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Pedagogia sperimentale

Progettazione e organizzazione del curricolo per competenze a livello di istituto

Verticalità delle competenze e raccordo con gli obiettivi di apprendimento. Oggi la modalità amministrativa organizzativa di tante istituzioni scolastiche è quella degli istituti comprensivi. Hanno iniziato ad affermarsi in Italia tra il 1999 e il 2000. Sono nati gli istituti comprensivi, inizialmente un’organizzazione che doveva essere apportata solo alle scuole di montagna e nelle piccole isole, che avendo pochi studenti avevano la necessità di riunire molteplici plessi scolastici in un unico istituto. Dal 2000 in poi gli istituti comprensivi sono diventati la modalità amministrativa organizzativa di tutte le scuole.

  • Scuola dell’infanzia e primaria unite insieme (le direzioni o circoli didattici).
  • Le scuole medie o secondarie di primo grado erano per conto loro, anche con due dirigenti scolastici diversi (all’epoca si chiamavano direttore didattico e preside).

Gli istituti comprensivi sono diventati la modalità organizzativa degli istituti scolastici del primo ciclo (cioè scuola primaria e secondaria di primo grado) - vecchie scuole elementari insieme a vecchie scuole medie. Negli istituti che comprendono il primo ciclo sono state inserite anche le scuole dell’infanzia. Sono distribuite in più plessi scolastici (edifici), però fanno capo in un unico istituto. Colui che è responsabile di organizzare quest’unica unitarietà è il dirigente scolastico, che è unico per tutti i docenti di tutte le tipologie di scuola. In passato c’erano i presidi delle scuole medie e i direttori didattici per le scuole dell’infanzia e primarie. Oggi no... i circoli didattici sono rimasti pochissimi in Italia.

La continuità educativa nel curriculo verticale

La direzione della verticalità del curriculo in un comprensivo è importante ed è la forma principale per curare la continuità educativa. In passato la continuità organizzativa era garantita tramite dei progetti: Progetti Continuità, che le scuole dell’infanzia organizzavano insieme alle primarie o viceversa. Solitamente non lavoravano insieme, per questo organizzavano dei progetti (i progetti hanno una durata circoscritta, non è un’attività che dura nel tempo, è un’attività che ha un inizio ed una fine più o meno lunga che serve a raggiungere obiettivi specifici).

In questo caso i progetti continuità erano degli interventi formativi che vedevano lavorare insieme per brevissimi periodi, spesso limitati ad un paio di giorni massimo un paio di settimane, bambini e ragazzi, di tipologie di scuole e fasce di età differenti. La continuità veniva garantita da questi progetti, quindi era limitata nel tempo e penalizzata soprattutto a momenti di lavoro insieme a gruppi di bambini e ragazzi di età diverse che svolgevano un’attività preparata dall’insegnante.

La modalità che ha iniziato ad affermarsi soprattutto con la scuola dell’autonomia dal 1999 in poi e la razionalizzazione della rete scolastica è stata quella di proseguire la continuità formativa attraverso la continuità del curriculo. La vera continuità non si persegue tramite mini-progetti ad hoc, ma si persegue attraverso un continuum educativo che sta insieme tramite un curriculum educativo. Per far sì che ci sia veramente un curriculo verticale che si realizza trasversalmente a scuole con diverso ordine e grado, è importante che la continuità sia prevista già dalla progettazione del curriculo.

Livelli del curriculo e progettazione

C’è un secondo ciclo che riguarda la scuola secondaria di secondo grado (al suo interno organizzata in istituti tecnici, professionali e licei). Quando parliamo di curriculo e progettazione del curriculo, possiamo parlare di livelli diversi, come se fosse un’attività che si può stratificare in base ai soggetti coinvolti e in base a chi è deputato a dare attuazione a quel livello del curriculo.

