Psicologia. Processi cognitivi, teoria e applicazioni
Capitolo 1 - Cenni storici
Lo strutturalismo
Il riconoscimento della psicologia come scienza coincide con la fondazione del primo laboratorio di psicologia sperimentale
Wilhelm Wundt
ad opera di a Lipsia nel 1879.
↳
Wundt adotta procedure e metodi della chimica e della fisica di fine ‘800.
Wundt raccoglie attorno a sé un gruppo di ricercatori che studiavano la fisiologia degli organi di senso e l’organizzazione del
sistema nervoso. ↓
Nel laboratorio di Lipsia, quindi, si inizia a studiare il modo in cui gli stimoli dell’ambiente esterno (visivi, acustici, tattili, ecc),
una volta tradotti in impulsi nervosi e, attraverso le vie sensoriali, trasmessi al cervello, divenissero sensazioni elementari e
infine percezioni complesse.
La mente è formata da tanti elementi che la compongono come un mosaico di sensazioni, emozioni, concetti. (spoiler:
I ricercatori erano convinti che le percezioni complesse, attraverso cui ci formiamo una rappresentazione del mondo
,
non sempre fedele) altro non fossero che un’elaborazione delle sensazioni elementari frutto dell’esperienza immediata.
Conclusero quindi che per capire come si formano le percezioni complesse che ci forniscono la rappresentazione del mondo
esterno occorreva partire dalle sensazioni elementari causate dall’esperienza immediata (atomi psichici*).
↓ INTROSPEZIONE
Per fare ciò il metodo ideato fu quello dell’ (= guardare dentro alla propria mente).
↧
L’introspezione consiste nel cogliere e riportare i processi mentali che hanno luogo durante la presentazione di uno stimolo
esterno, è la descrizione minuziosa dei contenuti mentali che hanno luogo durante la percezione di uno stimolo esterno
(≈scomposizione in elementi chimici).
Per impiegare questo metodo era necessario un rigoroso addestramento che permettesse di riportare le sensazioni
elementari conseguenti all’esperienza immediata, e non le percezioni complesse frutto dell’esperienza passata e
dell’elaborazione di queste sensazioni.
Es: si presenta una penna stilografica nera
per soggetto non addestrato: «penna stilografica nera» il significato e la funzione sono stati appresi in esperienze precedenti
→
metodo introspettivo: «oggetto piccolo e leggero di colore scuro con una superficie liscia e dura, e una forma arrotondata a un’estremità e
appuntita all’altra» si distingue le sensazioni elementari (atomi psichici) dal significato e dalla funzione dell’oggetto
→ fino
Il metodo dell’introspezione doveva portare a scomporre i processi psichici a raggiungere la loro parte più piccola e non
ulteriormente scomponibile, i cosiddetti *«atomi psichici» o «unità psichiche». Wundt e la sua scuola sostenevano anche che
la percezione complessa, pur basandosi sulle sensazioni elementari, era qualcosa di più e di diverso dalla semplice somma
delle singole sensazioni.
Tale principiò verrà ripreso e approfondito all’inizio del Novecento dalla scuola della psicologia della Gestalt.
Titchener, un allievo di Wundt, definì questo approccio come “strutturalista” per il fatto che aveva come oggetto lo studio
della struttura della mente.
Ma lo strutturalismo e il suo metodo dell’introspezione erano destinati a non durare a lungo a causa del presupposto stesso
su cui si basava il metodo per la raccolta dei dati, e cioè il sul resoconto verbale delle proprie sensazioni da parte di soggetti
addestrati a questo compito, e ciò era limitante perché:
1. non tutti possono riferire verbalmente le proprie sensazioni (es. bambini, animali, malati mentali, ecc) e ciò compromette
la finalità stessa della scuola, cioè lo studio della struttura della mente nella sua generalità;
2. mancanza di considerazione dell’attività inconscia (anch’essa responsabile del comportamento umano): molte ricerche di
psicologia cominciarono a mostrare come anche l’attività inconscia della mente sia responsabile del comportamento, per
cui il metodo dell’introspezione non era in grado di mettere in luce tutti quei processi che avevano luogo nella mente ma
non potevano essere rilevati e riportati consciamente;
3. l’esperienza della sensazione elementare suscitata da una stimolazione sensoriale è del tutto personale e soggettiva, non
permette dunque di raccogliere dati oggettivi e quindi i resoconti introspettivi di due persone sottoposte alla stessa
Es. frequenza e intensità sono parametri oggettivi, ma la sensazione è soggettiva
stimolazione sensoriale possono essere diverse.
