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13° lezione – 19.11.182 libro 3 capitoli

Le cui pagine dipendono dall’anno di edizione (quelle sul sillabus si riferiscono all’edizione anno 2007). Come detto all’inizio questo è un testo di storia sociale, perché non è la storia dei grandi personaggi o dei grandi eventi, la storia sociale riguarda le trasformazioni che hanno riguardato la società nel suo complesso. Sta a cavallo tra storia e sociologia. Un sociologo prima di elaborare una teoria guarda anche alla trasformazione storica del fenomeno, se voglio discutere la criminalità e cosa è l’omicidio dal punto di vista sociologico, la prima cosa che bisogna fare è vedere come questo fenomeno si è evoluto nel corso della storia. È un po’ quello che fa questo testo con riferimento alla comunicazione di massa, ed in particolare alla stampa, che è il primo mezzo di comunicazione di massa che conosciamo. Da un punto di vista storico la stampa è il primo mezzo che nasce e andrà incontro a diverse trasformazioni storiche che ne modificheranno le caratteristiche, quella che conosciamo oggi è profondamente diversa da quella dei primi anni, cioè fine del 400 primi del 500, è questa appunto la data di riferimento. Non prestare molta, troppa attenzione alle date specifiche ma al concetto, l’importante è saper concettualizzare.

La rivoluzione della stampa e il suo contesto

Ci sono due elementi discussi in questo capitolo:

  • La stampa intesa come rivoluzione;
  • L’analisi del contesto di questa rivoluzione;

Scopriremo che il concetto stesso di rivoluzione analizzato da questi autori non è così scontato, il capitolo riflette sulla possibilità reale di poter definire la stampa una rivoluzione. Potremmo ri-titolarlo: “La stampa è stata veramente una rivoluzione?”. Fondamentalmente l’atto di nascita è intorno al 1450, il personaggio storico è Gutemberg, che diede vita ad un procedimento innovativo della stampa ovvero: la stampa a caratteri mobili. Questa innovazione tecnologica ha rappresentato lo spartiacque perché prima i libri esistevano ma erano manoscritti, dopo i libri continueranno ad esistere ma saranno stampati con questa tecnica innovativa. Non è qualcosa di totalmente nuovo, perché già in Cina veniva utilizzato qualcosa di molto simile che è la xilografia. La differenza fondamentale è che i cinesi stampavano con la xilografia, utilizzando delle tavolette di legno in cui venivano composte interamente le pagine, è come se immaginiamo uno stampino che si stampava sulla carta dove già c’era incisa tutta la pagina che poi sarebbe stata impressa. Immaginiamo il nostro libro come se fosse una conseguenza di una impressione di una tavoletta di legno con già tutto quanto stampato. Quindi era un procedimento abbastanza lento e poco meccanizzato. La novità saranno proprio i caratteri mobili che sono dei caratteri che possono essere spostati per comporre e ricomporre una pagina, che rende questo procedimento di stampa molto più rapido, funzionale ed economico e dà avvio a questo processo di industrializzazione dei libri stampati in maniera automatica e non scritti a mano. Quindi in realtà non è una novità di tipo qualitativo, sono delle innovazioni che riguardano piccoli accorgimenti che trasformano radicalmente un certo fenomeno. Quello che ci interessa è questa innovazione, cioè Gutemberg introduce non una cosa totalmente nuova ma un procedimento che rende una procedura in fondo già esistente, molto più standardizzabile, industrializzabile, cioè diventa questa pratica potenzialmente una vera e propria industria, cioè una produzione in serie, standardizzata, rapida ed economica che è molto conveniente, tanto che molti sono concordi nell’affermare che l’industria libraria, che poi a partire dal 500 si svilupperà in Europa, rappresenta la prima vera industria nel vero senso del termine.

- Nascita dell’industria libraria in Europa (27.000 edizioni nel 1500: 13 milioni di libri per 100 milioni di abitanti) è un numero consistente se pensiamo che nel 1450 nasce la stampa a caratteri mobili, dopo 50 anni, 27 mila edizioni anche se in tutto il continente. Quindi parliamo di una importanza industriale ed economica significativa. Già si definiscono due grandi centri per la produzione libraria:

  • Venezia e Parigi centri importanti di stampa sono anche due grandi piazze dal punto di vista commerciale.

