualcosa di esterno (attacco di panico). I disturbi emotivi non sono causati da accidenti esterni, ma è sulla scorta della nostra organizzazione identitaria che certi accidenti ci porteranno a scompensarci in una direzione piuttosto che in un’altra. Organizzazione identitaria è qualcosa che ci appartiene in termini di processi.
Ognuno di noi si costruisce un iter ontologico: come si fa quindi a guardare un qualcosa oggettivamente? È impossibile togliersi dai propri panni, né consigliare qualcosa di cui noi non abbiamo esperienza. Non si può esportare qualcosa che funziona per te a qualcun altro, pretendendo che l’altro pensi che sia oro colato. L’identità è un’impalcatura tacita formata da elementi genetici e biologicamente significativi, dallo sgranarsi della trama emotiva, da emotività e aspetti logici razionali verbali.
L’identità è il senso di unicità personale di noi stessi che ci permette di riconoscerci con un senso di continuità personale durante la crescita e con senso di coerenza. È il dominio emotivo che ci contraddistingue. Per ogni specie esistono i vincoli biologici specie specifici, ma anche ontologici (non uccidere se ci arrabbiamo). Ogni stile di attaccamento è l’unica e la migliore modalità di adattamento e sopravvivenza di quel bambino a quell’ambiente familiare, non vi sono alternative. L’organizzazione nel tempo non cambia, ma la struttura può diventare da rigida a flessibile.
Patricia Crittenden
Patricia Crittenden ha trovato delle sottocategorie degli stili di attaccamento evitante:
- A1-A2: Inibiti = "genitori bestia" e i bambini sfogano e manifestano la loro rabbia come possono. Sono abbandonati a loro stessi e, o se la prendono con se stessi, o sugli altri. Il bambino cerca di gestire da solo il senso di abbandono, di mancanza di supporto e disprotezione. Evitano il contatto con i genitori e anche di esprimere le loro sensazioni. Non esprimono le loro condizioni di sofferenza come angoscia, ansia o disperazione: controllano e nascondono sensazioni interne e opinioni. I genitori sono esplicitamente rifiutanti e per questo i bambini si organizzano nel non esprimere le loro sensazioni interne, perché ogni volta che esprimono qualcosa la risposta scontata è un rifiuto.
- A3: Accudimento compulsivo = nell’accezione di sopravvivenza, all’interno della quale tutti gli stili di attaccamento virano, l’unico dato è che il bambino sopravviva: si chiamano vincoli negativi, che in biologia sono quelli che hanno il sopravvento e sarebbe quello che non può accadere. Nell’attaccamento è che non puoi stare staccato (anche se tuo padre ti picchia, se è la persona da cui ti proviene la sopravvivenza, lo cerchi comunque). Il minimo sindacale per non perire viene assicurato a volte anche ricercando: quando il genitore è evitante è il bambino che accudisce il genitore. È un modo per esorcizzare il senso abbandonico prendendosi cura di lui e poi si procura il minimo sindacale per sentirsene legato. Sono bambini che pensano di dover meritare l’attenzione degli altri e si sforzano per ottenerla.