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SOCIOLOGIA E CULTURA

Programma:

1. L’immaginazione sociologica

-Charles Wright Mills, “L’immaginazione sociologica” (Pp. 13-32)

-Max Weber, “La scienza come professione” (Pp. 28-32)

-Steven Pinker, “Fatti di parole” (Pp. 324-335)

-Matthew Desmond, “Sfrattati” (Pp. 294-314)

2. Il problema della rilevanza

-Peter Berger e Hansfried Kellner, “L’interpretazione sociologica” (Pp. 25-65)

Differenze culturali ed etnocentrismo

3.

-Ugo Fabietti, “L’identità etnica” (Pp. 13-24)

-Marvin Harris, “Buono da mangiare” (Pp. 39-59)

-Marco Aime, “Il primo libro di antropologia” (Pp. 28-32)

4. Conformismo e anticonformismo

-Solomon Asch, “Psicologia sociale” (Pp. 489-522 e 526-546)

-Piero Bocchiaro, “Psicologia del male” (Pp. 23-46)

5. Socializzazione e interazione

-Herbert Mead, “Mente, sé e società” (Pp. 161-214)

-Ervin Goffman, “La vita quotidiana come rappresentazione” (Pp. 11-26 e 127-162)

6. Rischi e cambiamento climatico

-Ulrich Beck, “Vivere nella società del rischio globale” (Pp. 126-146)

-Cecilia Biancalana e Riccardo Ladini, “Emergenza lenta” (Pp. 15-21 e 89-126)

-Massimiliano Andretta e Paola Imperatore, “Le trasformazioni del movimento ambientalista in Italia tra istituzionalizzazione e

conflitto” (Pp. 67-97)

7. Devianza

-Howard Becker, “Outsiders” (Pp. 43-54 e 115-126)

-Piero Bocchiaro, “Psicologia del male” (Pp. 87-110)

-David Rosenhan, “Essere sani in posti insani” (Pp. 105-125)

8. Organizzazioni, norme e istituzioni

-Max Weber, “Economia e società” (Pp. 260-262 e 276-279)

-Robert Merton, “Teoria e struttura sociale” (Pp. 188-205)

Approfondimenti

1. L’arte di porsi domande sociologiche

-Frank Van Tubergen, “Introduzione alla sociologia” (Pp. 20-50)

2. Gli strumenti teorici della sociologia

Frank Van Tubergen, “Introduzione alla sociologia” (Pp. 57-83)

Cos’è la sociologia

La sociologia è un sapere pratico che interseca con diverse discipline come storia, scienze della comunicazione, demografia...

Il sociologo è colui che spudoratamente e in modo continuo si interessa delle attività umane (azioni, interessi, passioni, credenze,

momenti di estasi…). Nessuna delle cose che gli esseri umani fanno è scontata o noiosa, il sociologo è anche affascinato dal banale e

quotidiano. Lui si pone domande che riguardano la società, fatta di tanti livelli con momenti di solitudine o comunità e riesce a

ritrovare aspetti interessanti in svariati luoghi per farsi domande alle quali deve cercare di rispondere.

August Comte (1789-1857) —La sociologia è la regina delle scienze, perché riguarda gli esseri umani che interagiscono insieme per

relazioni economiche, di potere, di psicologia…

1. L’immaginazione sociologica

Charles Wright Mills, “L’immaginazione sociologica”

Sintesi lettura:

Nelle pagine 13–32 de “L’immaginazione sociologica” Mills definisce la nozione di immaginazione sociologica come la capacità di

collegare vicende personali e processi storici, mostrando come i problemi vissuti dagli individui possano essere compresi solo in

relazione alle più ampie strutture sociali.

Mills introduce anzitutto la distinzione tra:

• Troubles—problemi individuali

• Issues—problemi pubblici

L’autore sottolinea che molti problemi vissuti come individuali (disoccupazione, indebitamento, difficoltà familiari) derivano in

realtà da mutamenti strutturali, da problemi pubblici (crisi economiche, processi di razionalizzazione o trasformazioni istituzionali).

