Dante Alighieri
Dante è il massimo poeta della civiltà comunale, inquieta e in rapida modificazione.
Egli è perfettamente radicato nella sua epoca, ma contemporaneamente è anche uno
straordinario anticipatore dei tempi che verranno e resta tuttora molto attuale. Basti
pensare che il 15% del lessico italiano di oggi è stato immesso nell'uso per la prima
volta proprio da Dante, e oltre la metà di esso si trova anche in Dante. Egli è un
autore di eccezionale importanza, tra i più grandi di ogni epoca; ciononostante, non
possediamo di lui tante notizie certe, ma spesso esse si mischiano ad aspetti mitici.
Il critico letterario De Sanctis ci dice che nella vita di Dante vi sono tre tempi: quello
dell'età giovanile, in cui tutto ruota attorno a Beatrice; poi, entrato nelle pubbliche
faccende, Firenze diventa il centro ove convergono tutti i suoi pensieri; infine il suo
orizzonte si allarga e dalla piccola Firenze egli si innalza verso un'unità non solo
italiana ma umana, diventa cosmopolita. Insomma, possiamo chiamare i tre tempi
della vita di Dante in questo modo: il tempo della giovinezza il tempo della
partecipazione alla vita politica, il tempo dell'esilio.
Il tempo della giovinezza. Dante nacque a Firenze nel periodo compreso tra il 14
maggio e il 13 giugno 1265: è lo stesso poeta di informarci di essere nato sotto il
segno zodiacale dei gemelli. Suo padre è Alighiero o Allagherio, sua madre è Bella,
diminutivo di Gabriella o Isabella, figlia di Durante degli Abati, morta quando Dante
era ancora un bambino; il suo trisavolo fu Cacciaguida, al quale venne conferito
dall'imperatore Corrado III il titolo nobiliare di Cavaliere. La famiglia faceva parte
della piccola nobiltà fiorentina di parte Guelfa (Dante era guelfo bianco); quando
nacque Dante, la sua famiglia era economicamente decaduta, ma non al punto da non
potergli permettere una giovinezza allegra e spensierata, né di ricevere un'educazione
accurata e raffinata presso la scuola del più celebre maestro di retorica della Firenze
di quel tempo, Brunetto Latini. A nove anni incontrò per la prima volta Beatrice,
più giovane di lui di un anno, figlia di Folco Portinari, che andrà in sposa a Simone
dei Bardi. La rivide a 18 anni, se ne innamorò profondamente, facendo di lei la
creatura angelicata più tipica del dolce Stilnovo. Nel 1290 Beatrice morì all'età di
soli 24 anni; il poeta ne fu sconvolto e trovò conforto nello studio della filosofia, ma
non la dimenticò mai, anzi la idealizzò e la elevò a simbolo del divino, capace di
salvarlo quando si trovò impigliato nella selva oscura delle passioni e dei tradimenti
terreni. Tuttavia nel 1277, a soli 12 anni, Dante venne assegnato in nozze a Gemma
Donati, con la stipula di un contratto notarile disposto dalle famiglie secondo l'uso
del tempo. Il matrimonio venne effettivamente perfezionato solo alcuni anni più tardi,
forse nel 1285, e da esso nasceranno tre o forse quattro figli: Pietro, Jacopo, Antonia
e Giovanni (?); Pietro e Jacopo saranno tra i primissimi e più importanti
commentatori della Divina Commedia, Antonia diventerà suora con il nome di
Beatrice. Dante non fu soltanto un poeta e un uomo di cultura eccezionale, ma fu
anche cittadino sensibile ai suoi doveri verso la città. Infatti partecipò alla battaglia di
Campaldino 1289 contro i Ghibellini di Arezzo, e alla presa del Castello di Caprona
contro i Pisani, sempre nel 1289.
Il tempo dell'attività politica. L'attività politica di Dante ebbe inizio nel 1295; prima
di quell'anno egli, in quanto nobile, non poteva accedere alle cariche pubbliche,
perché gli ordinamenti di Giustizia di Giano Della Bella, lo vietavano: per assicurare
il governo della città alla borghesia o “popolo grasso”, che era il ceto produttivo, tali
Ordinamenti escludevano dalla partecipazione alla vita politica sia i nobili o
“magnati”, sia il “popolo minuto”, costituito dal proletariato. Si iscrisse all'Arte dei
medici e degli speziali, che era aperta anche agli studiosi di filosofia e di scienza,
proprio per poter accedere alla vita politica. Nei cinque anni che seguirono egli
percorse tutti i gradi della carriera politica, che culminò nel 1300, quando fu eletto tra
i sei Priori, i più alti magistrati del comune. Al tempo di Dante la città era divisa in
due fazioni ferocemente avverse, quella dei Bianchi, costituita dalla borghesia
terriera, inurbatasi di recente, capeggiata da Vieri de’ Cerchi, e quella dei Neri,
capeggiata da Corso Donati. Queste fazioni non avevano vere ideologie contrapposte,
ma lottavano tra loro per pura ambizione di potere. L'atteggiamento era comunque
differente: i Bianchi erano gelosi dell’autonomia del Comune e si opponevano
all’interferenza del pontefice nelle cose di Firenze; i Neri erano invece favorevoli al
Pontefice, perché speravano di ottenere con il suo aiuto la supremazia della città.
