1-SOCIOLOGIACONCETTI FONDAMENTALI E CAMPO D’INDAGINE
La sociologia è una disciplina scientifica ed empirica che studia il comportamento umano
all'interno della società. Nasce da domande che mirano a comprendere come i cambiamenti sociali,
come l'urbanizzazione o le trasformazioni del lavoro, influenzino le relazioni e le strutture familiari. Si
concentra sul concetto di "equilibrio dinamico", ovvero la costante interazione tra la stabilità del
contesto sociale e il suo continuo mutamento, che spinge gli individui ad adattarsi pur mantenendo
schemi comportamentali consolidati.
Il potere della sociologia risiede nella sua capacità di farci comprendere l'influenza della società
sulla nostra esistenza e sulle diverse collocazioni sociali. Essa parte dal postulato che ogni
comportamento umano si verifica in un contesto sociale e che le istituzioni e la cultura ci modellano. È
una scienza che formula domande e cerca risposte basate su osservazione e verifica empirica,
utilizzando un linguaggio specialistico e sistemi di classificazione rigorosi. Un aspetto cruciale è lo
"smascheramento" (debunking), ovvero la capacità di andare oltre le apparenze e mettere in
discussione ciò che diamo per scontato, rivelando i processi sottostanti che plasmano il
comportamento sociale.
2-SOCIOLOGIACONCETTI CHIAVE E ORIGINI
I concetti fondamentali includono il sistema sociale (il contesto di riferimento), la struttura sociale
(composta da interazioni e istituzioni), le istituzioni sociali (come famiglia, scuola, che orientano il
comportamento) e l'interazione sociale (che guida e controlla). Importanti sono anche il
cambiamento sociale e i gruppi sociali (primari e secondari).
Riguardo alle origini della sociologia, esistono diverse interpretazioni: alcuni la fanno coincidere con le
prime opere di fondazione concettuale e metodologica (es. Comte nel 1824); altri con l'applicazione di
rigorosi procedimenti scientifici, inclusa la misurazione statistica (es. Tocqueville, Durkheim); altri
ancora con la riflessione intenzionale sui modelli costanti della vita e del mutamento sociale.
3-SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZAOGGETTO E TEMATICHE
La sociologia della devianza è una branca specifica che si occupa di: Individuare le condizioni
ambientali e sociali che influenzano le manifestazioni delittuose e i limiti di tale influenza; Studiare
le conseguenze sociali di fenomeni come la criminalità e la devianza, nonché il funzionamento e gli
effetti dei sistemi di controllo e sanzione; Analizzare le possibilità di implementare politiche e
interventi per rispondere alla domanda di sicurezza dei cittadini.
È fondamentale distinguere tra devianza (violazione di norme culturali e sociali che regolano la vita
collettiva) e criminalità (violazione di norme giuridiche specifiche del sistema penale). La devianza
può spesso derivare da processi di emarginazione.
Le teorie della devianza sono numerose e includono, tra le principali: la Scuola Classica e Positiva,
l'approccio positivista (biologico), la teoria della disorganizzazione sociale, della tensione, del conflitto
di culture, del controllo sociale, dell'etichettamento, e della scelta razionale/attività abituali.
Infine, i principali temi di ricerca in questo campo spaziano dal suicidio ai reati senza vittime
(droga, prostituzione), dai reati contro la proprietà alla criminalità economica e violenta, fino
all'insicurezza urbana, ai programmi di prevenzione, alle strategie di polizia e all'influenza dei media
(es. TV) sui comportamenti devianti nei giovani. Centrale è anche lo studio del controllo sociale
nelle sue varie forme e tendenze.
4-LA DEVIANZA
Per definire la devianza, si possono adottare diverse prospettive. Una la considera come ogni
comportamento inaccettabile che provoca una reazione collettiva negativa (Tille e
Paternoster, 2000), includendo sia atti commissivi che omissivi. Una visione più ampia (Goode, 2001)
estende il concetto a un atto, una credenza o un tratto che viola le norme convenzionali e
genera una reazione negativa, abbracciando anche aspetti non esteriorizzati come le credenze o i
tratti somatici. Quest'ultima definizione, sebbene inclusiva, può presentare problemi per la sua
eccessiva ampiezza.
5-LA DEVIANZADISTINZIONI
È fondamentale distinguere la devianza da concetti correlati:
La marginalità è una condizione statica che descrive lo status di chi si trova ai margini della
società.
L'emarginazione è un processo dinamico, un'azione compiuta da individui, gruppi o istituzioni che
riducono le prospettive e le responsabilità di un soggetto, portandolo alla marginalità. Presuppone la
marginalità, essendo la sua causa.
