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INVASIONE GALLICA. Intorno al IV secolo a.C., alcuni gruppi di Sènoni (che assieme a

Boi, Taurini e Cenomani avevano quasi del tutto cancellato la presenza etrusca nel

Nord) si spinsero fino al Lazio: la Lega tentò, inutilmente, di fermarli presso il fiume

Allia (18 luglio 390 a.C.), ma fu sconfitta e Roma fu assediata, espugnata e

saccheggiata – nonostante la gloriosa resistenza dei valorosi difensori del Campidoglio,

fra cui Manlio “Capitolino” (che proverà poi ad approfittare del malcontento popolare

per instaurare una tirannide: le plebe, però, vorrà dividere il potere coi patrizi).

RIFORMA DEL 367. Nel 376, i tribuni della plebe Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio

tribuni

Laterano chiesero (1) che fosse abolito il tribunato con potestà consolare (

militum consulari potestate : secondo Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso, tale

magistratura fu creata nel periodo del conflitto tra gli ordini – 444 a.C. - allo scopo di

permettere all’ordine plebeo l’accesso alle più alte cariche del governo senza per

questo dover riformare la carica di console, che il patriziato difendeva come riservata

al suo ordine); (2) che, ogni anno, uno dei due consoli fosse plebeo; (3) che vi fosse

De modo agrorum,

una cospicua riduzione dei debiti. Proposero, inoltre, (4) il plebiscito

dell’ager publicus.

che limitava le occupazioni

La tradizione vuole che tali proposte, reiterate per dieci anni, furono finalmente

approvate dal senato nel 367 - Furio Camillo era stato eletto dittatore per due anni. In

realtà, fu solo dal 342 che divenne prassi che un console fosse patrizio ed uno plebeo;

De modo agrorum,

inoltre, il limite imposto dal 500 iugeri, è certamente posteriore.

RIFORMA “COSTITUZIONALE”. Altri provvedimenti, che nel resoconto annalistico

hanno scarso rilievo, produssero in realtà una vera e propria riforma della

“costituzione”:

- fu affiancato ai due consoli un nuovo magistrato col compito di amministrare la

pretore

giustizia: ebbe l’antico titolo di (comandante), perché in caso di

necessità poteva anch’egli assumere la guida dell’esercito;

- il censimento quinquennale fu riservato a due magistrati eletti specificamente a

censori;

questo scopo, i edìli, curùli:

- si decise che il popolo eleggesse ogni anno due detti essi avrebbero

svolto in nome dell’intera comunità le stesse funzioni che gli edìli plebei

adempivano in nome della plebe.

Dunque; PAGG. 61 e 62.

PRIMA GUERRA SANNITICA. Nel 343 a.C. Capua, città fondata dai Sanniti nel secolo

precedente, si vide minacciata dagli stessi, e chiese aiuto alla Lega. La prima, breve

guerra sannitica si concluse due anni dopo (341 a.C.) con la vittoria della Lega e la

rinuncia, da parte dei Sanniti, alla Campania. La pace fu però stipulata separatamente

tra Roma e i Sanniti, e questo generò malcontento, oltre che timore, fra Campani e

Latini: uno scontro particolarmente duro fra le due fazioni (guerra latina, 340-338 a.C.)

devotio

vide Roma vincitrice (grazie all’atto di di Publio Decio Mure?). La Lega fu

sciolta, e Roma consolidò (anche) formalmente la sua supremazia sul Lazio.

SECONDA GUERRA SANNITICA. Nel 326 a.C. un esercito guidato dal console Quinto

Publilio Filone assediò Napoli, sfidando consapevolmente i Sanniti (che consideravano

questa colonia greca come soggetta alla propria influenza). La guerra contro Napoli

terminò l’anno seguente: un accordo segreto con l’aristocrazia napoletana aprì agli

assedianti le porte della città. I vinti ottennero una pace che non costò loro alcun

sacrificio, e furono accolti come alleati.

