ABANA - Accademia Di Belle Arti di Napoli,
FOTOGRAFIA
STORIA DELLA FOTOGRAFIA 2
Corso
del professore Gianluca Riccio, anno accademico
2024/2025
PROGRAMMA :
● Jacques Henri Lartigue - Nan Goldin;
● Marcel Duchamp - Cindy Sherman;
● Eugène Atget - Gabriele Basilico;
● August Sander - Franco Vaccari;
● Walker Evans - Luigi Ghirri;
● Mario Giacomelli - Antonio Biasiucci;
● Robert Frank - Wim Wenders;
● Man Ray - Ugo Mulas
Il documento riassume in modo essenziale tutte le coppie di
fotografi che il docente ha spiegato e confrontato durante il
corso. Il riassunto è stato fatto con attenzione dai PDF e le
dispense che lui ha utilizzato (e richiesto) ed è completo di tutto
(-voto 30-).
È un file ricco di tutta la carriera artistica dei fotografi citati,
quindi è un ottimo riassunto di storia della fotografia, da poter
utilizzare anche in contesti diversi dal corso del professor
Riccio! 2
STORIA DELLA FOTOGRAFIA
BREVE INTRODUZIONE
Roland Barthes → critico francese, saggio “La camera chiara” 1980.
Riflette sulla fotografia da un punto di vista tecnico ed emozionale:
● Operator (chi fa la foto),
● Spectrum (chi la subisce),
● Spectator (chi la guarda),
● Studium (interesse generale per l’immagine),
● Punctum (un dettaglio che suscita qualcosa nell’animo
dell’osservazione).
È importante per un fotografo non solo vedere e scegliere cosa
fotografare, ma anche saper cogliere il momento giusto.
Italo Calvino → nella raccolta “Gli amori difficili” (anni ‘50), è presente il
racconto “L’avventura di un fotografo”, in cui Calvino narra la storia di
Antonino Paraggi, un non-fotografo che vive tra i fotoamatori e
rappresenta la figura dell’uomo fotografico del tempo: un individuo che
vive attraverso la fotografia e si chiede perché gli uomini fotografino la
loro vita; è sempre spinto dall’ossessione dell’immagine perfetta, dal
voler congelare un istante e archiviare la propria vita, controllando il
mondo in un immediato rapporto con la realtà.
Nel periodo storico in cui ci troviamo, a cavallo tra ‘800 e ‘900,
dilaga la fotografia amatoriale e la figura del fotoamatore, colui
che ama (anche se era usato con tono dispregiativo). In questo
momento la distanza tra l’arte e la vita tende ad assottigliarsi, quindi
è più evidente la corrispondenza tra le due parti. (La fotografia non
era ancora considerata al pari delle arti elevate, come pittura e
scultura). ↓
JACQUES HENRI LARTIGUE (1894-1986)
Lartigue nasce nel 1894 in Francia, in una famiglia di alta borghesia
(era figlio di un ricco banchiere) e in un periodo in cui il paese
attraversava un momento di grande ricchezza e prosperità. Grazie a
questi presupposti ebbe un’infanzia idilliaca, la famiglia era affettuosa, e
la vita gli sorrideva su tutti gli aspetti.
All’età di 7 anni il padre gli regala la sua prima macchina fotografica, e
da questo momento decisivo inizia a scattare fotografie e a documentare
con occhio stupito i momenti familiari, mantenendo un'attitudine che lo
avrebbe accompagnato in tutto il suo percorso fotografico. Scattare per
quel bambino è una sorta di diario, un appunto visivo, che utilizza per
ritrarre il proprio mondo, i giocattoli e la sua piccola quotidianità.
Da questo momento Lartigue non impiega molto a diventare autonomo e
● dal 1904 comincia a lavorare ad esperimenti fotografici, come le
doppie esposizioni (sovraimpressioni), per creare
“pseudo-fantasmi” e persino una rudimentale fotografia
tridimensionale, con una macchina apposita per le fotografie
stereoscopiche.
● Intorno al 1909, incuriosito dalle macchine volanti costruite dal
fratello maggiore “Zissou”, inizia ad immortalare assiduamente
soggetti in movimento come automobili e aeroplani, ma in generale
motori, marchingegni e tecnologie saranno i soggetti preferiti di tutta
la famiglia Lartigue.
● Dal 1911 Lartigue realizza a Parigi i suoi primi ritratti di personaggi
famosi, durante una villeggiatura a Saint Moritz (Max Linder, Santos
Dumont, Graham White); produce il suo primo film amatoriale con
una cinepresa regalatagli dal padre, segue i corsi alla Sorbona di
Marius Aubert, e il giornale La Vieu A Grand Air pubblica alcune fra
quelle che saranno le sue foto più celebri.
