CAPITOLO 1
COORDINATE E DEFINIZIONI
Con il concetto di servizi socioassistenziali si può sottintendere una
molteplicità di tipologie di interventi e prestazioni. Proporne una definizione
unitaria è piuttosto difficile, perché essi rispondono a esigenze e
problematiche molto differenziate. I loro destinatari, inoltre, corrispondono a
individui le cui condizioni e aspettative sono altrettanto diverse e peculiari.
Vi sono, quindi, alcune definizioni che offrono delle indicazioni chiare e
consolidate che permettono di definire che cosa si intende con l’espressione
servizi socioassistenziali. Tra queste, nel panorama nazionale, spicca quella
fornita nell’art.128 del D.Lgs. 31 marzo 1998, n.122:
“si intendono per servizi sociali (e per estensione quindi servizi
socioassistenziali) ‘’tutte le attività relative alla predisposizione ed
erogazione di servizi, gratuiti e a pagamento, o di prestazioni
economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e
di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita,
escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da
quello sanitario, nonché quelle assicurate in sede di amministrazione
della giustizia’’.
Questa definizione scioglie alcuni nodi, perché specifica ciò che non si può
qualificare come un servizio socioassistenziale e, inoltre, specifica che
l’assistenza sociale può prendere forma nella realizzazione di un servizio
alla persona o nell’erogazione di un contributo economico.
Oltre a quanto indicato in tale definizione, vi sono altri elementi che
connotano i servizi socioassistenziali. Infatti, questi interventi vengono
generalmente erogati in forma selettiva e residuale.
Selettiva in quanto tali servizi sono indirizzati solo alle persone che
presentino un effettivo bisogno.
Residuale in quanto tali servizi costituiscono una sorta di ultima
risorsa per i loro destinatari, qualora essi non siano in grado di
provvedere autonomamente alle proprie esigenze o altri interventi di
sostegno non abbiano avuto successo.
L’ASSISTENZA SOCIALE TRA SERVIZI E TRASFERIMENTI MONETARI
Con il concetto di ‘’trasferimento monetario’’ si intende in sostanza
l’erogazione di un contributo economico da parte di un ente pubblico a
favore di un individuo o di una famiglia, finalizzata a fronteggiare
particolari bisogni, individuali e/o familiari. Tale contributo è a fondo
perduto: in genere non si prevede una restituzione della somma di
denaro ricevuta dal destinatario. Il contributo economico può essere
concesso una tantum, oppure in forma più continuativa, e può essere
assegnato qualora sia necessario far fronte a una situazione di
emergenza oppure, come più di frequente, sulla base di una
graduatoria che viene stilata periodicamente in relazione a particolari
bandi e/o iniziative promosse da un ente istituzionale.
Le attività di servizio, invece, si fondano su una dinamica di
interazione tra utente e operatore attraverso la quale il servizio stesso
prende forma e viene implementato.
La differenza tra le due opzioni è assai netta, ma la scelta tra di esse è
spesso complessa e controversa. In alcune situazioni, i trasferimenti
monetari rappresentano la soluzione più idonea per fronteggiare un bisogno
che abbia una valenza e/o delle implicazioni di natura prioritariamente
economica: ad esempio gli interventi a contrasto della povertà. In altri casi
un trasferimento monetario non è che una sorta di ‘’intervento tampone’’,
perché ciò che servirebbe per fronteggiare un bisogno è un intervento nella
forma del servizio. Un esempio è l’assistenza domiciliare per le persone
anziane non autosufficienti. Questa scelta pone una serie di problemi:
In primo luogo, vi sono poche garanzie sul fatto che il contributo venga
effettivamente utilizzato per le esigenze espresse dall’utente
In secondo luogo, sono altrettanto lacunosi i possibili controlli sulla
qualità (nonché sulla regolarità) del servizio fornito all’utente dal
soggetto esterno.
I SERVIZI SOCIOASSISTENZIALI COME ATTIVITÀ AD ALTA ‘’INTENSITÀ
DI PERSONALITÀ’’
Il processo di produzione di un servizio presenta una serie di peculiarità che
lo contraddistinguono e differenziano rispetto al processo produttivo di un
oggetto materiale. Queste caratteristiche, studiate e tematizzate da Richard
Normann, incidono in modo rilevante sul significato stesso che un servizio
può assumere sia per il beneficiario che per l’erogatore/fornitore.