Dante divenne Priore in un momento in cui scoppiarono in città gravi disordini, per
cui dovette prendere la decisione di allontanare da Firenze i capi delle due fazioni, tra
i quali anche l'amico Guido Cavalcanti, con la speranza di salvare la patria dalla
discordia. Tale speranza andò delusa perché papa Bonifacio VIII, sobillato dai
fuoriusciti Neri, nel 1301 inviò Carlo di Valois (fratello del re di Francia) a Firenze,
ufficialmente come “paciaro”, in realtà con il compito di favorire i Neri e assicurare
loro il predominio nella città. Con l'avvicinarsi di Carlo di Valois, Dante con altri due
cittadini Bianchi fu inviato a Roma come ambasciatore per ammorbidire le pretese
del pontefice, ma mentre egli era assente, Carlo di Valois entrò a Firenze e consegnò
il potere ai Neri, che immediatamente fecero la loro vendetta mandando in esilio i
Bianchi. Sulla via del ritorno da Roma, nel gennaio del 1302 Dante fu raggiunto
dall'editto con cui lo si condannava con l'accusa di baratteria, cioè atti di disonestà di
pubblico ufficiale, e “fama pubblica referente”, cioè secondo “la pubblica diceria”,
dunque senza prove certe, ma solo per sentito dire, lo si condannava alla multa di
5000 Fiorini, che però non fu pagata, per cui la condanna divenne al rogo se fosse
stato sorpreso nel territorio del Comune. Pertanto iniziò così per lui la via dell'esilio.
Il tempo dell'esilio. È difficile seguire con precisione l'itinerario di Dante durante il
suo esilio. All'inizio partecipò ai tentativi degli Ghibellini fuoriusciti e degli esuli
Bianchi di rientrare a Firenze, per questo Ugo Foscolo nei Sepolcri lo chiamerà
“Ghibellin fuggiasco”. Successivamente fece “parte per se stesso”, e iniziò a
girovagare per le corti dei signori in cerca di protezione e di pace, non senza subire a
volte umiliazioni. Egli stesso, infatti, ci dirà in una celebre terzina del Paradiso “tu
proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir
per l'altrui scale”. Di certo comunque fu presso i Malaspina della Lunigiana, quindi
presso Cangrande della Scala, signore di Verona, a cui dedicherà il Paradiso, e negli
ultimi tempi risiedette a Ravenna, dove morì nel 1321, poco dopo aver terminato la
Commedia. Nel 1315 fu concessa un'amnistia a favore degli esuli pentiti, ma Dante
rifiutò sdegnosamente la proposta a causa delle umilianti condizioni: i pentiti infatti
dovevano riconoscersi colpevoli, pagare una pena pecuniaria, presentarsi in veste di
penitenti con la corda al collo e il capo cosparso di cenere per essere pubblicamente
offerti a San Giovanni. Non era neppure immaginabile che Dante, uomo
profondamente onesto e fiero, potesse accettare tali condizioni. Sperò fino all'ultimo
giorno della sua vita di rientrare a Firenze in ben altro modo, accolto onorevolmente
per i suoi alti meriti e di esservi incoronato poeta.
La personalità
Molte delle notizie su Dante, compreso una sua dettagliata descrizione fisica, le
dobbiamo a Giovanni Boccaccio, suo grande estimatore e autore del Trattatello in
laude di Dante. Una sua fedele rappresentazione fu l'affresco di Giotto presso il
palazzo Fiorentino del Podestà. Dante fu un uomo molto carismatico, consapevole,
integerrimo, cosciente di aver scritto opere di grosso spessore, degli autentici
capolavori. Non è solo il più grande poeta del Medioevo, ma anche tra i più grandi di
ogni tempo. La sua personalità è soprattutto caratterizzata dalla vastità degli interessi
culturali che abbracciano, possiamo dire, tutti i settori dello scibile del suo tempo:
teologia, filosofia, scienza, storia, letteratura. Dante ne scrisse in tutte le sue opere; la
Divina Commedia rappresenta la sintesi e il coronamento di tutto il suo sapere. Egli
sa che la cultura è importante e necessaria per tutti, mostra di voler diffondere il suo
sapere, di volerlo condividere, perciò c'è coerenza tra pensiero e azione. La Divina
Commedia, per esempio, può essere considerata una autobiografia, una vera e propria
“danteide”, in cui Dante rivelò tutti i suoi ideali, le sue passioni ardenti, i suoi dolori,
le sue speranze, la sua religiosità, la sua cultura vastissima, ma è nello stesso tempo
l'opera che dimostra l'impegno civile del poeta, il quale si sentiva parte integrante
della società e concepiva la cultura come uno strumento di battaglia per il
rinnovamento sociale e la difesa dei più alti ideali umani. Dante ebbe una
straordinaria forza d'animo, mai piegata neppure con venti anni di esilio, con tutto il
seguito dei dolori, delle umiliazioni, delle privazioni e delle mortificazioni;
addirittura i suoi ideali religiosi, politici e morali, per i quali combatteva e soffriva,
furono rafforzati negli anni dell'esilio.
Il contesto storico
Dante visse nell'epoca in cui ci furono i Comuni, che iniziavano a trasformarsi nelle
Signorie, in un'epoca in cui si assistette al tramonto dei poteri universali del papato e
dell'impero e alla nascita delle monarchie europee. Egli non ne seppe tuttavia cogliere
le trasformazioni, pertanto lo si può ritenere un uomo calato nel Medioevo,
nonostante la sua capacità di anticipare la modernità, per certi aspetti. Egli credette e
difese sempre i suoi ideali