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GEOGRAFIA DELL’ECONOMIA MONDIALE

1.1 Relazioni geografico-spaziali e l’organizzazione del territorio

La geografia si occupa delle relazioni che legano tra loro tali oggetti sulla superficie

della Terra. L’insieme delle relazioni che legano tra loro oggetti e soggetti localizzati

sulla superficie terrestre costituisce lo spazio geografico; se poi in questo spazio

geografico isoliamo le relazioni che riguardano l’economia, otteniamo lo spazio geo-

economico. Ci sono 2 grandi tipi: al primo appartengono le relazioni geografico-spaziali

che intercorrono tra i soggetti e quindi tra le diversi desi di questi soggetti, e vengono

chiamate relazioni orizzontali; il secondo tipo di relazioni, che vengono chiamate

verticali, riguardano invece il rapporto delle singole attività economiche con le

caratteristiche dei luoghi in cui esse hanno sede. Nella geografia economica questi

due tipi di relazioni sono sempre contemporaneamente presenti. L’insieme formato

dalle relazioni verticali e orizzontali e dagli oggetti e soggetti che tali relazioni legano

tra loro e al suolo prende il nome di territorio; quando parliamo di organizzazione

territoriale ci riferiamo all’ordine complessivo che queste relazioni assumono in un

territorio. Queste condizioni sono studiate dalla geografia economica, che si muove a

un livello di astrazione meno elevato. L’organizzazione territoriale, alle diverse scale è

l’oggetto principale della geografia economica, viene analizzata considerando tre

ordini di fatti: a) le differenti condizioni naturali dei vari luoghi e regioni; b) le

condizioni ereditate dal passato, sia materiali che sociali, culturali ed economiche; c)

l’organizzazione attuale. Le condizioni naturali e storiche si possono considerare, entro

certi limiti, come condizioni oggettive, mentre l’organizzazione attuale dipende in

larga misura dalle scelte dei soggetti.

1.2 Il valore economico del territorio

Nelle società pre-mercantili e pre-industriali, il valore del territorio dipendeva

principalmente dalla sua attitudine a soddisfare consumi locali, derivati da bisogni

primari e simbolico-culturali. Quando tali bisogni erano soddisfatti non aveva

importanza se la terra potesse produrre di più o con maggiore o minore impiego di

lavoro. Questo rapporto tra gruppi umani e territorio mutò quando si svilupparono

rapporti commerciali a vasto raggio; si cercava di accumulare più denaro possibile,

esso costituiva il capitale che poteva essere investito nell’acquisto di nuovi terreni o

nel rendere più produttivi quelli già posseduti, al fine di produrre altra merce da

vendere, ottenere altro denaro e cosi via. Questo processo, che prese l’avvio in Europa

in epoca comunale, segnò l’inizio della società capitalistica, nella quale il terreno ha

normalmente un valore di scambio; tale valore, che all’inizio poteva essere legato

principalmente alla minore o maggiore fertilità del suolo, venne poi a dipendere

sempre di più dalla posizione, per esempio, dalla maggiore o minore distanza dal

mercato di sbocco dei prodotti agricoli e minerari. Alcuni limiti del capitalismo agrario

furono superati allorché il meccanismo dell’accumulazione capitalistica di mercato si

applicò all’industria; qui l’aumento della produttività del lavoro umano sembrava non

avere limitazioni. da un punto di vista geografico il modo di produrre capitalistico-

industriale ebbe come principale conseguenza la concentrazione dello sviluppo

economico in pochi paesi e in poche aree centrali perché la concentrazione spaziale

del lavoro fa crescere la produttività dei fattori impiegati.

1.3 Economie esterne e infrastrutture

I vantaggi che l’imprenditore ottiene grazie alle condizioni favorevoli presenti dove

opera l’impresa vengono detti economie esterne o esternalità positive, in quanto sono

effetti utili che la singola impresa non può produrre da sola al suo interno, ma può

ottenere dall’esterno, se si localizza là dove l’organizzazione del territorio offre certe

condizioni favorevoli. Al contrario si parla di diseconomie esterne o esternalità

negative, quando una localizzazione si presenta dannosa per le imprese o per gli

abitanti. La geografia economica delle varie attività produttive, commerciali e di

servizio è data essenzialmente dalla distribuzione geografica delle condizioni che

possono diventare economie oppure diseconomie esterne. Fu l’economista Alfredo

Marshall nel 1890 a indicare questi effetti utili territoriali con il termine di “economie

esterne”: cioè utilità che non derivano dall’organizzazione interna, ma che possono

essere utilizzate senza pagarne i costi o pagandoli meno dei vantaggi che se ne

ricavano. Una parte di tali vantaggi sono un effetto collaterale del mercato; si tratta