Ma la cosa che più ci interessa dal punto di vista sociologico è che questo successo non sarà del tutto omogeneo in Europa. Non ovunque il successo (tardivamente in Russia e nel mondo cristiano-ortodosso e nel mondo mussulmano). Solo in alcune aree dell’Europa occidentale, si avrà questo successo, non a caso Venezia e Parigi sono i più grandi centri di produzione libraria. Avverrà molto più tardivamente in altre parti dell’Europa orientale, in Russia e tutto il mondo ortodosso e mussulmano che non era un mondo ignorante, contrariamente a quanto pensiamo a volte, il mondo mussulmano è stato particolarmente ricco di innovazione, filosofica, scientifica, matematica, noi europei dobbiamo molto al sapere e alla trasmissione del sapere prodotto nel mondo orientale, mussulmano. Il concetto di algoritmo per esempio deriva da quel mondo lì, deriva da un nome arabo, e senza questo concetto noi oggi non avremo moltissime cose. Nonostante ciò, in quella parte del mondo la rivoluzione della stampa e della produzione meccanizzata e standardizzata dei libri non avverrà con la stessa rapidità e forza che caratterizzerà il mondo occidentale.

Ed è da qui che gli storici partono con la loro riflessione, pensano: ma se è così fino a che punto possiamo parlare di una rivoluzione della stampa storicamente? Se consideriamo un certo fenomeno o una certa tecnologia “rivoluzionaria”, quindi come qualcosa che arriva e scompagina, (infatti si dice che l’impatto della stampa è stato enorme), perché in alcune società sì e in altre no? Se l’elemento rivoluzionario della stampa fosse riconducibile alla tecnologia in sé, allora dappertutto dovrebbe avere questo effetto rivoluzionario, ma perché qui si diffonde in maniera efficace e in altri posti no? Dipende dalle condizioni, ne viene fuori un primo spunto di riflessione: prima di dire che una certa tecnologia è di per sé portatrice di cambiamento dobbiamo prima capire dove è portatrice di cambiamento e quindi analizzare i contesti in cui quella certa tecnologia provoca cambiamenti. Gli studiosi in maniera molto critica, anche con molti sociologi, viene spesso anche giustamente criticato McLuhan, definito esponente della scuola del determinismo tecnologico. Per determinismo si intende una visione sulla base della quale una causa produce necessariamente un effetto, chi ritiene che una causa produca inevitabilmente e necessariamente un effetto si dice che è determinista. McLuhan viene criticato proprio per questo, infatti lui spesso dice “la stampa ha prodotto questo”, “i nuovi media hanno prodotto questo”, qui gli studiosi ci dicono che prima di pensare a cosa ha prodotto la stampa, bisogna pensare al contesto. In quale contesto la stampa ha prodotto questo? Quindi non è qualcosa riconducibile alla stampa in sé, ma al particolare mix di interazione tra le caratteristiche della stampa e le condizioni sociali di un certo contesto storico-sociale.

- Una rivoluzione tecnologica dipende dal contesto sociale e culturale ad essa favorevole (ad esempio livello di alfabetizzazione, ruolo delle élite, religione, ecc.).

- Grandi oppositori: amanuensi (crisi), clero (disintermediazione del rapporto con Dio, eresie, ecc.), governi (diffusione di idee politiche pericolose)

