Ravenna è un caso assolutamente centrale nella storia dell’architettura tardoantica e paleocristiana. La
sua importanza non nasce tanto dalle dimensioni della città, quanto dal suo ruolo politico e strategico.
Situata in una zona lagunare, protetta naturalmente e collegata al mare tramite il porto di Classe, Ravenna
diventa nel 402 d.C. la capitale dell’Impero Romano d’Occidente, sostituendo Milano. Questo fa sì che la
città si doti rapidamente di grandi edifici civili, palatini e religiosi, destinati a rappresentare il potere
imperiale e, allo stesso tempo, le nuove liturgie cristiane. Ravenna diventa così un luogo di
sperimentazione architettonica, dove confluiscono tradizioni romane, influenze orientali e nuove esigenze
liturgiche cristiane. È una città in cui l’architettura non è mai
solo funzionale, ma sempre rappresentativa, simbolica e
fortemente controllata dal potere politico e religioso.
La prima fase imperiale e la basilica
Ursiana
Nella prima fase della Ravenna imperiale, tra IV e inizi V
secolo, viene realizzata la grande cattedrale cittadina,
destinata a essere la sede del vescovo. Il responsabile della
sua costruzione è il vescovo Orso, da cui l’edificio prende il
nome di basilica Ursiana. Siamo nel IV secolo, quindi in un
momento molto vicino alle grandi esperienze costantiniane.
La basilica Ursiana non è più esistente nella sua forma
originaria, poiché è stata demolita nel Settecento e sostituita
dall’attuale Duomo barocco; tuttavia, la conosciamo molto
bene grazie a descrizioni, rilievi e confronti tipologici. Si
trattava di una basilica a cinque navate, quindi un edificio di
grande scala, pensato per una comunità urbana importante
e per celebrazioni solenni. Lo schema è quello della basilica
paleocristiana “classica”, ma con alcune caratteristiche che anticipano tratti tipici dell’area ravennate.
Struttura, sostegni e spazialità
Un aspetto molto interessante riguarda i sostegni interni. Le colonne e i pilastri non sono tutti identici, ma
commisurati ai carichi che devono reggere. Dove il peso è maggiore, i sostegni sono più robusti; dove il
carico diminuisce, diventano più sottili. Questo avviene senza rompere il ritmo della navata, che rimane
regolare e leggibile. Le pareti laterali sono relativamente basse, mentre la navata centrale è più alta e
illuminata tramite finestre superiori (cleristorio). Questo contribuisce a una forte dilatazione dello spazio,
una sensazione di ampiezza e ariosità che è una costante dell’architettura ravennate. Un’altra tendenza
importante è quella per cui la pianta, pur rimanendo rettangolare, tende ad avvicinarsi a una forma quasi
quadrata: la lunghezza e la larghezza dell’edificio sono più equilibrate rispetto alle basiliche romane più
allungate. Questo produce una maggiore centralità percettiva dello spazio.
L’abside: forme circolari e poligonali
L’abside della basilica Ursiana mostra una caratteristica tipica del periodo e dell’area: la combinazione tra
forma circolare interna e forma poligonale esterna. All’interno l’abside appare semicircolare, creando uno
spazio continuo e avvolgente per la liturgia; all’esterno, invece, assume una forma poligonale, che facilita
la costruzione e la stabilità muraria. Questo tipo di soluzione, che ricorda in parte il Pantheon per la
concezione spaziale interna, diventerà una cifra costante dell’architettura ravennate e, più in generale,
tardoantica.
Liturgia, altare e centralità
Dal punto di vista liturgico, la basilica Ursiana mostra un’organizzazione ancora fortemente comunitaria.