TERZA GUERRA SANNITICA/GUERRA “ITALICA”. Nel 298 a.C. ripresero le ostilità

nell’Italia centrale: i nemici di Roma (Sanniti, Sènoni, Etruschi, Umbri) si allearono e

mossero guerra. Fu presso Sentino (295 a.C.) che i Romani (grazie pure al sacrificio di

Quinto Fabio Massimo Rulliano e del figlio di Publio Decio Mure!) riuscirono a vincere.

Manio Curio Dentato stroncò le ultime resistenze (i Sanniti, che nel 290 furono costretti

a chiedere la pace) e costrinse i Galli ad abbandonare l’Italia centrale.

Lex Patelia Papiria

EVOLUZIONE COSTITUZIONALE, LOTTA POLITICA. La (326 a.C.)

mitigò gli aspetti più odiosi della schiavitù per debiti.

Dopo le guerre sannitiche, la plebe era in tumulto a causa dei debiti, e giunse sino alla

(secessio plebis,

secessione 287 a.C.: la plebe abbandonava in massa la città): il

Lex Ortensia,

dittatore plebeo Quinto Ortensio riuscì ad ottenere la in base alla quale i

plebisciti avrebbero avuto, d’ora in poi, valore di legge. Si chiude così il secolare

conflitto fra patrizi e plebei.

GUERRA TARANTINA. Tra la fine del IV e l’inizio del III secolo Agatocle, tiranno di

Siracusa, aveva esteso la sua egemonia su buona parte della Magna Grecia, e aveva

difeso le colonie greche, a lui soggette o sue alleate, contro la sempre crescente

pressione dei Lucani e dei Bruzi. Morto Agatocle (289 a.C.), gli Italici riguadagnarono

terreno: una delle colonie, Taranto, rivendicava a sé il compito di proteggere tutte le

polis

altre – ma le sue forze erano inadeguate. Nel 285 la di Turi, vedendo minacciata

la sua stessa esistenza, preferì chiedere l’aiuto di Roma. Nel 282, una flotta di Taranto

attaccò una piccola squadra romana che risaliva lungo la Calabria. Roma fu

insolitamente conciliante, ma Taranto voleva la guerra: si alleò con i popoli italici vicini

e chiese aiuto a Pirro, re dell’Epiro. Questi sbarcò in Puglia nel 280, con al seguito

25.000 uomini e 20 elefanti. Pur avendo ottenuto cospicui successi militari (Eraclea,

Ascoli Satriano), Pirro, resosi conto della forza di Roma, intraprese trattative di pace

prima con Gaio Fabrizio Luscino – che aveva assunto il comando dell’esercito romano

dopo le due sconfitte -, poi col senato (l’anziano Appio Claudio Cieco, però, si rifiutò di

scendere a patti). Nel 275, Pirro si scontrò con Manio Curio Dentato a Benevento: la

battaglia, dall’esito incerto, venne considerata una vittoria dai Romani – e forse non a

torto, considerando che, subito dopo, Pirro decise di ritirarsi in Grecia. Partito Pirro,

Taranto si arrese nel 272.

ORGANIZZAZIONE DELL’ITALIA ROMANA. Il territorio romano comprendeva:

l’ager Romanus antiquus,

- il nucleo primitivo;

ager publicus

- terre conquistate ed adibite ad oppure assegnate in proprietà

(viritim,

privata a coloni romani individualmente): alcune di queste fungevano

da presidio militare permanente, come colonie di cittadini romani;

cives optimo iure

- il territorio abitato da (cittadini a pieno diritto), accresciuto

con l’annessione di comunità straniere che avevano ottenuto pari diritti (come

Tuscolo, Nomento…); cives sine

- comunità annesse a condizioni meno favorevoli (Formia, Capua…): i

suffragio avevano doveri ma non diritti politici.

Le città che entravano a far parte dello Stato romano conservavano, in entrambi i

casi, la propria autonomia amministrativa e le proprie magistrature divenendo,

municipia.

così, Roma, insomma, piuttosto che ampliare direttamente il proprio

territorio, tendeva a creare artificialmente nuovi stati indipendenti e alleati, che

avevano l’obbligo di inviare truppe e mantenerle a proprie spese.