- Grandi sostenitori: scienziati, chiunque amasse la conoscenza

Non è che in Europa tutti fossero dei filosofi, però il livello medio già nel 500, di alfabetizzazione era sicuramente importante, come abbiamo detto c’erano 13 milioni di libri, quindi questo significava molte persone che sapevano leggere e scrivere, può sembrare banale ma a volte non viene mai preso in considerazione il fatto che il libro richiede la capacità di leggere, quindi 13 milioni di libri sono già tanti. Probabilmente non era così in altre società perché magari c’erano resistenze a una “democratizzazione dell’accesso del sapere”, perché una società può essere anche molto ricca di conoscenza ma questa conoscenza è concentrata nelle mani di pochi, come il mondo mussulmano, in cui vi erano pochi dotti e una massa non in grado di accedere al sapere. Mentre in Europa c’è una importante e significativa classe di soggetti, che magari non sono grandi scienziati, ma sanno leggere e scrivere e ne hanno il piacere di farlo. La nostra società era forse più attenta a garantire un livello medio e mediocre di conoscenza che rendeva possibile l’industria libraria, e questo probabilmente è legato al fatto che in Europa già nel 1500 esisteva una nuova classe sociale che era quella borghese, che si stava affermando dal punto di vista economico ed aveva un livello medio minimo di cultura tale da potere effettivamente rendere conveniente avviare una industria di questo tipo. Come tutti i fenomeni nuovi produce grandi sostenitori ovvero gli scienziati e chiunque amasse la conoscenza, mentre i grandi oppositori saranno coloro che vivevano delle pratiche precedenti ovvero amanuensi e clero, perché una delle grandi contraddizioni che riprenderemo, è quella della chiesa cattolica, grande oppositrice allo sviluppo dell’industria libraria, perché naturalmente avevano tutto l’interesse ad essere monopolista soprattutto dell’interpretazione delle Sacre Scritture e si opponeva alla traduzione in lingua volgare della Bibbia.

Proliferazione dei libri e grandi problemi archivistici e bibliografici

Sviluppo di un’industria:

  • Nuova categoria sociale (tipografi): artigiani alfabetizzati
  • Nuova struttura occupazionale: tipografi, correttori di bozze, librai, editori, bibliotecari, ecc.

Doppio binario: colto (elitario) e popolare (zone rurali). Questo contraddice un grande stereotipo ovvero il fatto che i libri nel 500 fossero soltanto per persone colte, in realtà molti libri appartenevano ad un filone che non potremmo definire colto, cioè una produzione popolare indirizzata ad un mercato di lettori che sì, sapevano leggere e scrivere, ma non avevano tutti questi studi e non si poteva pensare di vendergli grandi libri. Questi libri si chiamavano chapbooks o bibliothèque bleue cioè testi di evasione, letteratura sedativa, in cui c’erano modelli culturali contrapposti a quelli del clero e della nobiltà (vita dei santi, romanzi cavallereschi, filastrocche ecc).

Domande importanti a cui non si possono dare risposte ben precise: quali effetti? Quali fruitori? Il ruolo delle donne? Tradizione orale? Ma in sostanza, la produzione libraria non è solo colta ma anche popolare.

Elizabeth Einstein e Raymond Williams: due visioni della rivoluzione

Elizabeth Einstein: standardizzazione e conservazione del sapere – critica all’autorità (rivoluzione inavvertita)

Raymond Williams: rivoluzione lunga

Una rivoluzione che non si realizza rapidamente è una rivoluzione? Catalizzatore del mutamento (lo favorisce ma non lo crea)

Nel testo vengono citati questi autori perché nei loro studi sul potere della stampa, questi due autori, più di altri, hanno utilizzato il concetto di rivoluzione. In particolare, la Einstein parlerà della stampa come una rivoluzione inavvertita, perché in effetti non ci sarà nessuno che scenderà in piazza o in strada a fare le barricate, però nonostante questo la standardizzazione e la conservazione del sapere che i libri renderanno possibile, saranno alla base di ciò che renderà possibile la critica all’autorità. In questo senso la stampa sarà una rivoluzione della modernità. Inavvertita perché leggendo un libro ci si rende conto di star facendo rivoluzione, ma in realtà lo si fa. Williams invece parlerà di rivoluzione lunga perché è qualcosa che nasce nel 1400 e poi avrà la sua massima espressione, con la rivoluzione francese alla fine del 700. Partendo da queste definizioni che sono un po’ degli ossimori, parlare di rivoluzione lunga o inavvertita è qualcosa di contraddittorio perché non si può non accorgersi di una rivoluzione e soprattutto non può avvenire in tempi lunghi, perché la rivoluzione è qualcosa che dall’oggi al domani, provoca uno sconvolgimento di cui tutti si rendono conto. Quindi partendo da questa contraddizione, dicono gli autori che c’è qualcosa che non va in questa visione, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona, la risposta che ci danno è che la stampa non è stata di per sé un elemento rivoluzionario da sola in sé, ma invece la stampa andrebbe vista come un catalizzatore del mutamento. Piuttosto che parlare di rivoluzione della stampa, parlano della stampa come catalizzatore del mutamento.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Federica.R.97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Nicolosi Guido.
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