SOCIOLOGIA GIURIDICA E DELLA DEVIANZA
Di cosa si occupa? Situazioni del comportamento anomalo, difforme, deviante che creano problemi. Sociologia del
diritto in rapporto con situazioni problematiche che rappresentano alcuni dei casi più importanti di crisi del tessuto
connettivo sociale. Sono le situazioni in cui la coesione sociale viene negata o compromessa in modo più o meno grave.
Ci soffermeremo sui principali modelli tramite i quali è stata spiegata la devianza. Se e in quale misura questi modelli ci
aiutano oggi a interpretare il fenomeno della devianza e del controllo sociale (ha a che fare con tutte le reazioni sociali
alla devianza – interventi per inibire le condotte devianti o presunte devianti).
Il termine devianza non fa parte del linguaggio comune e in tempi recenti è entrata a far parte anche della letteratura
scientifica/sociologica.
Esempi condotte devianti: tossicodipendenti, omosessualità, suicidio, malattie mentali, criminalità.
La parola devianza significa letteralmente “uscire di strada” per comunicare condotte che si allontanano e si distaccano da
una presunta via normale, dove normale sottintende una via dritta, retta, giusta. Allontanandosi dalla strada fanno
problema, scuotono la società. si tratta di uno spettro molto ampio di comportamenti/orientamenti di azione che sono
accomunati dal fatto di essere caratterizzati dalla violazione o dal rifiuto di norme che hanno statuti diversi (giuridiche,
sociali in senso stretto, morali, religiose, di etichetta).
Storicamente, la sociologia della devianza ha posto attenzione a comportamenti, orientamenti, fenomeni percepiti come
problematici. Fenomeni di cui si occupano anche altre discipline come la criminologia, l’antropologia ecc.
Le condotte devianti sono state inserite in questo contenitori di comportamenti stigmatizzati in quanto fuoriescono dalla
via retta.
Le teorie/modelli prima citati servono come strumenti di analisi della realtà.
I mass media hanno rafforzato certe rappresentazioni come devianti o meno. Le nuove tecnologie a volte hanno
configurato nuovi fenomeni devianti.
Si fa una distinzione in relazione al ruolo che le tecnologie svolgono in relazione a fenomeni devianti:
Computer related crimes: svolgono ruolo di facilitatore o moltiplicatore di illeciti o condotte devianti già esistenti
e perseguite. Es. bullismo, traffico di droghe, vendita di armi, terrorismo, pornografia, truffa.
Computer oriented crimes: svolgono ruolo di creatori di fenomeni devianti inediti.
Oggi vi è un continuo tra le condotte online e offline “onlife” continuo esistente tra on ed off.
Il sociologo Stanley Cohen, sosteneva che la maggior parte dei fenomeni devianti si creavano in sistemi culturali che
esistevano prima che questa categoria di studio esistesse. Inoltre, termini come male, immoralità esistevano in sistemi
religiosi premoderni che sono continuati ad esistere anche dopo. Depressione era tristezza, alcolismo era ubriachezza.
Studieremo i modelli attraverso cui è stata descritta la devianza tenendo a mente che nel discorso contemporaneo: sono 3
e li troviamo variamente combinati. Nel 1993 Cohen aveva scritto che un discorso in atto sulla devianza contiene in
pratica le tracce di tutti i suoi strati precedenti. Il modello sociologico dominante resta quella delineata dalle teorie degli
anni ’60 della reazione sociale “costruzioniste”. Dal punto di vista teorico resta ancora dominante il terzo approccio della
costruzione sociale appunto. Benchè la combinazione dei vari approcci oggi è ancora più significativa. Nel discorso in
atto quindi sulla devianza vi sono i segni dei passaggi precedenti senza contare che nell’ultimo trentennio sono di ritorno,
per quanto riguarda il senso comune, le politiche sulla devianza, le concezioni che hanno preceduto questo approccio: le
concezioni classiche (periodo illuminismo giuridico penale) infatti parliamo di modello neoclassico, incentrato sulla
responsabilità, sulla libera scelta; le concezioni positivistiche (positivismo) infatti parliamo di modello neopositivista.
