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Filosofia del diritto - lezioni

Appunti di Filosofia del diritto sulle lezioni del professor Mario Palmaro con particolare attenzione ai seguenti argomenti: definizione di filosofia, la filosofia come attività umana, l'essere umano come realtà fragile secondo il pensiero di Blaise Pascal, l'aggressione nei confronti della metafisica.

Esame di Filosofia del diritto docente Prof. M. Palmaro

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di perfezione. La loro causa è Dio. Siccome i gradi di perfezione nel mondo sono imperfetti, la

distribuzione dei gradi è opera di Dio.

Via del finalismo. Essere Finalizzati significa avere una propensione verso il conseguimento di

• certi precisi fini. Una realtà è finalizzata quando è orientata verso un certo obiettivo. Una cosa

è finalizzata se agisce costantemente per raggiungere uno scopo. Si può dire che è finalizzato

anche un oggetto realizzato dall’uomo quando questo oggetto risponde a determinati obiettivi

in modo sistematico. Il telefonino è finalizzato a chiamare e costantemente risponde a questi

obiettivi. Quando diciamo che una certa cosa risponde costantemente a un obiettivo ciò

comporta tre conseguenze inevitabili:

A. Bisogna conoscere il fine da perseguire

B. Occorre conoscere i mezzi che ci permettono di raggiungere il fine

C. Occorre operare concretamente per mettere in atto i mezzi che ci permettono

di raggiungere il fine

Se devo andare in aereo da Milano a Roma faccio il biglietto. Nel compiere questo gesto sto

facendo un atto finalizzato che presupponeva la conoscenza del fine, dei mezzi, attraverso un

comportamento concretamente perseguito che serve per raggiungere questo fine. Se manca uno

di questi tre passaggi cesso di operare come una realtà finalizzata. Questa descrizione si può anche

riassumere dicendo che il finalismo si esprime in tre modalità:

A. La direzionalità

B. La cooperatività

C. La funzionalità

Esiste un finalismo quando si osservano queste caratteristiche:

Direzionalità: i processi naturali si ripetono sempre attraverso certi schemi che passano da fasi di

organizzazione più modesta a fasi più complesse.

Cooperatività: gli elementi naturali si coordinano e cooperano fra loro.

Funzionalità: nell’organismo le parti agiscono come un tutto integrato.

La realtà del finalismo riconosce una serie di fatti molto complessi. Per poter esserci un finalismo è

necessaria la compresenza di questi fattori. Il finalismo è estremamente complesso. Tommaso dice

che osserviamo che alcune cose che esistono in natura, pur mancando di conoscenza, di

intelligenza, agiscono per un fine. L’apparato boccale della farfalla che serve per suggere il nettare

è complicato e ha sempre la stessa funzione, ma non può essere ritenuto intelligente. Tuttavia

questo apparato funziona secondo obiettivi ben precisi. Le parti cooperano per conseguire i fini

specifici dell’apparato e per garantire la sopravvivenza della farfalla. Tutto ciò che non ha

conoscenza non può muoversi verso un fine. Un qualcosa che non ha conoscenze non po’

muoversi verso un fine a meno che non sia governato da qualche ente dotato di conoscenza e

intelligenza. Se vedo una freccia scoccata che colpisce il bersaglio o la freccia è dotata di una sua

intelligenza, oppure qualcuno l’ha scagliata. Quindi, siccome nella natura esistono realtà prive di

intelligenza che non conoscono un fine ma che operano in vista di un fine ben preciso non se ne

può che ricavare che esiste un essere intelligente dal quale dipendono tutte le cose presenti in

natura. Esiste una volontà capace di orientare tutte quelle realtà che di per sé stesse non

sarebbero in grado di orientare la volontà stessa. Nella natura tutta una serie di cose operano per

uno scopo ben preciso. Questo tipo di ragionamento ha trovato delle assonanze anche nel

pensiero contemporaneo. Il fisico Kustler scrive: “Supponiamo che nel corso dei prossimi voli

lunari venga esplorata la faccia sconosciuta della luna, quella che non vediamo mai. Supponiamo

che gli astronauti scoprano una fabbrica automatica che produce alluminio. Esistono attualmente

sulla terra fabbriche totalmente automatiche. Essi ne dovrebbero forse concludere che il caso ha

creato tale fabbrica o che degli esseri intelligenti sono discesi sulla luna prima di essi e l’hanno

costruita? Ambedue queste possibilità sono reali, ma sarebbe logico che il caso ha unito le

molecole in modo da creare siffatta fabbrica? Nessuno accetterebbe questa interpretazione. In un

essere vivente troviamo un sistema infinitamente più complesso di una fabbrica automatica. Voler

ammettere che il caso ha creato tale essere mi sembra assurdo. Se esiste un programma, non

posso ammettere programma senza programmatore. Questo discorso cerca di essere un modo per

sintetizzare il senso dell’argomento finalistico che attende ancora aggi di essere smantellato con

argomenti logici. Nella realtà esistono esseri finalizzati ma risulta impossibile spiegarli senza

ricorrere a un ente che li ha creati.

Filosofia Dic. 11

Testi d’esame: Vanni Rovighi; “Conoscere la verità” di Aguilar Gonzalez; Fides et Ratio; Veritatis

Splendor; Assoluti morali di John Finnis.

Riprendiamo il tema delle vie con le quali la filosofia ha tentato di dimostrare l’esistenza di Dio dal

punto di vista razionale. Integriamo quanto detto con la posizione del magistero della Chiesta

Cattolica. Essa afferma che “Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con

certezza con il lume naturale della ragione umana partendo dalle cose create”. Questa

affermazione (dogma di fede) non afferma che la conoscenza di Dio è automaticamente alla

portata di tutti, ma dice che l’esistenza di Dio può essere conosciuta dalla ragione umana, quindi

anche in una fase che può essere precedente alla rivelazione. La rivelazione invece fornisce delle

importanti informazioni sulle caratteristiche di questo Dio. L’uomo ha questa capacità perché è

creato a immagine di Dio. “Tuttavia, nelle condizioni storiche in cui si trova, l’uomo incontra molte

difficoltà per conoscere Dio con la sola luce della ragione”. L’uomo, ferito dal peccato originale,

non soltanto sperimenta una ferita nella sua volontà, ma sperimenta anche dei limiti nella sua

capacità di comprendere. “Per questo l’uomo ha bisogno di essere illuminato dalla rivelazione di

Dio non solamente su ciò che supera la sua comprensione, ma anche sulle verità religiose e morali

che di per sé non sono inaccessibili alla ragione”.

La filosofia ci dice delle cose sulle caratteristiche di Dio. Il primo aspetto da notare è che la

conoscenza di Dio avviene per via remotionis, cioè avviene attraverso il fatto che l’uomo con

raziocinio percepisce una serie di realtà che vede nel mondo creato. L’uomo si accorge di vivere

nel tempo. Quando diciamo di Dio per via remotionis intendiamo dire che quando parliamo del

concetto di eternità parliamo di un concetto che non sperimentiamo direttamente, ma viviamo la

dimensione del tempo, della finitudine. L’uomo arriva a dire qualcosa di Dio dicendo di lui

esattamente ciò che non è presente qui adesso in modo pieno. Siamo nel tempo, ma Dio è

eternità. Dio è l’essere sussistente. Su questo essere possiamo dire alcune cose e caratteristiche.

Questo essere sussistente è un essere comune a tutte le cose, cioè se è identificabile con le cose

create? Se si dovesse affermare ciò dovremmo sposare una concezione panteista: l’idea che il

mondo si identifica con Dio stesso. Questa concezione presenta vari problemi, tra cui il fatto che le

cose create sono caduche, non sono causa a se stesse. Altro tema è la creazione. Come si può

parlare di Dio Creatore? Molti filosofi che hanno creduto all’esistenza di Dio non sono stati in

grado di parlare di lui come creatore. Il mondo greco ci presenta un dio plasmatore ma che non è

la causa prima. L’atto creativo di Dio è un atto libero o necessario? Aristotele non riusciva a

concepire un Dio che crea liberamente. Nella descrizione di Dio di Aristotele la dimensione

dell’amore non è originata da Dio ma è subita da Dio. Dio è amato dalle creature ma non ama le

creature del mondo. Nella rivelazione cristiana Dio è amore. Il Dio cristiano non è un architetto che

ha dato un colpo al mondo. Dio ha creato con amore il mondo e continua ad amarlo. La creatura

esiste perché continuamente voluta dal Creatore. Questo rapporto continua per tutta la storia.

Plotino e S. Bonaventura contestano l’idea di Aristotele secondo la quale Dio non conosce il

mondo che crea. Mettono in luce come l’atto creativo di Dio non può essere concepito che come

un atto libero. Se così non fosse bisognerebbe concepire un dio limitato in una delle sue qualità

più importanti, cioè la libertà. La conseguenza importante del fatto che la creazione è un atto

libero e non necessitato è che il vero e il bene sono predicati trascendentali dell’essere. In altre

parole significa che la realtà creata è vera e buona intrinsecamente in quanto è stata liberamente

voluta da Dio. Il creato, proprio perché voluto da Dio, non può che essere buono e vero in sé

stesso. In virtù di questo fatto è possibile concepire il mondo creato come buono e vero ed è

possibile concepire anche il concetto di Provvidenza.

Problema della verità nella Veritatis Splendor (1993).

Il titolo di questa enciclica è già un’anticipazione di quella che è la tesi di Giovanni Paolo II: lo

splendore della verità. L’idea che la verità abbia una sua forza in grado di imprimersi in noi. A

questo titolo si può opporre l’oscurità della verità, che per molti pensatori di oggi rimane qualcosa

di difficilmente conoscibile. Ci occuperemo di gnoseologia per fare una riflessione sul modo in cui

l’uomo conosce. Fare filosofia della conoscenza significa filosofare sul modo in cui l’uomo conosce.

Il conoscere è un atto che compiamo in modo fisiologico. Vediamo la realtà senza aver fatto

filosofia della conoscenza. L’attività del conoscere è un’attività innata nell’uomo. Di questa

enciclica del ’93 ci interessano gli scopi. Esistono due ragioni. Il primo motivo è di carattere interno

alla Chiesa. Il cristianesimo ha tra i suoi obiettivi fondamentali anche la necessità di indicare

all’uomo una strada. Bisogna rifuggire dall’idea che il cristianesimo sia soltanto l’affermazione di

un fatto. È certamente l’affermazione di questo fatto ma si pone anche il problema di diventare

una prassi. Se fosse solo il ricordo di un avvenimento del passato assomiglierebbe di più a una

teoria. Invece il cristianesimo è una comunicazione di esistenza (Kierkegaard). C’è la necessità di

proporre all’uomo concreto una strada percorribile nella vita concreta di tutti i giorni. C’è poi un

motivo esterno per cui è stata scritta l’enciclica. La Chiesa intende, quando fa riflessioni di natura

antropologica, aprirsi a tutta l’umanità e offrire la sua riflessione a ogni uomo di buona volontà.

Questo perché è buona norma ascoltare e conoscere ciò che la Chiesa ha da dire quando si occupa

di questioni che riguardano la vita dell’uomo. Soffermiamoci sul primo motivo, quello interno.

Joseph Ratzinger fa notare come la religione cristiana in origine venisse chiamata “via” o “strada”.

Questo significa che il cristianesimo impegnava e impegna l’essere umano allo sforzo di condurre

un certo stile di vita. La fede non è una teoria ma è una prassi. È sì necessaria una dottrina, ma non

è solo una teoria astratta. È necessariamente una prassi. In questo senso il tema della fede include

il tema della morale. Non si può ridurre il credere a generici e fumosi ideali. Oltre a degli ideali è

necessario che la dimensione del credere abbia anche delle indicazioni per la vita di ogni giorno.

