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Costantino e la rifunzionalizzazione dell’architettura esistente​

Massenzio viene sconfitto da Costantino nella battaglia di Ponte Milvio (312 d.C.), evento che segna una svolta

politica e simbolica decisiva. Costantino prende il suo posto e si fa incoronare imperatore, inaugurando una nuova

fase in cui l’architettura non viene tanto reinventata ex novo quanto reinterpretata e rifunzionalizzata. Il suo

intervento si concentra spesso su strutture già esistenti, alle quali viene attribuito un nuovo senso politico e

simbolico. La vittoria su Massenzio viene celebrata con un arco di trionfo, ma non c’è il tempo né l’energia per

costruirne uno completamente nuovo. Costantino adotta quindi una soluzione pragmatica e altamente significativa:

riutilizza un arco preesistente, probabilmente legato ad Adriano (o comunque a monumenti precedenti), che oggi

non è più riconoscibile perché inglobato e trasformato nell’Arco di Costantino. L’intervento consiste in una vera e

propria operazione di maquillage: vengono aggiunte colonne libere che l’arco originario non possedeva,

aumentando la profondità del prospetto e rendendolo più drammatico grazie all’aggetto e al gioco delle ombre. Allo

stesso tempo, vengono sostituite le parti narrative e i rilievi figurativi con immagini e scene che celebrano

Costantino, appropriandosi così visivamente e simbolicamente del monumento.​

L’intervento sulla Basilica di Massenzio​

Costantino interviene in modo ancora più significativo sulla Basilica di

Massenzio, trasformandone radicalmente il senso spaziale senza

alterarne l’impianto strutturale di base. L’operazione principale consiste

nell’aggiunta di una nuova abside in direzione trasversale, in

corrispondenza della quale viene realizzato un passaggio e collocato un

piccolo trono. Con questa modifica, l’orientamento dell’edificio viene di

fatto ribaltato di 90 gradi.​

L’ingresso principale non avviene più attraverso il criptoportico, che

viene sostituito da un portico aperto e

monumentale con accesso diretto

dalla Via Sacra. Lo spazio della basilica, che in origine si presentava come

fortemente longitudinale e scenograficamente controllato, viene così riarticolato

secondo una nuova direzione di fruizione. Con l’aggiunta della nuova abside, il

luogo della celebrazione non è più unico: accanto all’abside principale ne compare

un’altra, che può essere utilizzata, in assenza fisica dell’imperatore, per collocare

una sua rappresentazione simbolica, come la celebre statua colossale di

Costantino (testa in marmo, corpo in legno rivestito). La presenza imperiale

diventa quindi potenziale e sostituibile, non più necessariamente legata alla

presenza fisica del sovrano.

Dal punto di vista architettonico, lo spazio subisce una trasformazione profonda. In

origine la basilica era organizzata secondo una direzione longitudinale chiara: la navata centrale, più alta e

coperta in modo diverso rispetto alle laterali, guidava lo sguardo e il movimento in modo quasi prospettico, da un

ingresso mediato verso un punto focale ben definito. Con l’intervento di Costantino, questa chiarezza direzionale

viene messa in crisi. La sequenza strutturale delle campate rimane

quella originaria, quindi la geometria dello spazio continua a suggerire

una direzione longitudinale primaria. Tuttavia, l’aggiunta dell’abside

trasversale e del nuovo ingresso introduce una seconda direzione

longitudinale, questa volta determinata non dalla forma ma dalla

funzione: il rapporto diretto tra ingresso e luogo della celebrazione.​

Il risultato è uno spazio dinamico e complesso, che non impone più

una sola modalità di lettura o di uso. Coesistono due orientamenti: uno

geometrico-strutturale e uno funzionale-simbolico. Questa soluzione

nasce in parte dalla contingenza, cioè dalla necessità di adattare un

edificio preesistente, con le sue ragioni statiche, distributive e

costruttive, a nuove esigenze politiche e rappresentative. Ma proprio

questa condizione contingente produce un esito di grande rilievo teorico.