L’altare non è addossato all’abside, come accadrà più tardi, ma collocato in posizione centrale nella
navata, circondato da un recinto presbiteriale che lo separa dal resto dell’aula. Questa scelta ha un
significato preciso: chi partecipa alla liturgia è invitato a convergere verso il centro, non solo
simbolicamente ma anche fisicamente. Lo spazio liturgico non è ancora completamente gerarchizzato
come nel Medioevo, ma mantiene una forte dimensione collettiva. La centralità dell’altare, unita alle
proporzioni quasi quadrate dell’edificio, rafforza l’idea di una liturgia che si svolge davanti e attorno al
fulcro sacro, più che lungo una direzione rigidamente longitudinale.
San Giovanni Evangelista (426–434): contesto e significato
La basilica di San Giovanni Evangelista viene
costruita a Ravenna tra il 426 e il 434 d.C. per
volontà di Galla Placidia, in adempimento a un
voto fatto durante una tempesta in mare.
Siamo quindi in una fase avanzata della
Ravenna imperiale, quando la città è ormai
capitale dell’Impero d’Occidente e sviluppa un
linguaggio architettonico cristiano maturo, ma
ancora sobrio. Dal punto di vista tipologico,
San Giovanni Evangelista è una basilica,
senza sperimentazioni radicali di pianta
centrale o mista: è un edificio longitudinale,
funzionale alla liturgia, ma presenta alcuni
elementi che rivelano una crescente
complessità organizzativa della comunità
cristiana
Una basilica “semplice”, ma non elementare
La chiesa nasce come basilica a tre navate, con navata centrale più alta
e laterali più basse, secondo lo schema ormai consolidato. Tuttavia,
definirla “semplice” può essere fuorviante: la semplicità è più formale
che funzionale. La basilica infatti non è pensata solo come aula liturgica,
ma come organismo complesso, capace di accogliere attività diverse
legate al culto, alla gestione dei testi sacri e agli oggetti liturgici.
I due corpi laterali: ambienti di servizio (non vere sacrestie)
Accanto all’abside sono presenti due ambienti laterali, spesso definiti in
modo improprio come “sacrestie”, ma che in realtà svolgono funzioni più
articolate. Uno di questi ambienti era destinato alla conservazione dei
libri sacri e degli archivi della comunità, quindi uno spazio legato alla
Parola, alla lettura e alla memoria scritta. L’altro serviva invece per la
custodia dei vasi e degli oggetti liturgici, cioè tutto ciò che era
necessario per la celebrazione dell’Eucaristia. È importante chiarire che non siamo ancora davanti alla
sacrestia medievale come la intendiamo oggi: questi spazi nascono da esigenze pratiche della comunità
cristiana tardoantica e sono una testimonianza della progressiva istituzionalizzazione del culto.
L’abside e la luce: una superficie “aperta”
Uno degli aspetti più interessanti di San Giovanni Evangelista è l’abside, che non è una massa muraria
compatta, ma una superficie fortemente traforata dalla luce.
L’abside è organizzata su due livelli:
nella parte superiore troviamo una polifora, cioè una sequenza continua di finestre che garantisce
●
un’illuminazione diffusa e uniforme;
nella parte inferiore erano presenti tre grandi aperture, oggi tamponate, di cui rimangono visibili gli
●
archi.
Queste aperture avevano una funzione chiarissima: far entrare la luce naturale in modo diretto nella zona
più sacra dell’edificio. L’abside diventa così non solo il luogo della cattedra e dell’altare, ma anche uno
spazio simbolicamente “illuminato”, in cui la luce è manifestazione del divino.
Cleristorio e illuminazione dell’aula
All’interno, la basilica è caratterizzata da un
cleristorio molto sviluppato, cioè dalla
parete finestrata della navata centrale.
Questo sistema consente una
illuminazione diffusa, che non crea forti
contrasti chiaroscurali ma avvolge
uniformemente lo spazio. Questa scelta è
tipica dell’architettura ravennate e risponde
a esigenze precise:
rendere leggibili i gesti liturgici;
● garantire una percezione chiara
●
dello spazio comunitario;
creare un’atmosfera di luce continua,
●
più simbolica che drammatica.
