Itaipu, le pietre che cantano. Formazione e resilienza nel popolo Guaranì.
Cantare l’incanto. Per paradigma si intende quell’insieme di valori, idee e percezioni che
definiscono una visione specifica del mondo e costituiscono la base su cui una società struttura
la propria organizzazione.
Metodo adottato:
Il metodo adottato in questo lavoro si basa su una metodologia qualitativa con approccio
etnografico, utilizzando strumenti di ricerca tipici dell'antropologia. È volto a esplorare la
epistemologia della formazione all'interno della Comunità Indigena Guarani Mbya dell'Isola di
Cotinga, a Paranaguá, cercando di comprendere come costruiscono il sapere, quali sono i loro
principi educativi e come questi siano radicati nelle loro tradizioni e nella loro visione del mondo.
L’approccio metodologico è caratterizzato da una visione multidimensionale e
transdisciplinare, in linea con un modello di conoscenza non statico né frammentato, ma
orientato a una lettura ecologica della realtà. Questo tipo di interpretazione è essenziale per
affrontare la complessità dei fenomeni e delle dinamiche osservate. Un aspetto centrale di
questa metodologia è lo sviluppo di un processo riflessivo di tipo auto-ermeneutico, il quale
promuove una maggiore consapevolezza epistemologica.
Il popolo Guaraní del Brasile è diviso in tre principali gruppi: Mbyá, Nhandeva e Kaiowá,
ciascuno dei quali presenta varianti linguistiche, culturali e rituali, pur condividendo alcune
tradizioni comuni.
L’indagine ha avuto inizio sull'isola di Cotinga, un luogo che per i Guaraní è considerato sacro,
poiché credono che sia il primo posto abitato da Dio. La spiritualità che permea l’isola è per loro
la fonte della vita e della conoscenza, e rappresenta la connessione profonda tra la loro identità
e il mondo naturale. Storicamente, i Guaraní si spostavano frequentemente, stabilendosi per
brevi periodi in zone diverse della foresta, dove praticavano coltivazioni temporanee. Le loro
comunità sono piccole, composte non più di 20 famiglie, per mantenere una vita collettiva e
sostenibile.
I Guaranì non hanno alcuna intenzione di modificare il loro stile di vita né di conformarsi a modelli
culturali che percepiscono come estranei. La loro visione del mondo è profondamente olistica,
in cui il piano materiale e quello spirituale, così come la natura e lo spirito, sono indissolubilmente
legati. Questo approccio si contrappone nettamente alla concezione predominante nella cultura
occidentale, che da secoli ha operato una netta separazione tra questi elementi. A rendere ancora
più marcata questa distanza è l'idea stessa di natura, che per la mentalità occidentale è spesso vista
unicamente come una fonte da sfruttare, basandosi su un’illusione ormai superata e priva di
fondamento, ovvero quella della sua inesauribilità.
Lo scopo della ricerca è analizzare i processi formativi che, pur mantenendo viva
l'identità tradizionale dei Guaraní, permettono loro di affrontare e adattarsi all'arrivo della
posizionarsi sul confine
postmodernità, che sta invadendo il loro cosmo culturale e spirituale, di
della differenza, in un dinamico gioco di riflessi, e che permette di osservare, interpretare e
comprendere l'alterità. Questo processo favorisce l'individuazione delle diverse forme di
razionalità e, dei significati che questo popolo antico attribuisce alla realtà.
I Mbya hanno una forte connessione con la loro terra. Tale qualità viene interpretata come
una sensibilità relazionale, ovvero come la capacità di cogliere e interpretare i legami di
significato che emergono dall’analisi del discorso.
Questo presuppone l’adozione di una prospettiva sistemica, intesa come
un’impostazione epistemologica che privilegia l’osservazione e lo studio delle relazioni
dinamiche che
caratterizzano i fenomeni esaminati. Un tale approccio epistemologico ci consente di esplorare
come la conoscenza venga costruita all’interno di un paradigma culturale che non corrisponde
al nostro, offrendo al contempo uno strumento per ampliare la nostra visione del mondo e
riflettere sui processi attraverso cui formiamo le nostre convinzioni e giudizi.
La ricerca condotta dal gruppo EURESIS sulle comunità Guaranì, nell'Isola di Cotinga (stato del
Paraná, in Brasile), si inserisce in questo quadro teorico. Lo studio ha l’obiettivo di esplorare
nuove forme di razionalità, rivelando i pregiudizi impliciti che influenzano il nostro giudizio sulla
realtà.