PRIMA GUERRA PUNICA. Roma e Cartagine erano state spesso alleate, ma il

Mediterraneo era la naturale prosecuzione dell’espansione romana, nonostante

Cartagine se ne ritenesse la padrona indiscussa. L’occasione dello scontro fu offerta

dagli sviluppi della politica siciliana: dopo la morte di Agatocle, i mercenari che

Mars,

avevano militato con lui, detti Mamertini (da loro divinità tutelare), lasciarono

Siracusa, s’impadronirono a tradimento di Messina, sterminandone gli abitanti, e

fondarono un proprio stato. Nel 265 furono sgominati dal nuovo tiranno di Siracusa,

Ierone (che dopo la vittoria assunse il titolo di re): per evitare una totale distruzione, i

Mamertini furono costretti a chiedere un aiuto esterno; ma erano divisi fra due

tendenze, e gli uni si rivolsero a Cartagine, gli altri a Roma. I Cartaginesi giunsero per

primi - il ritardo dei Romani fu causato non solo dalla maggiore distanza, ma anche da

contrasti nel senato. Tuttavia, il gruppo favorevole alla guerra ebbe la meglio; i Romani

passarono lo stretto, entrarono a Messina e scacciarono il presidio punico (264 a.C.). I

Cartaginesi e Ierone fecero causa comune contro i nuovi venuti, e assediarono la città,

ma dopo un anno furono battuti e costretti ad allontanarsi: il re comprese quale fosse

la parte destinata a vincere e si schierò con Roma. Nel 262 fu espugnata Agrigento,

colonia greca alleata di Cartagine: in questo episodio Polibio vede la svolta decisiva

della politica romana, cioè, come si direbbe oggi, una scelta a favore dell’imperialismo

(infatti, egli osserva, lo scopo di “salvare i Mamertini” era ormai pienamente

raggiunto: la guerra proseguì perché la posta in gioco era il possesso della Sicilia).

Nonostante la superiorità indiscutibile dei suoi eserciti, Roma non poteva vincere

finché Cartagine dominava il mare: il senato decise dunque di creare una grande

flotta. Tuttavia, né la prima grande vittoria navale riportata da Gaio Duilio a Milazzo nel

260, né altre che seguirono, furono decisive: troppo grandi erano ancora le riserve di

Cartagine in uomini, denaro e materiali. Nel 256 Roma tentò di colpire al cuore il

nemico portando la guerra in Africa, e Marco Attilio Regolo, dopo essersi aperto la

strada sconfiggendo una flotta punica al Capo Ecnomo, sbarcò a meno di 100 km da

Cartagine. Dapprima la sua impresa fu fortunata, al punto che i Cartaginesi offrirono la

pace; ma le condizioni da lui proposte parvero inaccettabili e l’accordo non fu

concluso. L’anno dopo subì una disastrosa sconfitta e fu fatto prigioniero.

Nell’ultima fase della guerra le forze cartaginesi in Sicilia furono guidate con energia e

intelligenza da Amilcare Barca, che mise in difficoltà i Romani, ma naturalmente non

riuscì a scacciarli dall’isola. Infine la tenacia romana prevalse, e dopo la vittoria di Gaio

Lutazio Catulo alle isole Egadi (241 a.C.) Cartagine, stremata, rinunciò a tutti i suoi

possessi in Sicilia, e s’impegnò a pagare un’indennità di 3.200 talenti.