Colonne e prefabbricazione
Anche in San Giovanni Evangelista troviamo colonne tutte uguali, probabilmente prefabbricate e
importate, con capitelli standardizzati. Questo non è un’invenzione: è un dato ben attestato
archeologicamente. Nel V secolo è ormai attivo un sistema di produzione seriale di elementi
architettonici, soprattutto colonne e capitelli, che vengono realizzati in centri specializzati e poi trasportati
via mare. Ravenna, grazie al porto di Classe, è perfettamente inserita in questa rete.
La ripetizione modulare delle colonne contribuisce a:
rafforzare il ritmo spaziale della navata;
● semplificare e velocizzare la costruzione;
● creare un effetto di ordine e continuità, coerente con la funzione liturgica.
● Il complesso di Santa Croce a Ravenna
Il complesso di Santa Croce a Ravenna si colloca nella prima metà del
V secolo, quando la città è capitale dell’Impero romano d’Occidente e
diventa uno dei principali laboratori dell’architettura cristiana. Non si
tratta di un edificio isolato, ma di un insieme articolato che
comprendeva una grande basilica oggi perduta e due sacelli, dei quali
uno solo è giunto fino a noi: l’edificio tradizionalmente noto come
Mausoleo di Galla Placidia. È importante chiarire subito che questa
definizione è in parte impropria, perché l’edificio conservato non
nasce come mausoleo autonomo, ma come sacello funerario inserito
in un sistema più ampio, legato funzionalmente e simbolicamente alla
basilica di Santa Croce.
La configurazione planimetrica del complesso aveva una fortissima valenza simbolica. Anche se oggi
possiamo leggere solo una parte dell’impianto originario, è chiaro che l’insieme era organizzato secondo
una logica cruciforme, nella quale la croce di Cristo costituiva il fulcro concettuale e visivo. Ai lati si
collocavano spazi destinati a
funzioni diverse ma
complementari: da una parte la
venerazione delle reliquie della
Croce, dall’altra la memoria
funeraria legata alla famiglia
imperiale. In questo modo
l’architettura rendeva visibile il
legame tra potere politico e
religione cristiana, mostrando
come l’autorità imperiale si
ponesse simbolicamente sotto la protezione del segno della Croce.
Della grande aula basilicale oggi rimangono solo porzioni murarie, ma
anche queste consentono di leggere alcuni caratteri fondamentali
dell’architettura ravennate. Le pareti, apparentemente sottili, sono
articolate da una serie di ispessimenti regolari che corrispondono agli
archi interni e alle gradinate. Questi ispessimenti non sono elementi
strutturali autonomi, ma fanno parte di un sistema continuo muro–arco
che organizza lo spazio in modo ritmico. Dal punto di vista
terminologico, si tratta di lesene: ispessimenti molto poco profondi,
privi di base e capitello, con funzione prevalentemente decorativa e di
scansione visiva della parete. Non sono semicolonne, perché non
hanno sviluppo curvilineo, né paraste, perché non svolgono un ruolo
strutturale vero e proprio. Questo uso della lesena è tipico di Ravenna, dove la struttura è affidata al muro
continuo e l’articolazione verticale ha soprattutto valore percettivo.
L’edificio conservato, il sacello noto come Mausoleo di Galla Placidia, è uno dei migliori esempi di
architettura paleocristiana per comprendere il rapporto tra spazio, luce e simbolo. La pianta è a croce
latina, coperta da una cupola che all’esterno non si manifesta come tale, ma è nascosta da un volume
semplice e compatto. Questo contrasto tra esterno sobrio e interno ricchissimo è una caratteristica
centrale dell’architettura ravennate: l’edificio non comunica verso l’esterno, ma rivela il suo significato solo
a chi entra.
All’interno, lo spazio è volutamente immerso in una penombra controllata. La luce penetra attraverso
finestre molto piccole, fortemente strombate e tamponate
con lastre di alabastro, che non permettono una visione
diretta dell’esterno ma diffondono una luce morbida e
lattiginosa. Non si tratta di un’illuminazione funzionale,
bensì simbolica: la luce non serve a “vedere meglio”, ma a
creare un’atmosfera di sospensione, separata dal mondo
terreno. È una luce che allude al divino e alla salvezza,
perfettamente coerente con la funzione funeraria e
commemorativa dell’edificio.