Per la prima volta in modo così chiaro, forma e funzione non coincidono più rigidamente. La forma non viene

modificata per adeguarsi a una nuova funzione, né la funzione è costretta a seguire passivamente la forma: le due

dimensioni si sovrappongono senza annullarsi. Questa operazione apre una prospettiva completamente nuova

per l’architettura tardoantica e successiva. Lo spazio non è più pensato come un organismo monofunzionale, in cui

ogni forma ha un unico significato e una sola direzione, ma come una struttura capace di accogliere funzioni

diverse e significati stratificati nel tempo. Moltiplicare le potenzialità dello spazio significa non imporre una

corrispondenza rigida tra forma e funzione, ma consentire allo spazio di essere reinterpretato, rifunzionalizzato e

simbolicamente riletto. È un passaggio decisivo: da un’architettura che rappresenta il potere attraverso la coerenza

formale, a un’architettura che lo rappresenta attraverso la flessibilità semantica. Questo principio sarà

fondamentale per lo sviluppo dell’architettura cristiana, che erediterà spazi civili romani trasformandoli senza

distruggerli, attribuendo loro nuovi significati attraverso l’uso, il rito e l’orientamento.

Costantino e la fine della clandestinità cristiana

La leggenda del sogno di Costantino, narrata da Eusebio di Cesarea, colloca alla vigilia della Battaglia di

Ponte Milvio (312 d.C.) una visione soprannaturale: una croce luminosa nel cielo accompagnata dalla

scritta greca En toutōi nika, poi tradotta in latino come In hoc signo vinces. Al di là del carattere

leggendario, l’episodio ha un enorme valore simbolico perché sancisce l’alleanza tra potere imperiale e

cristianesimo. La vittoria di Costantino segna l’inizio di un processo irreversibile: il cristianesimo esce

dalla clandestinità. Con l’Editto di Milano (313 d.C.), Costantino e Licinio concedono la libertà di culto. Nel

corso del IV secolo i cristiani, prima banditi, perseguitati e costretti a riunirsi in spazi privati o marginali,

diventano progressivamente protagonisti della vita pubblica dell’Impero. Questo passaggio ha una

conseguenza diretta sull’architettura: nasce l’esigenza di edifici pubblici, riconoscibili e stabili destinati al

culto. Il modello di partenza: la sinagoga​

Prima di costruire chiese, i cristiani frequentano la

sinagoga, che diventa il principale riferimento spaziale

e liturgico. È fondamentale chiarire cos’è la sinagoga

dal punto di vista architettonico, perché molti elementi

passeranno direttamente nell’architettura cristiana. La

sinagoga non è definita da una forma architettonica

fissa. Può essere rettangolare, basilicale, talvolta

centrata. Ciò che la distingue non è la composizione,

ma l’organizzazione interna e il suo orientamento

simbolico. Tutte le sinagoghe sono orientate verso

Gerusalemme: ciò significa che l’asse dell’edificio varia

geograficamente a seconda della posizione della

comunità. L’elemento centrale è l’Arca della Torah (Aron ha-Qodesh), un contenitore che custodisce i rotoli

della Scrittura. A Gerusalemme l’Arca era nel Tempio, dietro il velo; nelle sinagoghe questa presenza viene

evocata simbolicamente. L’Arca è spesso nascosta da una cortina, non

visibile direttamente, ma segnalata dalla menorah, che introduce un tema

fondamentale: la luce come manifestazione del divino. Qui c’è un punto

teologico decisivo: nella religione ebraica Dio non si rappresenta, ma si

rivela attraverso la Parola scritta. La Scrittura diventa quindi oggetto di

culto. Per questo è necessario uno spazio rialzato da cui leggere e

commentare il testo sacro: il bema, una piattaforma sopraelevata. Su di

essa il presidente dell’assemblea o il maestro siede su una seduta

privilegiata, mentre i fedeli assistono da un livello inferiore. Lo spazio è

quindi gerarchizzato, e spesso prevede anche la separazione dei sessi.