Un aspetto fondamentale di questa ricerca è la comparazione educativa, che si basa sull'analisi
dei simboli e delle pratiche che compongono l'immaginario Guaranì. L’approccio non è solo
interculturale, ma anche transculturale, poiché mira a superare le barriere tra le diverse
culture e a favorire l’incontro tra mondi lontani. Inoltre, questo lavoro riflette su come la
pedagogia, intesa come un processo che accompagna l’individuo nel suo sviluppo continuo,
debba essere un percorso aperto al cambiamento. Mettersi in dialogo con sistemi educativi
diversi e con visioni del mondo alternative è un modo per ampliare i confini della nostra
conoscenza, evitando la chiusura.
Incontrare il popolo Guaranì significa confrontarsi con un’altra forma di intelligenza e di
interpretazione del mondo, che ci invita a rivedere le nostre certezze e a riformulare il nostro
modo di pensare, aprendo la mente e il cuore a una conoscenza nuova, nel dialogo con l'altro.
Questo libro è un omaggio all'Altro, un altro che, attraverso il riconoscimento delle differenze e
delle contraddizioni, diventa anche un'occasione di crescita e di riflessione per noi stessi.
Il confronto con il popolo Guaranì ci invita a esplorare la nostra identità, a riscoprire le nostre
radici più profonde e a sfidare le convenzioni del nostro pensiero.
La ricerca si concentra sulla possibilità di sviluppare una pedagogia transculturale, che nasca
dall'incontro con l'alterità radicale. L'incontro con una cultura così lontana dalla nostra offre
l'opportunità di ripensare le pratiche educative, aprendo la strada a un'educazione che non si
limita a diffondere conoscenze, ma che promuove un vero e proprio dialogo tra sistemi di
pensiero e conoscenza diversi.
Bisogna stimolare una riflessione critica sui nostri stessi modelli cognitivi, favorendo
un’auto-consapevolezza che possa spingerci a riconsiderare le nostre certezze e ad accogliere
la differenza come una risorsa. Il processo di "coscientizzazione cognitiva" che scaturisce
dall’incontro con una cultura diversa offre l’opportunità di arricchire la nostra comprensione,
aprendo nuovi orizzonti nel campo della conoscenza e della pedagogia.
In passato, il termine "Guarani Mbya" veniva interpretato come "persone" e il nome Mbya
rappresentava coloro che si riconoscevano tra loro come simili. Questo legame si esprimeva
attraverso l’uso comune di elementi come il “tambeão” (un tradizionale indumento di cotone
tesso dagli antenati), abitudini alimentari simili e un linguaggio condiviso.
Un aspetto fondamentale nella cultura Guarani è il valore attribuito ai racconti e alle
leggende, che rivestono un ruolo cruciale nell'educazione e nella trasmissione del sapere
ancestrale. Per i Guarani, questi racconti non sono solo narrazioni mitiche, ma costituiscono una
parte integrante della loro vita quotidiana.
La musica svolge un ruolo vitale per i Guarani, capace di sollevare lo spirito e creare un
ambiente di festa e unione con Nhanderu (il loro dio) e la natura. L’oralità è un mezzo essenziale
per trasmettere la cultura e la spiritualità Guarani.
Attraverso l’oralità, si mantiene viva la memoria collettiva del popolo, rafforzando così l'identità e
il legame con le proprie origini. La musica e l’oralità sono anche centrali nel definire la visione
del mondo dei Guarani e nel vivere una spiritualità radicata nel legame con la natura.
Nonostante le difficoltà derivanti dalle disuguaglianze sociali e politiche nel contesto
latinoamericano, i Guarani affrontano la vita con gratitudine e consapevolezza, vivendo
pienamente il presente grazie alla loro connessione profonda con la natura e le loro tradizioni.
Natura:
Il popolo Guaranì è intrinsecamente legato alla natura, concependo il mondo come un
insieme in cui tutto è connesso e permeato dalla parola divina. In questo contesto, per esempio,
la "parola" non è solo un mezzo di comunicazione, ma un principio che scorre attraverso ogni
cosa, dalle cortecce degli alberi agli esseri umani, rivelando la presenza di Namandu, lo spirito
divino.