Fin dall’inizio i cristiani si differenziano dalle altre forme di religiosità proprio perché hanno da

testimoniare non soltanto con un messaggio ma anche con una testimonianza vivente. Un

cristianesimo che fosse solo ideale non sarebbe più cristianesimo. L’avvento del protestantesimo

ha intrapreso un po’ quella via. Vi sarebbe un fenomeno rilevantissimo come la rivelazione e

l’incarnazione, ma poi si lascerebbe vagabondare l’uomo senza indicare delle inclinazioni morali

certe. Da questo punto di vista questo compito di aiutare l’uomo a trovare la strada è il compito

che la Chiesa rivendica anche nell’epoca moderna. Sul secondo motivo bisogna partire da una

considerazione: il problema di cosa sia giusto e ingiusto è problema di ogni uomo e oggi più che

mai è una ragione che coincide con la stessa sopravvivenza dell’umanità. Se l’umanità smarrisce la

via, la sua stessa sopravvivenza è in pericolo. Esiste anche una ragione esterna della pubblicazione

di questa enciclica: la possibilità dell’uomo di conoscere la verità e i valori; la capacità dell’uomo di

riconoscere se un’azione è buona o cattiva. La modernità tende a mettere fortemente in dubbio la

capacità dell’uomo di conoscere la realtà. Si può descrivere questo fatto anche dal punto di vista

morale. Tutti i principi a cui facevamo riferimento vengono messi in discussione. Se l’uomo non

può conoscere la verità non può conoscere cosa è bene e cosa è male. Questo fatto è così diffuso

che molti pensatori hanno sostituito la domanda classica della riflessione morale che è “che cosa è

lecito fare all’uomo?” con la domanda “che cosa siamo in grado di fare?”. Questo salto logico pone

sullo stesso livello ciò che l’uomo può fare con ciò che è lecito fare. Oggi per poter mettere al

mondo un figlio si può utilizzare la fecondazione in vitro. Fino al 1978 non era possibile. Oggi sì. La

domanda morale è “è lecito fare questo ancorché è diventato praticabile?”. Oggi si tende a fare

questo capovolgimento logico: se è praticabile allora è lecito. In questo la riflessione morale stessa

viene spazzata via perché la caratteristica della riflessione morale sta proprio nel chiedersi se una

cosa che sono in grado di fare sia lecito e giusto farla. La domanda morale è sempre su qualcosa

che l’uomo è in grado di fare. Dobbiamo constatare che l’uomo contemporaneo tende a far

identificare la praticabilità di una certa azione con la liceità dell’azione medesima. Su tutte le

frontiere dell’etica si tende a fare questa identificazione: se si può fare perché non farlo. Questo è

uno dei paradossi della tecno-scienza. Oggi viene chiamato “imperativo tecnologico”: se è

possibile farlo non soltanto è possibile farlo ma devi farlo. Questa visione tecnica ha messo in crisi

il parametro della veridicità. Viene preso per vero solo ciò che è matematicamente dimostrabile.

Siccome la morale, per sua natura, non rientra fra le branchie del sapere umano dimostrabili con

una forma algebrica, la morale scivola inesorabilmente nel territorio dell’opinabile. La nostra

società tende a ritenere che solo che è dimostrabile matematicamente è vero. Se la morale

diventa opinabile ecco che il relativismo di diffonda a macchia d’olio. Bisogna invece fare

riferimento a assoluti morali, affermazioni valide in sé stesse. In questo scenario, in cui la morale è

il territorio dell’opinabile, il massimo grado del valore è la tolleranza di tutti i pensieri. Questo

relativismo si diffonde e ci si deve affidare alla saggezza del singolo, all’autodeterminazione. La

morale classica basata su un criterio di oggettività viene messa in crisi con la relativizzazione

generale e si propongono nuovi modelli di morale:

A. Modello teleologico (da telos, che guarda alla finalità dell’azione). La riflessione morale viene

spostata sul fine per cui si compie una certa azione

B. Modello consequenzialista. Si giudica della bontà di una certa azione tenendo conto delle

conseguenze della sua azione. Le conseguenze previste ci permettono di dire se quella persona

sta agendo correttamente o meno.

C. Modello proporzionalista. Bisogna perseguire l’azione che promette di garantirci in

proporzione il miglior rapporto tra male e bene. Non c’è più un’azione di per sé cattiva ma

anche un’azione cattiva può essere accettata dalla morale se promette dei risultati positivi.

Sono approcci caratterizzati da un dato originario comune: non possiamo conoscere una norma

che derivi dall’essenza stessa dell’uomo e delle cose. La morale classica dice che uccidere è

sbagliato di per sé perché l’uomo è un bene assoluto. Chi uccide l’innocente sta violando questo

valore. La moralità dell’atto umano non dipende più dal contenuto dell’atto in se stesso ma dalle

conseguenze dell’atto. Il concetto di buono in se stesso non esiste più ed è rimpiazzato da una

sorta di equazione quantitativa. Il buono è sempre relativo rispetto a un altro atto.

Filosofia Gen. 8

Nell’ultima lezione avevamo visto diversi approcci morali che superano l’impostazione classica a

proiettano l’attenzione della ragione non tanto sull’azione in se stessa quanto piuttosto sulle

conseguenze dell’azione (concezione teleologica, consequenzialista, proporzionalista). Sono tre

grandi modelli di riflessione morale che hanno conosciuto un certo successo che vengono criticati

dalla Veritatis Splendor. Questi modelli peccano di alcuni errori. L’elemento comune di questi tre

modelli è che si presuppone che l’essere umano non sia in grado di conoscere una norma

derivante dall’essenza stessa dell’uomo e delle cose. Quindi non è possibile questa essenza e

ricavare un giudizio morale di tipo assoluto. L’immoralità di una certa condotta non dipenderebbe

dal contenuto dell’atto compiuto ma dalle conseguenze dell’atto. l’attenzione del giudizio morale

viene spostato dall’atto alle conseguenze dell’atto stesso. Il concetto di buono e cattivo in sé

evapora e viene sostituito da una sorta di comparazione: buono è ciò che è migliore di

qualcos’altro. Questi tentativi del pensiero moderno rispondono a un desiderio legittimo di

cercare di superare i problemi rappresentati da una concezione relativista. Il relativismo è una

forma di pensiero molto diffusa: l’uomo rifiuta la capacità di conoscere le verità oggettiva. La

verità oggettiva è una verità evidente o conoscibile. Il relativismo nega che si possa riconoscere

una verità oggettiva. Vi rimando al messaggio che Papa Benedetto XVI diffuso in occasione della

giornata mondiale della pace: “I diritti umani hanno senso e sono fondati se a loro volta si fondano

sulla dignità della persona umana. Viceversa, nel pensiero contemporaneo, proprio per il prevalere

di questa deriva relativista, c’è la tendenza a negare la definibilità di una natura umana oggettiva,

cioè di un valore intrinseco della persona. Si preferisce dire che esistono i diritti fondamentali della

persona umana ma essi non poggiano su un assoluto, su un valore che sia oggettivo”. La riflessione

filosofia produce effetti molto pratici sulla vita. C’è una pluralità di definizioni dell’uomo

contraddittorie che fanno entrare in crisi l’oggettività dei valori dell’uomo. Questi tre approcci

cercano di superare le aporie del relativismo ma senza successo. L’enciclica ha certamente una

valenza pastorale ma sviluppa anche una riflessione di carattere squisitamente antropologico.

L’enciclica dita la lettera ai Romani: “Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura

agiscono secondo la legge, essi pur non avendo legge sono legge a se stessi. Dimostrano che

quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e

dei loro stessi ragionamenti”. Esiste nei cuori umani un bisogno di verità. La riflessione sulla verità

non è una riflessione confessionale ma è aperta a tutti gli uomini. Questa riflessione sul problema

della verità in fondo non è un problema individuale, di coscienza? Perché discutere su queste

questioni, quando si può tranquillamente dire che ognuno la pensa come vuole? Nelle questioni

tecniche si impone un’oggettività quasi dogmatica, ma quando si passa al terreno della filosofia

tutte le conclusioni sono ritenute equivalenti. Il fare filosofia significa riflettere sull’uomo: per cui

la filosofia non deve creare sistemi coerenti al loro interno, ma sistemi coerenti con la verità e con

l’uomo. Il problema è un problema collettivo, che riguarda un bene comune. Fare una riflessione

sul problema della verità tocca anche questioni che riguardano il bene comune. Circa la struttura

dell’enciclica, abbiamo detto che essa partiva da una doppia prospettiva, una interna e una

esterna. L’enciclica parte dal commento di un brano evangelico di Matteo molto noto, l’episodio

del giovane ricco: “Ecco, un tale gli si avvicinò e gli disse: <> Egli rispose: <>. Ed egli chiese: <>.

Gesù rispose: <>. Il giovane gli disse: <>. Gli disse Gesù: <>. Udito questo, il giovane se ne andò

triste, perché aveva molte ricchezze. Gesù allora disse ai suoi discepoli: <>. A queste parole i

discepoli rimasero costernati e chiesero: <>. E Gesù, fissando su di loro lo sguardo disse: <>”. Come

tutti i brani del vangelo, vi è dentro una grande ricchezza. Al papa interessa piuttosto la prima

parte del dialogo. In questo brano c’è un evidente riferimento a uno dei problemi fondamentali

della riflessione filosofica. Il problema del senso della vita e di riflesso il problema del bene e del

male. Non siamo di fronte a una predicazione morale di tipo astratto, ma a prendere l’iniziativa in

questo dialogo è stato il giovane. Il giovane chiede cosa si deve fare per avere la felicità, la vita

eterna. Questa domanda è una domanda squisitamente umana. All’origine di tutto c’è una

domanda che tutti ci portiamo dentro sul senso della vita (non in astratto, ma in concreto). La

domanda sul senso della vita diventa anche una domanda sulla via da seguire. Vi è la percezione

da parte dell’uomo che comunque il senso è un problema di strada da percorrere. Il giovane ricco

chiede difatti cosa “deve” fare. Il giovane ricco è in una posizione già avvantaggiata. Ha già chiaro

quale è lo scopo della vita. Ha chiaro anche che la domanda di felicità può trovare una domanda

reale. Il giovane ricco non è disperato ma sa che esiste il senso della vita e che questo scopo è

perseguibile concretamente. Il fatto che il giovane abbia chiesto al maestro dei consigli manifesta

il fatto che l’uomo, da solo, non è in grado di trovare una risposta completamente esauriente circa

il senso della sua esistenza. La risposta, suggerisce il vangelo, è in Cristo, che ha la risposta giusta. È

una risposta che passa per la riaffermazione di valori che Cristo non rinnega. I precetti ripetuti da

Gesù vengono dall’antico testamento. Il giuramento di Ippocrate, redatto sull’isola di Cos,

contiene una serie di precetti che coincidono con quelli detti da Cristo. Ciò vuol dire che c’è una

riconoscibilità di quella legge naturale che il giovane ricco riconosce già da sé. Gli viene chiesto poi

un passo ulteriore che il giovane non è disposto a compiere. La domanda che ognuno ha nel cuore

è “cosa devo fare per avere una vita piena, felice?”. L’altro spunto di riflessione è la schermaglia

sul concetto di bontà. Tutti gli uomini ricercano il bene. Anche quando l’uomo insegue un male

sempre è convinto di fare qualcosa che gli porti un giovamento. Questo aspetto non deve mai farci

dimenticare che l’uomo non si identifica con il bene. L’unico buono senza limitazioni è Dio.

Raggiungere una vita morale significa tentare di assomigliare a Dio. I dieci comandamenti sono

una sorta di identikit di Dio. C’è un legame intrinseco tra i precetti morali e il bene dell’uomo. I

precetti di Dio rispondono alle buone esigenze dell’uomo. Seguendo i principi morali l’uomo

realizza la vita buona. Il Dio cristiano è razionale. Quando dice all’uomo “non uccidere” dà non

solo un comando ma un mezzo per vivere bene. Ciò che è buono però non sempre è facilmente

raggiungibile. Spesso si accompagna a una serie di rinunce e conflitti. La complessità dell’umano

deriva dal fatto che l’uomo può compiere il male pur sapendo che una certa azione è male. Una

volta che ho riconosciuto il bene e il male non ho ancora messo in atto una vita morale perché

posso essere incoerente. Questa riflessione estrapolata richiama il tema della legge naturale. Chi

cammina sulla via del decalogo è una persona sulla via di Dio. Cercando Dio si cerca una vita

morale e viceversa.