Riprendendo l’analisi svolta da Normann, è opportuno tracciare una
distinzione preliminare tra il concetto di prodotto e quello di servizio:
Prodotto primo rimanda all’idea di un bene concreto, ossia
materialmente tangibile
Servizio richiama un atto immateriale.
Normann definisce i servizi alla persona come servizi a elevata ‘’intensità
di personalità’’, perché la loro realizzazione implica un contatto diretto tra
erogatore e beneficiario. Questo presupposto rende ogni attività di servizio
alla persona un’esperienza unica e peculiare, il cui esito, per quanto
prevedibile e standardizzabile, risulterà sempre diverso, per effetto delle
specifiche esigenze e caratteristiche del beneficiario e la differente
predisposizione e capacità dell’erogatore.
I servizi alla persona presentano una serie di caratteristiche distintive:
Hanno una consistenza prevalentemente immateriale
Richiedono un contatto diretto tra erogatore (produttore) e beneficiario
(utente)
Prevedono la partecipazione dell’utente alla produzione del risultato
finale (output)
vengono ‘’consumati’’ nel momento stesso in cui vengono prodotti ed
erogati
In virtù di tali caratteristiche, i servizi alla persona:
Non possono essere immagazzinati e/o accumulati
Non possono essere ceduti né trasferiti a soggetti terzi
Sono finalizzati alla produzione di un output che non esiste prima
dell’erogazione del servizio stesso, vale a dire prima dell’incontro tra
produttore e ‘’consumatore’’.
I SERVIZI COME RELAZIONI
I servizi possono essere inquadrati come ‘’relazioni che producono relazioni’’.
L’esito di un servizio, a prescindere dalla sua dimensione funzionale, è infatti
quello di riprodurre delle relazioni sociali che altrimenti verrebbero meno e
alimenterebbero i rischi di esclusione sociale di un individuo e/o di una
famiglia.
Un’importante implicazione di questa convinzione riguarda la valenza
collettiva dei servizi e la loro talvolta impropria qualificazione come
‘’prestazioni’’. Parlare di prestazioni sottintende prefigurare delle logiche di
interazione tra gli attori coinvolti (utenti, professionisti e, più in generale,
istituzioni) che ruotano attorno a specifici artefatti: il contributo economico, il
ricovero, la casa. La prestazione si esaurisce simbolicamente quando
l’oggetto che essa veicola viene ‘’consegnato’’ al suo destinatario: un pasto
a una persona non autosufficiente, l’individuazione di un alloggio
temporaneo. Ciò che naturalmente non si esaurisce è la relazione tra i
soggetti che sono interessati dalla prestazione. Questo enfatizza la
dimensione sociale dei servizi socioassistenziali, perché essi, a differenza di
altri servizi di welfare, lavorano proprio sulle relazioni che intercorrono tra i
soggetti.
La concettualizzazione dei servizi come relazioni (e, più dettagliatamente,
come relazioni che producono relazioni) va mantenuta come riferimento
conoscitivo, sebbene la sua visibilità nel mondo organizzativo e professionale
sia ostacolata da una serie di fattori.
In primo luogo, la divisione sociale del lavoro sociale: la
specializzazione dei compiti e delle responsabilità professionali ha
generato un’elevata frammentazione delle attività lavorative,
favorendo la prevalenza di una rappresentazione dei servizi come
azioni focalizzate sull’erogazione di prestazioni.
In secondo luogo, occorre considerare che parlare di servizi come
relazioni che generano relazioni significa ammettere che tali relazioni
possono rivelarsi conflittuali e dar luogo a contrasti e contrapposizioni.
Simili dinamiche conflittuali vengono generalmente lette come un
fallimento dell’intervento assistenziale.
SERVIZI O PROGETTI?
È necessario comprendere la differenza che intercorre tra un intervento
come servizio e come progetto. Da questo punto di vista:
Un servizio costituisce un’attività realizzata stabilmente da
un’organizzazione, come parte integrante del proprio mandato.
Un progetto si configura tendenzialmente come un’attività
circoscritta nel tempo.