Nonostante le sofferenze causate dalla colonizzazione, le comunità Guaranì continuano a
mantenere viva la loro cultura e la loro visione spirituale, rispondendo al divino che ancora
pervade il loro ambiente.
Questa resistenza è particolarmente significativa in un mondo sempre più dominato
dall’omogeneizzazione delle differenze, un fenomeno che il filosofo Byung-Chul Han ha definito
"l'espulsione dell'Altro". L'Altro, in questo caso, rappresenta non solo una figura esterna e
distante, ma anche quella parte di noi stessi che è misteriosa, desiderante, e contraddittoria. È
proprio nella dialettica del negativo che si esprime l'autenticità della conoscenza. La levigatezza,
che si impone nella società odierna, tende ad uniformare le esperienze e a ridurre la complessità
umana, generando una cultura di consumismo che appiattisce i gusti e le identità.
Bisogna incontrare la differenza, cercando il negativo, una via per fermare questa omologazione,
per riscoprire la profondità dell'essere umano e l'autenticità della propria identità. Solo
attraverso il riconoscimento della differenza, possiamo accogliere l’Altro in modo significativo.
Questo processo, che implica l’incontro con la diversità, è essenziale per fermare l’"imperialismo
del Medesimo", ossia la tendenza a imporre un’unica visione del mondo.
La natura, vista come un ambiente che educa alla sopravvivenza, diventa un luogo dove gli
esseri umani sono gettati, privi di qualsiasi supporto, con l’incarico di comprenderla.
Per sopravvivere, devono adattarsi alla sua logica, fondendosi con essa. In questo contesto, la
relazione con l’ambiente non è solo di adattamento, ma di trasformazione reciproca.
Il processo di comprensione, in questo caso, avviene attraverso un’imitazione che consente di
assimilare e incorporare ciò che è esterno, creando una fusione profonda. Questo tipo di
esperienza estetica, che nasce dalla scoperta dell'altro, si ricollega ai principi descritti nella
Poetica di Aristotele, dove la capacità di comprendere si esprime anche attraverso il
riconoscimento dell’altro tramite l'imitazione.
L'esperienza con la comunità Guarani Mbya dell'Isola di Cotinga ha messo in luce il profondo
legame spirituale con la natura che caratterizza questo popolo, evidenziando la loro
gratitudine per il presente e la loro convinzione che ogni cosa possieda una propria essenza. Il
rapporto con gli antenati è di fondamentale importanza, poiché credono che senza il legame con
il passato e con i loro predecessori, l’esistenza non sarebbe possibile.
La natura è considerata la fonte stessa della vita, e credono che l’essere umano non possa
esistere senza di essa. Uno degli aspetti più sacri della vita quotidiana dei Guaraní è il loro
rapporto con la natura. Non abbattere gli alberi per coltivare la terra è una scelta fondamentale
per loro, poiché credono che ciò danneggerebbe l'equilibrio naturale e avrebbe conseguenze
devastanti. La loro visione è che quando l'ambiente viene danneggiato, la vita stessa ne risente.
Per questo motivo, la protezione della natura è vista non solo come una questione ecologica,
ma come un imperativo spirituale. La natura è considerata sacra, e ogni violazione di questo
principio porta sofferenza a tutta la comunità.
Allo stesso modo, la danza, la musica e i suoni hanno una funzione educativa profonda:
connettono l’essere umano alla natura, permettendo di sperimentare una fusione totale con
l'ambiente. Ad esempio, il suono del tronco di albero ha un effetto calmante, riproducendo i
ritmi naturali dell’acqua e creando un’armonia tra il corpo e la natura stessa. Questo stato di
trance, che emerge attraverso il ritmo e il suono, facilita l'integrazione dell'individuo nel flusso
naturale, fondendo le sensazioni e la coscienza con la voce della natura.
Terra:
Il concetto di yvy (terra) è altrettanto fondamentale per la comprensione del
legame che i Guaranì hanno con il loro ambiente. La terra per loro non è solo un bene da
possedere, ma è un'entità viva e sacra, un corpo che va rispettato e custodito. La terra viene
pensata come un "corpo", che non va né danneggiato né distrutto, perché rappresenta la vita
stessa. In questo senso, il legame con la terra non è solo materiale, ma è un legame simbolico
che definisce la loro identità.