Il disagio è una mancanza di adattamento, un'impossibilità a "stare bene" o a "stare insieme agli
altri". È un fenomeno spesso non visibile e si radica nella quotidianità, rappresentando il risultato di
difficoltà in percorsi di vita come lavoro, scuola o relazioni.
La devianza può essere la conseguenza di processi di emarginazione che hanno portato individui
in condizioni di disagio ai margini della società. Si distingue dalla criminalità, che è la violazione
specifica di norme giuridiche penali.
6-LA DEVIANZALE NORME E LA RELATIVITA’ DELLA DEVIANZA
Le norme sono le regole base per la realizzazione di un determinato valore e possono essere
prescrittive (impongono azioni) o proscrittive (vietano azioni). Sumner (1906) le ha classificate in:
Norme d'uso (Folkways): consuetudini che si affermano per ripetizione.
Norme morali (Mores): norme condivise con forte connotazione etica.
Norme giuridiche: illeciti amministrativi, civili e reati.
La caratteristica più rilevante della devianza è la sua relatività: non è una proprietà intrinseca di un
atto, ma una qualità che deriva dal giudizio e dalle risposte della collettività. Come affermava
Durkheim, un atto è criminale perché urta la coscienza comune, non viceversa. Maurice Cusson ha
ulteriormente dettagliato questa relatività, evidenziando che un comportamento può essere deviante
a seconda della situazione, del ruolo di chi lo commette, o del contesto storico e culturale. Tuttavia,
Cusson riconosce l'esistenza di atti universalmente devianti come l'incesto o l'omicidio di un membro
del proprio gruppo.
7-LA DEVIANZADEVIANZA COGNITIVA, STIGMATIZZAZIONE E FUNZIONI DELLA DEVIANZA
La devianza cognitiva si verifica quando si violano norme imposte da credenze religiose o sociali,
come ad esempio la considerazione di persone con handicap fisici come devianti in passato. Il
processo di stigmatizzazione (Goffman) è un meccanismo attraverso cui un individuo viene
emarginato: si scelgono differenze salienti, si collegano stereotipi negativi, si convince che lo
stigmatizzato è diverso, e la persona perde status subendo sanzioni. A tale stigmatizzazione si può
reagire celando gli attributi "screditanti", usando tecniche di neutralizzazione, o cercando supporto in
gruppi simili.
Per definire un comportamento come deviante sono necessari vari elementi: l'esistenza di un gruppo
sociale che lo riconosca come tale, la presenza di norme e aspettative violate, un giudizio negativo da
parte della maggioranza, una reazione collettiva alla violazione e conseguenze negative per l'autore.
È cruciale distinguere l'atto deviante dal soggetto deviante, poiché un atto può rimanere anonimo
o essere casuale senza definire l'individuo come deviante. La definizione di deviante può variare: può
essere un comportamento che viola regole e aspettative, un'anomalia statistica o un comportamento
che disattende ruoli sociali.
Infine, la devianza ha funzioni sia negative (disgregazione sociale, aumento del controllo) sia
positive, potendo evidenziare cambiamenti in atto nella società e stimolare creatività e alternative.
8-LA SCUOLA CLASSICARAZIONALITA’ E DETERRENZA
La Scuola Classica, nata nel XVIII secolo, si concentra sul fenomeno criminale e sulla giustizia
penale, senza elaborare una teoria specifica sulla devianza in sé. Il suo postulato fondamentale è che
gli individui sono esseri razionali e liberi, capaci di scegliere il proprio comportamento. Di
conseguenza, la legge e il sistema giudiziario devono essere basati sulla razionalità e sui diritti
umani, con principi di certezza della pena e delle sentenze.
Figure chiave sono Cesare Beccaria (con la sua attenzione alla pena) e Jeremy Bentham (con il suo
focus sul sistema giudiziario). Entrambi si opposero all'arbitrarietà del sistema giudiziario del tempo,
auspicando l'abolizione della tortura e della pena di morte, la concessione di un giusto processo e il
divieto della carcerazione preventiva.
La Scuola Classica vedeva la pena come strumento di deterrenza, basata sul calcolo felicifico di
Bentham: il piacere derivante dal reato deve essere bilanciato o superato dal dolore della punizione.
La deterrenza era di due tipi:
Specifica o individuale: rivolta al singolo reo per scoraggiarlo da future infrazioni.
Generale: rivolta a potenziali criminali, dimostrando che il crimine non porta guadagno.