● Così fino al 1971 quando, in un viaggio su un Boeing 747, immortala
l'ala in volo sull'Atlantico;
Tutto ciò è il perfetto esempio delle due passioni di Lartigue:
l'adorazione per la bellezza e la ricerca del divertimento.
Lartigue incarna la figura del fotoamatore, un non-fotografo dilettante e
non professionista, definito “della domenica”; tuttavia le sue immagini
sono testimonianza di un genio innocente, curioso e semplice, che
riesce a guardare il mondo costantemente con lo stupore di un
bambino.
Luigi Ghirri, infatti, descrive esattamente in questo modo Lartigue,
definendolo un genio che ha saputo mantenere, in un periodo di
scoperte e invenzioni, lo stupore di un bambino innocente. Tra
l'altro, sempre secondo Ghirri, il suo genio sta nell'aver capito che il
segreto della fotografia non è la precisione e la cura maniacale dei
dettagli, ma l'assunzione di un metodo e, in questo caso, il metodo di
Lartigue è quello dello stupore e del ricordo di un'immagine passata
(fotografa per archiviare il ricordo di un'immagine, non per creare
un’immagine-ricordo.)
Per descrivere lo stile fotografico di Lartigue usiamo l'espressione
“trappola dell'occhio” che fin dal 1902 lo porta a catturare immagini per
conservarne la gioia. Per tutta la sua vita, infatti, Lartigue ritrarrà il
mondo che lo circonda, la propria casa con oggetti semplici, i luoghi
frequentati dall'alta borghesia di cui faceva parte, i loro costumi e riti e
soprattutto le donne che lo hanno accompagnato per tutta la vita. Sotto
questo aspetto, infatti, possiamo dividere il suo corpus fotografico in tre
momenti fondamentali, che coincidono con le tre donne della sua vita,
madri e compagne: Bibi, Renée e Coco, che fotografa sempre con
rispetto e totale ammirazione, riservando alla donna un ruolo
fondamentale sia nella sua vita che nella sua fotografia (mai volgare).
In generale, mettendo insieme tutte le sue immagini, il risultato è un vero
e proprio diario di vita vissuta, per questo va assolutamente
evidenziato il fatto che Lartigue non sia mai stato un fotografo
professionista, almeno fino al 1960, anzi egli fotografa sempre per
divertimento tutto ciò che lo circonda, ogni singola cosa, con un occhio
di riguardo per la figura femminile che, come detto, è un soggetto
sempre ricorrente.
Inoltre, non è nemmeno mai stato un fotoreporter, perché resta
impermeabile alle situazioni esterne e non interviene con le sue
fotografie sulle situazioni del tempo. Anzi, la sua è una fotografia
sempre privata e personale, che non applica mai alle grandi tragedie
del tempo: si parla, infatti, di un microcosmo privato che comprende la
sua camera da letto e la propria casa (ricca di oggetti decisivi) e i luoghi
che frequentava da ricco borghese. Vi è qui un’attenta lettura degli usi e
costumi della società francese del tempo, nata dal desiderio di
archiviare la propria dimensione privata e quindi una realtà
apparentemente impermeabile ai turbamenti storici, governata
unicamente dalla spensieratezza e dalla necessità o impulso di
cogliere unicamente gli aspetti più felici e divertenti del vivere
quotidiano.
Il modo di scattare di Lartigue è caratterizzato da uno stile irrequieto e
un equilibrio scorretto, ricco di oggetti in caduta o volo,
sospensione, movimento, equilibrio e leggerezza; e proprio perché
era appassionato di sport e motori egli riporta precarietà e instabilità
nelle proprie foto, riproducendo movimento, velocità e fugacità. Crea,
quindi, delle foto abbastanza sistematiche e delle vere e proprie
sequenze narrative, composte da immagini sbagliate secondo
qualsiasi tecnica e soggette al suo sperimentalismo, con lunghi
tempi di esposizione, per ricreare il senso di animazione. Inoltre, tra tutte
queste scene fugaci, ci sono due costanti evidenti: il perenne tentativo di
cogliere il momento, tipico dei pittori impressionisti, e una grandiosa
capacità compositiva nelle immagini. (Tra l'altro le sue foto sembrano
sempre molto semplici, intuitive e facilmente comprensibili ma in realtà
c'è sempre qualcosa che ci sfugge).