Quando si parla di tekoha e di yvy, non si sta semplicemente descrivendo un territorio fisico, ma
si sta dando forma a un luogo identitario che non può essere separato dall'esistenza della
comunità che lo abita. Per i Guaranì, la terra è sacra, e non può essere trattata come una
proprietà da comprare o vendere. La lotta per la difesa della terra è dunque una lotta per la
difesa della propria identità, per preservare uno spazio in cui la comunità possa continuare a
vivere secondo i propri principi, in armonia con la natura e con i propri valori culturali.
Questo concetto suggerisce un legame profondo tra territorio e identità che, seppur distinti
secondo le nostre categorie concettuali, sono in realtà inseparabili nel contesto della visione del
mondo Guaranì. Nella loro prospettiva, la terra e l’identità sono strettamente interconnesse e
costituiscono un tutto che riflette l’idea di un'interconnessione universale. Questo approccio
olistico abbraccia l’idea che ogni aspetto della vita, dell’ambiente e delle relazioni sociali sia
interdipendente, facendo parte di un flusso continuo che unisce tutti gli elementi della realtà.
Tierra sin mal, yuymonae’ y -> la terra dove abita il divino:
I Guaranì non erano un popolo nomade, si potevano definire migranti, in quanto erano
costantemente alla ricerca di nuovi terreni da coltivare e di risorse naturali. I motivi dei loro
spostamenti sono due: da un lato, possono trovarsi in una zona in cui le risorse non sono
sufficienti per tutti; dall'altro, potrebbero essere in cerca di ambienti che soddisfino meglio le
loro esigenze.
Le aldeias Guaraní si trovavano in un vasto territorio che si estendeva tra il Paraguay, l'Argentina
e il Brasile, lungo il fiume Paranà, dove quest'ultimo incontra il fiume Iguazú. In questa zona
c'era un luogo di particolare sacralità per il popolo Guaraní: Salto de las Sete Quedas, una
serie di cascate che per i Guaraní rappresentavano un sito di grande valore spirituale.
Queste cascate erano considerate un passaggio spirituale verso un regno perfetto, chiamato
Yuymanae'y, dove tutto era armonioso, in contrasto con il nostro mondo imperfetto.
Il concetto di “Tierra sin mal”, per loro, è intrinsecamente legato alla loro identità, una terra che
rappresenta un luogo di origine e di appartenenza, un valore primordiale.
La situazione dei Guaranì cambiò radicalmente a partire dal 1768, quando furono espulsi dai
missionari gesuiti, che cominciarono a sfruttare le terre dei Guaranì come se fossero propri
proprietari. I Guaranì vennero spinti ai margini delle terre, privati della loro autonomia. Fino al
1973, quando fu firmato il Trattato di Itaipù. Tuttavia, l'inizio della colonizzazione massiccia con
la costruzione della centrale idroelettrica di Itaipù avrebbe segnato una delle tappe più dolorose
della loro storia.
Il Trattato di Itaipù, firmato tra Brasile e Paraguay, stabilì le basi legali per l’utilizzo
idroelettrico delle acque del fiume Paraná. La costruzione della centrale idroelettrica, una delle
più grandi al mondo, situata vicino alle cascate di Iguazú, provocò gravi danni sia all'ambiente
naturale che alle varie aldeias circostanti che furono sommerse dalle acque e i Guaraní persero
terre che per loro avevano un valore profondo e sacro.
La realizzazione di questo progetto sconvolse profondamente l'equilibrio dei territori Guaranì,
distruggendo villaggi sacri e contaminando le acque. Questi eventi segnano l’inizio di un lungo
processo di colonizzazione che avrebbe avuto un impatto profondo sulla vita e la cultura del
popolo Guaranì, ma che, nonostante le sofferenze, non è mai riuscito a spegnere
completamente la loro identità e la loro resistenza.
La centrale idroelettrica di Itaipú fu costruita tra il 1975 e il 1982 e prese il nome
proprio dal luogo che ospitava la centrale, chiamato in guaraní "le pietre che cantano". Il
nome deriva dal suono che l'acqua, scorrendo sulle pietre delle cascate, produceva una musica
naturale che, secondo la tradizione Guaraní, aveva un significato spirituale, accompagnando
l’anima verso la pace e la purificazione. Quel luogo era caratterizzato da un'acqua che cadeva
sulle pietre, creando un canto che elevava l’animo e permetteva alla persona di accedere a un
paradiso terrestre, una dimensione celeste e divina. Questo sito sacro rappresentava un
accesso al divino. Tuttavia, con la costruzione dell'infrastruttura, il canto delle pietre è svanito,
e i Guaranì ne soffrivano profondamente, sentendo la perdita di quella connessione sacra.