Ci occuperemo di 3 modelli:
1. Quantitativo-statistico
2. Funzionalista
3. Della costruzione sociale – più importante che spazzerà via le altre concezioni.
Per quanto riguarda le politiche messe in campo, vediamo però che sono ancora in voga concezioni precedenti alla nascita
della devianza: neoclassico e neopositivista che rientrano nel primo modello. Queste concezioni sono di ritorno perché si
combinano bene con le istanze moderne, digitalizzazioni, scoperte tecnologiche.
Le teorie della costruzione sociale sono anche dette della reazione sociale che prendono piede negli anni’60 e si
occupano della reazione sociale cioè su chi definisce la devianza. La realtà degli individui si presenta come una
costruzione sociale esistente in cui noi entriamo e apprendiamo. L’autore più famoso di questo labeling approach
(etichettamento) è Becker che sposta l’attenzione dalla condotta a chi quella condotta la sta definendo, trattando, sta
reagendo ad essa. Sostiene che sia deviante a cui questa etichetta di deviante è applicata con successo, non è quindi
importante che quella condotta sia consumata o meno.
Questo terzo approccio comprende teorie che ci portano a concentrarci su meccanismi di controllo sociale.
A livello teorico l’approccio costruzionista a un certo punto spazzerà via le concezioni precedenti in quanto ritenute
riduzionistiche, semplicistiche. È anche una concezione relativistica e interazionistica: relativistica – a seconda dei tempi,
il termine devianza si riempie di contenuti differenti (suicidio – greci mutilavano i corpi, romani era massima virtù);
interazionistica – reazione sociale al comportamento, alla definizione e interpretazione di tale comportamento, reazione
sociale come controllo sociale. 1
I modelli precedenti soprattutto quello quantitativo-statistico non sono solo più vicini al senso comune di devianza ma
sono saldamente radicati nei sistemi di controllo sociale e sanzione sociale.
Principali modelli attraverso cui è stata spiegata la devianza: neoclassico e neopositivista.
La sociologia della devianza appartiene ad una storia di tentativi, non ancora conclusi che sono iniziati con l’800 con la
nascita della scienza sociale, di definire in maniera autonoma l’area di ciò che è socialmente patologico che vogliono fare
a meno delle definizioni ufficiali di criminalità, elaborate dai giuristi. Man mano che la sociologia diventa una scienza, i
sociologi iniziano a licenziare i penalisti, a proporre definizioni autonome di devianza a prescindere da ciò che è
contenuto nei codici penali.
Per capire l’affermazione di questa disciplina, è importante tenere a mente cosa c’era prima della sociologia della
devianza: nel ‘700 secolo dell’illuminismo, vasto movimento di pensiero che ricomprendiamo sotto l’etichetta di
illuminismo giuridico penale con Volter, Montesquieu che ha la sua espressione tradizionale nel libro dei Delitti e delle
pene di Beccaria (1764). I contenuti essenziali erano che le norme penali devono essere chiare, poche, scritte, raccolte in
un codice, in modo tale che l’ufficio di un giudice consista solo nel verificare un fatto. Inoltre queste norme devono essere
uguali cioè devono valere per tutti perché i reati sono un attentato alla società, rompono il contratto sociale e non sono più
o meno gravi a seconda di chi li ha commessi (questa prospettiva prende il nome di oggettivismo penale). [Siamo distanti
da alcuni dibattiti contemporanei culturalmente orientati in cui si discute dell’attribuzione di un’attenuante culturale in
ordine proprio al background culturale del reo (la pena va cambiata in ragione delle motivazioni culturali del reo)]. Così
come le norme, anche le pene devono essere uguali per tutti. Devono essere le stesse in rapporto alla gravità del reato
(principio di proporzionalità che discende dall’oggettivismo penali). Abbiamo una scala di reati alla quale abbinare una
scala di pene proporzionali. Non c’è più una concezione retributiva ma deterrente della pena: evitare che i soggetti
ricadono in questa rottura del contratto sociale. Le pene dovevano essere miti cioè non cruente tanto basta per evitare
quanto detto prima. Pensano che debba essere prefissato il rapporto tra il reato e la pena per promuovere la certezza del
diritto e ridurre la discrezionalità dei giudici. In questa concezione classica, il reo deviante merita la punizione anche in
quanto è l’unico modo di rispettare la sua autonomia morale. La premessa antropologica, è il libero arbitrio cioè gli
illuministi pensavano a un soggetto che liberamente sceglie il male, rompe il contratto sociale e merita una punizione. La
sociologia della devianza nasce quindi quando riescono ad affermarsi delle concezioni che sono in grado di scalfire
l’oggettivismo penale della teoria classica e questo avviene con la statistica morale (volontà deviata da cause – non c’è
più il libero arbitrio) e la criminologia positivistica (modello quantitativo-statistico).