I livelli del curriculo:

  • Livello di macro-progettazione: Modello progettuale che dà dei riferimenti, delle coordinate comuni a tutti gli insegnanti. In questo caso si parla di curriculo di istituto che è un quadro di riferimento che serve a definire finalità, obiettivi, competenze che tutti i docenti di quella scuola devono conseguire. Ciò che definisce la struttura comune del curriculo.
  • Livello di progettazione: Che non riguarda l’istituto nel suo complesso, ma riguarda il singolo docente e riguarda il team docente. Quasi mai una classe della scuola primaria ha solo un’insegnante, sono più insegnanti, non più in compresenza ma comunque che lavorano sulla stessa classe. Si può parlare quindi di team docenti che attraverso l’insegnamento adatta e perfeziona il curriculum di istituto a seconda delle singole esigenze dei bambini di quella classe specifica.

Quindi la progettazione adattata a livello di classe e a livello di team docente prende come riferimento il primo quadro del curriculo d’istituto, apportando delle modifiche e degli aggiustamenti per rendere l'offerta formativa corrispondente ai bisogni delle singole classi.

Adattamento del curriculo alle esigenze delle classi

Perché c'è bisogno di questo ulteriore adattamento del curriculum? Perché le classi non sono dei campioni omogenei. (Cos'è un campione: è un insieme di soggetti che rispettano alcune caratteristiche importanti e prevede le stesse qualità e una comunanza di aspetti). Le classi non sono campioni, ma sono degli aggregati dove nella maggior parte dei casi l’unico elemento di omogeneità è l’età dei bambini. Questo non deve fare presupporre che abbiano gli stessi bisogni, gli stessi prerequisiti, le stesse conoscenze, le stesse modalità, tempi e livelli di apprendimento. Per cui possiamo ritenere le classi non dei campioni, ma degli aggregati.

Quando il collegio dei docenti delibera i cosiddetti criteri per la composizione delle classi, cercano di contenere una diversità in ingresso degli alunni che è data di per sé. Anche se hanno la stessa età, sono comunque portatori di bisogni, conoscenze, esperienze e competenze diverse.

Gestione della diversità nelle classi

Come si può fare a contenere questa diversità? Si può cercare di contenere definendo dei criteri in comune per la formazione delle classi, in modo tale da contenere un fenomeno problematico: quello dell’altra varietà dei metodi di apprendimento.

La varianza è un termine statistico (def. In statistica, per un campione di valori di una variabile aleatoria si dice varianza la media aritmetica dei quadrati degli scarti dei valori dalla loro media aritmetica; la sua radice quadrata, presa con segno positivo, è lo scarto quadratico medio. Analisi della varianza: tecnica statistica per analizzare osservazioni campionarie di fenomeni dipendenti da uno o più fattori, al fine di decidere quali fattori sono rilevanti e di stimarne gli effetti).

ESEMPIO: in due classi prime della scuola primaria c'è un'altra varianza dei risultati, cioè sottoposti allo stesso test, alla stessa prova danno risultati molto diversi con un'ampia variabilità nelle risposte. Questo è un fatto problematico per una scuola, ma quando c'è un'altra varianza dei risultati di classi parallele con alunni della stessa età questo è un fatto ancora più grave perché vuol dire che la scuola non tratta equamente gli alunni, e non in modo equo. Oppure che hanno fatto la classe “ghetto” e quella dei “bravi”.

La varianza all’interno delle classi è un dato scontato e “normale” che compare molto spesso, all’interno di una classe c’è probabilmente una percentuale di alunni con disponibilità e una percentuale di alunni con DSA ed un’altra con risultati eccellenti.

Noi associamo anche tramite influenze biologiche normale uguale giusto. Il normale non vuol dire giusto, ma vuol dire semplicemente ciò che è legato alla norma. La norma (o la moda) in statistica è il fenomeno che si ripete più volte.

Le classi non sono dei campioni omogenei anche per un altro motivo: solitamente per campione per antonomasia, si intende quel gruppo di unità statistiche, sottoinsieme opportunamente estratto dall’intera popolazione o universo, dal quale trarre, con margini di errori contenuti, indicazioni sulle caratteristiche dell’intera popolazione. Cosa che di fatto non può avvenire all'interno della scuola.