Trattandosi di una passione privata, il lavoro di Lartigue rimane
misterioso fino al 1963, quando il fotografo finisce sotto i riflettori: una
selezione di sue immagini esce sul Life e il MoMa di New York gli dedica
una mostra personale, così il curatore John Szarkowski scopre in modo
casuale e fortuito le sue immagini, dandogli fama all'età di 60 anni.
A questo punto Lartigue si trova a dover mettere in ordine il suo passato,
che intanto non aveva mai smesso di accumularsi, sotto forma di
immagine. Per la mostra al MoMA prepara personalmente dei grandi
album, incollando foto e scrivendo didascalie, con cui racconta come le
sue immagini lo spingessero a ricordare la sua storia. In totale, impagina
133 album, secondo un modello di classificazione temporale fino al
1986, creando un album familiare, che rispecchia anche la borghesia
francese del tempo. MODERNISMO
CONTESTO STORICO -
Movimento → caduta di diverse impalcature storiche e teoriche (tra
19-20 secolo). L’arte si trova a essere interprete e attore di questo
schema. Si trova in un regime di crisi, ma allo stesso tempo di fronte a
grandi possibilità creative. L’artista si sente libero di poter attingere da
fonti, momenti storici, stilemi differenti.
Ambito intimo e personale, attenzione alle microstorie, non più la grande
storia ma le piccole storie individuali.
FOTOGRAFIA → non come specchio della realtà ma forma espressiva,
linguaggio visivo che si presta a interrogare il tema dell’identità.
L’IO → fluido e ambivalente; i racconti sono più personali, soprattutto
nell’arte e c'è chi ha fatto dell’intimità, la sua esperienza fotografica, oltre
a Lartigue. Si comincia a parlare di una condizione post moderna.
POSTMODERNISMO → periodo che segue il modernismo (seconda
metà del 20esimo secolo) Parole chiavi: scetticismo, ironia, Attenzione
per la natura socialmente condizionata da sistemi di valori, prodotti di
supremazie politiche, sociali o culturali.
NAN GOLDIN (1953-)
Nancy Goldin, fotografa e attivista, nasce a Washington nel 1953. I suoi
genitori erano liberali e progressisti e portavano i figli alle
manifestazioni per i diritti civili, rappresentando la tipica famiglia
ebraica intellettuale, a disagio in un ambiente così conservatore →
(dettaglio importante per comprendere in quale ambiente Nancy cresce e
.
cosa c’è alla base del suo futuro attivismo)
Nancy aveva 3 fratelli: la sorella maggiore Barbara, un vero modello per
lei, Stephen e Jonathan. A 18 anni però, Barbara si suicida e i genitori si
rifiutano di affrontare la perdita, negando la verità e mentendo sulla sua
morte, dicendo a Nan che la causa fu un incidente, anche se Nancy non
ci credette mai e capì subito la verità.
Secondo il filosofo e storico d’arte Guido Costa: “Da lì forse nasce il suo
desiderio di verità, una verità che può essere anche scomoda,
fastidiosa, compromettente. La sua diventa una lotta contro tutto e
tutti, contro la menzogna e il materialismo dell’epoca, ciò che lei
percepisce come l’anima nera dell’America, l’incubo nascosto dietro al
sogno”
In questo periodo si avvicina alla fotografia, e nasce Nan. La fotografia
diventa per lei uno strumento per dare voce al silenzio e alla
mancanza di parole, con cui descrivere il proprio dolore personale.
“La macchina fotografica è entrata nella sua vita come un bisogno
ancora indefinito, senza una meta del tutto consapevole, per lei
l’importante è scattare” (-Costa)
Le sue prime fotografie, risalenti ai tempi in cui frequentava la scuola
d’arte a Boston, sono fotografie di moda, che già mostrano una certa
crudezza, tipica della fotografia di reportage a cui si avvicinerà tramite le
Drag Queen. Ancor prima delle foto alle Drag, Nan scatta qualche
immagine tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70, che verranno
esposte per la prima volta solo nel 1996 al Whitney Museum di New
York.
Gli anni bostoniani sono cruciali per la sua attività di fotografa e le sue
maestre di vita diventano le Drag Queen: Nan le segue a lungo, nella
loro vita di tutti i giorni, a casa o nei locali notturni e le fotografa,
condividendo i loro segreti, gioie e drammi, in particolare nel club The
Other Side.
