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Filosofia della prassi umana

Hannah Arendt: introduzione

Riguardo alla sua vita, Hannah Arendt nasce nel 1906 da una famiglia ebrea in Germania; nel corso della sua vita è stata una pensatrice a lungo dimenticata perché i suoi inizi accademici avvengono negli anni '30, anni della ascesa di Hitler e della formazione della Germania nazista, che costringe la sua famiglia a spostarsi in giro per l’Europa, abbandonando temporaneamente i suoi studi, spostandosi prima a Parigi con la madre e poi nel 1940 negli Stati Uniti.

Il suo periodo americano è molto particolare perché è negli Stati Uniti che raggiunge la sua fama, dopo aver lavorato per tirarsi fuori dalla miseria (come traduttrice, insegnante e giornalista) e dopo essere rimasta a lungo apolide fino al 1951, con la pubblicazione dell’opera “Le origini del totalitarismo”, a cui segue l’opera “Human condition” (1958), entrò nello start sistem della filosofia mondiale.

Nel corso della sua vita, lei amava definirsi come una teologa politica e anche come fenomenologa, con ambizioni di storica, piuttosto che filosofa; però lei viene definita come una filosofa scomoda perché aveva una sua idea di filosofia, cioè una filosofia che non deve essere una professione e che deve uscire dagli schemi rigidi, in quanto aveva visto troppi filosofi che si stavano allineando all’ideologia del Terzo Reich (tra cui Martin Heidegger). Con questo la Arendt si carica sulle spalle la responsabilità di dare una nuova vita alla filosofia ponendosi in una forma di rispetto nei confronti della disciplina.

La sua vita è strettamente collegata al suo pensiero perché ha speso una vita intera ad insegnare a pensare con la propria testa, un concetto che fu:

  • Un punto di forza, perché lei era una donna libera.
  • Una sventura, perché non si riuscì mai a collocarla politicamente; infatti questa difficoltà nasce anche dal fatto che per lei la filosofia sia uno “sporcarsi le mani” perché il filosofo non deve agire astrattamente ma deve denunciare i fatti umani reali.

Questo stretto collegamento tra vita e pensiero è dato anche dai suoi studi accademici ma soprattutto per la sua ebraicità, che le ha permesso di dare uno sguardo divergente alle cose, che lei non rinnegò mai perché si sentiva di essere diversa ma non inferiore (questo suo sentirsi diversa diventerà una timbrica delle sue opere); questa mentalità viene a lei inculcata dall’educazione ricevuta, ovvero secondo il modello della bildung: in particolare la bildung era una forma di educazione, principalmente rivolto ai maschi, alla vita politica (e quindi molto simile alla padeia greca) che ha preso piede in Germania grazie all’opera pedagogica di William Von Umbolt, che insegnava al bambino ad essere interiormente libero.

Grazie a questa educazione, la Arendt tratta il tema dell’educazione nel saggio “La crisi dell’educazione”, scritto negli anni '60, in cui lei riflette sulla crisi che aveva investito la società, ponendo l’educazione come un problema politico, sostenendo che questa crisi interpelli tutti gli uomini costringendoci a elaborare delle domande, tra cui il motivo per cui siamo venuti al mondo.

Attraverso questa domanda e la sua estraneità, entra in gioco la filosofia del natality, in cui fa parte il tema del bambino (che è presente in ogni sua opera), quello della dignità e della necessità di sentirsi protetti perché il regime nazista è entrato nelle case dei cittadini tedeschi.

Formazione e influenze accademiche

Tornando alla sua vita, Hannah Arendt conseguì l’abitur nel 1924, ottenuta precedentemente rispetto ai suoi coetanei, che le permise di frequentare due semestri presso l’università di Berlino, per approfondire lo studio del latino e del greco. All’interno di questa università, la Arendt seguì anche dei corsi di teologia cristiana tenuti da Romano Guardini, un teologo cattolico che guardava il cattolicesimo come chiave di comprensione del mondo, approfondendo lo studio verso alcuni autori importanti come Tommaso d’Aquino e Agostino di Ippona; in particolare la Arendt fu affascinata da Sant’Agostino perché egli:

  • Intuì la forza del gesto di nascere.
  • Tentò di Tenere insieme la vita attiva e contemplativa.
  • Si sforzò di comprendere il male, che per Agostino è causa deficiente ovvero il male alligna dove il bene è assente.