Per questi motivi e a causa della risonanza che cominciava ad avere la teoria di Darwin, non solo sulla biologia ma anche sulle
discipline confinanti, lo strutturalismo dovette lasciare il posto a una nuova corrente di pensiero psicologico: il funzionalismo.
Il funzionalismo William James John Dewey
Il funzionalismo nacque negli Stati Uniti a opera di [1890] e [1896] che, sulla scia della teoria
evoluzionistica di Darwin [1859; 1872], sostenevano che il comportamento umano deve essere considerato come un
processo di adattamento dell’organismo all’ambiente. Il funzionalismo nasce in contrasto allo strutturalismo e si concentra
sulla funzione dei processi mentali piuttosto che sulla loro descrizione.
In questa nuova prospettiva i processi mentali verrebbero messi in atto per aiutare l’organismo a sopravvivere, e di
conseguenza l’interrogativo della psicologia deve cambiare da «cosa e come sono i processi mentali?» (finalità dello
strutturalismo) ad «a cosa servono i processi mentali?» (finalità del funzionalismo).
Dal punto di vista dello sviluppo geografico della psicologia, mentre lo strutturalismo nasce in Europa e tramite Titchener viene fatto
conoscere negli Stati Uniti, il funzionalismo compie un percorso opposto e dall’America di James e Dewey venne importato in Europa (ad
opera anche di Claparède). Anche in Italia le idee della scuola funzionalista ebbero un importante riflesso, soprattutto all'inizio del
Novecento, grazie alla traduzione del libro di James da parte di Giulio Cesare Ferrari nel 1901.
Con il funzionalismo la psicologia diviene scienza biologica nella misura in cui, per gli appartenenti alla scuola, i processi
mentali sono espressione dello stesso organismo che mette in atto gli altri processi biologici. I processi mentali sono il
risultato evolutivo dei processi funzionali che nell’uomo mediano il rapporto tra ambiente e bisogni dell’organismo.
I funzionalisti dilatano la gamma dei processi mentali occupandosi anche della motivazione, del pensiero e
dell’apprendimento, ma sempre secondo l’approccio evoluzionista che vede cioè il comportamento umano come
comportamento adattivo all’ambiente. Ci si chiede come la coscienza, la percezione, le abitudini e le emozioni
contribuiscono all’adattamento e alla sopravvivenza (prospettiva evolutiva).
Con il funzionalismo:
Ci si chiede: a cosa servono i processi mentali?
- La psicologia è interessata a studiare la natura e le caratteristiche delle funzioni mentali
- Mente e corpo (funzioni psichiche e fisiologiche) sono considerate allo stesso livello
- Es. la funzione psichica della percezione e la funzione fisiologica della respirazione hanno entrambe il fine
- evoluzionistico di garantire la sopravvivenza e l’adattamento al mondo esterno
Fine anni ‘20 declino, anche se l’interesse per i processi funzionali sopravvive nella psicologia cognitiva
→
-
Questo stretto legame tra comportamento e condizioni ambientali porta la psicologia a spostarsi dallo studio delle esperienze
mentali al comportamento.
È in questo clima che nasce il comportamentismo (o behaviorismo).
↳
La psicologia della Gestalt
Parallelamente al comportamentismo americano, nasce in Europa - in contrasto allo strutturalismo - la psicologia della
Gestalt, che in tedesco significa «forma organizzata» o «configurazione».
La Gestalt si forma principalmente come reazione all’approccio atomistico dello strutturalismo di Wundt e la sua data di
Wertheimer movimento
nascita viene convenzionalmente collocata nel 1912, quando pubblica il suo esperimento sul
stroboscopico
il movimento stroboscopico (o movimento apparente) è alla base della cinematografia dove la pellicola cinematografica è
↳
costituita da una serie di immagini fisse, cioè i singoli fotogrammi, che vengono proiettati sullo schermo alternati a
intervalli di buio della stessa durata (1/48 di secondo).
L’osservatore però non percepisce una serie di fotogrammi statici, ma «costruisce» un’unica immagine dinamica in
movimento. Il movimento stroboscopico è quindi un movimento fenomenico apparente indotto da stimoli statici
presentati in sequenza.