La riflessione sulla verità coinvolge il tema della libertà. La riflessione sulla libertà, dopo la caduta

del muro di Berlino, è riconsiderata. C’è una concezione della libertà oggi molto diffusa che fa

coincidere la libertà con l’arbitrio. Essere liberi significa oggi poter fare ciò che si vuole. Questa

riduzione è distruttiva perché taglia in modo forte qualsiasi rapporto tra il concetto di libertà e

quello di verità. La domanda sulla verità è la chiave di lettura per cogliere il significato del concetto

di libertà. La verità può essere trovata nel nostro essere uomini in quanto tali, cioè nella nostra

essenza. La verità non è un concetto altro all’uomo, ma trova fondamento in una corretta

antropologia. Il discorso sulla legge naturale non nasce con il cristianesimo ma è presente

genericamente nei filosofi classici. La legge naturale è una legge razionale. La legge naturale è –

per Tommaso d’Aquino – la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio. La ragione umana rientra

nella condizione umana. Questa natura umana ha una imperfezione intrinseca, non è onnisciente,

non è la ragione di Dio. Oltre questa difficoltà intrinseca, la modernità è viziata dal diffondersi di

una mentalità neomanichea, cioè il corpo dell’uomo viene considerato come un involucro

biologico del tutto alieno rispetto ai beni morali più profondi. L’idea per cui da una parte c’è il

corpo dall’altra c’è lo spirito è un errore che viene da lontano e che consuma un grave tradimento

ai danni di una corretta antropologia, perché descrive l’uomo in una realtà in cui l’uomo sarebbe

svincolato dall’anima e dalla dimensione dei valori. Questo modo di procedere è erroneo perché

l’uomo è una totalità psicosomatica. Chi fa questa divisione tra beni di ordine morale e di ordine

premorale. Secondo questa concezione ci sarebbero dei beni morali (l’amore per Dio, la

benevolenza verso gli altri, le virtù), e ci sarebbero dei beni premorali (salute, integrità fisica, ecc.).

Si ritiene se con un certo atto vengono lesi i beni premorali l’azione non è moralmente ingiusta. Ci

si sofferma su una distinzione che ha lo scopo di assolvere tutta una serie di atti con questo

escamotage. Ciò che conta è l’intenzione del soggetto. Se il soggetto ha agito con una intenzione

buona, questo sarebbe di per sé sufficiente a rendere buona l’azione che ha compiuto. Questo è

un errore. L’atto umano è sempre scindibile in tre aspetti: scopo, mezzo e circostanze. Per valutare

la bontà di un’azione morale occorre che tanto l’oggetto che lo scopo siano buoni. Uno scopo

buono non è sufficiente a rendere buona un’azione che sia oggettivamente cattiva (cioè, il fine

non giustifica i mezzi). In questo modo l’etica e morale si riduce a scienza delle buone intenzioni.

Per definire se una azione è giusta o sbagliata occorre accordarsi su chi sia l’uomo. L’etica prende

le mosse da una corretta antropologia. Il problema è che si presuppone l’impossibilità di una

conoscenza metafisica. Questo errore del pensiero moderno si ripercuote sulla riflessione morale.

Si dice che oggi non conosciamo l’essenza delle cose; quindi non conosciamo chi è l’uomo; quindi

non possiamo elaborare un sistema morale di carattere oggettivo. Le etiche moderne (Teleologia,

proporzionalismo, consequenzialismo) rinunciano al concetto di essenza e si rifugiano in un’etica

della discussione. Parliamo di etica della discussione perché assistiamo alla creazione di nuovi

modelli etici che legano mani e piedi al criterio del consenso. È impossibile conoscere chi è l’uomo.

È impossibile ricavare un criterio oggettivo. Allora si passa a un’etica della discussione per

conoscere il consenso dei più. Questo consenso definirà i contenuti di un’etica che però è in sé

stessa transitoria, perché il consenso è per sua natura un concetto in trasformazione. Un esempio

di assoluto morale è uccidere l’innocente. Oggi, con l’etica del consenso, uccidere un innocente è

sempre sbagliato? Discutiamone. Se dalla discussione vien fuori che esiste un consenso per

derogare il principio modifichiamo il principio. Questo è lo scenario dell’uomo contemporaneo. La

discussione non può essere considerato come ciò che genera la verità. La verità non è il risultato di

un dibattito, ma precede il dibattito. Questa affermazione oggi è profondamente provocatoria.

L’idea diffusa è che la verità è qualcosa creata dal confronto. Questo dal punto di vista logico non

sta in piedi. L’incontro fra pluralità può generare il compromesso per la convivenza, ma non la

verità. Non si può dire che un confronto genera la verità. Anche nella società democratica e

pluralista il confronto non genera verità, ma può essere a volte il sepolcro della verità. La verità

non può essere messa ai voti. Se la democrazia è solo un sistema nel quale la maggioranza decide

ogni cosa si creano presupposti per scelte di tipo totalitario. Il problema vero è cosa si può fare per

evitare che i sistemi di oggi imbocchino una deriva relativista. Per evitare ciò bisogna filosofare e

riconoscere valori non sottoponibili alla dialettica maggioranza-minoranza. La verità precede il

dialogo.

Rapporto fra riflessione morale e la natura umana. Un problema sollevato spesso nei secoli e nel

’900 è sulla possibilità dell’uomo di vivere una vita morale. Di ciò si trova eco nell’obiezione dei

discepoli a Cristo nel brano trattato. I discepoli dicono che allora è impossibile per un uomo ricco

entrare nel regno dei cieli. Allora una vita buona è qualcosa di bello ma di umanamente

impossibile. Questa è un’obiezione molto solida. Nella vita di tutti giorni tutte queste cose restano

sulla carta. Di solito si dice che chi parla di queste cose è poi incoerente. Quest’idea ha fatto sì che

quei concetti (proporzionalismo, teleologismo, consequenzialismo) sembrano proporre un

cammino più alla portata dell’uomo. È una sorta di diminuzione dell’esigenza morale a un livello

più basso. Alcuni pensano che sia impossibile formulare norme negative assolute (non rubare; non

uccidere). Queste dottrine dicono che è impossibile formulare delle norme negative assolute ma

bisogna valutare un atto a seconda dell’intenzione e dalla previsione delle conseguenze. Se ci si

pensa bene l’effetto di queste dottrine è da un punto di vista esistenziale esattamente il contrario.

Caricano l’uomo di un peso insopportabile: prevedere davvero tutte le conseguenze dei nostri atti.

Nessun uomo può valutare le conseguenze delle azioni che compie. È molto più semplice

riconoscere l’oggettività di un’azione. Mentire sul luogo di lavoro è sbagliato. Se entro nella

prospettiva proporzionalista entro in una spirale senza fine per valutare tutte le conseguenze.

L’altra deriva di queste dottrine è quella di tipo situazionistico. Sono concezioni che ritengono che

non esista un’oggettività morale ma che invece l’uomo debba risolvere i suoi problemi morali con

un’etica delle circostanze. A seconda della situazione si deciderà il da farsi. In queste dottrine

diventa importante il ruolo giocato dalla coscienza. Alcune dottrine negano la possibilità che si

riconoscano razionalmente dei precetti morali negativi. La soluzione è affidare il problema dei

precetti morali negativi alla coscienza individuale. A ogni individuo spetta scegliere e valutare se

quella azione è giusta o sbagliata per lui. Questa deriva comporta un problema insormontabile:

soggettivismo morale. Per questa dottrina non c’è un sistema i valori oggettivi. Nel pensiero

moderno i precetti morali negativi devono essere affidati alla interpretazione individuale della

coscienza. Questo passo fa sprofondare un sistema morale nelle sabbie mobili del soggettivismo.

Ognuno, a questo punto, rischia di interpretare la norma morale a suo uso e consumo.

Filosofia Gen. 15 A

Veritatis Splendor. In quest’enciclica sono riaffermati alcuni concetti fondamentali che ci

introducono al problema gnoseologico. Il titolo connota la presa di posizione. Si inserisce in una

concezione classica, Per buona parte della filosofia classica fino al XV sec. era dato per assodato

che la verità fosse conoscibile. La relazione del pensiero umano e del pensiero con la realtà erano

un elemento scontato. La verità si manifesta all’uomo. Ciò ha anche un’implicazione teologica: la

vera luce dell’uomo è Cristo. Inoltre, la verità non è facile ma è possibile. L’obbedienza alla verità

non è facile. Si inserisce in questo caso la ferita del peccato originale e si inserisce anche una realtà

intelligente, che la tradizione cristiana chiama satana, padre della menzogna. Una delle

caratteristiche di colui che opera per la perdizione delle anime è la menzogna. La verità si intreccia

in maniera stretta con una dimensione esistenziale drammatica della storia umana. La diffusione

della menzogna e dell’idea che la verità non sia conoscibile ha questa paternità. Questo rende più

difficile il cammino dell’uomo. Nella profondità del cuore di ognuno permane sempre la nostalgia

della verità assoluta e la sete di giungere alla pienezza della sua conoscenza. Il fatto che l’uomo si

contraddistingue sempre per una forte attività di ricerca è significativo dell’esigenza e della natura

dell’uomo. La verità si trasforma in una domanda inevitabile e trova una risposta in Cristo. Infatti

la domanda morale del giovane ricco è una domanda per tutti gli uomini, anche i non cristiani. C’è

l’invito a non conformarsi alla mentalità di questo mondo. Il compito che la filosofia ci insegna è

ragionare con la nostra testa. Il problema del non conformarsi al tempo presente è una grande

sfida del filosofo. La non conformità alla mentalità di questo mondo trova nell’enciclica un

riferimento al passo del vangelo, in riferimento al tema della legge naturale. Parlando della

ricchezza i discepoli si spaventano quando il loro maestro dice che “è più facile che un cammello

(tipo di corda) passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli”. Nello stesso

tempo lo sconcerto riapparirà quando Gesù afferma la dottrina sulla indissolubilità del

matrimonio. Cristo dice che non è lecito lasciare la propria moglie o il proprio marito. Allora i

discepoli rispondono che non conviene nemmeno sposarsi. La legge mosaica consentiva formule di

divorzio (ripudio). Cristo si contrappone alla legge mosaica chiamando in causa proprio la legge

naturale, una legge preesistente alle convenzioni degli uomini. Gesù si rifà alla legge naturale. È

interessante ribadire come vi è un legame in tutta la tradizione cristiana con una verità che non è

tale perché affermata dalla divinità, bensì il contrario: è affermata dalla divinità perché vera. Si

esce da una concezione che anche altre religioni hanno. La verità è vera perché razionale. La verità

non si impone con la forza, ma con la sua corrispondenza alla realtà. Esistono fatti che possiamo

affermare essere veri in senso assoluto. Il punto di vista del pensiero critico della filosofia moderna

ha cercato di dimostrare che queste verità non sussistono. Nella tradizione cristiana la veridicità di

un concetto è intrinseco. La verità del matrimonio viene prima della legge mosaica. Un’altra

affermazione dell’enciclica è “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. In questa frase sono

presenti in concetto di verità e di libertà. In questa frase c’è un capovolgimento rispetto al modo

col quale siamo abituati a pensare oggi. C’è una sequenza logica molto interessante. La verità

rende libero l’uomo. Nella mentalità corrente viene ritenuto vero il contrario. L’autenticità della

persona risiede nel suo essere libero. Sperimenta la libertà, agisci con autonomia, scegli ciò che

vuoi e così realizzerai la tua natura umana. Qui invece viene data priorità alla verità. La verità

genera libertà. Il giusto è un passaggio necessario per essere uomini liberi. Si confrontano due

concezioni fra loro irriducibili. Da un lato la natura dell’uomo è la libertà e la libertà si manifesta

nel suo arbitrio. In questa concezione il concetto di verità in senso oggettivo non c’è. Invece

l’enciclica manifesta l’esigenza del confronto con la verità per trovare la libertà. Ciò significa che i

criteri di riferimento del bene e del male non sono criteri che possono essere creati dalla coscienza

individuale. La mia coscienza ha il compito di applicare dei criteri oggettivi alla vita concreta di tutti

i giorni. La mia coscienza deve riconoscere che esiste il precetto. La coscienza permette di

confrontare la verità con la mia circostanza concreta, non è la fonte del criterio di giudizio. Henry

Newman diceva che la coscienza ha dei diritti perché ha dei doveri. Ulteriore considerazione è il

rapporto tra libertà e legge. Si richiama un brano dell’antico testamento con riferimento

all’episodio del peccato originale. C’è l’albero in questo giardino. Nel giardino ci sono l’uomo e la

donna che hanno a disposizione l’intero spazio, ma con questa prescrizione: “potrai mangiare di

tutti gli alberi del giardino ma non devi mangiarne dell’albero della conoscenza del bene e del

male. Quando tu ne mangiassi, sicuramente moriresti”. Adamo ed Eva hanno a disposizione tutti i

frutti. L’unica cosa chiesta è non nutrirsi dei frutti dell’albero della conoscenza del bene e del

male. Questo albero di cui l’uomo non può coglierne i frutti rappresenta il peccato originale, che

consiste essenzialmente in questo: nel desiderio e nell’atto da parte dell’uomo di voler stabilire

autonomamente i contenuti della legge morale. Quando il serpente per convincere Eva della bontà

del frutto proibito la convince dicendo che mangiandone potrebbe “diventare come Dio”. Questo

diventare come Dio è riferito e riferibile alla facoltà dell’uomo di diventare norma a sé stesso, il

legislatore del bene e del male. L’uomo ritiene di non aver più bisogno di un Dio che ha l’autorità,

che insegna cosa è bene e cosa è male, ma vuole diventare egli stesso l’unica fonte in grado di

stabilire cosa è giusto e buono. Qui ritorna il senso di quella domanda provocatoria che Gesù fa al

giovane ricco: “perché mi chiami maestro buono?”. Gesù vuole ricordare che solo uno è buono,

Dio. Dio, essendo la bontà, sa perfettamente quello che è buono per l’uomo. La modernità è il

tempo in cui si cristallizza questo tentativo dell’uomo di diventare norma a sé stesso (negazione

della metafisica, relativismo, scetticismo). La conoscenza dell’uomo diventa un problema. Questi

sono alcuni tratti dell’enciclica. Questo percorso nasce da questa ambizione, ybris, tracotanza

dell’uomo. Non è male che l’uomo conosca; il problema è volersi sostituire alla legge naturale per

ridefinire i criteri del giusto e dello sbagliato. Tutta la dinamica della redenzione risulterebbe

inspiegabile se non si tiene per ferma l’esistenza di una colpa originale: il peccato originale. Ogni

uomo rivive la tentazione di Adamo e Eva. Quello che accade nella mia vita non risulta spiegabile

se no riconosco una misteriosa ferita che gli uomini si portano dietro da secoli. Il mistero del male

si inserisce in questa visione e nella esistenza di satana. Se l’uomo ha la ferita originaria ogni uomo

è potenzialmente capace di ogni delitto.