Dopo questo lungo periodo di prova, la Arendt decide di iscriversi all’università per approfondire il suo studio in ambito filosofico e teologico, frequentando i migliori atenei tedeschi come Heidelberg, Frieburg ma soprattutto Marburg, considerata la sua tappa più importante sia a livello scolastico in quanto si formerà la sua personalità filosofica sia perché li vi insegnava Martin Heidegger (stella della filosofia tedesca) con cui avrà anche una relazione.

Con Heidegger, la Arendt condividerà un amore tormentato, interrotto dopo 4 anni in quanto lei lo accusa di essere un nazista: questa questione non venne mai risolta definitivamente ma si pensa che Heidegger fu effettivamente un nazista perché acquisì la tessera di partito per fare carriera, diventando rettore dell’università di Frieburg (nel 1933) in cui tenne un discorso, ovvero “L’autoaffermazione della società tedesca” per cui si appella alla autorità di Hitler, e espulse studenti e docenti ebrei.

Oltre a ciò, Heidegger e Arendt condivideranno molte idee filosofiche anche se lei prende le distanze perché lei si occupa della filosofia della nascita e del venire al mondo mentre Heidegger riprese il solco della tradizione, tipica dei greci, ovvero la meditatio mortis per cui si vede la morte come banco di prova dell’umano; in particolare Heidegger elabora il concetto di Zein-zum-tode (cioè “essere per la morte”) in cui i trattini sono fondamentali perché esprimono il senso del valore della morte.

Però per certi aspetti, la Arendt fu influenzata da Heidegger e in particolare alla metafisica, ovvero quella parte della filosofia che si occupa di “cose alte”, in quanto tutti e due sostenevano che fosse astratta e troppo lontana dall’impegno quotidiano.

Opere principali

Riguardo alle opere, Hannah Arendt fu una grande scrittrice, estremamente feconda nel periodo americano, in cui tratta numerosi temi e usa diverse lingue.

