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Le culture pre-colombiane

Con l’appellativo culture pre-colombiane si indicano quelle culture sud-americane che già esistevano prima dell’arrivo di Colombo. Queste culture sono molto diverse tra di loro, ma vi è un elemento che le accomuna tutte: il loro legame con la natura (quindi la loro interazione con l’ambiente).

Per 500 anni gli indigeni fronteggiarono la potenza degli spagnoli, per poi essere finalmente sconfitti e colonizzati. Molto importante è dire che per indicare queste culture, si iniziarono ad utilizzare i nomi “indigeni” e/o “indios”, che sono appellativi sbagliati, poiché nascono dalla storia coloniale, cioè dal fraintendimento che vi fu nella scoperta dell’America, creduta essere l’India (da qua il prefisso “indi-”). Attualmente, però, le popolazioni indigene ancora esistenti preferiscono essere chiamate con il nome della cultura a cui appartengono (Maya, Quechua, Guaraní…), oppure “indios” (rivendicato dai combattenti Mapuche).

Agricoltura e legame con la natura

Molto importante è parlare dell’agricoltura, dato il loro legame con la natura. Quindi, diremo che la nascita dell’agricoltura è datata intorno al 4500 a.C., e nell’America del Sud troviamo una prevalenza di mais, seguito dai fagioli, dal cacao, dal caffè, dal chile (peperoncino) e dalla zucca. Queste piante hanno una valenza religiosa per queste popolazioni, e diventano non solo il simbolo della cultura, ma ‘incarnano’ proprio il simbolo della generosità.

Questa credenza è molto forte presso il popolo dei Maya, che si considerano “el pueblo del maíz”.

I Maya

L’inizio della cultura Maya si situa nel 2000 a.C., mentre il periodo della costruzione delle prime città è datato tra il 750 e il 500 a.C. Il loro periodo classico (di massimo splendore artistico, culturale e politico) corrisponde al 250-950, dopodiché, intorno al IX secolo si ha il periodo di decadimento, che non si capì mai a cosa fu dovuto, alcuni storici ipotizzano che sia stato a causa di una grave epidemia, mentre altri pensano sia stato a causa dell’invasione dei Toltechi.

Oggigiorno, la cultura Maya permane in Guatemala e in Messico del Sud. Sebbene vi siano ancora numerosi esponenti di questa cultura, che continuano a raccontare le loro storie e a preservare le loro tradizioni, tuttavia essi sono stati esclusi dal contesto culturale del loro Paese.

Le fonti della cultura Maya

Le notizie che abbiamo di questa cultura vengono dagli studi antropologici (considerati fonti più recenti), dalle fonti archeologiche e scritte (le più importanti), da cui si distinguono due tipi di fonti:

  • Gli scritti in glifi (tipologia di scrittura che fonde la scrittura fonetica alla scrittura pittografica);
  • Gli scritti in lingua maya, trascritti con l’alfabeto latino;

Fonti molto importanti sono anche le cronache scritte dai preti o dai conquistatori durante il periodo della Conquista; questi, però, non si possono considerare totalmente attendibili poiché in molti lavori esaltavano esageratamente le ricchezze del continente, e spesso denigravano gli indigeni e innalzavano le loro gesta (ciò ci fa capire che tutto ciò che venne scritto dai conquistatori, era in prospettiva eurocentrica, quindi con la tendenza a considerare l’Europa come il miglior centro politico, culturale ed economico del mondo).

È falso, quindi, dire che i Maya non avevano scritti, di fatti se questi non si trovano è dovuto al fatto che furono bruciati dagli spagnoli al loro arrivo. I libri maya erano molto particolari, erano a rotolone o si piegavano a ventaglio.

La cosmovisione maya

La cosmovisione, in generale, è la visione del mondo: come viviamo, come pensiamo che funzioni il mondo, che posto pensiamo che l’uomo occupi nel mondo e che posto ha la spiritualità. Un punto importante della cosmovisione dei Maya è il numero 4: tutta la dinamica che vi è affinché vi sia vita sulla terra ha a che fare con dei processi che si basano sulla dialettica degli opposti, in cui il numero 4 è centrale (al contrario della nostra cultura, in cui il numero centrale è il 3). Perciò, secondo questa visione, ogni cosa ha un contrario e questi opposti non si eludono l’un l’altro ma sono compresenti con il prevalere dell’uno o dell’altro (che non è definitivo).