LO STATO E LA SOCIETA’ NEL III SECOLO. Quando le magistrature più alte furono

aperte alla plebe, i plebei iniziarono ad accedere al senato; all’inizio, i senatori plebei

(conscripti) erano pochi, ma alla fine del III secolo erano la maggioranza. I patrizi,

comunque, continuavano ad avere un rapporto privilegiato con la divinità, ad eleggere

l’interrex l’auctoritas patrum,

(patrizio) e conservavano indispensabile per convalidare

i plebisciti. Ad ogni modo, dal 287, anno in cui i plebisciti furono equiparati alle leggi,

non ci furono più veri conflitti tra patrizi e plebei. Si svilupparono, invece, nuovi

“ordini” sociali. L’accesso al senato e alle magistrature era riservato agli iscritti alle

equites equo pubblico. nobilitas

centurie equestri (o con censo pari ad esse): gli Per

s’intendevano i consoli e i pretori in carica e chi aveva costoro tra i propri antenati. Chi

per primo in una famiglia riusciva a raggiungere la pretura o il consolato era

homo novus.

considerato un

C’erano poi:

- i cavalieri (non c’era netta separazione tra ordine senatorio e ordine equestre -

gruppo molto eterogeneo, a seconda dell’attività svolta); ager publicus

- i contadini, le cui condizioni non erano migliorate dopo il 287: l’

era spesso monopolizzato, in modo più o meno legale, dai più ricchi;

- plebe urbana (artigiani e mercanti): i primi godevano di un certo prestigio

sociale, a differenza dei secondi;

- liberti e schiavi: i primi erano legati da un rapporto di patronato al loro ex-

padrone, ed erano in possesso di cittadinanza e diritto di voto. Tra IV e III secolo

permaneva la schiavitù per debiti.

Le assemblee: in origine, l’ordinamento centuriato coincideva con l’organico

dell’esercito, e l’assemblea delle centurie era l’assemblea del popolo in armi. Tuttavia,

comitia centuriata

nel corso del III secolo, l’importanza dei si ridusse, perché divenne

più semplice, per consoli e pretori, convocare un’assemblea organizzata in tribù (35;

concilia plebis tributa) comitia tributa.

sul modello dei anziché in centurie: i Essi

potevano votare nuove leggi ed eleggere i magistrati minori.

Nel 242, la carica di pretore fu “sdoppiata”: il pretore urbano amministrava la giustizia

nella cause tra cittadini, un pretore peregrino si occupava delle vertenze fra stranieri.

Nel 227 furono istituiti i pretori in Sicilia, Sardegna e Corsica, i cui abitanti erano

“sudditi” (!), soggetti ad obblighi esclusivamente economici.

GUERRE ILLIRICHE. Da quando Roma aveva conquistato i territori dei Sènoni e dei

Pretuzi, che si affacciavano sull’Adriatico, aveva dovuto fronteggiare il problema della

pirateria illirica, acuitosi nel 233, col declino del regno d’Epiro. (1) Nel 229, Roma

decise d’intervenire con grande dispiegamento di forze: gli Illirici si videro costretti alla

resa, oltre che a dover cedere l’Atintania (regione dell’Epiro). (2) Dieci anni dopo, nel

219, si ebbe una breve ma intensa ripresa della pirateria. Demetrio di Faro (un

avventuriero greco originariamente schieratosi con gli Illirici che era passato dalla

parte dei Romani al momento giusto), istigato dal giovane re di Macedonia Filippo V,

cambiò fronte ancora una volta, e con navi fornite dagli Illiri compì scorrerie nello Ionio

poleis

e nell’Egeo, saccheggiando le ostili al Macedone; inoltre attaccò le colonie

greche dell’Adriatico, protette da Roma. La cosiddetta seconda guerra illirica fu in

realtà una spedizione contro Demetrio, che fu costretto a lasciare Faro e a rifugiarsi

presso Filippo.

Roma, insomma, aveva gettato le basi per un’espansione verso l’Oriente ancor prima

che fosse risolto il grande conflitto con Cartagine per la supremazia sull’Occidente.