Es: due piccole luci di uguale intensità che si accendono e spengono alternativamente nel buio a intervalli molto brevi non vengono
percepite come due singole luci, ma inducono la percezione di un movimento apparente di un’unica luce che si muove velocemente da
un punto all’altro dello spazio. ↓
Il movimento stroboscopico è quindi un movimento fenomenico apparente indotto da stimoli statici presentati in
sequenza. ↓
Gli psicologi appartenenti alla scuola della Gestalt partivano dalla considerazione che ciò che conta è la totalità di un
fenomeno e non le singole parti che lo compongono.
Es: un cerchio viene percepito come tale sia quando la sua circonferenza è tracciata in maniera continua, sia quando la stessa circonferenza
è intervallata da spazi vuoti. Allo stesso modo una melodia resta la stessa anche quando viene suonata in una diversa tonalità.
↧
Queste evidenze portano i gestaltisti a concludere che l’«intero» è qualcosa di diverso dalla semplice «somma delle parti
che lo compongono»
Es: ammettiamo che un tale abbia sviluppato una forte emozione di paura a camminare da solo in un bosco. Se lo interroghiamo possiamo
scoprire le principali cause responsabili della sua emozione (solitudine/silenzio/rumori, ombra prodotta dagli alberi, ecc). Sarebbe
ragionevole pensare che se il soggetto si trovasse in un bosco con un numero doppio di alberi la paura assumerebbe un’intensità doppia? O
che dimezzando il numero degli alberi, e quindi l’ombra relativa, la sua paura si ridurrebbe della metà? O ancora chi penserebbe che sotto a
un albero isolato in mezzo a un prato, lo stesso tale proverebbe una paura pari, per esempio, a un millesimo di quella provata in mezzo al
bosco di mille alberi? Certamente nessuno di noi. ↧
Per gli psicologi della Gestalt questo equivale ad ammettere che l’«intero» è qualcosa di diverso dalla «somma delle parti che
lo compongono»
Secondo la Gestalt, quindi, il tutto precede le parti e le parti a loro volta assumono un valore diverso a seconda del «tutto»
che vanno a formare. Si percepisce prima, più velocemente, il totale e solo dopo, più lentamente, le singole parti.
Il metodo impiegato dalla psicologia della Gestalt è il metodo fenomenologico che consiste in un’osservazione naturalistica
→
dei fenomeni di ciò che appare all’osservatore, senza mediazioni concettuali non quello che si sa, ma quello che si vede. Il
metodo fenomenologico è quindi un’osservazione di tipo bottom-up dei fenomeni e assume che ciò che percepiamo sia
soltanto ciò che appare durante l’osservazione. Ne deriva che i gestaltisti non riconoscono alcuna importanza all’esperienza
passata.
Il comportamentismo John Watson
1913, nel lavoro che fu definito «la rivoluzione comportamentista», afferma che la psicologia, per diventare
scienza sperimentale, deve concentrarsi su un oggetto di studio determinato che possa essere osservato in maniera
intersoggettiva da tutti gli studiosi interessati.
Tale oggetto di studio è il comportamento osservabile, inteso semplicemente come l’insieme delle risposte muscolari e
↳
ghiandolari di un individuo, non i processi mentali.
Secondo i comportamentisti, la mente (e l’organismo in generale) è una scatola nera all’interno della quale non sappiamo e
psicologia della black box
non possiamo osservare cosa accade (« ») ↴
Dato che la psicologia deve occuparsi solo di ciò che è manifesto e si può misurare, ne deriva che l’unica variabile di studio
deve essere il comportamento manifesto.
Per i comportamentisti la psicologia deve occuparsi solo delle leggi che determinano il comportamento, cioè quali stimoli
provocano le risposte osservabili. ↓
Secondo questo approccio, l’organismo viene visto soltanto come una stazione intermedia tra gli stimoli in entrata e le
risposte in uscita per questo motivo il comportamentismo è stato anche definito «psicologia stimolo-risposta».
→
La chiarezza e, per certi aspetti, la semplicità del modello teorico comportamentista ne fece la scuola dominante fino agli anni
1
‘60-’70 (grazie anche al contributo di Sečenov, Bechterev e Pavlov (scuola russa) e gli studi sul condizionamento classico , che
contribuì a consolidare l’affermazione del comportamentismo).