Per essere efficace, la pena doveva essere celere, certa e severa (anche se per Bentham, la
celerità e la certezza erano più importanti della severità estrema). Il carcere acquisì un ruolo centrale
come strumento di punizione e autocorrezione; Bentham stesso ideò il Panopticon, un modello di
prigione per massimizzare la sorveglianza. La Scuola Classica, con esponenti come Francesco Carrara
e il suo "sistema tariffario", ha il merito di aver posto le basi dei moderni sistemi normativi, basati su
principi come la legalità, la presunzione di innocenza e l'uguaglianza dei cittadini davanti alla
legge.
9-LA SCUOLA POSITIVADETERMINISMO E ANALISI EMPIRICHE
In contrasto con la razionalità della Classica, la Scuola Positiva, affermatasi nel XIX secolo con il
positivismo, adotta una visione deterministica del comportamento umano, influenzata da tratti
fisici, biologici, psicologici e sociali. L'interesse si sposta dagli aspetti legali ai fattori causali del
comportamento criminale e alla riabilitazione del reo, anche in luce della teoria evoluzionistica di
Darwin.
Due elementi furono cruciali per la sua ascesa: l'importanza data all'esperienza verificata
(empirismo) e l'idea che i criminali potessero essere soggetti "non evoluti". Per i positivisti, il reato è il
risultato di predisposizioni insite nell'individuo, favorite da fattori sociali. La pena, quindi, non ha
una funzione retributiva o intimidatoria, ma deve controllare le tendenze antisociali del criminale,
proteggendo la società e considerando la natura del delinquente piuttosto che solo il tipo di reato
commesso.
L'industrializzazione e l'urbanizzazione del XIX secolo, con le loro patologie sociali, spinsero a nuovi
studi. La Statistica morale, con pionieri come Adolphe Quetelet e André-Michel Guerry, fu
fondamentale. Essi applicarono matematica e statistica per analizzare i comportamenti sociali,
delineando cause del crimine legate a variabili come età, sesso, condizioni economiche e clima.
Quetelet enunciò la legge della costanza del crimine, osservando la prevedibilità del numero di
crimini anno dopo anno, mentre Guerry sostenne che il libero arbitrio è limitato e il comportamento
umano è determinato da fattori esterni. Anche Cyril Burt studiò l'influenza dell'ambiente fisico sulla
criminalità minorile.
Le teorie positiviste, scartando la razionalità individuale, hanno rappresentato le fondamenta per i
programmi di riforma sociale, sebbene a volte abbiano degenerato in strategie estreme,
sostenendo che alcune persone fossero congenitamente incorreggibili.
10-LE TEORIE BIOANTROPOLOGICHE
In sintesi, le teorie bioantropologiche, pur con le loro controversie, hanno aperto il dibattito sulla
questione "delinquenti si nasce o si diventa", suggerendo che, in alcuni casi, una predisposizione
biologica possa influenzare il comportamento criminale, anche se sempre in interazione con
l'ambiente.
11-LE TEORIE BIOANTROPOLOGICHEDALLA FISIOGNOMICA ALLA GENETICA
Le teorie bioantropologiche emergono con il declino della Scuola Classica e l'affermarsi del
determinismo, rappresentando il primo tentativo scientifico di spiegare le origini del crimine
attraverso fattori biologici, antropologici ed ereditari. Inizialmente, studiosi come Guerry, Quetelet e
Burt avevano già osservato correlazioni tra distribuzione dei reati e fattori ambientali come clima o
stagioni, sebbene Mannheim criticasse queste visioni, sottolineando l'importanza degli eventi
culturali.
12-LE TEORIE BIOANTROPOLOGICHECESARE LOMBROSO E L’ANTROPOLOGIA CRIMINALE
La figura centrale è Cesare Lombroso, che nel 1876 con "L'uomo delinquente" tentò di individuare
segni fisiologici e fisici del criminale. Basandosi su misurazioni antropometriche, Lombroso ipotizzò
che i delinquenti si distinguessero per anomalie fisiche multiple di natura atavica, espressione di
uno stadio evolutivo primitivo. Credeva che la presenza di queste "stimmate" (es. assenza di rimorso,
mancanza di moralità, malformazioni craniche o facciali) spingesse il soggetto a delinquere, definendo
il "delinquente nato".
Inizialmente, stimò che il 70% dei criminali rientrasse in questa categoria, ma le critiche (campioni
limitati, assenza di controllo sui fattori psicologici e sociali) lo portarono a rivedere la percentuale al
35% e a introdurre altre categorie:
Delinquente folle: il cui delitto era legato a una patologia mentale.