  • “Concetto di amore in Agostino”: tesi di laurea e pubblicata da un editore berlinese, la Arendt tratta il tema dell’amore (nel periodo di rottura con Heidegger) dove lei sostiene, considerandola come una forza antipolitica, che una coppia quando è insieme esclude l’umanità, diventando una diade; l’obiettivo è quello di distruggere questa forza che può essere compiuta grazie al bambino che spezza diade a favore di un amore mondano. Inoltre questo è considerato il primo testo in cui la Arendt prende le distanze da Heidegger perché incomincia a valorizzare la nascita, partendo da Agostino, in cui sostiene che lui sia l’ideatore della filosofia della nascita perché si rende conto che nelle sue opere cristiane Agostino fa ricorso all’immagine salvifica della nascita (tra cui il termine “generatività”).
  • “Le origini del totalitarismo”: considerata come la base dell’opera “La banalità del male” e la più ampia trattazione del totalitarismo, questa è un’analisi sui regimi totalitari in Europa. Innanzitutto quest’opera presenta due edizioni, la prima pubblicata nel 1951 mentre la seconda nel 1958 in cui la Arendt inserisce l’ultimo capitolo “Ideologia e terrore” dove Arendt riprende Agostino. Una particolarità di quest’opera è che la Arendt esclude il fascismo dai regimi totalitari, riconoscendo quindi solo il nazismo e il comunismo; un errore molto grave perché il fascismo è la base dei totalitarismi mentre per lei i fascisti erano un gruppo di élite che tentò di controllare la Nazione mentre i nazisti e i comunisti erano dei gruppi popolari. Per questa ragione non venne considerata come una storica, perché le mancavano alcune letture storiche. Oltre a ciò, la filosofa elenca delle caratteristiche dei regimi totalitari:
    • Assenza di libertà.
    • Presenza di un capo carismatico.
    • Processo di massificazione: cioè lo scioglimento delle divisioni di classe a favore di una creazione di una massa unica dove si perdono le originalità.
    • Distruzione della proprietà privata: l’obiettivo dei regimi totalitari era quello di controllare le sfere private degli individui.
    • Ideologia: gli individui vengono colpiti con l’obiettivo di nientificare l’essere umano.
    • L’uso della violenza.
    Con queste caratteristiche, la Arendt ritiene che le macchine totalitarie siano un’espressione del '900, ponendo una differenza tra i totalitarismi e le oligarchie (che secondo lei non sono delle macchine totalitarie perché non presentano le caratteristiche tipiche del totalitarismo).
  • “Rahel Varnhaghen. Storia di una donna ebrea”: commissionato da Heidegger, è una biografia per Rahel Varnhaghen, una intellettuale berlinese che attirò attorno a sé molti intellettuali. È un’opera accidentata, in quanto venne stesa più volte a causa di alcuni eventi come:
    • 1933: ascesa del regime nazista.
    • 1940: fuga da Parigi.
    • 1960: periodo americano.
    Inoltre quest’opera è considerata la meno filosofica perché racconta ben poco della filosofia fenomenologica arendtiana, però ritorna il concetto della nascita, assieme ad altri elementi tipici della Arendt, intrecciandolo con le lettere e i diari dei Rahel arrivando così alla creazione di un vero e proprio saggio filosofico.
  • “The human condition”: pubblicato nel 1958, esso è un testo di antropologia filosofica in cui il tema principale è le azioni dell’essere umano. In particolare nel V capitolo dell’opera è presente una celebre frase: “Non siamo nati per morire ma siamo nati per incominciare”; qui emerge la riflessione all’essere umano che viene condizionato dai mercati, dalla massificazione e della cattiva politica. Infatti l’opera in sé si presenta come una riflessione sulla scienza e su come sta prendendo il sopravvento sull’umanità, con la proposta di riscoprire l’essenza dell’uomo.
  • “La banalità del male”: è una raccolta di articoli che Arendt scrisse per un giornale newyorkese, ponendosi corrispondente per seguire il processo di Adolf Eichmann e quindi si sentì in dovere di essere in quella macchina processuale. La tesi del libro è il fatto che il male alligna dove c’è la banalità e quindi la Arendt sostiene che ognuno di noi può compiere del male. Con quest’opera lei riuscì a tirarsi su di sé numerose critiche e minacce di morte, segnando un passaggio cupo, perché lei parla di collaborazionismo degli ebrei con i nazisti.
  • “Sulla rivoluzione”: pubblicata nel 1963, è un testo politico in cui la Arendt si occupa dei grandi movimenti rivoluzionari come la Rivoluzione francese, russa e americana, usandoli come oggetti di riflessione sul tema filosofico della libertà. Particolare di quest’opera è la comparsa del bambino alba, presente nell’opera virgiliana “Le bucoliche”, cioè un bambino che porta speranza all’umanità.
  • “The life on mind”: è un’opera postuma, pubblicata dopo la sua morte (nel 1975) dall'amica Mary McCarthy, pensata in segmenti (tantoché mancava il segmento conclusivo) e che doveva fungere da testamento politico.

Filosofia della prassi umana: il natality

Il natality è la categoria centrale del pensiero politico della Arendt; con questo termine, la fenomenologa introduce una nuova categoria di pensiero proponendo la condizione di essere bambini alla riflessione filosofica occidentale, che ha sempre escluso questa visione a favore dell’abbandono del mondo.

Il Novecento per Arendt è stato il secolo della tragedia in quanto era accaduto ciò che non si era mai, ovvero che le macchine totalitarie avevano:

  • Fatto andare in crisi i pilastri della civiltà (in particolare la filosofia e la giurisprudenza).
  • Avevano distrutto l’umanità.

Di fronte a ciò, c’era bisogno di qualcosa che aiutasse a ricostruire la civiltà e Arendt investì sul natality; questa venne considerata come una scelta inconsapevole, come sostenuto da Hans Jonas, perché lei non si era resa conto di aver lavorato su un “dato imbarazzante”, ovvero un elemento lasciato trascurato, e di aver portato in emersione una nuova categoria.

Di fatto il rimando che Arendt fa alla categoria della natalità è non sistematico, ovvero una filosofia che non ha una teoria ben definita di natality ma è affidata a delle immagini evangeliche, e in particolar modo il bambino che nasce, che hanno la funzione di apologo cioè che vanno a sottolineare dei passaggi importanti delle sue opere.

In tutto ciò il termine natality, un termine non traducibile perché si perdono molte semantichedella lingua inglese, compare per la prima volta in un diario intellettuale, in cui la Arendt annotava i suoi pensieri: in particolare nell’aprile del 1952 la fenomenologa scrive in un appunto singolare una prima riflessione sul natality, sostenendo che i bambini sono coloro che salvano il mondo quando è invecchiato.