Per esempio, il bene e il male sono compresenti: tutte le persone sono buone e cattive ed è libero arbitrio delle persone far prevalere una parte o l’altra. Questi concetti sono bilanciati dall’armonia. Questo, però, non vuol dire che questi non esistano e non siano definiti, di fatti, l’idea del bene viene dal fatto che il comportamento debba favorire l’armonia dell’universo (personale e materiale).

Nell’idea Maya, ogni Dio e persona è accompagnato da un animale (binarismo). Inoltre, un altro elemento chiave per comprendere la cultura Maya è dato dalla loro tendenza di concretizzazione dei concetti astratti (lo possiamo vedere anche semplicemente con la scrittura in glifi). Per esempio, la malattia può essere espressa attraverso il sintomo (artrosi > vento nelle ossa). Da ciò vediamo come questa concretizzazione avvicina il mondo astratto, ma anche spirituale, a quello materiale in questa civiltà.

Il calendario Maya

È palese dire che il tempo è una categoria astratta, ma anche in questo caso i Maya concretizzano l’astrattezza del tempo. Vediamo così che nella loro cultura ogni mese (uinal) è composto da 20 giorni e ha un carico (ossia un qualcosa che si prevede dovrà accadere). Non esiste solo un calendario:

  • Il primo chiamato tzolkin > calendario sacro/religioso;
  • Il secondo chiamato haab > calendario legato al ciclo delle stagioni;
  • Il terzo chiamato il lungo computo.

Esistono, perciò, diversi calendari che misurano diversi tempi, e questo dà l’idea di allargamento e pluralità. Tutti i calendari reagiscono tra di loro spostandosi e incastrandosi e dalla coincidenza dei disegni (che simboleggiano i giorni) dei tre calendari deriva un insieme di inclinazioni che caratterizzano quel giorno. Il nome dei giorni è molto complesso, possono portare il nome di una pianta o di un'emozione, e si dice che questi nomi ‘incastrati’ danno l’idea generale del carattere della persona che nasce in quel giorno.

Quindi, quando nasceva un bambino a questo veniva attribuito un animale (nawal) che indicava l’animale, che non era soltanto il protettore del bambino, ma anche il compagno, ossia colui che gli sta affianco e cerca di interloquire con lui. Nelle cronache viene descritto questo ‘fenomeno’ come un ‘fenomeno demoniaco’, e il termine ‘nawal’ veniva talvolta associato alla capacità di potersi trasformare in quel dato animale.

Il Popol Vuh

Il “Popol Vuh” è uno dei testi maya più importanti. Oltre a questo ne esistono altri di rilievo come, per esempio:

  • Chilam Balam” > libro di profezie. Letteralmente significa ‘profeta giaguaro’;
  • Título de los Señores de Totonicapán” > in cui si costruisce la storia di una delle diverse tribù dei Maya. Fondamentalmente, serviva a rivendicare le terre, come si può già evincere dal titolo;
  • Rabinal Achí” > opera teatrale volta a rappresentare la Conquista;
  • Cantares de Dzibalché” > poesie che venivano cantate e quasi sempre accompagnate dal ballo.

Questi testi sono datati dal 1492 in poi, anche se probabilmente risalgono a prima, questo perché essi furono raccolti da preti e militari spagnoli dopo la Conquista, e molto probabilmente furono manipolati o riscritti da questi ultimi, perciò non si possono ritenere del tutto affidabili.

Il testo del "Popol Vuh” è problematico già dal titolo, di fatti gli si attribuisce sia il titolo di “Popol Vuh” che di “Pop Wuj”, e questa problematica sfocia a causa del fatto che esso fu scritto in lingua K’iche’. Vi sono tante ricostruzioni di questo testo, tra questi vi è quella dello studioso Sam Colop (2011). Secondo egli, esisteva un antecedente scritto in glifi, datato 1554-1558. Dopo la Conquista, alcuni sacerdoti nascosero questo testo che fu poi ritrovato da un prete, Francisco Ximénez, che non solo lo tradusse in spagnolo, ma ricopiò tutta la parte scritta nella lingua originale, facendo però degli errori pur conoscendo bene la lingua (probabilmente per far avvicinare i fatti riportati alla cultura occidentale e al Cristianesimo). Il testo scomparve nuovamente e venne ritrovato a Chichicastenango nel 1721, per poi essere di nuovo smarrito ed essere ritrovato e riscritto da Diego Reynoso in uno spagnolo considerabile come più moderno.