Quindi quando si conforma la classe, il collegio cerca di definire quali sono i criteri di composizione delle classi e poi in base a questi criteri assegna i vari alunni. Ad esempio, se ci sono degli alunni certificati, con la 104, non includiamoli tutti nella stessa classe, cerchiamo di distribuirli e di avere un criterio bilanciato fra la presenza di alcuni maschi e di alunne femmine. A seguito dei colloqui con le insegnanti di scuola precedenti cerchiamo di distribuire abbastanza in classi in base ai livelli di apprendimento e i risultati di apprendimento che hanno conseguito nell'ordine di scuola precedente, questo lo si può fare anche nella scuola primaria attraverso i colloqui con i docenti della scuola dell’infanzia. Il collegio docenti definisce la composizione e la formazione delle classi per garantire dei gruppi il più omogenei possibile, che comunque non diventeranno mai dei campioni avendo sempre una differenza di provenienza di caratteristiche individuali degli alunni che derivano direttamente dalla loro storia. La scuola cerca in qualche modo di regolamentare queste caratteristiche, però senza trasformare le classi in campioni (che è impossibile).

Perché abbiamo avviato questa riflessione? Perché parlando di progettazione e di adattamenti della progettazione a livello di classe questo trattamento è necessario proprio per rispondere ad una differenza di bisogni formativi che richiede comunque degli aggiustamenti non solo rispetto all'intero gruppo classe ma anche rispetto ai singoli alunni, per cui l’adattamento non viene fatto fra il curriculo di istituto e quanto di esso viene realizzato nella prima A che nella prima B. Ma già all’interno di una singola classe questi adattamenti vengono fatti in base ai singoli alunni.

Personalizzazione e differenziazione nell'insegnamento

Questa forma di personalizzazione e differenziazione nell'apprendere e nei corsi di insegnamento di base è legata anche a un concetto che è annotato nel tempo di scuola equa. In passato qual era la scuola equa? Era quella che dava a tutti la stessa offerta formativa dando per scontato che tutti gli alunni partissero dallo stesso livello di conoscenza, facendo tutti la stessa lezione parlando a tutti nello stesso modo. Ma gli alunni non hanno tutti quanti le stesse esperienze, può darsi che alcuni abbiano fatto dei laboratori più approfonditi su questo aspetto, altri può darsi che abbiano seguito altri corsi dove queste tematiche sono state in parte apportate.

Potreste avere fatto il tirocinio avuto la possibilità di vedere come funziona anche dal punto di vista documentale. Quindi le vostre esperienze non sono tutte quante uguali. In passato la scuola equa era quella che non considerava le diverse esperienze e che dava per scontato che i livelli di partenza in base all'età degli alunni fossero tutti quanti gli stessi e che fossero tutti quanti uguali. La scuola equa di oggi non è la scuola che offre a tutti la stessa tipologia offerta, ma proprio in virtù della diversità e dei livelli partenza degli alunni, la scuola equa di oggi è quella che differenzia il più possibile l’offerta formativa in base alle caratteristiche personali. Ecco perché quando si va a progettare il curriculum non ci si può limitare solo ad attenerci alla progettazione del curriculo d’istituto, ma dobbiamo porre attenzione anche al suo adattamento al livello di classe.

Le unità di competenza sono una forma di adattamento della progettazione di istituto a livello di classe. Tant'è che una delle caratteristiche da indicare nel modello di progettazione è qual è la classe a questa unità di competenza si riferisce?

Introduzione dell'autonomia scolastica

Si inizia a parlare di progettazione del curriculo a partire dal momento storico epocale per la nostra Scuola che è l’introduzione dell’autonomia scolastica. Parlando di autonomia scolastica, si fa riferimento al 1999 con l’approvazione del DDR 5699. I regolamenti sulla autonomia scolastica definiscono l'ossatura della nuova scuola e segna anche il passaggio dagli strumenti del passato, che si basavano soprattutto su due pilastri che erano: il programma e la programmazione; quindi, la finalità stessa per l'istruzione era quella della trasmissione culturale dell’insegnamento delle varie discipline che a quel tempo si chiamavano materie.

Dal 1999 si comincia a parlare di curriculo e di progettazione a sostituzione ai termini programma e programmazione, quando si parla di curriculo si intende un curricolo orientato allo sviluppo delle competenze.