delle cosiddette economie di agglomerazione, cioè degli incrementi di produttività che

le imprese realizzano concentrandosi in certe aree, perché la vicinanza di più imprese

può ridurre i costi e far crescere i profitti (es. Torino-Milano 1950-70). Nei fatti le

economie di agglomerazione sono sempre e soltanto una componente di quella più

vasta famiglia di economie esterne dette di urbanizzazione, le quali derivano

principalmente da: a) opere di urbanizzazione primaria, che consistono in

infrastrutture tecniche che consentono l’insediamento delle imprese; b) facilità di

scambi di merci, informazioni e servizi tra le imprese agglomerate; c) formazione di un

sempre più vasto e qualitativamente differenziato mercato della forza lavoro a cui le

imprese possono attingere; d) presenza di servizi pubblici necessari per la formazione

e riproduzione della forza lavoro e per l’elaborazione e la circolazione

dell’informazione; e) sviluppo parallelo dei servizi privati per le famiglie e di servizi per

le imprese. Per infrastrutture si intende tutto ciò che mediante la spesa pubblica rende

un ambito territoriale stabilmente idoneo a svolgere le funzioni economiche e

abitative. Si possono distinguere in: a) infrastrutture materiali o tecniche (impianti

ferroviari, stradali, porti ecc); b) infrastrutture sociali (scuole, sanità, culturali ecc); c)

infrastrutture economiche (industrie di base, fornitura acqua, energia ecc); d)

infrastrutture dell’informazione e della ricerca. Le infrastrutture presentano inoltre le

seguenti caratteristiche: a) sono strutture territoriali; b) sono beni non escludibili; c)

sono sovente beni pubblici indivisibili; d) non danno profitti.

1.4 La rendita del suolo

Benché le economie esterne, come si è visto, non siano merci che si possano

comprare o vendere direttamente, il mercato trova ugualmente il modo di far pagare

un prezzo a chi ne usufruisce. Questo perché il suolo ha un valore di mercato diverso a

seconda della sua posizione, ovvero delle economie esterne che offre a vi si localizza.

Nei suoli destinati principalmente all’uso agricolo o minerario di regola il valore

prevalente è il primo, cioè quello intrinseco della “terra” come mezzo di produzione. In

questi casi l’utile che ricava chi possiede il suolo o il sottosuolo si chiama rendita

agraria e rendita mineraria. Nelle agglomerazioni e nelle regioni urbane diventa invece

di gran lunga prevalente il secondo, cioè il valore della “posizione”, il quale, visto

come reddito del proprietario del suolo, viene chiamato rendita urbana. Il proprietario

del suolo è dunque in una posizione tendenzialmente monopolistica: offre cioè una

merce non sostituibile con altre o sostituibile con poche altre presenti

contemporaneamente sul mercato.

1.5 Le regioni geografiche

L’insieme di relazioni orizzontali e verticali che danno luogo all’organizzazione

territoriale copre tutta la superficie terrestre, ma non allo stesso modo; addensamenti,

concentrazioni, rarefazioni, discontinuità, dividono e articolano lo spazio geo-

economico in regioni. Nel senso più ampio, per regione geografica si intende una

porzione della superficie terrestre che: a) è costituita da un insieme di luoghi contigui;

b) tali luoghi hanno qualche caratteristica comune o qualche relazione preferenziale

tra loro; c) essi si distinguono e si differenziano in modo più o meno netto rispetto ai

luoghi circostanti, che presentano caratteristiche e connessioni tra loro diverse e che

quindi appartengono ad altre regioni. Il concetto scientifico di regione geografica è

pertanto diverso da quello di regione prevalente nell’uso comune, dove si intende la

dimensione degli enti territoriali immediatamente inferiori allo Stato; il concetto di

regione geografica prescinde invece da ogni riferimento dimensionale. Tra il livello

strettamente locale e quello intercontinentale c’è una gerarchia territoriale formata da

vari livelli intermedi. Per quanto riguarda la geografia economica, al livello

microregionale appartengono regioni delle dimensioni di uno o pochi comuni; il livello

mesoregionale corrisponde a dimensioni intermedie, fino a quelle delle nostre regioni

istituzionali; il livello macroregionale considera interi paesi o aggregati di regioni

istituzionali, anche trans frontalieri; infine abbiamo le megaregioni continentali o

intercontinentali.

1.6 Regioni economiche formali e funzionali

Le regioni economiche possono essere individuate in due modi. Il primo individua delle

regioni formali in base a certi attributi che caratterizzano pressappoco allo stesso

modo tutti i l

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lorenzo21061 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia, ambiente e paesaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Torino o del prof Santangelo Marco.
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