L’immaginazione sociologica consente dunque di superare una lettura individualistica dei fenomeni sociali, rendendo visibili i nessi

che legano biografia e storia— promessa della sociologia

Mills descrive il sentimento diffuso dell’essere “intrappolati”: nella società moderna gli individui percepiscono un senso di

impotenza di fronte a istituzioni sempre più grandi e potenti (lo Stato, le grandi burocrazie economiche). Questo senso di isolamento

non dipende da caratteristiche individuali, ma dalle trasformazioni della struttura sociale, che richiedono strumenti interpretativi

adeguati per essere comprese.

Da qui deriva il compito della sociologia, che deve avere una funzione critica e pubblica: non deve limitarsi alla raccolta di dati né a

costruzioni teoriche astratte e poco legate alla realtà empirica. L’immaginazione sociologica è l’alternativa capace di connettere teoria

e ricerca empirica, esperienza individuale e dinamiche strutturali.

In conclusione, Mills afferma che comprendere la società contemporanea richiede di vedere come le vite degli individui siano

modellate da forze storiche più ampie. L’immaginazione sociologica diventa così sia un metodo d’analisi sia una forma di

consapevolezza critica, che permette all’individuo di collocare la propria esistenza dentro la trama dei cambiamenti sociali.

Appunti lezione:

Secondo Mills per rispondere alle domande bisogna guardare oltre gli individui e oltre la comprensione di come sono arrivati in quel

punto della storia come individui.

La sociologia nasce come scienza che vuole scavare, svelare e rivelare le cose nascoste che non si vedono. Siamo tutti costantemente

sospinti da forze della storia, di classe sociale, cultura, genere che orientano i nostri comportamenti e solo comprendendo come

queste diverse forze si intersecano si può rispondere alle domande. Le cose non sono come appaiono, non siamo esseri isolati l’uno

dall’altro, bisogna prestare attenzione a come le forze si intersecano, alterano e determinano il senso della nostra esistenza.

La risposta, secondo la sociologia millsiana, deve essere trovata dall’intersezione tra due linee:

• la biografia

• la storia

Per rispondere alle domande bisogna quindi unire problemi individuali (troubles) e pubblici (issues).

Secondo Mills la sociologia ha un’azione politica, bisogna quindi agire per cambiare le cose e risolvere i problemi facendo attività

politica (attività di cambiare). La sociologia di Mills è una forma di sociologia impegnata (engaged), che invita all’azione politica.

L’immaginazione sociologica diventa così uno strumento potente nelle mani di tutti, dove si studia, ci si informa per capire come

cambiare le cose. Per cambiare il mondo secondo Mills bisogna:

• essere calmi, agire in modo meditato

• organizzarsi, unirsi e collaborare (Marx—lavoratori di tutto il mondo unitevi, non avrete nulla da perdere se non le vostre

catene).

Spesso le migliori intenzioni quando non hanno precisione e calma non portano quasi mai ai risultati sperati. Mills ha avuto molti

critici perché molti sociologi professionisti non credono nel legame tra sociologia e azione politica per cambiare il mondo.

Matthew Desmond, “Evicted” (Sfrattati)

Sintesi lettura:

Nelle pagine 294–314 di “Evicted” Desmond approfondisce le conseguenze sociali e personali dello sfratto, mostrando come esso

non sia soltanto l’esito di condizioni economiche fragili, ma un meccanismo strutturale che contribuisce a riprodurre e aggravare la

povertà urbana. In questa sezione l’autore insiste in particolare su due temi:

1. la ciclicità della vulnerabilità abitativa

2. il ruolo dei proprietari e del mercato immobiliare nel configurare tale instabilità

Desmond documenta come lo sfratto abbia effetti devastanti non soltanto sul piano materiale, ma anche sul piano psicologico e

simbolico. Per molte delle persone coinvolte, lo sfratto rappresenta un’esperienza di rottura biografica: genera insicurezza e un senso

di perdita della propria dignità. Questi effetti tendono a consolidarsi nel tempo, rendendo più difficile trovare un’abitazione stabile,

mantenere un impiego o proteggere la propria famiglia.