Programma e programmazione

Cos'erano questo programma e programmazione? (Definizioni di Franco Fabbroni, professore di Bologna che nel 1994 scrive un breve testo molto sintetico, ma molto efficace intitolato “Le 10 parole della didattica”. All’interno di questo libro ci sono tutte e quattro le parole che analizzeremo).

Programma: Il manifesto culturale nazionale scritto dal legislatore che esplicita obiettivi e contenuti disciplinari. Quindi il programma era un evento con obiettivi di argomenti da insegnare per quella disciplina chiaramente con una gradualità di complessità a mano che si passava dalla primaria ad una secondaria. Era unico su tutto il territorio nazionale, quindi aveva validità per tutte le scuole di quella tipologia di tutto il paese e soprattutto gli argomenti da insegnare non erano (come invece succede oggi per le indicazioni nazionali) una proposta di argomenti da trattare, di temi da affrontare in classe con i bambini ed i ragazzi ma erano delle prescrizioni quindi il programma era prescrittivo. I contenuti del programma erano tutti quanti obbligatori, per cui gli insegnanti non potevano saltarli non avevano la facoltà di scegliere attraverso la loro attività di insegnamento quali contenuti selezionare e perché, più adatti alla scuola di quel territorio, ed ai bisogni informativi dei bambini che avevano di fronte, oppure scegliere che alcuni obiettivi non erano perseguibili in base alle caratteristiche dei propri alunni. Da qui l'ansia per stare al passo con il programma.

Tutto questo entra in crisi nel 1968 con le proteste studentesche e l’attacco al programma come documento di classe; che favoriva soprattutto le classi agiate penalizzando le classi contadine e soprattutto quelle operaie che non avevano quel background conoscitivo che permetteva ai figli degli operai di avere successo a scuola. La scuola come organizzazione che emarginava in base alla classe sociale di provenienza. A seguito di questa constatazione qualche anno dopo nel 1974 vengono emanati i cosiddetti decreti delegati (I provvedimenti delegati sulla scuola, anche chiamati decreti delegati sulla scuola, sono una raccolta di sei atti normativi emanati in Italia tra il luglio 1973 ed il maggio 1974. Hanno rappresentato di fatto il primo testo unico organico riguardante l'istruzione non universitaria nell'Italia repubblicana).

Si dice decreti al plurale perché ci sono diversi atti normativi uno più importante dell'altro, ad esempio, sono quelli che introducono gli organi collegiali: il collegio dei docenti, i consigli di classe, il consiglio d'istituto eccetera. Uno di questi decreti parla di arricchimento funzione docente ciò che compete agli insegnanti, che si apre per la prima volta al territorio e alla pluralità, è contenuto fondamentalmente nel D.P.R. 416 riguardante gli Organi Collegiali per la gestione democratica della scuola. Introducendo per la prima volta una nuova attività, che prima non era prevista come obbligatoria e caratterizzante il lavoro degli insegnanti che era quella della programmazione. Non è che fino al 1974 la programmazione non ci fosse, innanzitutto era quasi un atto volontario, gli insegnanti comunque in qualche modo si organizzavano però, non lo facevano in maniera sistematica e soprattutto non lo facevano in maniera collegiale. La facevano al massimo da soli.

Dal 1974 vengono introdotte la programmazione educativa e la programmazione didattica. Programmazione educativa: definiva gli obiettivi generali della scuola che intendeva perseguire per i propri alunni. Programmazione didattica: entrava nella programmazione degli obiettivi, attività, prove di verifica per singole materie. Chiaramente questi due tipi di programmazione per come veniva definita nel 1994 da Fabbroni cos'era: Era un adattamento verticale, che non poteva esistere senza il programma. Def: L’edizione locale del manifesto nazionale, che tiene conto delle specificità dei contesti e dei soggetti coinvolti nel processo formativo. Edizione locale del programma che tiene conto di due cose: delle specificità dei contesti (oltre una scuola di montagna questa scuola fa certo rurale) e soprattutto dei bisogni formativi degli alunni che frequentano questa scuola e delle lacune delle classi.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/04 Pedagogia sperimentale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ariannacesareo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia sperimentale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Capperucci Davide.
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