Tra le traduzioni che possiamo trovare di questo testo, distacchiamo oltre a quella di Sam Colop, quella di Adrian Chavez (sacerdote maya). Perciò diremo che questo testo ha delle problematiche di tipo filologico, tuttavia esso, per quanto problematico, è un testo fondamentale per capire la cultura maya. Il libro propone una propria cosmovisione, visione dei miti e la storia della loro terra (che andava a rivendicare il loro diritto di permanere sui territori invasi dagli spagnoli). L’opera è caratterizzata da uno stile molto poetico, in cui talvolta possiamo notare delle ripetizioni che ci fanno pensare all’oralità (la ripetizione, di fatti, permette di ricordare i concetti); inoltre, l’idea della ripetizione è molto spesso collegata alla memorizzazione e al parallelismo (che ricorda la polarità, la dualità tipica dei maya: es. cielo e mare).

La genesi

Nel primo capitolo si esplica la genesi del libro, questa, contrariamente alla genesi della Bibbia, mostra che gli dei non sono esseri indipendenti e infallibili. Troviamo qui la descrizione del mondo prima dell’esistenza degli esseri umani, in cui si esalta l’idea del vuoto, dove nel nulla vi erano solo i progenitori/dei (“Creador y Formador”): Tepeu e Cucumatz.

Importante: L’idea del vuoto (e/o zero) è molto importante per i Maya, che pensavano essa fosse una quantità in potenza, ossia un seme che contiene qualcosa che esce fuori, ossia: una potenzialità inespressa. Quindi, lo zero non è niente, ma è qualcosa che potrebbe essere! Il superamento del vuoto nel “Popol Vuh” si ha attraverso due attività fondamentali: il movimento e il rumore.

Gli dei decisero, quindi, che il mondo doveva nascere, però in questo caso non si può utilizzare con piena funzionalità il termine ‘creazione’ (poiché più che creare il mondo, qui si tratta di una sorta di tentativo di trasformare il vuoto in qualcosa di vivo, che è descritto come qualcosa che non è ancora manifesto), ma si utilizza il termine ‘Winaqirik’ (l’idea di questo termine ricorda molto il ciclo delle piante, ma anche della vita in generale). Dopo che le due divinità ebbero parlato e furono d’accordo, il vuoto venne infine colmato dalla creazione della terra e, in seguito, vi fu la creazione degli animali, pensata per avere movimento e rumore sulla terra (opposti a immobilità e silenzio). Il loro compito, di fatti, era quello di ‘rompere il silenzio’, ossia di venerare gli dei, ma questi non erano in grado di farlo e, al contrario, producevano solo rumore, perché incapaci di parlare.

Dopo questo fallimento, gli dei condannarono gli animali a vivere nei boschi e nelle radure, ma soprattutto ad essere presenti nella catena alimentare. A questo punto, potremmo dire che esiste un’interdipendenza tra il mondo divino e il mondo terrestre, poiché gli dei hanno bisogno di qualcuno che preghi per loro. Dopodiché, gli dei tentarono di creare l’uomo dal fango, ma fallirono perché, tra i tanti difetti, egli non capiva, e finì per distruggersi da solo. Cercarono poi, consultandosi con Ixpiyacóc e Ixmucané, di creare un altro uomo, questa volta usando il legno, ma questi non avevano anima e anch’essi non capivano, perciò furono distrutti attraverso un’inondazione perché fallimentari.

Un episodio famoso riguardante gli uomini di legno narra che un giorno, mentre questi stavano nelle loro case, tutti gli oggetti (animismo) e gli animali presenti si rivoltarono contro di loro perché usati impropriamente. Successivamente all’ennesimo fallimento, gli dei furono aiutati dagli animali: Yac (“el gato de monte”), Utiú (“el coyote”), Quel (“una cotorra vulgarmente llamada chocoyo”) e Hoh (“el cuervo”); questi suggerirono di usare il mais. Gli uomini così creati erano dotati di intelligenza e avevano ‘una vista da falco’, ma questo era visto come un difetto, perché voleva dire che erano perfetti e non avevano bisogno degli dei, che quindi decisero di mettere di fronte i loro occhi un velo per ostacolare la loro ottima vista; dopo questo intervento da parte degli dei, questi uomini perfetti cominciarono a riprodursi e a popolare il mondo, praticando anche la venerazione. Proprio da ciò nasce la denominazione “popolo di mais”.

Il dualismo si vede qui espresso nell’idea del mondo, chiamato con il termine ‘Kajulew’ (kaj = cielo, ulew = terra), che esprime a pieno il fatto che il mondo sia costituito da cielo e terra. Questa idea, da una parte distingue i due elementi, ma dall’altra stabilisce la loro complementarità: tutto è connesso.