La statistica morale nasce con teorie molto rudimentali: esempio la teoria dell’aggressività di Guerry per cui a seconda
del contesto sociale e livello di moralità, l’aggressività sfocerebbe nel suicidio o omicidio per cui abbiamo un’inversione
tra il tasso di suicidio e il tasso di omicidi dove uno è più alto e l’altro è più basso e viceversa. Quetelet invece parla di
una legge termica della deliquenza ad esaltare i fattori fisico-cosmici che danno luogo al crimine, alla devianza. In
particolare nelle stagioni estive, nei luoghi in cui fa caldo in cui ci sono più reati contro la persona mentre nei paesi freddi
più reati contro la proprietà, Esquirol infine è noto per lo studio delle correnti di suicidi cioè quel fenomeno che oggi
chiamiamo effetto verter. Mettono in crisi la concezione classica del libero arbitrio perché l’individuo non sceglie sempre
il male ma alle volte la devianza è causata da altri fattori.
Nel libro di Pitch, si parla della devianza secondo i 3 modelli:
Quantitativo-statistico: statistica morale e criminologia positivistica – la devianza come anormalità statistica per
cui deviante è ciò che non rientra nella media statistica. Prevale l’idea di misurare la devianza che è concepita
come uno scostamento da una media statistica. Devono essere considerati soprattutto gli innalzamenti rispetto alla
media come le guerre che producono un innalzamento dei comportamenti devianti sia contro la persona che
contro la proprietà.
Funzionalista: teorie dell’anomia – devianza come violazione di regole e/o valori culturali di una data società. la
devianza è la conseguenza di una tensione anomica cioè della mancata introiezione da parte del soggetti di valori
di una certa collettività. Valori comuni, dominanti, di riferimento. Vedono la società come un organismo vivente
in cui ogni parte svolge una specifica funzione, funzionale alla coesione sociale. Si suole opporre a queste macro
teorie dell’ordine sociale, le teorie del conflitto di stampo marxista. L’approccio funzionalista sostiene che la
società debba essere coesa quindi la devianza coincide con l’anomia (inadeguatezza di norme). Il deviante
presenta un difetto rispetto all’interiorizzazione dei valori. Parsons combina il funzionalismo con la teoria di
Freud, vede un difetto psicologico nei processi di socializzazioni che preparano all’inserimento nella società.
quindi vi è tendenzialmente un andamento di routine che viene interrotto quando il comportamento non conforme
supera una certa soglia merita un intervento di controllo sociale ossia una sorta di braccio armato della
socializzazione primaria e secondaria. Bisogna ricondurre il soggetto alla normalità. I funzionalisti hanno un’idea
molto ampia di controllo sociale: criminologi, medici, infermieri, autorità sono tutti agenti del controllo sociale.
Della costruzione sociale: teorie di etichettamento – la devianza è il prodotto di un processo di stigmatizzazione,
criminalizzazione, etichettamento. Nasce in polemica con il paradigma funzionalista. La devianza non è una
categoria oggettiva, ma è una costruzione sociale che cambia con il cambiare delle società. La devianza è il
risultato dell’azione di controllo sociale. Idea sposata dal labeling approach per cui la devianza è uno stigma 2
attribuito a comportamenti che la maggioranza considera non normali. Prevale una concezione relativistica e
interazionistica.
È possibile dislocare queste tre idee di devianza secondo un processo evolutivo in cui le teorie funzionaliste succedono al
positivismo criminologico soppiantate dall’approccio della reazione sociale.
Modello quantitativo-statistico
Si delinea con gli studi degli statistici morali dell’800 e si svilupperà con i criminologi italiani del ‘900. Affermano
l’anormalità di certi comportamenti avendo quale riferimento una misura media di correttezza determinata in maniera
statistica. Stabilivano cos’è l’uomo medio alla maniera dei fenomeni medi considerati normali che si hanno in natura.
Questo criteri era applicato sia ai caratteri individuale (quanto fuma) sia ai caratteri collettivi (n° di suicidi). Se un’area
evidenza degli spostamenti notevoli, il fenomeno è considerato patologico quindi deviante.