I Guaraní credevano che, attraverso una connessione profonda con la natura e con il mondo
spirituale, fosse possibile raggiungere Yvy marane'y già durante la vita. Purtroppo, oggi,
questa possibilità non esiste più, perché il mondo che abbiamo costruito ha danneggiato
irreversibilmente l'ambiente e la spiritualità che un tempo lo sosteneva. Le pietre che un tempo
"cantavano" con il suono delle cascate ora sono silenziose, sommerse dalle acque create
dall’uomo.
Il concetto di yvy marane'y, ovvero la "Terra senza il Male", rappresenta il desiderio di
trovare un luogo ideale, un paradiso dove poter vivere in pace e libertà. Sebbene non esista un
luogo fisico preciso che rappresenti questa "terra perfetta", essa è intesa come uno spazio
simbolico, un luogo che riflette l'aspirazione dei Guaranì a vivere lontano dalla sofferenza e dalla
distruzione portata dall'invasione esterna.
Questo è un luogo di pura magia, uno spazio che non è stato ancora toccato dall'uomo, rimasto
incontaminato e non trasformato da una terra naturale a una terra culturale. È una selva primordiale
nella sua sacralità antica.
Senza conoscere le teorie di Rousseau, i tupi-guaranì giungono a un rifiuto della vita sociale in un
luogo che rappresenta la loro differenza, poiché la vita sociale ha annientato la vita naturale,
soprattutto con l'arrivo della colonizzazione europea. È dal dominio dei bianchi che bisogna fuggire,
tornando allo "stato di natura". Questo segna un cambiamento fondamentale verso la creazione
originaria e, dunque, un recupero della relazione con il divino.
Cercare di comprendere una razionalità altra implica un'apertura mentale verso un modo di
costruire la conoscenza che può differire notevolmente dal nostro. Quando si sente dire che "le
pietre non cantano più", si entra già in un paradigma che sfida le categorie e i concetti
occidentali.
Prima dell’inizio dei lavori, l’impresa che stava per realizzare la centrale aveva offerto numerose
opportunità di lavoro agli abitanti dei villaggi, ma nonostante la povertà e il bisogno di denaro,
gli indigeni rifiutarono. Sapevano che questa "modernizzazione" avrebbe avuto conseguenze
devastanti per la natura e per la loro spiritualità, poiché quei luoghi erano troppo sacri per
essere sacrificati a un progetto industriale.
In particolare, uno dei villaggi più vicini al sito delle cascate, che anch'esso fu sommerso dalla
costruzione della diga, ospitava un opy, la casa della preghiera, cuore spirituale della
comunità.
Essi credono che i sogni siano un canale attraverso cui si può entrare in contatto con i propri
antenati e con la dimensione di Yuymanae'y, che è priva di sofferenza. La morte non segna la
fine, ma l'accesso a un mondo di serenità, un ritorno alla perfezione che questo mondo terreno
non può più offrire. Nonostante la modernizzazione e la distruzione, il popolo Guaraní ha
continuato a praticare la sua spiritualità come una forma di resistenza, mantenendo viva la
connessione con Nhanderu, il Creatore, per non perdere il senso di sé e della propria cultura.
Il rifiuto di partecipare ai lavori per la costruzione della diga non è stato solo un atto politico, ma
una scelta di salvaguardare un legame sacro con la terra e la sua spiritualità. Per loro, la natura
non è solo un bene materiale, ma una manifestazione divina. E la distruzione di quei luoghi ha
rappresentato la perdita di un legame fondamentale con il mondo dei loro antenati e con la
possibilità di trovare un senso di pace e redenzione.
La storia della costruzione di Itaipú non è solo una questione di potere economico, ma una
riflessione sulla nostra capacità di preservare ciò che è sacro in un mondo sempre più segnato
dalla devastazione ambientale e dalla perdita dei legami spirituali. La resistenza dei Guaraní non
è solo contro un'infrastruttura, ma contro una visione del mondo che rischia di cancellare
l’essenza stessa della loro cultura.
Per la popolazione Guaranì, le espressioni impiegate per r
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