Intorno alla fine degli anni ‘60 il comportamentismo lascia il posto al cognitivismo. Il passaggio tra le due scuole non avviene
in maniera netta, in quanto il comportamentismo più ortodosso inizia a dimostrarsi inadatto e incapace di generare e
accumulare nuova conoscenza. Limitare l’oggetto di studio al comportamento osservabile e misurabile si dimostrò con il
tempo un approccio sterile e fece nascere all’interno degli stessi psicologi comportamentisti un nuovo movimento che si
autodefinì neocomportamentismo.
Con il neocomportamentismo alcuni autori iniziarono ad ammettere la presenza di componenti psicologiche non manifeste
che agiscono tra il momento della presentazione di uno stimolo e quello dell’emissione della risposta, che in qualche modo
Si ipotizzò la presenza dei concetti come “variabile intermedia”
possono influenzare e modificare il comportamento dell’organismo.
(Koch), “comportamento intenzionale” e “processi medianti” nell'integrazione e organizzazione del comportamento.
Si comincia quindi ad ammettere la presenza e l’azione di qualcosa tra lo stimolo e la risposta, e così facendo, la sigla
«Psicologia S→R», si trasforma in «Psicologia S→O→R» (psicologia stimolo-attività non osservabile-risposta), dove «O» sta a
indicare un qualche processo mentale non osservabile messo in atto dall’organismo. Il neocomportamentismo rappresenta il
primo atto del declino del comportamentismo e sarà il movimento che aprirà la strada al cognitivismo.
Il cognitivismo
Come già detto, il comportamentismo (e in particolare gli psicologi che si riconoscevano nel movimento del
neocomportamentismo), hanno aperto la strada alla nascita del cognitivismo.
Con l’avvento del cognitivismo l'oggetto di studio della psicologia si sposta dal comportamento osservabile ai processi
cognitivi divenuti ormai una presenza innegabile e fondamentale per l’elaborazione delle informazioni e per la presa di
decisione finalizzata alla risposta.
Neisser
, considerato il fondatore del cognitivismo, disse:
«Tutto quello che sappiamo della realtà è stato mediato non solo dagli organi di senso, ma da sistemi complessi che
interpretano continuamente l'informazione fornita dai sensi».
Questi sistemi complessi, i processi cognitivi, non possono essere «visti» dallo sperimentatore ma la loro funzione può essere
comunque «inferita».
*Nel 1967 venne pubblicato il libro “La psicologia cognitiva” di Ulric Neisser, una sorta di manifesto per il cognitivismo, nel quale vennero
descritti gli obiettivi della nuova psicologia che studia i processi mentali non direttamente osservabili ma inferibili dal tempo di risposta
(comportamentale).
paradigma dei tempi di reazione
Con il , i cognitivisti metteranno poi a punto un metodo per misurare la durata (e quindi la
complessità) dei processi cognitivi messi in atto tra il momento della presentazione dello stimolo e il momento dell'emissione,
da parte dell’organismo, della risposta motoria.
l’idea alla base è che se il tempo di reazione a un dato stimolo è breve, significa che i processi cognitivi sottostanti Il
↳
riconoscimento e l’elaborazione dello stimolo sono semplici e poco numerosi, mentre se il tempo di reazione è lungo, significa
che l’elaborazione dello stimolo o la risoluzione del compito richiede l'intervento di processi cognitivi complessi e/o numerosi.
Tra i vari modelli degli stadi di elaborazione dell’informazione proposti dai cognitivisti, emerge quello di Norman e Bobrow [1976], che
descrive il flusso delle informazioni dal momento del segnale fisico dello stimolo sensoriale in entrata fino all’eventuale archiviazione dello
stimolo nella memoria a lungo termine.
Da un punto di vista storico è bene ricordare che l’affermazione del cognitivismo - che continua a essere ancora oggi (seppur
con alcune variazioni) l’approccio dominante alla psicologia sia in Europa sia negli Stati Uniti - non è dipesa soltanto dalla crisi
del comportamentismo, ma è stata favorita dalla «domanda» militare legata alla seconda guerra mondiale.
L’interazione tra i soldati e le interfacce belliche con le quali dovevano operare (cabine di pilotaggio degli aerei, fucili ecc.)
mise in luce il problema degli human factors, ovvero la qualità della prestazione non solo in dipendenza di fattori come
stanchezza, paura, caldo, freddo ecc, ma anche la ricerca sul tipo di caratteristiche che l’interfaccia doveva avere per poter
essere azionata nel migliore dei modi. La prestazione sarebbe stata tanto migliore quanto nella progettazione dell’interfaccia
si fosse tenuto conto del tipo e delle caratteristiche dei pro
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