La decorazione interna del mausoleo di Santa Croce a
Ravenna è uno degli esempi più straordinari di arte musiva
paleocristiana che ci sia giunto quasi intatto. Nel suo insieme i mosaici non sono semplici “decori”, ma
costituiscono un ambiente simbolico e teologico complesso, costruito per avvolgere lo spazio sacro con
immagini e luci che rinviano ai temi fondamentali della fede cristiana: salvezza, resurrezione, vita eterna,
Cristo come pastore e fonte di grazia. Entrando, la prima impressione è di un ambiente completamente
diverso dall’esterna semplicità. All’esterno il mausoleo è un piccolo edificio in mattoni, modesto se
confrontato con altri monumenti; ma all’interno ogni superficie delle volte e
delle lunette è coperta da mosaici policromi di altissima qualità, realizzati
tra il 425 e il 450 d.C.
Sopra l’ingresso è raffigurato il Cristo Buon Pastore, vestito con tunica e
mantello preziosi, circondato da pecore — immagine che richiama
immediatamente l’idea di Cristo come guida delle anime e protettore del
gregge dei fedeli. Questa iconografia, già presente nelle catacombe
cristiane, qui acquista una monumentalità nuova e anticipa una lunga
tradizione iconografica. Le volte a botte e gli archi dei quattro bracci della
croce sono coperti da raffinati motivi vegetali, festoni di fiori e frutti, disegni
geometrici e intrecci che evocano simbolicamente il giardino del Paradiso e
la promessa di vita eterna. Il colore dominante è il blu intenso, che si riflette
nelle tessere d’oro e di vetro colorato poste con angolazioni leggermente
diverse. Sulla cupola centrale emerge uno degli elementi simbolici più potenti: un cielo stellato di fondo
blu punteggiato da centinaia di stelle d’oro, con al centro una grande croce latina. Questo tema non è
semplicemente decorativo, ma rappresenta metaforicamente il cielo celeste e la salvezza eterna
attraverso la Croce, la vittoria sulla morte. Intorno alla cupola, sulle pennacchi, sono raffigurate coppie di
apostoli con gli occhi rivolti verso la Croce: questo disposizione non è casuale, ma costruisce una
gerarchia visiva e teologica che chiama lo spettatore a una contemplazione progressiva, dal basso verso
l’alto. Negli ambienti laterali, nelle lunette delle navate, compaiono scene come il martirio di San Lorenzo,
che non è solo un riferimento al santo a cui probabilmente era dedicato originariamente l’edificio, ma
anche un invito a riconoscere il valore del sacrificio cristiano, e i cervi che si abbeverano – un’immagine
simbolica ricca di riferimenti biblici. Infine è importante ricordare che questi mosaici rappresentano una
sintesi tra due tradizioni artistiche: da una parte la vivacità e l’imitazione della natura tipiche dell’arte
greco-romana, dall’altra l’astrazione e la frontalità che caratterizzeranno l’arte bizantina successiva,
rendendo Ravenna un crocevia fondamentale tra Occidente e Oriente.
Il Battistero degli Ortodossi
Il Battistero degli Ortodossi, oggi noto anche come
Battistero Neoniano, è uno dei monumenti paleocristiani
più antichi e meglio conservati di Ravenna. La sua
costruzione ha origine nei primi anni del V secolo per
iniziativa del vescovo Orso
(Ursus), in connessione
con la grande basilica
Ursiana che sorgeva
accanto e che fungeva da
cattedrale cittadina.
L’edificio, a pianta ottagonale, rientra nella tipologia dei battisteri
paleocristiani legati alla celebrazione del rito battesimale, simbolicamente
coerenti con l’idea di ri