Delinquente occasionale: un individuo normale influenzato dall'ambiente e dalle circostanze.
Nonostante quest'ultima apertura ai fattori socio-ambientali, per Lombroso i fattori individuali innati
rimanevano predominanti. Il suo modello fu comunque fondamentale per lo sviluppo della
criminologia.
13-LE TEORIE BIOANTROPOLOGICHESVILUPPI POST-LOMBROSIANI: FERRI,GAROFALO E NUOVE
SCUOLE
Allievi di Lombroso come Enrico Ferri ampliarono la classificazione aggiungendo l'autore di delitti
passionali e il delinquente abituale, riconoscendo anche l'influenza di fattori antropologici e sociali
oltre a quelli fisici. Raffaele Garofalo, pur nel solco positivista, era più scettico sulla spiegazione
puramente biologica, ipotizzando che devianza e criminalità derivassero da una mancanza di
sensibilità altruistica legata a un minore sviluppo morale, coniando il concetto di "crimine
naturale".
Le critiche a Lombroso riguardarono l'uso incoerente di concetti come atavismo, la mancanza di
gruppi di controllo e di un esame critico delle fonti. Tuttavia, gli si riconosce il merito di aver dato una
sistemazione scientifica allo studio del crimine.
14-LE TEORIE BIOANTROPOLOGICHEDAL SOMATOTIPO ALLA GENETICA MODERNA
Con Achille De Giovanni si sviluppò la morfologia clinica, che studiava le proporzioni corporee e la
loro predisposizione a patologie, con l'idea che la costituzione individuale influenzasse le malattie. In
seguito, il positivismo si concentrò sull'ereditarietà. Studiosi come Ernst Kretschmer e William H.
Sheldon cercarono correlazioni tra forma del corpo (somatotipo) e tendenze caratteriali o criminali.
Sheldon, ad esempio, individuò tre somatotipi (ectomorfo, mesomorfo, endomorfo), associando il
mesomorfo (muscoloso, aggressivo) a una maggiore propensione al crimine. Queste teorie, tuttavia,
furono criticate per campioni non rappresentativi e carenze metodologiche. I coniugi Glueck ripresero
il lavoro di Sheldon, ma senza trovare correlazioni significative.
Più recentemente, il filone bioantropologico ha ripreso vigore con nuove ricerche:
La teoria dell'extra Y: correlazione tra la sindrome XYY (con minor QI, statura elevata e
aggressività) e la tendenza all'aggressività.
Studi su bambini adottati per verificare la correlazione tra criminalità dei genitori biologici e figli.
L'avanzamento delle neuroscienze e della biologia molecolare, con l'identificazione di geni (come il
MAOA-L) che possono aumentare il rischio di comportamenti aggressivi, specialmente in contesti
sfavorevoli.
15-LE TEORIE SOCIOLOGICHEFOCUS SULLA SOCIETA’ E NON PIU’ SULL’INDIVIDUO
A differenza delle teorie bioantropologiche, che cercavano le cause del crimine nell'individuo (corpo,
patologie, personalità), le teorie sociologiche spostano l'attenzione sul crimine, la criminalità e
la devianza come fenomeni sociali, e non più sul singolo criminale. Le cause dei comportamenti
devianti vengono quindi ricercate nelle influenze sociali e nelle "anormalità" dell'esistenza sociale
stessa.
16-LE TEORIE SOCIOLOGICHE EMILE DURKHEIM: FATTI SOCIALI, ANOMIA E FUNZIONE DELLA
DEVIANZA
Émile Durkheim è stato un pioniere nello studio sociale del crimine. Abbandona i modelli statistici e
le spiegazioni bioantropologiche, sostenendo che la natura umana è "plastica" e viene modellata
dalle condizioni sociali. Per Durkheim, la società preesiste agli individui e li plasma.
Concetto chiave sono i fatti sociali: modi di fare più o meno fissati, capaci di esercitare una
costrizione esterna sull'individuo. Essi sono sui generis e comprensibili solo considerando il sistema di
norme e valori che li regola. La coscienza collettiva, l'insieme di credenze e sentimenti comuni alla
media dei membri di una società, è superiore alla coscienza individuale e ne regola la condotta. La
coesione sociale aumenta quando la coscienza individuale diminuisce.
Durkheim introduce il concetto di anomia, uno stato di carenza normativa che porta a una
diminuzione dell'ordine sociale. Inizialmente, la definisce come mancanza di regole nella divisione del
lavoro; successivamente, come una deregolamentazione in cui le norme perdono ef
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