I miti degli dei (la seconda parte del Popol Vuh)

Ixpiyacóc e Ixmucané avevano due figli: Vucub-Hunahpu (che non ebbe figli) e Hun-Hunhapu, che prima sposò Ixbaquiyalo (da cui nacquero Hunbatz e Hunchouéen) e poi Ixquic (da cui nacquero, invece, Hunahpú e Ixbalanqué). È importante dire che i quattro figli sono due coppie di gemelli, che rappresentano le due fasi della cultura Maya.

Vucub-Hunahpu e Hun-Hunahpu vengono descritti come dei ragazzi bravi e belli, che si dedicavano alle arti e alla caccia. Un giorno, i due fratelli si misero a giocare al “juego de pelota” sulla testa del Mondo degli Inferi, lo Xibalbá, facendo arrabbiare i morti (il chiasso prodotto dai gemelli è visto come una mancanza di rispetto), che li convocarono a scendere sotto terra e a sfidarli al gioco. Una volta arrivati nel Mondo degli Inferi, essi vennero sottoposti a molte prove che fallirono, e ciò li portò alla loro morte.

I gemelli non riuscirono a sopravvivere principalmente per due errori, che commisero appena entrati nello Xibalbá:

  • Quando furono di fronte ad un incrocio composto da quattro strade colorate, tra le quali ne dovevano scegliere una, una di queste disse ai gemelli di essere quella giusta, e i fratelli ingenuamente la scelsero > l’errore qui è il fatto che non hanno la ragione, si sono fidati e basta;
  • I Signori degli Inferi misero seduti in fila una serie di pupazzi di legno, tra cui si sedettero anche due di loro, i gemelli salutarono dapprima i pupazzi per poi scoppiare a ridere > l’errore qui, invece, è il fatto di aver riso, siccome la risata viene considerata come segno di rifiuto.

Dopo la loro sconfitta venne la notte, e nessuno dei due gemelli riusciva a stare tranquillo, infatti Hun Hunahpu si affacciò da dove stavano riposando lui e il fratello e la testa gli venne tagliata, per poi essere messa sopra un albero, che fiorì, diventando un albero bellissimo che attirava molte persone. Tra le persone che andarono a vedere l’albero vi è anche Ixquic (figlia di uno dei Signori del Mondo degli Inferi), a cui Hun Hunahpu parlò dicendo che i frutti dell’albero che stava ammirando non erano altro che teschi, ma la donna non aveva paura e gli diede la mano e Hun Hunahpu con la sua saliva la mise incinta (vediamo qui l’unione tra la morte e la vita).

Quando il padre di Ixquic venne a sapere di questa notizia, subito ordinò a dei gufi messaggeri che gli venisse portato il cuore della figlia, che doveva morire, ma i gufi lo ingannarono portandogli uno dei frutti dell’albero di Hun Hunahpu. Dopo quest’episodio, Ixquic lasciò il mondo dei morti e andò nel mondo dei vivi, in cui non venne, però, accettata dalla madre di Hun Hunahpu, che le fece affrontare una serie di prove, in cui venne aiutata dagli animali. La suocera era così tanto cattiva che non la aiutò neppure a partorire i gemelli e, una volta nati, le disse di abbandonarli su una montagna poiché piangevano troppo, ma anche in questo caso i bambini vennero aiutati dagli animali.

Vi è, poi, un conflitto tra i primi gemelli (Hunbatz e Hunchouén) e i secondi gemelli (Hunahpú e Ixbalanqué), in cui questi ultimi cercarono di uccidere i primi, che verranno poi trasformati in scimmie per sempre. I due gemelli rimasti si misero anche loro a giocare al “juego de pelota" come gli altri fratelli, ma a differenza loro, questi superarono tutte le prove.

Participarono, quindi, alla partita, ma persero, e si decide che questi sarebbero dovuti morire in un modo particolare: vennero perciò bruciati e le loro polveri buttate nel fiume. Una volta gettate le ceneri, il loro corpo però si ricompose. I due gemelli ritornarono dai Signori dello Xibalbá sotto forma di mendicanti, dicendo di essere dei maghi che sanno prendere e restituire la vita, e una volta che gli ebbero provato di riuscirlo a fare sia sugli esseri umani che sugli animali, i Signori degli Inferi vollero essere sottoposti anch’essi a questa magia, ma nessuno di loro risuscitò.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/06 Lingua e letterature ispano-americane

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Roberta.Catavero di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e letterature ispano-americane e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Jossa Emanuela.
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