Filosofia 15 Gen. B

La filosofia della conoscenza – gnoseologia

Ha origini nella tradizione greca, ma l’origine di questa branca della filosofia va ricollegata

piuttosto alla filosofia anglosassone, perché è in questo contesto che si sviluppa e conosce la sua

massima espressione.

Quando si parla di gnoseologia si fa riferimento ad un atteggiamento che viene chiamato

atteggiamento critico. Perché? Perché con questa formula si vuole definire la posizione di quei

filosofi che si proponevano di non accettare nulla come dato e stabilito in modo assoluto. In

pratica l’atteggiamento critico cerca di erodere il più possibile delle certezze all’interno della

riflessione umana. Questo obiettivo si espone ad una serie di considerazioni critiche a partire dalla

considerazione che non è possibile criticare tutto.

In generale il pensiero critico è un pensiero che trae la sua origine da quella corrente di pensatori

che ha l’obiettivo di emancipare l’uomo da qualsiasi punto di riferimento oggettivo attraverso il

DUBBIO UNIVERSALE. Si vuole arrivare alla totale assenza di presupposti. Questo progetto che ha

preso le mosse intorno al XIV secolo,e in realtà non è stato raggiunto. Questo fallimento trae

origine dal fatto che i presupposti nel pensiero umano e nella conoscenza, sono sempre necessari.

Qui siamo in un circolo vizioso, perché pretendo di arrivare ad una affermazione certa,” lo

strumento col quale l’uomo conosce è inaffidabile”, ma x arrivare a questa affermazione devo

utilizzare lo strumento che considero inaffidabile. Quindi il pensiero critico si imbatte contro

questo paradosso, è una specie di processo alla ragione umana, fatta utilizzando la stessa ragione

umana. Il filosofare deve sempre fare i conti con alcuni presupposti. Ad es. : per fare gnoseologia

io devo esercitare l’atto del conoscere e successivamente analizzare questo atto del conoscere.

Ma se le cose stanno così, vuol dire che io devo presupporre che l’atto del conoscere sia possibile.

La gnoseologia mi darà delle risultanze nel fatto che io osserverò criticamente il processo del

conoscere, ma questo processo del conoscere non lo posso sottoporre ad una critica radicale. Non

è possibile una teoria della conoscenza che non parta dalla constatazione che l’uomo conosce.

Questo atteggiamento critico ha manifestato segni di contraddizione che porta a riconsiderarlo in

un senso più ragionevole.

Partiamo da una considerazione di carattere etimologico: ATTEGGIAMENTO CRITICO - CRITICA-

CRITICARE. Criticare vuol dire scegliere, giudicare secondo un ideale. Non è possibile criticare se

non esiste un ideale a cui si fa riferimento. Quindi atteggiamento critico vuol dire giudicare con un

criterio. In questo senso abbiamo una accezione della gnoseologia, assolutamente condivisibile

perché significa elaborare un giudizio critico con la nostra testa.

Tra gli autori che hanno avuto un ruolo importante nell’atteggiamento critico , un posto

importante occupa HOCKHAM, padre del NOMINALISMO.

Questo autore è stato utilizzato anche in letteratura per questa sua posizione filosofica che si può

riassumere con questo concetto : noi non abbiamo conoscenza della essenza delle cose , ma noi

conosciamo soltanto i nomi (riferimento al romanzo “Il nome della rosa”). C’è una critica serrata

anche a questo modo di desumere da una serie di indizi certe cose, perché i segni che l’uomo vede

nel mondo, in realtà hanno un significato plurimo, cioè non hanno un significato oggettivo. Il

nominalismo fa questa critica alla conoscenza della persona umana, perché noi conosciamo la

superficie. Al contrario nel pensiero classico si ritiene che si possa conoscere l’essenza delle cose.

Ad esempio c’è una frase in Romeo e Giulietta che recita: “ se anche le rose cambiassero il loro

nome, continuerebbero ad avere lo stesso profumo”.

Se i nominalisti hanno ragione, l’uomo non conosce nulla, conosce solo delle rappresentazioni

della realtà che ciascuno di noi si fa. E a partire da queste considerazioni, che la gnoseologia

diventa problematica, nasce cioè l’atteggiamento critico. Il processo del conoscere diventa

inaffidabile. Questo modo di porsi comporterà una conseguenza molto importante che culminerà

nella riflessione di Cartesio COGITO ERGO SUM. Una delle conseguenze immediate è che i filosofi

affermeranno il primato del pensiero sull’essere: qui l’unico punto di riferimento che ha l’uomo

infatti è il pensare. Da questo filone di pensiero l’essere umano viene ridotto al pensare.

Nell’impostazione classica invece, è sempre stato sostenuto il primato dell’essere perché il

pensare è una qualità dell’umano che per manifestarsi ha bisogno dell’esistenza. Invece dal

nominalismo e da Cartesio si capovolge la prospettiva : il pensiero è l’elemento rivelatore

dell’esserci e del non esserci, ma non si confronta con l’essenza delle cose che non si possono

conoscere.

Le conseguenze sono state evidenti, perché se hanno ragione i nominalisti, non è possibile arrivare

ad un giudizio di verità. Non ho più alla mia portata dei criteri di giudizi oggettivi. La riflessione è

collegare questi aspetti teoretici con la vita di tutti i giorni. Cartesio nella storia della filosofia ci

dice che l’essere si risolve nella sua coscienza, intesa come autocoscienza, capacità di pensiero.

Per cui se si accetta questa impostazione del primato della coscienza sull’essere, la conseguenza

che se ne ricava è che la nostra ragione è come se fosse in una stanza chiusa, perché non potendo

conoscere l’essenza delle cose, la ragione dell’uomo non attinge le informazioni dall’esterno, ma

solo dalle proprie idee. Quindi c’è una incomunicabilità tra l’intelligenza dell’uomo e la realtà che

la circonda. Questa concezione spiega molti modi di vivere della società odierna. Kant si inserisce

dentro questo filone e si impegna a costruire una filosofia costruita con l’obiettivo di contrapporsi

alla concezione classica ( S Tommaso, Aristotele parte della filosofia pre-cristiana). Il meccanismo

della conoscenza è in relazione con la realtà ma attinge anche ad altri concetti.

Filosofia Feb. 15

Eravamo arrivati ad introdurre il concetto di gnoseologia. Abbiamo visto il ruolo giocato da

Guglielmo da Ockham che ha dato inizio a una certa corrente. Per gnoseologia si possono

intendere due modi di intendere questo problema:

Modo classico. Sana riflessione per capire il meccanismo col quale l’uomo conosce la realtà.

A. Per filosofia della conoscenza non si intende nulla di rivoluzionario ma solo qualcosa che fa

parte della metafisica.

Problema critico. A partire da Guglielmo da Ockham parte l’idea critica nel senso dirompente

B. del tempo. alcuni filosofi contestano radicalmente la possibilità stessa di conoscere la realtà. È

una critica alla affidabilità della conoscenza. Ecco il perché del concetto di problema critico:

mettere in dubbio tutto il processo della conoscenza e affermare che la nostra conoscenza non

è affidabile. L’uomo non è in grado di conoscere la realtà.

Ockham si segnala per il suo pensiero nominalistico: per lui l’uomo conosce solo il nome delle

cose. Tutto è convenzione. Non è possibile conoscere l’essenza delle cose. L’unica capacità

conoscitiva che Guglielmo riconosce è quella conoscenza diretta che l’uomo ha delle cose

individuali. Posso vedere e toccare un certo oggetto determinato ma è l’unico livello della

conoscenza praticabile. Guglielmo di Ockham nega la conoscenza di tipo astrattivo. Quando

l’uomo astrae entra in un territorio che è fonte di inganni. Questa concezione ha avuto riscontri

nei secoli successivi, influenzando altre teorie, tra cui l’empirismo. L’empirismo dice che l’uomo

conosce gli oggetti in quanto direttamente conoscibili o grazie a una specie di intuizione o in forza

di una intuizione razionale. In ogni caso, si inaugura nel pensiero filosofico una concezione scettica

rispetto alla capacità dell’uomo di conoscere la realtà. Ciò dà origine a una concezione fortemente

critica (dubitativa circa la possibilità dell’uomo di conoscere). L’autore che porta a compimento

questa concezione è Immanuel Kant. Con Kant si opera una “rivoluzione copernicana”. Nel caso di

Kant si capovolge il rapporto tra la persona e le cose conosciute. In altre parole, mentre nella

concezione classica la realtà sta al centro e intorno ruota l’intelletto. Nella teoria classica l’essere

umano deve adeguarsi e dipende dalla realtà che osserva; l’oggetto condiziona la mia intelligenza

e io compio un atto conoscitivo vero quando ciò che dico è conforme alla realtà che osservo. Con

Ockham e Kant si passa a una concezione capovolta: la realtà ruota intorno. Questo non è solo un

cambiamento simbolico, ma è un cambiamento stanziale. Se accetto una concezione della

conoscenza di questo tipo, cambia anche la definizione della verità. La verità non sarà più

l’adeguarsi dell’intelletto alla cosa, ma è fortemente condizionata dal soggetto che percepisce. La

realtà ha una oggettività per il mondo classico; la realtà dipende dal punto di vista per i critici. I

prodromi erano già stati creati da Cartesio. Nel “cogito ergo sum” di Cartesio c’è una

prefigurazione di quel capovolgimento successivo. In questa affermazione c’è il primato del

pensiero sull’essere. Prima viene l’atto del pensare e poi l’essere. Il fatto che sto pensando è

conferma dell’essere. Il pensiero classico invece diceva il contrario “primum vivere, deinde

philosophari”. Prima si esiste, e solo dopo si può discutere. Per compiere qualsiasi atto prima si

deve esistere. Cartesio pone con questa affermazione una svolta radicale. Introduce il primato del

pensare sull’essere. Il capovolgimento scettico pone le basi per una relativizzazione dell’oggettività

del conoscere. In verità, l’essere comanda sulla mia conoscenza, non il contrario. Il fatto del

pensare a un oggetto non determina l’esistenza dello stesso, anzi, la richiede. La realtà esiste

indipendentemente dal nostro atto del conoscere. Oggi siamo sempre più portati a pensare che è

il nostro pensiero che genera la realtà. Cartesio è anche ricordato per il dubbio metodico, il dubbio

cartesiano. Il dubbio cartesiano (il dubbio sistematico) è proprio un sintomo di questa concezione.