Dalla sinagoga alla chiesa: il caso della Siria orientale

Le testimonianze più antiche di architettura cristiana costruita

appositamente per il culto si trovano in Siria orientale (Dura Europos,

Qal‘at Sim‘an, area dei “villaggi morti”). Qui molte strutture sono rimaste

inermi alle trasformazioni successive, permettendoci di leggere chiaramente le prime fasi. La chiesa

siriana orientale mostra una fusione tra tradizione sinagogale e spazio basilicale romano. Si tratta di

edifici già pensati per il culto cristiano, orientati verso est, cioè verso il sole nascente, simbolo di Cristo (lux

mundi). L’orientamento non è casuale ma teologico e cosmico: la luce del mattino entra nello spazio sacro

e diventa parte del rito.​

All’interno ritroviamo elementi derivati dalla sinagoga:​

– l’altare (erede dell’Arca, spesso separato da veli o recinzioni),​

– le sedute per il clero,​

– gli amboni o leggii per la lettura delle Scritture,​

– una chiara separazione tra clero e fedeli, e spesso tra uomini e donne.​

Queste chiese ci mostrano che l’architettura cristiana nasce simbolica, non monumentale: ciò che conta

non è la forma esterna, ma la capacità dello spazio di esprimere il significato del rito.

La basilica cristiana e il caso romano​

Quando il cristianesimo arriva a Roma come religione

ufficiale, il problema cambia scala. Roma è la capitale

dell’Impero e il centro del cristianesimo occidentale. Qui il

modello adottato è la basilica romana, edificio civile per

eccellenza: grande, coperto, adatto ad accogliere

assemblee numerose. La basilica romana è fondamentale

per capire una particolarità apparentemente

contraddittoria: le basiliche di Roma sono occidentate,

cioè con l’ingresso a est e l’abside a ovest. Questo non è

un errore, ma una scelta liturgica precisa. La liturgia

cristiana si conclude con la formula “Ite, missa est”, che

significa letteralmente “Andate, l’assemblea è sciolta”.

L’uscita dei fedeli avviene verso est, cioè verso il sole che

sorge, simbolo di Cristo e dell’umanità redenta. A Roma,

quindi, l’orientamento dell’edificio è pensato in funzione

del movimento dei fedeli, non solo del sacerdote.

Questo spiega anche un’altra particolarità:​

– a Roma il sacerdote spesso celebra rivolto verso il popolo,

–in molte chiese orientali, invece, il sacerdote guarda verso est dando le spalle ai fedeli. Non è una

contraddizione: il rito cristiano è un rito misterico, in cui la rivelazione avviene per gradi. In Oriente

l’accento è sul mistero divino; a Roma, città politica e giuridica, l’accento è sulla mediazione verso gli

uomini. Lo spazio architettonico viene quindi piegato alle esigenze teologiche e sociali della comunità.

La chiesa di Dura Europos: un edificio cristiano pre-costantiniano​

Un antico edificio di culto cristiano rimasto leggibile archeologicamente è la chiesa di Dura Europos, nella

Siria storica (attuale Siria orientale, sull’Eufrate). Si tratta di un caso eccezionale perché è anteriore alla

riforma costantiniana e quindi testimonia la fase clandestina o semi-clandestina del cristianesimo.

L’edificio è databile intorno alla metà del III secolo d.C. (ca. 240–250 d.C.). È una chiesa precedente al

riconoscimento ufficiale del culto cristiano, distrutta in occasione dell’assedio persiano del 256 d.C. e per

questo rimasta “congelata” nello stato originario.​

La domus ecclesiae: la chiesa come casa della comunità ​

La chiesa di Dura Europos non nasce come edificio monumentale, ma come domus ecclesiae, cioè una

casa privata adattata al culto. Questo è coerente con la prassi delle prime comunità cristiane, che si

riunivano nelle case (le domus) per la celebrazione collettiva.​

La messa, in origine, non è solo proclamazione della Parola di Dio, ma anche atto comunitario:​

– condivisione del cibo e del vino,​

– preghiera collettiva,​

– costruzione dell’identità della comunità.​

Per questo l’edificio è pensato come edificio della comunità, non come tempio nel senso pagano. È

inserito all’interno di un isolato urbano, senza facciata monumentale, indistinguibile dall’esterno dalle altre

abitazioni: la riconoscibilità è tutta interna, non pubblica.Pur essendo una struttura modesta, la chiesa di

Dura Europos

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/18 Storia dell'architettura

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