GAIO FLAMINIO. Boi ed Insubri, sentendosi minacciati dall’alleanza tra Romani,

Cenomani e Veneti, invasero l’Etruria nel 225 a.C. Per il console Gaio Flaminio, in

carica nel 223, la guerra poteva rappresentare una buona occasione per ampliare le

conquiste romane nella Pianura Padana: trascurando gli ordini ricevuti dal senato (è

verosimile che non fosse del tutto isolato: fra i suoi alleati potevano esserci stati

Claudio Marcello, plebeo, e Fabio Massimo, patrizio), continuò la guerra ad oltranza,

ottenendo una vittoria sugli Insubri. L’anno dopo fu Marco Claudio Marcello a

continuare, a dispetto del senato, la guerra di Gaio Flaminio, costringendo gli Insubri

alla resa.

SECONDA GUERRA PUNICA. Fin dal 237, subito dopo aver salvato Cartagine dal

pericolo mortale dei mercenari, Amilcare Barca si era recato in Spagna al fine di creare

un nuovo impero che offrisse la base e le risorse per una rivincita contro i Romani. La

sua opera fu continuata, dopo la sua morte (229 a.C.), dal genero Asdrubale, e poi

(221 a.C.) dal figlio Annibale, che appena venticinquenne fu acclamato comandante

dei soldati. I successi dei Bàrcidi preoccuparono il senato romano, che fra il 226 e il

225 decise di porre un limite all’espansione cartaginese (e, poiché era bene informato

sulla situazione, trattò direttamente con Asdrubale, non con le autorità legittime): il

cosiddetto “accordo dell’Ebro” fu concluso in un momento in cui Roma aveva le mani

legate per l’invasione gallica, e non poteva dettar legge; infatti stabiliva come confine

tra le due sfere d’influenza il fiume Ebro, cioè lasciava a Cartagine mano libera nei

nove decimi della Spagna, e tutelava solo l’angolo nordorientale, ove si trovavano le

polis

colonie di Marsiglia, greca da tempo alleata di Roma. La politica romana fu

tuttavia, come in altri casi, contraddittoria: in data incerta, ma nello stesso periodo, la

repubblica si alleò anche con la città iberica di Sagunto, situata a sud dell’Ebro, nella

sfera cartaginese. In tal modo si rendeva inevitabile una nuova guerra. Nel 219,

Annibale attaccò Sagunto e la espugnò dopo un lungo assedio.

La commozione suscitata dalla caduta di Sagunto e dal massacro dei suoi abitanti fece

sì che i fautori della guerra (PAG. 111) avessero la meglio. Essi, illudendosi di avere

l’iniziativa, avevano preparato un piano offensivo: i consoli del 218, Publio Cornelio

Scipione (padre dell’Africano) e Tiberio Sempronio Longo, avrebbero dovuto sbarcare,

il primo in Spagna, dove si supponeva che Annibale lo avrebbe atteso, il secondo in

Africa. Annibale, invece, superando l’Ebro, i Pirenei e le Alpi, raggiunse la Pianura

Padana nel settembre 218, con 20.000 fanti e 6.000 cavalieri (aveva portato con sé

anche 37 elefanti, che perirono nel passaggio delle Alpi e nell’inverno successivo). I

consoli, costretti a rimanere in Italia, subirono le prime sconfitte sul Ticino e sul

Trebbia. Boi ed Insubri si allearono con Annibale.

Il progetto di uno sbarco in Africa era caduto, ma non quello di metter piede in

Spagna. Già nel 218 Gneo Cornelio Scipione, fratello di Publio, si recò nella penisola

iberica con una parte delle forze disponibili, e Publio stesso lo raggiunse non appena

ebbe deposto il consolato. Investiti dal comando come proconsoli, i fratelli tennero

testa con successo ai Cartaginesi fino al 211.

Nel 217, Annibale avanzò in Etruria: Gaio Flaminio, console assieme a Gneo Servilio, fu

sconfitto in un’imboscata presso il lago Trasimeno. Roma decise, allora, di ricorrere alla

dittatura: la scelta ricadde su Quinto Fabio Massimo, che mantenne un atteggiamento

(cunctator),

“attendista” facendo sì che i sei mesi d&

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maria.29.v di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof La Rocca Adolfo.
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