Le conseguenze di questa concezione portano alla morte della filosofia. Se si afferma che viene

prima il pensiero, segue la morte di Dio e della metafisica, e la morte dell’uomo: l’uomo diventa un

soggetto incapace di conoscere ciò che lo circonda. Nell’Ottocento Nietzsche ha filosofato la morte

di Dio. Se la filosofia è soltanto critica, demolizione della possibilità dell’uomo di conoscere, alla

fine la filosofia mangia sé stessa. Se il pensiero è incapace di conoscere, è inutile continuare a

filosofia. Questo filone della filosofia non è stato l’unico del novecento. Si è assistito a un forte

ritorno a Tommaso d’Aquino. Questo ritorno al realismo critico (l’essere viene prima del pensiero)

è un segnale di come il criticismo esasperato ha esaurito la propria spinta. Alla fine vediamo

contrapporsi due concezioni filosofiche: chi crede che la realtà è la fonte di conoscenza, misura

della verità; e chi crede che misura della verità sia il soggetto individuale. Se precisiamo il rapporto

tra filosofia e gnoseologia dobbiamo superare l’idea per cui la gnoseologia deve essere considerata

al vertice della piramide tra le domande del filosofo. Il filosofo cerca invece di rispondere a

determinate domande che l’essere umano ha in sé. Il critico crede che il filosofo deve innanzitutto

filosofare sulla gnoseologia. Questo approccio è innaturale. Ognuno di noi prima conosce e poi

può discutere una riflessione su come è avvenuto questo atto. L’atto del conoscere viene fatto

senza aver fatto una riflessione filosofica. Il bambino prima impara e poi conosce l’atto del

conoscere. La gnoseologia va riconosciuta come una cosa utile e legittima ma non deve essere

collegata al vertice della metafisica. Per quanto riguarda la terminologia: abbiamo detto che si può

parlare di gnoseologia e filosofia della conoscenza, oppure critica. Quest’ultima definizione però

mette l’accento su questa dimensione demolitiva. Anche pensatori classici si sono interrogati sui

meccanismi della conoscenza. Aristotele ha scoperto un principio logico fondamentale: il principio

di non-contraddizione. Non si può affermare che A è e non è. Questo principio ci dimostra che

l’approccio corretto parte dall’essere. È l’essere che condiziona il giudizio. Tommaso d’Aquino

affronta il problema della conoscenza. Mette l’accento sulla centralità dell’oggetto: la conoscenza

è l’adeguamento della cosa conosciuta e dell’intelletto. Allo stesso tempo il luogo primario in cui si

trova l’atto del conoscere è nell’intelletto. Queste due affermazioni sembrano contraddittorie. Le

cose conosciute sono reali, ma l’atto del conoscere avviene nella mente. Bisogna cercare di capire

come si collegano queste due entità. Già Agostino aveva detto: “Si fallor sum”. Agostino faceva in

un dialogo serrato contro gli scettici. Gli scettici affermavano di non sapere nulla. Agostino

risponde che se si afferma di essere perennemente in una condizione di incertezza, allora si è in

una condizione in cui si può sbagliare. L’atto dello sbagliare presuppone l’esistenza. Quindi, essere

scettico e vivere nel dubbio è una prova dell’esistenza.

Nella teoria della conoscenza è fondamentale scoprire il primato della realtà. Non a caso è stato

osservato che educare significa introdurre alla realtà totale. Questa frase ci fa cogliere cosa

significa fare esperienza della realtà. Ogni essere umano porta nel mondo una serie di domande,

riassumibili così: cosa c’è intorno a me? Che senso ha ciò che mi circonda? Che valore ha ciò che

mi circonda? Chi sono io? Che senso e che valore ho io? Queste domande sono contenute in

ognuno. Bisogna educare il nuovo essere a rispondere a queste domande, a introdursi alla realtà

totale. Se manca questa attività educativa l’uomo non è in grado di darsi una risposta automatica a

questa domanda. Quando diciamo che c’è una mancanza di vera educazione si intende incapacità

di relazionarsi con la realtà. Devo fare i conti con la realtà: contro i fatti non valgono argomenti. I

fatti sono ostinati. Posso essere un bravo dialettico, ma i miei discorsi non modificano la realtà.

Ecco perché l’agire morale ha una sua concretissima dimensione: quello che l’uomo fa accade e

non può essere cancellato. Nella prospettiva della filosofia della conoscenza si può definire la

verità come “adeguamento della cosa e dell’intelletto”. Cosa e intelletto, quando c’è una

conoscenza vera, si identificano. Dobbiamo immaginarci che esiste una realtà conosciuta; oltre

quella c’è uno strumento conoscitivo che è l’intelletto. Se ragionassimo come la filosofia critica

diremmo che questa è un’ambizione da abbandonare. Invece sappiamo che l’essere umano ha

delle verità. Per compiere l’atto conoscitivo devo esistere. C’è una identificazione della cosa

conosciuta con l’intelletto. L’ente condiziona l’atto del conoscere. Questa definizione (verità come

“adeguamento della cosa e dell’intelletto) fa vedere che l’essenza della verità è la conformità tra

cosa e intelletto. Si adegua la mia intelligenza ad identificare la cosa reale. Questo atto implica che

l’intelletto si è adeguato alla realtà esistente. L’ente, nella concezione tomistica, è la realtà

conosciuta. In qualche modo dell’ente si può anche dire che equivale al vero. Una delle

caratteristiche dell’ente è di essere conoscibile. Siccome tutta la realtà è potenzialmente

conoscibile, una caratteristica dell’ente è la sua veridicità, nel senso di conoscibilità. Il giudizio sulla

realtà può essere operato proprio dall’intelletto. L’intelletto può riconoscere la veridicità dell’ente.

Quest’adeguamento dell’intelletto all’ente non è un adeguamento di tipo fisico-materiale, ma

“formale”, che riguarda la forma, l’essenza. Io conosco l’ente perché nel posseggo la forma, e

quindi mi conformo. Non esiste un triangolo perfetto, disegnato in maniera perfetta. Conosco

l’ente perché lo osservo e ne conosco la “forma”. Si può usare anche il termine di

“identificazione”. La conoscenza è l’identificazione tra ente e intelletto. Questo ci fa capire che

l’intelletto possiede una capacità che l’ente non possiede: uscire da se stesso per adeguarsi

all’ente. L’intelletto compie questa azione. La qualità dell’intelletto di uscire da sé è tipica

dell’intelletto e non degli oggetti conosciuti. Possiamo riassumere affermando che il processo di

adeguamento veritativo è una relazione intenzionale tra l’intelletto e l’ente. In questa relazione c’è

protagonista l’uomo che mette la volontà. La volontà conoscitiva è intrinseca all’uomo. L’atto del

conoscere è connaturale all’uomo. L’uomo è assetato di verità. Se l’intelletto ha questo ruolo

attivo nello stesso tempo è l’ente a reggere l’intelletto e non viceversa. L’ente vincola, condiziona

l’intelletto nella conoscenza. Kant invece pensava il contrario: l’intelletto regge l’essere. Tutto

questo discorso che appare molto tecnico ha delle ricadute nella vita quotidiana: se accetto questa

idea di verità allora la verità delle cose non dipende da quello che dico io, ma è il contrario. È la

verità di quello che io dico che dipende dalle cose. La veridicità di una sentenza del giudice

dipende dalla realtà delle cose. L’ente condiziona la verità. Molte volte il pensiero dominante ci

induce a credere che il giudizio soggettivo condiziona l’ente. Tutto ciò che è stato detto può essere

riassunto dicendo che “la verità è condizionata dall’ente al punto tale che l’entità della cosa

precede la ragione di verità”. Viene prima l’esse del giudizio di verità. Secondo Tommaso d’Aquino

ci sono discorsi razionali (vie) per dimostrare l’esistenza di Dio. Il problema di Dio presenta di

fronte all’uomo due alternative: o questo Dio esiste o no. Queste due alternative non possono

convivere. Non può essere vero contemporaneamente che Dio esiste e non esiste. La verità sulla

esistenza e la non esistenza non è data dal giudizio dei più. L’esistenza viene prima del giudizio

(che poi rimane libero). Il problema della verità precede il giudizio stesso.

In filosofia la verità si può descrivere con tre diverse modalità:

A. Verità come conformità dell’intelletto con la cosa

B. Verità come conoscenza vera

C. Verità come verità delle cose

In ognuna di queste tre definizioni c’è la concezione di adeguamento, di identificazione

dell’intelletto. Accanto a questa centralità della cosa, Tommaso dice “che la verità si trova

principalmente nell’intelletto piuttosto che nelle cose” (De veritate). Cerchiamo di capire come si

conciliano queste due affermazioni ( l’ente regge l’intelletto; la verità si trova principalmente

1 2

nell’intelletto piuttosto che nelle cose). Abbiamo il nostro ente, la realtà. Essa esiste anche se il

nostro intelletto non opera. L’atto del conoscere avviene nell’intelletto: sono io che conosco. Ecco

perché Tommaso dice che l’ente regge l’intelletto, ma contemporaneamente la cosa conosciuta è

primariamente nell’intelletto. Tommaso d’Aquino approfondisce il concetto di verità in relazione

ai diversi tipi di intelligenza. Distingue tra intelligenza umana e divina. Aggiunge che l’intelligenza

umana si divide in pratica e in speculativa. Per intelligenza umana pratica si intelligenza per mezzo

della quale l’uomo riesce a realizzare e costruire determinati manufatti. La caratteristica di questa

intelligenza è dar vita a realtà che non esistono. In questo senso l’uomo è artefice di determinati

manufatti. L’intelligenza speculativa dell’uomo riceve dalle cose la conoscenza che possiede. È

l’intelligenza condizionata dall’ente nell’atto conoscitivo. Questo tipo di conoscenza accoglie le

cose per come sono. Abbiamo visto che c’è anche un’intelligenza divina. Essa è l’origine di tutte le

cose che esistono ed è misura di tutte le cose, fin nella loro essenza. Questo tipo di intelligenza

presenta delle analogie con l’intelligenza pratica dell’uomo. Anche l’uomo è artefice delle cose che

costruisce. La differenza è che l’intelligenza divina è causa di tutte le cose, mentre l’intelligenza

pratica umana è rilevante nel fieri, nel produrre l’oggetto, perché deve attingere dalla materia che

già esiste. Questa distinzione serve per capire dove va la filosofia oggi. Una parte del pensiero

contemporaneo dice che dobbiamo limitarci a riconoscere una dimensione di verità possibile solo

al livello dell’intelligenza pratica, cioè al livello in cui l’uomo costruisce (tecnica). Secondo questo

pensiero al di fuori di questo livello dell’intelligenza umana la verità non è possibile. Invece la

concezione classica della filosofia riconosce la conoscibilità del vero anche al livello

dell’intelligenza speculativa. Questa conoscenza del vero può avvenire soltanto se si mantiene

ferma questa idea (e non si scivola nell’errore kantiano) che l’ente è al centro del processo di

conoscenza.

Filosofia 22 Feb. A

Il problema critico e la gnoseologia (parte del programma del testo di Aguilar G. )

Una delle questioni che abbiamo visto è che la riflessione sulla conoscenza può essere interpretata

o con un atteggiamento dove il problema critico è da intendersi come radicale negazione della

possibilità per l’uomo di conoscere la realtà, o l’atteggiamento nel quale l’uomo vuole compiere

una riflessione su come avviene il processo del conoscere, avendo una fiducia intellettuale iniziale,

e cioè che questo atto del conoscere è effettivamente in grado di farci entrare in contatto con la

realtà che ci circonda. Questa riflessione è utile perché abbiamo la possibilità di approfondire

meglio cosa conosciamo e come conosciamo. Osservando l’atto del conoscere, io posso verificare

se il conoscere avviene in modo corretto.

Oggi rispondiamo alla domanda : “chi mi assicura che conosco le cose come stanno?“

Vediamo quali potrebbero essere le risposte:

A. me lo assicurano le cose : risposta sbagliata perché non sono le cose che mi dicono che

capisco le cose come stanno ;

B. sono gli altri : sbagliata perché gli altri sono nella mia stessa posizione;

C. è Dio : sbagliata perché se per assurdo questa risposta fosse vera noi saremmo come

Dio;

D. l’unico modo è attraverso l’analisi sugli atti del conoscere, cioè sono gli atti concreti del

conoscere che mi permettono di capire se le cose le vedo così come stanno. L’atto del

conoscere va studiato nel momento in cui io conosco. L’epistemologia va a vedere

l’uomo mentre fa la ricerca, osservarlo e da qui assumere considerazioni di carattere

teoretico.

Come avviene l’atto del conoscere. Ci sono tre momenti:

A. apprensione ;

B. il giudizio

il raziocinio.

C.

APPRENSIONE

È quella fase della conoscenza attraverso la quale la mente umana percepisce il concetto. Se io

faccio una riflessione sul mio atto del conoscere mi accorgo che nel mio riconoscerla mi si

accende nella testa un concetto, io vedo un tavolo e per poter dire che quello è un tavolo,

nella mia testa si è materializzata l’idea del tavolo. IL concetto è un modo di essere;

GIUDIZIO

Consiste nella operazione per la quale la mente collega fra loro attraverso il predicato due o

più concetti. Nel giudizio rispetto all’apprensione, c’è di ulteriore l’elemento volitivo, della

volontà; io prendo con l’apprensione e lo collego col verbo essere ad un altro concetto. “

Questo tavolo è bianco “ è un giudizio.