Da questo appunto segue una lettera del maggio 1952 in cui la Arendt incomincia a riflettere sul venire al mondo. L’anno successivo la Arendt lavorò all’articolo “Ideologia e terrore” in cui incomincia ad usare il concetto di venire al mondo come una sorta di antidoto al male totalitario e fa esplicito riferimento alla nascita e al suo potere salvifico sostenendo che è la nascita quell’elemento che salverà il mondo dalla desertificazione; quindi la nascita assume il ruolo di essere un momento politico, che riguarda tutti, in quanto siamo generati da altri uomini e appariamo tra altri uomini e di conseguenza il venire al mondo è la prima forma di agire dell’essere umano.

Però una lettura semplificata della nascita del concetto di natality tra gli studiosi di Arendt ha sovralimentato una interpretazione esistenzialista dello sforzo della pensatrice di dare alla politica post-totalitaria un antidoto filosofico che potesse riscattare la civiltà dalle conseguenze delle macchine totalitarie.

In effetti si può cedere alla tentazione di interpretare il concetto di natalità a partire dall’analisi di Martin Heidegger, all’interno della sua opera “Essere e tempo” (1927), inteso come “anfang” (inizio); però il filosofo non sviluppa il tema del cominciamento a vantaggio dello “sein-zum-tode” in quanto attratto al tema della morte e sostenitore che la pulsione verso la morte sia fondamentale per comprendere il senso dell’esistenza umana.

Secondo altri studiosi, il termine natality deriva dal termine “geburtig” (nativo), sempre di matrice heideggeriana, che va a descrivere “l’esserci” di Heidegger, che è deciso dalla tode.

Oltre a tutto ciò, la nascita del natality si deve anche grazie alla critica della Arendt nei confronti della filosofia greca, che si è resa inospitale per colui che viene al mondo.

Questo atteggiamento è mutuato dalla mitologia, che è un insieme di narrazioni fantastiche a cui l’essere umano si affidava per comprendere l’ambiente circostante, la quale presenta un comportamento ostile nei confronti della nascita a causa dell’uranismo culturale: in particolare Urano (signore dell’universo), temendo che i suoi figli potessero sottrargli il potere, li nascondeva appena nati sottoterra tranne Crono, che si salva, ma anche lui temendo la stessa sorte del padre, divorava i figli appena nati.

Per la Arendt, quindi, la filosofia assume un atteggiamento così ostile perché ha ereditato un pregiudizio culturale, che è diretta conseguenza del processo di desensibilizzazione, che ha costretto il filosofo ad essere diffidente a tutto ciò che innova.

Da qui la Arendt imputa Anassimandro da Mileto (610 a.C. – 547 a.C.), uno degli iniziatori della filosofia occidentale, perché guardava la nascita come un giorno imperfetto, ovvero una sorta di peccato (in quanto chi nasce rompe una quiete eterna) che deve essere espiata con la morte.

In particolare la Arendt punta su Anassimandro perché fu autore del cosiddetto “Frammento anassimandreo”, il testo filosofico più antico che ci sia pervenuto, in cui si tratta il tema della nascita. Analizzando il frammento, si possono trovare alcuni elementi molto importanti:

  • Gli studiosi hanno dibattuto sulla veridicità del testo: senza arrivare ad una concludione definitiva, la maggioranza dei dossografi tende ad accettarlo come autentico.
  • Il termine “dissoluzione” significa morire: con questo Anassimandro indica la morte necessaria per colui che è nato, che è condannato a vivere ammalandosi e invecchiando.
  • Il suo stile è prosaico ma è una prosa poetica, in quanto i primi filosofi sono contaminati dal mito.
  • Il testo si divide in due parti:
    • Nella prima parte, in cui si fissa il tema principale, si può notare una struttura a chiasmo tra “Donde-la viene” e “Nascita- distruzione”.
    • Nella seconda parte, viene fornita la spiegazione attraverso l’uso di parole poetiche, comuni e giuridiche.
  • L’espressione “Legge del tempo” è un riferimento a Crono, divinità del tempo: in particolare nel contesto il tempo assume un ruolo centrale nella comprensione e riflessione sul ciclo della vita e della morte.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Simone-Murdaca di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della prassi umana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Alessandri Andrea.
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