Verso la fine degli anni ‘70, Nan si trasferisce a Londra, per poi
ritornare negli Stati Uniti, a New York, dove affronta un periodo di crisi
economica ed inizia a lavorare come barista nei locali notturni più
trasgressivi della città: questo è il momento decisivo per il suo
successo futuro. La sua fotografia si delinea perfettamente e i soggetti
più ricorrenti sono i componenti della sua famiglia e i compagni di
una vita: uomini, donne, amici, amanti, conoscenti dall’aria interessante.
Il progetto più importante di Nan Goldin, la sua opera più famosa è “The
Ballad of Sexual Dependency” del 1985. Un progetto composto da
centinaia di diapositive a colori, che l’accompagnerà passo passo dai
primi anni ‘80 fino ad oggi, attraverso costanti rielaborazioni e
integrazioni. Ella stessa lo descrive così:
“Si tratta di una cronaca di vita, amori, dolori, vite e morti senza alcuna
possibile distinzione fra soggetto e oggetto, un diario che ho permesso a
tutti di vedere, attraverso uno slideshow con musica, mai uguale due
volte di seguito, che in forme e dimensioni diverse (da un centinaio a
ottocento immagini) è andato in scena in tutto il mondo”.
Infine, l’opera diventa anche un libro: «un'opera aperta» vista da
centinaia di migliaia di persone, senza che nessuno abbia mai visto la
stessa cosa. Una ballata, in fondo, è più o meno questo: una canzone
che continua a essere cantata da molte voci diverse, che cambia
sempre rimanendo la stessa.
La fotografia di Nan Goldin è radicalmente autobiografica e
profondamente intima. Il suo sguardo non è mai distaccato o
giudicante: fotografa da dentro, mai dall’esterno. Le sue immagini
raccontano la vita vissuta, quella vera, senza filtri, fatta di relazioni
intense, dipendenze, traumi, desideri, comunità marginalizzate e affetti
profondi. Una delle sue rivoluzioni è stata quella di usare la fotografia
per raccontare storie collettive, attraverso l’esperienza personale:
da quella delle drag queen a quella delle comunità queer e bohémien
della New York degli anni ’80, fino alla documentazione della crisi
dell’AIDS e della tossicodipendenza.
In particolare, Nan Goldin con le sue foto ha rappresentato la
sessualità in modo esplicito, diretto, catturandola in tutte le sue
forme e affacciandosi in un ambito che prima era solo di dominio
maschile. Va evidenziato come ella non abbia mai fotografato il sesso
indulgendo in situazioni scandalistiche o voyeuristiche; le sue immagini
non hanno nulla a che fare con la pornografia, ma rivelano
un’attenzione e un rispetto per i soggetti raffigurati. Ne conviene che,
nella fotografia di Nan, il sesso viene identificato come lo specchio
dell’anima. Il letto e i protagonisti che lo abitano diventano un elemento
principale dei suoi scatti, il luogo di un incontro mancato o di un rapporto
fugace, che rappresenta la sua esigenza di ricordare luoghi e persone e
la difficoltà di trovare un punto fermo nel proprio cammino. Non a caso,
la macchina fotografica, per Nan, è un’estensione del corpo, uno
strumento per proteggere la memoria e combattere l’oblio. Ogni
immagine è anche una forma di resistenza: contro la rimozione, contro la
normalizzazione, contro la cancellazione del dolore e della complessità
dell’esistenza umana.
Inoltre, Nan Goldin ha spesso parlato del concetto di "tribù" riferendosi
alle persone che ha fotografato per tutta la vita. Non si tratta
semplicemente di soggetti ritratti, ma di una vera e propria famiglia
scelta, una comunità affettiva, spesso formata da individui
emarginati dalla società: come detto, drag queen, artisti,
tossicodipendenti, amanti, amici queer.
Nel documentario All the Beauty and the Bloodshed, Goldin afferma:
“I membri delle tribù africane avevano paura che la fotografia rubasse
loro l’anima: secondo me era che la fotografia era in cattive mani. Se
invece fotografi la tua tribù, questo pericolo non esiste. È l’opposto: offri
alle persone l’accesso alla loro anima.”
Per Goldin, fotografare la propria tribù significa restituire dignità e
umanità a chi è invisibile agli occhi del mondo. È un atto di amore e
di cura, non di sfruttamento. La sua fotografia non è mai invadente: è un
patto di fiducia, una condivisione reciproca. Il concetto di tribù diventa
così centrale nella sua visione del mondo: vivere con qualcuno, amare
qualcuno, testimoniare la sua esistenza e la sua bellezza, anche nei
momenti più fragili e oscuri.