RAZIOCINIO

Nel quale la mente mette in relazione giudizi. Un esempio è il sillogismo :“ tutti gli uomini sono

mortali, Socrate è un uomo, Socrate è mortale”. La mia mente ha operato un collegamento tra

questi giudizi e ne ha ricavato una conclusione.

Domanda : “Dov’è che si coglie la verità sulla realtà ?”

• è possibile che sia nei concetti : no perché i concetti descrivono un modo di essere

astratto. Se io penso al concetto uomo, non è un concetto verso il quale io posso

applicare la categoria del vero e del falso.

• Solo quando predichiamo un concetto da altro, cioè solo quando c’è un giudizio,

collegamento fra concetti , allora possiamo interrogarci sulla sua veridicità.

Questa riflessione che cosa ci può aiutare a capire se noi conosciamo le cose come stanno ?

In ogni caso è un modo di ragionare che noi quotidianamente mettiamo in atto. Ci accorgiamo

che esso contiene implicitamente una serie di realtà oggettive. L’uomo è in grado di conoscere

alcune cose osservando semplicemente il processo del conoscere. Secondo il metodo del

realismo è proprio l’osservazione delle cose che accadono nella realtà che l’uomo può

desumere che l’intelligenza è capace di conoscere la realtà.

Quali sono le verità implicite nel giudizio?

• il giudizio è sempre su qualche cosa. E’ possibile formulare un giudizio sul nulla? No.

Allora ecco la prima verità implicita : per il solo fatto che l’uomo è capace di giudizi,

questo ci rivela che esiste qualche cosa. *

• La realtà giudicata è diversa da me. La realtà che giudico è cosa altra da me. C’è un

mondo che è fuori da me e un mondo mio interiore che sono io. Ma io non coincido

con la realtà giudicata. Quindi c’è: Io esisto, l’atto del conoscere e la cosa conosciuta.

*Il giudizio è sempre su qualcosa di determinato. Questo mi dice che nel giudizio c’è

implicitamente una pretesa legittima dell’intelligenza di conoscere le cose come sono.

• Un cosa concreta e determinata è che nessuna realtà determinata può essere

contraddittoria in sé stessa. Stiamo enunciando quello che è il principio di non

contraddizione.

Queste 3 verità implicite mi stanno dicendo che nell’atto del conoscere non c’è una

dimensione esclusivamente soggettiva, ma c’è una pluralità; tuttavia, siamo in un territorio

dove c’è molta oggettività. Le verità sono intelligibili anche se ancora devo verificare nel

dettaglio quali sono i problemi legati all’atto conoscitivo, come l’errore. L’errore è il problema

x cui io debba riscontrare che nel giudizio questo collegamento non corrisponde alla realtà. Il

giudizio quindi è su qualche cosa di determinato, ma determinato da me. Questo fatto, mi fa

riflettere anche che nell’atto del giudicare ci sono 3 ulteriori momenti:

A. ciò che giudico;

B. del giudicare

C. che giudica.

Alcune concezioni gnoseologiche compiono una confusione tra il soggetto conoscente e

l’oggetto della conoscenza (come avviene nell’idealismo che compie un ribaltamento) . Allora è

interessante che noi dobbiamo riconoscere che ci sono tre aspetti distinguibili. Questa

distinzione mi proietta di fronte ad un'altra realtà implicita e cioè che IO ESISTO. Quindi colgo

in modo implicito una realtà oggettiva, la realtà del mio esserci. Questa riflessione sull’atto del

conoscere è interessante se la applichiamo alle questioni pratiche.

Errore. L’atto conoscitivo è reso problematico dal fatto che la conoscenza dell’uomo è sempre

incompleta. Questo fatto ci apre di fronte ad una apparente contraddizione, cioè come se nel

giudizio si annidassero delle cose oggettive e delle realtà relative e variabili. In realtà questa

apparente contraddizione è superabile perché è la differenza tra ciò che è variabile e ciò che è

assoluto : l’oggetto della conoscenza è oggettivo, che attiene all’oggetto del giudizio; ciò che è

relativo è il modo del conoscere. Quindi ecco spiegato che nella riflessione gnoseologico esiste

qualcosa con un carattere di relatività e qualcosa assoluta. Queste due coesistono perché l’oggetto

reale del giudizio è oggettivo, anche se io avrò sempre di questo oggetto una conoscenza parziale.

Se viene commesso uno sbaglio nel giudizio, è il soggetto conoscente che deve trovare le cause

dell’errore. Quando non c’è errore nel giudizio c’è una conformazione della percezione alla realtà.

La materia del giudizio si conforma alla realtà. La mia condizione soggettiva influenza il mio

giudizio ma non è in grado di cambiare le cose come stanno. Il modo del conoscere è sempre

personale.

Quindi non c’è una contraddizione tra dimensione variabile e assoluta. E’ l’uomo che coglie in

maniera soggettiva una realtà che rimane oggettiva.

PROBLEMA DEGLI ASSOLUTI MORALI

Domanda principale :

Esistono dei comportamenti umani che possono essere definiti dei mali in sé stessi?

La contrapposizione che individua Finnis è tra due modi di intendere la morale

• Classica, che noi sosteniamo: il giudizio sull’atto morale porta sempre dentro di sé un

carattere di oggettività

Va superata l’idea che esistano dei giudizi morali.

Queste 2 correnti possono essere ricondotte a un ambito di teorie relative e un ambito di teorie

assolute, dove per relativo e assolute si vuole far riferimento al fatto che una delle caratteristiche

delle teorie relative è interpretare l’atto umano alla luce di una serie di fattori che potremmo

definire come le conseguenze, il fine dell’atto, il bene o il male atteso. Quando parliamo di morale

parliamo di atti umani liberi e volontari, cioè gli atti compiuti consapevolmente dalla persona. La

morale si interessa di capire se un atto compiuto volontariamente sia cattivo o meno. Nelle teorie

classiche , si suole distinguere il contenuto dell’atto (oggetto), il fine( scopo), circostanze. Nella

concezione classica, il libero arbitrio è un dato assodato, però questa è una libertà presupposto,

cioè la libertà necessaria per poter giudicare l’uomo. Nelle teorie relative invece, c’è solo la libertà

presupposto, la libertà è scelta, a prescindere dal contenuto della scelta.

Torniamo ai 3 aspetti della morale nelle concezioni classiche. Questi da un punto di vista umano,

in realtà vengono contestualmente. Nelle nostre azioni libere sono sempre contenuti questi 3

aspetti. Il fine dell’azione è l’obiettivo che mi prefiggo di raggiungere con quella azione. Le

circostanze sono le sfaccettature all’interno delle quali l’atto viene compiuto. Stare all’oggetto

dell’atto vuol dire attenersi a quello che si sta facendo. Nella valutazione dell’atto morale il primo

aspetto su cui interrogarsi è l’oggetto. Il secondo problema è quello del fine. Oltre allo scopo ci

sono le circostanze che sono quegli elementi accidentali che influiscono sulla valutazione morale.

Le teorie relative che riconoscono le fasi , dicono che non è possibile affermare che un certo atto

in virtù del suo oggetto è sicuramente cattivo, ma per valutare bene dobbiamo tener conto

soprattutto del fine e delle circostanze; Le concezioni classiche invece, affermano che un atto

umano se è cattivo per quanto attiene al fine e all’oggetto ,è certamente un atto immorale.

Domanda: ma se io avessi una situazione per la quale l’oggetto è discutibile, ma il fine è buono,

come devo giudicare questa condotta? Per le teorie assolute, perché un atto sia buono, deve

esserlo sia nel fine che nell’oggetto. Il fine non giustifica i mezzi. Il libro di Finnis è proprio

incentrato su questo problema, cioè se si possa ritenere che per un fine buono siano moralmente

giustificabili dei mezzi problematici. Le circostanze devono essere tenute in considerazione, ma

non sono così forti da capovolgere un giudizio morale su fini non buoni.

Filosofia Mar. 8

Articolo che si riferisce a un fatto di cronaca nera. Costituisce una riflessione intorno a diversi

aspetti analizzati: il senso della vita (la filosofia aiuta l’uomo a rispondere alle domande

esistenziali). In questo articolo il commissario Luigi Calabresi racconta quale fu la ragione per cui

aveva deciso di fare questo mestiere. Calabresi era un commissario che lavorava a Milano. Le BR

assassinarono Calabresi perché egli veniva accusato della morte di un anarchico. Molti giornalisti

firmarono un documento col quale dichiaravano che il commissario Calabresi era un assassino. Il

clima creato favorì anche l’attuazione di questa sorta di esecuzione con cui Calabresi fu ucciso.

Calabresi era cristiano. Questo articolo descrive il motivo per cui Calabresi aveva deciso di fare

questo lavoro. Il caso Calabresi è interessante dal punto di vista giudiziario: dopo 20 anni un uomo

incensurato si presentò alla caserma dei carabinieri accusando sé stesso e altro complici

dell’omicidio. Da questa dichiarazione e “chiamata in correo” partì il processo che investì Sofri.

Sofri fu chiamato in causa da Marino. Di fronte a questo fatto ci fu un processo. Sofri fu

condannato (si professò sempre innocente). Si sono svolti 8 processi su questo caso alla fine dei

quali Sofri, Bonpressi e Marino sono stati riconosciuti colpevoli. Ci interessa vedere chi era

Calabresi. In quegli anni a Milano (’69) si svolge una strage. Quando accade questo episodio del

terrorismo è agli inizi. Calabresi era noto come un poliziotto molto corretto, che trattava con le

manifestazioni.

Lettura fotocopia “Calabresi”

Queste parole sono state pronunciate nel 1966. Calabresi, parlando del suo tempo, descrive le

stesse tematiche che si affrontano oggi. L’altra considerazione è che questa testimonianza merita

attenzione perché non si può accusare Calabresi di mentire. In questo testo si presenta per quello

che è. Usa un linguaggio molto semplice e dice delle cose molto profonde. Calabresi dice che ha

scelto questa strada per vocazione. Nella vita il problema dell’uomo non è esercitare una libertà

assoluta, ma la vita è una risposta a una chiamata, un destino che corrisponde alla ragione per cui

sono venuto a questo mondo. Qualsiasi professione deve essere vista con una prospettiva ampia.

Calabresi sa che nel suo lavoro si guadagna poco e si hanno rischi alti. Calabresi sottolinea che è

cambiato il modo con cui si misurano le cose “un tempo il metro con cui si valutavano gli uomini

era diverso: si valutavano per ciò che erano, per ciò che rappresentavano, per la posizione e la

stima di cui godevano, per il gradino che occupavano nella scala sociale, e così via. Oggi invece

conta il successo, questa medaglia di basso conio che su una faccia porta stampato il denaro e

dall’altra il sesso”. Calabresi intuisce che la realtà si sta trasformando. Questa nuova realtà impone

che una persona si realizzi non se risponde alla sua vocazione, ma se diventa qualcuno conosciuto.

Sono parole impegnative. Quest’uomo parla di onestà e purezza. C’è un’idea di integralità della

vita: quello che sei veramente lo porti nella tua vita professionale. Se sei un tipo appassionato e

onesto, queste cose le porterai anche sul posto di lavoro. La vita cristiana viene portata

integralmente nella professione. Con quale metro si deve misurare l’uomo? Non è vero che il

conformismo deleterio si può combattere solo imboccando la strada della violenza e

contestazione violenta. C’è la necessità di essere controcorrente, serenamente. “Sentiamo più

degli altri il turbamento, apparteniamo a due mondi che si scontrano”. Questa affermazione torna

alle radici dell’esperienza cristiana: c’è un mondo diverso per colui che crede, e questo confronto è

a volte lacerante. Il cristiano è peccatore come il non credente, ma dà scandalo, perché la strada

del cristianesimo è difficile da percorrere. La strada cristiana o entusiasma o irrita. I giovani

controcorrente si scontrano con questo mondo che li esclude e li sopprime. L’eliminazione di un

uomo non si fa solo con la pistola ma anche con la diffamazione televisiva. “Sentiamo di avere un

gran vantaggio. Se il non credente fallisce e non realizza gli ideali suoi, cade nello sconforto più

completo, nella disillusione più amara”. Calabresi dice che anche le persone che non credono

hanno un ideale di vita e un progetto, però il nel momento del fallimento cadono nella disillusione

più amara. “Il giovane cattolico avrà le sue crisi passeggere, che però di risolveranno, perché c’è un

aiuto di ordine superiore che s’innesta nella sua realtà e nella sua umanità”. Questo tipo di

relazione fa vedere che la dimensione soprannaturale aiuta la natura dell’uomo. Non c’è nulla che

sacrifichi quello che siamo e facciamo. La vocazione consiste nella realizzazione di quello che si è.