Gli interventi erogati nell’ambito di un progetto tendono a concentrarsi su
bisogni e problematiche specifici ed emergenti, mentre un servizio intercetta
bisogni ed esigenze più diffusi e consolidati. Gli interventi che rientrano in
un’ottica di progetto si prestano maggiormente alla collaborazione
interorganizzativa. In particolare, i progetti sono spesso il fulcro delle attività
delle strutture di implementazione, che prevedono la collaborazione tra
organizzazioni di natura diversa.
CAPITOLO 2
Per un’analisi organizzativa dei servizi socioassistenziali
Quando si parla dell’organizzazione dei servizi socioassistenziali, non si deve
pensare che esista un unico ente che si occupi di tutto: dalla
programmazione alla gestione e all’erogazione. Al contrario, questi servizi
sono resi possibili grazie al contributo di molteplici organizzazioni, ciascuna
con un proprio ruolo.
Inoltre, l’organizzazione non va intesa come una struttura rigida e fissa, ma
come un processo in continua trasformazione, che cambia nel tempo e nei
diversi luoghi. Questo significa che l’organizzazione dei servizi deve essere
osservata attraverso due prospettive fondamentali:
1. La dimensione situata: l’organizzazione si adatta alle caratteristiche
specifiche dei contesti locali in cui opera.
2. La dimensione pratica e performativa: l’organizzazione prende
forma attraverso le pratiche quotidiane e le relazioni tra operatori,
dirigenti, utenti e altri soggetti coinvolti. Non è qualcosa di astratto o
separato dalla realtà sociale, ma è radicata nelle azioni concrete.
L’organizzazione va intesa non come una struttura predefinita, ma come un
processo dinamico.
Tre livelli di analisi organizzativa: micro, meso e macro.
Per individuare gli snodi organizzativi, possiamo guardare a tre livelli:
Livello micro: si concentra sul rapporto tra persone e organizzazioni,
cioè sulle relazioni tra chi lavora in o per un’organizzazione, con ruoli
diversi.
Livello meso: guarda alle relazioni tra le organizzazioni che
collaborano nella programmazione, gestione e fornitura dei servizi.
Livello macro: si concentra su tendenze generali e processi di
sistema. Qui si osservano fenomeni più ampi, che riguardano l’intero
settore dei servizi o, più in generale, quello che si definisce “il mondo
del sociale” o della sanità. Non si studiano i singoli attori, ma le logiche
collettive che guidano il sistema.
In sintesi:
A livello micro, l’organizzazione è vista come contesto di interazione
sociale
A livello meso, le organizzazioni sono attori sociali
A livello macro, l’organizzazione è una logica d’azione collettiva.
Le organizzazioni come contesti di interazione sociale (livello micro)
Il livello micro si occupa della struttura interna delle organizzazioni. Si parla
di “organizzazione come contesto di interazione sociale”, intendendo lo
spazio (fisico o virtuale) dove si svolgono le relazioni tra le persone che
lavorano insieme.
Questo spazio può essere:
fisico, come una sede operativa
oppure virtuale, come nel caso di riunioni online o scambi via email.
Spesso, infatti, molte attività si svolgono fuori dagli uffici, come ad esempio
le visite a domicilio fatte dagli assistenti sociali. Quindi, il “contesto” non va
visto solo come un luogo chiuso, ma come un insieme dinamico di
interazioni, anche fuori dalle mura dell’ente.
La differenziazione e l’integrazione dei ruoli lavorativi
Dividere un’attività tra più persone aumenta l’efficienza, soprattutto nei
compiti complessi. Nelle organizzazioni moderne, è impensabile che una sola
persona svolga da sola tutte le attività necessarie.
La suddivisione dei ruoli avviene su due assi:
1. Verticale: definisce la gerarchia, ovvero chi ha il potere decisionale.
Dall’alto verso il basso, si va dai dirigenti agli operatori esecutivi.
2. Orizzontale: riguarda la specializzazione dei settori e dei compiti.
Questa si basa su diversi criteri:
Tipo di servizio: ogni area si occupa di un’attività specifica.
Area geografica: si divide il lavoro in base ai territori (es. quartieri,
comuni, province).
Tipo di utenza: per esempio, si creano aree per anziani, minori,
disabili, ecc.
Tecnologie utilizzate: l’introduzione di strumenti particolari (come il
telesoccorso) crea la necessità di nuovi ruoli dedicati a gestirli.