Negli anni più recenti, Goldin ha continuato a usare la sua arte anche
come forma di attivismo: ricordiamo assolutamente nel 2017 la
fondazione del collettivo P.A.I.N., dopo essere sopravvissuta ad una
grave crisi di tossicodipendenza da OxyContin. Ancora una volta, Nan
Goldin utilizza la propria esperienza personale per raccontare storie
pubbliche e, in questo caso ne fa una lotta pubblica per denunciare la
responsabilità della famiglia Sackler della produzione e diffusione
dell’ossicodone (un antidolorifico oppioide), che causò una terribile crisi
di tossicodipendenza negli Stati Uniti. Lo scopo del collettivo P.A.I.N.
infatti, era quello di denunciare la responsabilità di Sackler e invitare tutti
i musei a rifiutare donazioni o legami con loro. Grazie al loro attivismo ci
furono moltissime proteste nei musei più famosi del mondo, come il
Louvre di Parigi e il Moma di New York, riuscendo ad ottenere concreti e
importanti risultati.
CONFRONTO LARTIGUE - GOLDIN
LARTIGUE
: Le opere di Lartigue sono caratterizzate da solarità, vivacità e
leggerezza. Le sue fotografie documentano momenti felici e spensierati della
vita quotidiana, spesso ambientati in paesaggi luminosi e soleggiati, come le
località balneari francesi.
NAN GOLDIN
: Le fotografie di Goldin, al contrario, riflettono
un’ambientazione cupa e notturna, tipica della vita underground
newyorkese degli anni ‘80. I suoi soggetti sono spesso ritratti in contesti di
passione e violenza, con un senso di precarietà e intimità.
COMPARAZIONE
: Nonostante le differenze stilistiche e temporali, le opere
di Lartigue e Goldin condividono un’attenzione per la quotidianità e per i
momenti intimi. Entrambi i fotografi utilizzano la fotografia per raccontare
storie personali e per evocare ricordi collettivi. La fotografia di Lartigue evoca
un senso di nostalgia e di bellezza estetica, mentre quella di Goldin mette in
luce la crudezza e la vulnerabilità della condizione umana.
CONCLUSIONE
: La comparazione tra Lartigue e Goldin sottolinea
l’importanza della fotografia come mezzo per esplorare e rappresentare
la realtà, permettendo di stabilire un ponte tra il passato e il presente
attraverso la condivisione di esperienze visive. Le fotografie di Lartigue e
Goldin, nonostante le differenze temporali e stilistiche, condividono una
visione comune e un approccio alla fotografia che continua a influenzare la
percezione dell’immagine nel mondo contemporaneo.
MARCEL DUCHAMP (1887-1968)
Marcel Duchamp è uno dei più grandi esponenti del dadaismo, l'arte
movimento, che nasce nel 1916 a Zurigo nel Cabaret Voltaire e che è
caratterizzato dal rifiuto della logica, dei canoni tecnici del passato, dalla
stravaganza, libertà espressiva, sperimentazione tecnica e
multidisciplinarietà. Ricordiamo di Duchamp assolutamente la creazione
dei ready-made, opere realizzate con oggetti reali tramite una sorta di
assemblaggio e che venivano presentate poi come opere d’arte.
(esempio = “Fontana”, comune orinatoio, simbolo del ventre materno,
mai esposto nella mostra del 1917).
Fin dai suoi esordi, Duchamp si è approcciato alla fotografia in modo
intenso e profondo, attraversandola a più livelli e caricandola di nuove
potenzialità. Non a caso, egli abbandona il disegno e la pittura
tradizionali poiché si fermano alla sensorialità “retinica”, per dar spazio
ad una dimensione “infrasottile”, che racchiude tutto ciò che sfugge alla
percezione umana e che può essere colto solo tramite l’ausilio della
materia grigia, l’intelletto.
Le sue immagini, in primis quelle fotografiche, non sono mai solo quello
che sono, né mostrano solo ciò che rappresentano. Al contrario aprono
su qualcosa d'altro, in quella quarta dimensione che affascina e
influenza Duchamp, soprattutto tra il 1910-15. Sfida così la percezione
tradizionale dello spazio e del tempo, con l’idea che essa potesse
rappresentare una realtà superiore, oltre il visibile, che richiede allo
spettatore un supplemento d'attenzione, un secondo sguardo
all’immagine, che non si fermi alle apparenze.
Già agli esordi, dall’interesse per il movimento, si avvicina alla
cronofotografia, in particolare a quella di Etienne Jules-Marey
(movimento catturato in un’unica lastra) perché in essa ritrova le sue
ricerche pittoriche con cui anticipa il Cubismo: è evidente come la sua
versione movimentata del cubismo culmini nel 1911 col dipinto “Nudo
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