“Se gli scopi vengono riposti in cose puramente terrene, fossero le più nobili e le più belle, poi,

quando i tempi e la società non consentono di realizzarle, subentra lo sbandamento morale, la

delusione”. Calabresi conclude il discorso con una frase “così vorrò essere io con i miei figli, se la

fortuna mi aiuterà”, frase che non ha potuto mettere in pratica. Nella vita succede l’imprevisto,

l’imponderabile, la cattiveria degli uomini, fatti che possono frapporsi tra ciò che vogliamo e la

loro realizzazione. La riflessione verte anche sull’aspetto educativo: “Il genitore deve fare il padre

o la madre; quando vuole fare troppo l’amico o il fratello maggiore sbaglia”. Chiama in causa il

problema del ruolo dell’educatore. Richiama anche l’accenno alla maggioranza amorfa. Calabresi

non ce l’ha con coloro che hanno ideali, che comunque lui non condivide, ma ce l’ha con coloro

che non hanno nemmeno davanti a sé il senso della loro vita, si lasciano vivere, non si sono posti il

problema della vocazione. “Non è vero che si educa e ci si educa allo stesso momento”. Ci sono dei

momenti in cui i ruoli non possono coincidere. Nel rapporto educativo c’è l’affidarsi a qualcuno

che ha qualcosa da dare. Se non hai niente da dare lo stai prendendo in giro: non è educare. Il

nostro tempo è il tempo in cui la figura del padre è entrata in crisi.

Il problema del senso della vita può riceve risposte con degli ideali. Bisogna stare attenti che

questa idea non diventi ideologia. L’approccio ideologico è portatore di uno schema sociale che si

vuole imporre sull’uomo. Nella riflessione ideologica manca della domanda “Chi è l’uomo?”.

L’uomo non è ciò che io voglio far diventare con l’ideologia. Il liberismo, marxismo, nichilismo, non

si pongono una domanda su chi è l’uomo, sulla natura dell’uomo. Questa è la domanda a cui

Calabresi ha risposto nella sua vita. L’approccio ideologico non parte dalla natura ontologica

dell’uomo. Per il modello consumistico l’uomo è il consumatore. Quasi che la dimensione

dell’uomo si limitasse a quella di consumatore.

Oggi si crede che sia buono decidere seguendo “quello che ti piace”. Ma quello che piace non è la

vocazione. Tutto quello che è umano, per essere raggiunto, ha bisogno di disciplina: non basta

l’istinto, il desiderio, il piacere. Non è vocazione. La vocazione è una strada fatta di impegni e

rinunce, che porta però a soddisfare sé stesso. La vocazione è personale, ma non soggettiva. La

vita è vissuta pienamente quando si conserva l’apertura a ricevere dei segni. La vita può condurti

su strade diverse, ma ciò non è il fallimento della tua vita. La vocazione può nascere anche da

circostanze impreviste e diverse. Questo deve essere accettato come risorsa, non solo come

sconfitta. Nella prospettiva della fede c’è la Provvidenza. La lettura provvidenziale consiste nel

leggere i fatti della vita sotto un aspetto positivo, anche quando c’è il male. Questo è una fatica, e

uno scandalo per i non credenti. La testimonianza resa da Calabresi non si preoccupa delle

conseguenze che provoca nei vari lettori. È resa con serenità perché quando si vive una fede bella

e gioiosa non si può fare a meno di viverla con gli altri. Questo è un aspetto interessante per tutti

gli uomini. Calabresi, in questa pagina, ci fa vedere che c’è qualcosa di più.

Filosofia Mar. 15

Sviluppiamo la parte del programma che riguarda gli Assoluti Morali di John Finnis. Di questo testo

è importante la prefazione di Mons. Caffarra. Il problema che gli assoluti morali affrontano è un

problema di non poco conto, non solo per la morale, ma per la vita di tutti i giorni. Lo scopo di

questo libro è cercare di capire se esistano dei comportamenti umani che siano moralmente

rilevanti che hanno in sé il requisito del male. Si cerca di rispondere alla domanda per cui una

cerca condotta risulti essere sempre sbagliata. Questa domanda è tutt’altro che scontata. La

categoria degli “intrinseca mala” è per alcuni una categoria che non esiste. Si ragiona in una

morale relativista, per la quale il bene e il male non possono essere definiti una volta per tutti

negativi. In questa prefazione si evoca l’episodio del Critone, la vita di Socrate. C’è un passaggio

dove si individuano due differenti prospettive che si contrappongono fra di loro. Ci sono due modi

di rapportarsi con la giustizia: “l’uomo deve far trionfare la giustizia nel mondo”; “all’uomo è

chiesto solo e sempre di agire con la giustizia”. Questi due modi sembrano essere identici. Ma c’è

una differenza. Socrate aderisce al secondo orizzonte. La prima categoria sottendente che l’agire

morale debba essere valutato, misurato, in base ai risultati buoni, cioè solo in base al fine. Questa

prospettiva radicalizzata sposta la riflessione morale, da una riflessione sull’atto a una riflessione

solo sul fine. I discepoli di Socrate sbagliano nel pensare che qualsiasi mezzo sia lecito per fare il

bene. Socrate dice che il primo problema dell’uomo è se quella condotta sia giusta. In questa

riflessione morale, insieme all’oggetto dell’azione c’è anche il fine. In fine non può essere disgiunto

dall’azione. Questo libro analizza se è possibile giudicare un atto per buono o cattivo in quanto

tale. Gli assoluti morali di Finnis delineano alcuni comportamenti che sono sempre sbagliati,

indifferentemente dal fine preposto. Gli assoluti morali non sono numerosissimi. Si possono fare

alcuni esempi: l’uccisione di un innocente è un atto ingiusto, sempre e comunque. Posso dire

questo solo se riconosco una categoria di condotte umane. Per alcuni ci sono situazioni in cui

anche uccidere l’innocente non è ingiusto. Agire secondo giustizia non deve essere interpretato

come fatto individuale, perché esso ha anche una dimensione sociale. La riflessione morale è

importante anche per la politica, sociale. Per agire secondo giustizia bisogna collegarsi a un

insieme di valori e principi. Agire secondo giustizia non è rispettare le regole. In questo passo della

prefazione si ricollega l’agire secondo giustizia al sapere se quello che faccio è giusto o ingiusto.

Esistono atti che non possono essere mai compiuti dalla libertà umana (non in senso empirico ma

morale). Queste norme morali inderogabili sono poche. L’assoluto morale non è una tegola ma un

contenuto di chiara prescrizione. Bisogna respingere l’idea che l’assoluto morale sia una parenesis,

cioè solo una generica esortazione. Uno dei modelli culturali che si è contrapposto alla teoria degli

assoluti morali è il pensiero tecnico. La tecnica si propone come l’applicazione delle conoscenze

scientifiche. Si parla di “scienza” quando si fa riferimento a uno studio metodico galileiano la

realtà, con lo scopo di riconoscere l’esistenza di una serie di leggi (ripetibilità di certi fenomeni). La

tecnica rappresenta l’applicazione di quello che la scienza ha elaborato. C’è qualcosa di male nella

tecnica? No, in se stessa no. C’è qualcosa di male nella scienza? Neanche. Il problema sta nel

modello di interpretazione della realtà. Il pensiero tecnico fornisce sempre più spesso un modello

che ha la pretesa di orientare la riflessione dell’uomo in base a un criterio di efficacia e efficienza.

L’efficacia mette l’accento sul risultato. L’efficienza è la capacità di affrontare le sollecitazioni. Il

pensiero tecnico mette l’accento sull’efficacia e efficienza. Questi due elementi non sono negativi.

Il problema sta nel fatto che la domanda “cosa è giusto fare?” viene ridotta a questo orizzonte di

efficacia e efficienza. In questo modo la prospettiva è orientata solo al risultato. Infatti la nostra è

l’epoca della tecno-scienza (in cui scienza e tecnica sono confuse). C’è stata un’epoca (molto

lunga) in cui scienza significava osservare il reale. Oggi non è così per motivi economici: lo

scienziato oggi è colui che fa un progetto di ricerca orientato a un’applicazione tecnica. Non c’è più

colui che fa ricerca pura, ma ricerca diretta alla tecnica. Lo scienziato puro non esiste più e il

problema morale cade in maniera molto pesante sulla testa del tecno-scienziato. Si è sempre

invocata la scissione tra dimensione della scienza e dimensione della tecnica. Oggi la tecno scienza

ha fuso questi due momenti. Fare ricerca pura non pone in se stessa questione morale. Lo studio

della realtà non solleva obiezioni morali. Nessuno può fare del male se cerca la verità. Il problema

nasce dal fatto che il ricercatore non è più solo un osservatore, ma un manipolatore della realtà.

Nell’ambito delle staminali lo scienziato non può ignorare se sta facendo ricerca con cellule

embrionali o staminali, perché questo non è più osservazione della realtà, ma intervento sulla

realtà. Il problema morale ovviamente si pone. Questo fa vedere che la questione “agire secondo

giustizia” e “agire in modo efficiente” delinea due modi di pensare opposti. Il problema è un

problema fortemente razionale. Il pensiero tecnico orienta le scelte etiche in base a parametri che

vertono solo sugli effetti. Un primo punto di forza di questo modello è la sua ambivalenza. Se

osserviamo gli effetti dell’applicazione del pensiero tecnico notiamo che ottiene dei risultati

desiderabili. Si potrebbero raggiungere dei risultati, delle quote di bene (curare malattie). Questa

ambiguità è un punto di forza. Può indurre la gente ad accettare la violazione di certe norme

morali. Facendo un giudizio di merito, le staminali adulte sono l’unico strumento efficace ed

efficiente (le staminali embrionali non hanno curato niente e nessuno). L’altro punto di forza è che

il pensiero tecnico esprime il modo di pensare tipico del bambino: il bambino si organizza per

raggiungere quello che vuole. Il pensiero tecnico parte dalla focalizzazione di quello che vuole

raggiungere (le aziende farmaceutiche chiedono un prodotto per procurare l’aborto in modo

veloce). Il ricercatore organizza la ricerca per raggiungere questo risultato. In questo orizzonte il

modo e lo stesso oggetto diventa irrilevante. Si organizzano i mezzi per raggiungere questo fine,

che sono valutati non in base alla loro propria essenza, ma solo in base allo scopo da conseguire.

Sempre in quest’ottica si cerca di raggiungere il fine al minor costo possibile. Si punta alla

ottimizzazione delle risorse. In pensiero tecnico nasce dall’illuminismo. L’illuminismo è riassumibile

nella frase “ognuno ha il compito di promuovere il buon andamento delle cose del mondo e di

impedire il cattivo andamento delle stesse”. Ancora una volta l’attenzione della valutazione

morale si sposta dalla oggettiva valutazione della condotta a una valutazione che si sposta verso il

fine, in una prospettiva utilitaristica (Bentham). Per gli utilitaristi un’azione è buona quando

promuove il maggior bene possibile per la maggior parte delle persone che fanno parte di una

comunità. Non è più un problema di agire sempre in modo giusto ma di valutare volta per volta e

prevedere il maggior bene. In una formula più sintetica, il compito dell’uomo è promuovere il

maggior bene possibile. Se si mette su una bilancia “bene” e “maggior bene possibile”. Qual è la

proposta più esigente in termini morali tra queste due? Il maggior bene possibile è una porzione

del bene morale. Il maggior bene possibile, in scenari tragici, è contribuire al male per limitarlo. Il

problema morale è rinunciare al bene. La prospettiva del maggior bene possibile è una forte

tentatrice perché fa vedere un risultato possibile. Finnis critica queste dottrine facendo notare che

perdono di vista l’essenza oggettiva della condotta. Queste dottrine svolgono una sorta di

equazione matematica in cui da una parte c’è la previsione del bene e dall’altra la previsione del

male. Sono in guerra e mi si pone la questione se bombardare una città. Si può fare questa

equazione matematica tra effetti positivi e effetti negativi. Questa prospettiva, proporzionalismo,

è possibile perché si proietta l’attenzione non sul singolo atto (tirare bombe su civili) ma sul fine.