Sulla scia della statistica morale, si collocherà la criminologia positivistica italiana con cui si avrà un passo avanti verso
un’idea di comportamento anomale svincolato dal riferimento del diritto penale. Non parlano di reati ma di delitti naturali
per qualificare i caratteri comuni dei crimini. Pensano che ci siano comportamenti che devono essere considerati come
universalmente patologici ad esempio perché attentano ai sentimenti altruistici fondamentali oppure ai valori medi di una
certa comunità politica, cioè valori che attentano al complesso di codici fondamentali medi. Garofalo scriverà che
l’elemento di immoralità necessario affinché un atto negativo sia considerato criminale da parte dell’opinione pubblica, è
la lesione dei sentimenti altruisti fondamentali come la pietà ma occorre che la violazione leda non la parte superiore più
delicata di questi sentimenti ma la misura media in cui sono posseduti da una comunità. Oppure Colaianni dice sono
azioni criminali quelle che contravvengono alla moralità media di un dato popolo in un dato momento. Inoltre hanno un
attenzione per le cause con cui nasce la devianza. Solo una volta conosciute le cause è possibile un’attività per correggere.
Pensano al recupero, alla risocializzazione. Il contributo del positivismo dell’800 sta proprio in questo ideale della
risocializzazione.
Secondo questo approccio, il comportamento deviante deriva da cause – per la statistica morale sono fattori fisico-
cosmico, per il positivismo criminologico sono condizioni di crisi collettivi (povertà, analfabetismo). Tutti comunque
pensano alla presenza di concause all’origine della condotta deviante. La statistica morale introdurrà il nesso eziologico –
principio causa/effetto. È deviante tutto ciò che si discosta dai comportamenti normali.
Criticità primo modello: non è in grado di cogliere la devianza occulta, affidabilità di queste statistiche criminali.
È necessario interpretare il significato di certe norme di condotta in rapporto alla cultura ecc. – servono ricerche di tipo
qualitativo. La statistica morale è stata importante perché mette in discussione il principio del libero arbitrio. Questo
studio del criminale diviene oggetto di discussione. Con la statistica morale vediamo un tentativo degli studiosi di
liberarsi dalla soggezione nei confronti delle definizioni ufficiali del diritto penale, della definizione di reato come
comportamento vietato dal diritto penale. Allarga l’orizzonte a tutta una serie di situazioni problematiche
indipendentemente dallo stigma penale. Quindi da un lato abbiamo un progresso in quanto si inizia a guardare a tali
situazioni in una prospettiva meno angusta rispetto a quella tipica del giurista. Questo sguardo però diviene troppo pieno
di pregiudizi. Per questo primo approccio abbiamo detto che la devianza deriva da premesse causali da cui deriva una
concezione della pena con finalità non repressiva ma rieducativa. I positivisti hanno avuto una grande influenza sul codice
penale del 1930 e in particolare sull’istituto delle misure di sicurezza che sono state introdotte affianco delle pene. Misure
di sicurezza indeterminate in quanto durano finché non è venuta meno la pericolosità sociale del deviante. La scuola
positiva è stata fondamentale nell’imporre l’ideologia del trattamento per tutte le pene e in particolare quelle detentive.
Modello funzionalista
Rispetto a questi antecedenti, i sociologi della devianza del ‘900 soprattutto funzionalisti americani rivendicheranno un
salto di qualità in quanto secondo loro il concetto usato dai positivisti non avrebbe i caratteri di valutatività sottintesi in
queste idee di anormale. Esempio Parsons o Merkel sulla svolta di Durkheim. Per il funzionalismo deviante è un difetto di
interiorizzazione di queste norme e valori. Per Parsons, è un difetto psicologico che si produce nella tappa della
socializzazione primaria. Questo concetto di devianza è di immediata evidenza ed è in sintonia con le premesse di fondo
di una concezione funzionalistica della società. I funzionalisti vedono la società come organismo vivente in cui ciascuna
parte svolge un ruolo funzionale alla coesione sociale. L’obiettivo di queste norme è quello di produrre la solidarietà
sociale. E laddove questo non si realizzi, la coesione subisce delle lacerazioni che sono i comportamenti devianti. Nella
prospettiva funzionalista, il problema della coesione sociale si risolve c
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