Meccanismi di integrazione dei ruoli
Per evitare che ogni settore lavori isolatamente, servono strumenti di
coordinamento, come descrive Mintzberg:
1. Adattamento reciproco: le persone collaborano direttamente, in modo
informale. È tipico degli studi associati, dove più professionisti condividono
risorse, ma restano autonomi.
2. Supervisione diretta: un superiore controlla direttamente il lavoro dei
subordinati. È molto comune nelle piccole organizzazioni.
3. Standardizzazione: serve per rendere più omogeneo il lavoro svolto dai
vari membri. Può riguardare:
I processi: si stabiliscono tempi e modalità precisi, riducendo la
discrezionalità.
I risultati: si definiscono obiettivi comuni per tutti (es. taglio delle
spese del 10%).
Le competenze: si richiedono titoli o esperienze specifiche per
svolgere un ruolo. Ad esempio, un medico del pronto soccorso affronta
casi diversi dai colleghi, ma si presume che tutti abbiano la stessa
preparazione professionale, per garantire qualità uniforme.
La strutturazione formale delle organizzazioni
La combinazione tra specializzazione e integrazione dei ruoli dà vita alla
struttura organizzativa, che può essere vista da due prospettive:
come distribuzione formale di ruoli e compiti;
oppure come insieme di relazioni, anche informali, tra i membri
dell’organizzazione.
La strutturazione è importante perché stabilisce chi fa cosa, con quali
responsabilità e in quale posizione nella gerarchia.
I quattro modelli principali di struttura organizzativa
1. Struttura semplice Adatta a piccole organizzazioni con un solo tipo di
servizio e utenza omogenea. Poca burocrazia, alta flessibilità.
2. Struttura funzionale Simile a quella semplice, ma più articolata. Usata
da enti di piccole/medie dimensioni che operano in un solo contesto e con un
solo servizio. Il potere decisionale è molto accentrato nei vertici.
3. Struttura divisionale Adatta a organizzazioni più grandi o complesse,
come i Comuni. Usata quando: ci sono più sedi operative; si offrono più
servizi; si lavora con utenze molto diverse. L’autorità è decentrata: le
decisioni strategiche restano ai vertici, ma quelle operative sono delegate ai
livelli intermedi.
4. Struttura a matrice Combina la logica funzionale (per competenze)
con quella per output (per attività o progetti). Gli operatori rispondono a due
responsabili: uno per la funzione tecnica (es. amministrazione,
comunicazione); uno per l’attività o il progetto specifico. È una struttura
molto flessibile, ma può creare conflitti di autorità.
Le organizzazioni come attori sociali (livello meso)
Nella costruzione organizzativa dei servizi socioassistenziali, un ruolo
centrale è svolto dall’interazione tra organizzazioni diverse. Al livello
meso, infatti, le organizzazioni non vengono più viste come contenitori
chiusi, ma come attori sociali: soggetti che agiscono nella società, sia
attraverso le attività che realizzano, sia attraverso le relazioni che instaurano
con altri enti.
Queste relazioni non funzionano come quelle tra persone. Richiedono
un’analisi differente e l’introduzione di concetti nuovi per comprenderle
meglio.
Ambiente organizzativo
Uno dei concetti chiave è quello di ambiente organizzativo. Esso rappresenta
l’insieme dei contesti in cui un’organizzazione è inserita e opera. Questi
contesti possono essere:
territoriali (es. zona urbana o rurale),
sociali (es. composizione della popolazione),
economici (es. risorse disponibili),
culturali, politici o persino ecologici.
In questo ambiente, l’organizzazione non è passiva: le sue scelte e azioni
influenzano l’ambiente, e allo stesso tempo ne sono condizionate. Il rapporto
è reciproco e continuo.
Stakeholder: chi sono e perché contano
Per capire meglio con chi un’organizzazione si relaziona, si usa il termine
stakeholder, che letteralmente significa “portatore di interesse” o “chi ha
una posta in gioco”.
Gli stakeholder possono essere:
interni, come lavoratori, soci, volontari;
esterni, come utenti, fornitori, istituzioni pubbliche, enti regolatori,
banche, media, ecc.
Ogni st
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Organizzazione sanitaria
-
Organizzazione aziendale
-
Appunti di Organizzazione del Servizio Sociale
-
Organizzazione dei servizi sociali