Questo modo di ragionare è proporzionalista. Questa prospettiva viene duramente contestata da

Finnis con una serie di valutazioni. Secondo Finnis, una volta che si accetta la prospettiva

proporzionalista, si potrebbe riassumere l’imperativo morale con questa formula “tenta qualsiasi

cosa”. Questo modello porta a un soggettivismo estremo. Il proporzionalismo crede di poter

prevedere in modo minuzioso tutti gli effetti della propria azione. Le conseguenze degli atti non

sono tutte prevedibili. Le nostre azioni provocano conseguenze delle quali non siamo responsabili.

Nella riflessione morale la valutazione delle conseguenze è limitata. Se compio un’azione giusta

ma nelle conseguenze c’è un male, non è colpa mia. Un punto molto debole del proporzionalismo

è la pretesa di dominare tutte le conseguenze di una certa azione. Il grande vantaggio delle

dottrine classiche è di focalizzarsi sull’oggetto dell’azione. Nel giuramento di Ippocrate troviamo il

“principio di non maleficenza”, cioè evitare di fare del male al paziente. Questo è il primo principio

della medicina: non nuocere. Il testo del giuramento impone di vietare determinate cose. Con

questo si riconosce che c’è un agire medico, umano, che è in se stesso buono o cattivo, senza farsi

condizionare dagli effetti temuti o sperati di una certa azione. Negli assoluti morali non è vero che

gli effetti non vengono presi in considerazione. Ippocrate assume assoluti morali definitivi.

Filosofia Mar. 29 A

IL CONCETTO DI LIBERTA’ ( Anche su testo di Vanni Rovighi)

La parola libertà è una delle parole più polisense, utilizzata con significati talvolta contrapposti.

Questa ambiguità non è un fatto nuovo, addirittura Hegel faceva notare che questo concetto

veniva usato in maniera soggettivistica. Un primo aspetto su questa ambiguità è il problema del

significato della libertà in senso fisico e in senso empirico. Da un lato la dimensione empirica

allude alla potestà dell’uomo di poter fare una certa cosa. In questo senso il concetto di libertà, è

del tutto svincolato da una riflessione sulla natura dell’uomo, perché così non mi interrogo su

quale è lo scopo della vita. Invece la libertà verso la quale siamo indotti a riflettere è la libertà in

senso morale. Cioè la riflessione dell’uomo sul suo essere libero in relazione a una domanda:

“Questo atto che posso compiere contribuisce o meno alla mia realizzazione ?” Qui c’è un

passaggio che sposta la nostra attenzione dalla libertà in senso fisico a un concetto di libertà che

contiene una domanda antropologica e morale. Libertà può allora voler dire :

• essere capaci di poter fare una cosa (empirico fisico). Non si occupa del giudizio sul

merito dell’azione (getto un vaso di gerani in testa al passante )

• in senso morale, realizzare la natura umana.

In filosofia è opportuno distinguere atti eliciti e atti imperati.

ATTI IMPERATI : quando attengono alla sfera esteriore. Es: la costituzione italiana riconosce che

esiste nell’ordinamento una libertà religiosa. Quando si afferma ciò, a livello giuridico si intende

che la dimensione religiosa che l’ordinamento tutela è quella che si manifesta nella sue esteriorità:

processione, chiesa, simboli… Questi sono quella componente della libertà che si manifesta a

livello esteriore.

ATTI ELICITI: sfuggono alla prescrizione giuridica, riguardano la volizione interiore di un certo atto.

La mia adesione alla fede qui non è scalfita, perché è la mia volontà interiore.

Da un lato la libertà empirica è spesso un presupposto necessario x l’esercizio della libertà morale;

ma non è sufficiente, perché occorre che l’uomo scelga il bene. Nella società contemporanea si

tende a fermarsi alla libertà presupposto, al libero arbitrio. X S. Anselmo la libertà è

determinazione al bene.

E le azioni cattive come si spiegano? Se non sono compiute con la libertà presupposto non sono

neanche colpevoli. La caratteristica della libertà presupposto:

non ha valore morale. Il libero arbitrio è tipico dell’uomo.

Se si nega l’esistenza del libero arbitrio, anche il concetto di imputabilità viene travolto.

Filosofia Mar. 29 B

Abbiamo visto dunque che la libertà si articola in due livelli differenti che abbiamo chiamato

LIBERTA’ EMPIRICA o LIBERTA’ PRESUPPOSTO e libertà morale.

Rispetto alla libertà psicologica o libertà presupposto o libertà empirica abbiamo visto che

possieda alcune caratteristiche, cioè non ha alcun valore morale in sé non è in discussione il fatto

che sia una caratteristica ontologica dell’essere umano e non è né eliminata né diminuita

dall’esistenza del peccato originale.

Abbiamo anche visto che essa ha dei riflessi giuridici molto immediati a seconda che venga

accettata o respinta. Rispetto al rapporto tra stato e libertà è interessante chiedersi fino a che

punto sia vera l’affermazione che lo stato non debba mai intervenire sulla libertà presupposto.

Cioè secondo alcune correnti del pensiero contemporaneo, libertario, lo stato non dovrebbe mai

intervenire sulla libertà presupposto perché così facendo assumerebbe un comportamento

ILLIBERALE. In altre parole, abbiamo sentito più volte dire che lo stato che stabilisca che per

decreto che non si possa fare una certa cosa , indebitamente starebbe invadendo la sfera di libertà

individuale. Questa affermazione teoricamente non è sostenibile perché noi sosteniamo che la

libertà presupposto è talvolta esplicitamente inculcata in modo coattivo. Prendiamo ad esempio le

tasse: ci sono alcune condotte che lo stato esige e sulle quali interviene proprio sulla libertà

presupposto.

La domanda circa l’esistenza della libertà :

alcuni negano esplicitamente che l’uomo sia libero. La strada migliore che si può percorrere per

confutare questa affermazione è quella fatta da Vanni Rovighi secondo la quale la libertà empirica

è un dato di realtà esperienziale. E secondo lei un dato di realtà al max se ne può fare la

fenomenologia, cioè dal dato di realtà si può risalire alle sue cause prime. La questione posta in

relazione alla libertà con il problema del fine ultimo dell’uomo, ossia la valutazione se una certa

azione che posso compiere coincida o meno con la realizzazione della mia natura. Perciò x capire

se un uomo si stia comportando in maniera libera, devo prima cercare di capire bene qual è il fine

ultimo dell’uomo e in questo perfino Sartre ,padre del pensiero relativista dice : è la posizione dei

miei fini ultimi quella che caratterizza il mio essere. Cioè: è da quello che io decido essere il fine

ultimo della mia esistenza, che dipende tutto quello che io farò e che io sono. Allora questa

pienezza dell’essere è il fine ultimo da mettere in relazione con l’esercizio della libertà. E da questo

punto è interessante ripetere che c’è l’intuizione comune di molti filosofi che è : l’uomo ricerca il

bene e ricerca il buono , la sua felicità. Questo senso di felicità potrebbe essere assunto come fine

ultimo dell’uomo. Quindi potremmo dire che essere liberi potrebbe essere compiere delle azioni

che mi rendano felice. Però il problema è capire dove risieda questa felicità. I greci chiamavano

questa posizione EUDAIMONIA, cioè riferirsi al fine dell’azione umana come ricerca della felicità; la

scolastica chiama questa concezione BEATITUDO, la realizzazione piena di sé stessi.

Questo è un dato che possiamo allora prendere come oggettivo. Il problema è che questa pienezza

dell’essere non è intuitiva, cioè io non intuisco per istinto quali sono le azioni che se io compio mi

rendono felice, mi rendono libero, ma devo sforzarmi per cogliere ciò che sia effettivamente la

fonte della mia felicità. Ad es. : una realtà che sembra essere oggetto della felicità dell’uomo è il

piacere. Qualsiasi cosa io faccia , posso giustificarmi dicendo che così sono felice. In generale

anche le azioni contraddittorie. Essere fedele o meno alla propria moglie: se io dico che così

cercavo la felicità, sembrerebbe che questo soddisfi i requisiti di libertà. Questo non è perché il

piacere è una realtà che attrae immediatamente ma che, porta alla nausea, cioè porta ad un livello

di insoddisfazione più profonda che rivela che la natura umana non si identifica con la

soddisfazione del proprio piacere. Questo ci dimostra che la natura dell’uomo non può essere

identificata con la soddisfazioni di tutti i suoi piaceri anche se tutti questi elementi hanno

comunque importanza.

ASSOLUTI MORALI, JOHN FINNIS

Il capitolo col tema della contraccezione.

Quali sono le considerazioni che Finnis fa?

In questo tema si vede bene come l’applicazione di categorie morali che fanno riferimento al

riconoscimento di assoluti, cioè di principi non derogabili, da un lato, oppure l’applicazione di

un’etica relativa, producono delle conseguenze molto differenti nella valutazione sensibile come

questa.

Uno degli aspetti su cui delle volte c’è confusione è il terreno che contrappone il concetto di

artificiale con quello di naturale. In altre parole alcuni pensano, errando, che l’argomento

fondante per cui il magistero cattolico giudica illecite le condotte contraccettive, si fonderebbe

sull’artificialità. Ma questo è un ragionamento infondato poiché il problema è piuttosto quello di

un tradimento oggettivo del significato dell’atto sessuale. Questa dottrina si fonda

sull’affermazione che l’essere umano ha una natura,e se l’uomo esprime la sua umanità in modo

profondamente vero, la rispetta. Quindi l’elemento che contraddistingue l’intenzione

contraccettiva, è un elemento che separa l’effetto procreativo dell’atto e l’atto stesso. Allora se io

mi ponessi in una prospettiva che condividesse l’etica proporzionalista potrei trovare molte

obiezioni a questo modo di ragionare, perché il fondamento della liceità di un atto sta in un

ragionamento articolato sulle conseguenze, obiettivi e scopi ; allora obiettivi conseguenze e scopi

della scelta contraccettiva potrebbero essere più che fondati (pianificazione nascite..) ; però il

problema non è di disconoscere queste buone ragioni, quanto di ricondurre la riflessione morale al

fatto che esiste una natura intrinseca di quell’atto che si compie, e che questo atto viene

profondamente snaturato se viene artificiosamente svincolato dalle sue potenziali conseguenze

procreative. Quindi in questa provocatoria asprezza della dottrina cattolica, si rivela questa fedeltà

alla dimensione etica nella chiave degli assoluti morali.

Paolo VI in HUMANAE VITAE dice : “ Date le condizioni della vita odierna, e dato il significato che le

relazioni coniugali hanno per l’armonia fra gli sposi, non sarebbe indicata una revisione delle

norme etiche vigenti soprattutto se si considera che esse non possono essere osservate con

sacrifici delle volte eroici? “

Quindi Paolo VI pone davanti a sé una domanda che riconosce la difficoltà e il notevole impegno di

questa dottrina morale. Ma detto questo

aggiunge : “ Tale dottrina è fondata sulla connessione inscindibile che Dio ha voluto e che l’uomo

non può rompere, tra i due significati dell’atto coniugale , quello unitivo e quello procreativo;

infatti per la sua intima struttura, l’atto coniugale mentre unisce profondamente gli sposi li rende

atti alla generazione di nuove vite secondo leggi scritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna.

Salvaguardando questi due aspetti, l’atto coniugale conserva integro il senso di mutuo e vero

amore e il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’ uomo alla paternità.”

Aggiungerei che la illiceità degli strumenti contraccettivi è collegata all’intenzione con cui il mezzo

è utilizzato. Ad esempio la pillola in alcune circostanze può essere usata per scopo terapeutico. In

questa situazione non si verifica l’atto illecito.

In conclusione, questo esempio richiama l’effetto molto chiaro dell’accettazione della dottrina

degli assoluti morali che mette in evidenza la differenza che sussiste fra l’accettazione di questa

dottrina e l’acquisizione di una posizione di carattere proporzionalista.

Filosofia 19 Aprile A

Passo dell’enciclica sull’unione europea – Benedetto XVI

Discorso pronunciato in occasione dei 50 anni dei trattati di Roma, che sono trattati istitutivi

dell’Europa.

Il pontefice evidenzia come la fondazione di questa realtà di unione di stati è data da caratteri

morali, filosofico- giuridico, e antropologico. Nell’introduzione

dice “ Questo continente ha percorso un lungo cammino che ha condotto alla riconciliazione di

oriente ed occidente legati da una storia comune ma separati da una cortina di giustizia”. Qui il

papa si riferisce a questi due polmoni che nella storia del 900 sono stati separati in due blocchi in


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niobe

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher niobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Europea di Roma - Unieuropea o del prof Palmaro Mario.

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