L’autore mostra inoltre come il mercato degli affitti nelle aree povere operi secondo logiche che finiscono per favorire la

marginalizzazione dei più vulnerabili. I proprietari, consapevoli della scarsissima offerta abitativa a basso costo, possono imporre

condizioni svantaggiose e ricorrere allo sfratto con facilità, trasformandolo in uno strumento di gestione ordinaria degli inquilini. Lo

sfratto diventa così un evento frequente, non eccezionale, e l’instabilità residenziale si configura come un tratto sistemico della vita in

povertà.

Desmond ricostruisce anche il modo in cui gli sfratti producono conseguenze di lungo periodo sulle comunità: le famiglie sfrattate

interrompono percorsi scolastici, relazioni di vicinato e legami sociali; i quartieri diventano meno coesi e più esposti alla violenza e

alla sfiducia reciproca. Dall’altro lato, alcuni proprietari traggono profitto da questo sistema, mantenendo margini elevati proprio

grazie alla vulnerabilità degli inquilini e alla mancanza di regolamentazioni più vincolanti.

In sintesi, Desmond argomenta che lo sfratto non è un semplice sintomo della povertà, ma una delle sue cause principali. Esso

rappresenta un dispositivo che destabilizza le famiglie, disgrega le reti sociali e contribuisce a riprodurre la disuguaglianza strutturale

nelle città statunitensi. Comprendere questa dinamica, conclude implicitamente l’autore, è fondamentale per elaborare politiche

abitative che affrontino non soltanto l’emergenza abitativa, ma le radici strutturali della povertà urbana.

Appunti lezione:

Desmond ha fatto una ricerca nella città di Milwaukee sugli sfratti. Nel 2008 in America era presente una crisi finanziaria, dove le

banche davano crediti per acquistare case anche a persone che non avevano mezzi per sostenere un mutuo e finivano per riprendersi

le case sfrattando le famiglie povere che ci abitavano. Numerose famiglie si trovavano in strada con i loro possedimenti accatastati, la

casa veniva ridata alla banca e rimessa in vendita. Desmond durante questa ricerca sviluppa:

• un approccio etnografico, si è mischiato e ha parlato con le persone, ha scattato foto con cui ha documentato le persone che

dal giorno alla notte venivano sfrattate dallo sceriffo, perché non potevano più permettersi di pagare il muto. La cosa più

difficile è stata riuscire a farsi accettare nel mondo di degrado e di grandi difficoltà in cui si trovavano quelle famiglie. Ci

sono stati rapporti difficili con i suoi testimoni privilegiati, molti inoltre dicono cose non vere perché sono cose di cui non è

per niente facile parlare.

• Una autoriflessione sulla propria condizione sociale di vantaggio (essere bianco mi facilita il superamento di certe

situazioni) o svantaggio (uomo che ricerca sulla violenza sulle donne), non può cambiare la situazione, ma deve

riconoscerla.

L’obiettivo principale di Desmond è capire cosa produce questa situazione di povertà, le sue cause mettendo in relazione ricchi e

poveri. Lui ha una visione politica della sociologia che rimanda a quella di Mills. Desmond ha dichiarato che è sempre stato colpito

da quanto l’America sia un paese ricco con tassi di povertà altissimi, perché secondo lui un paese ricco non può permettersi ciò e

deve cercare di cambiare questa situazione. Questo fenomeno può essere sradicato solo se le persone si uniscono per cambiare. Le

disuguaglianze si sommano e si accrescono, sono tanti aspetti che si sommano ed è difficile uscirne. Bisogna essere calmi, non farsi

prendere troppo emotivamente, bisogna essere accurati e sistematici, senza farsi prendere dal desiderio di cambiare tutto subito

spaccando tutto, danni si procurano mettendo troppo cuore.

Max Weber, “La scienza come professione”

Sintesi lettura:

Nelle pagine 28–32 de “La scienza come professione” Weber approfondisce il tema della vocazione scientifica mettendo in luce due

aspetti:

1. la razionalizzazione crescente del mondo

2. la natura provvisoria e incompiuta della conoscenza scientifica

Weber ribadisce che la scienza moderna procede attraverso un processo illimitato di specializzazione. Questo progresso non conduce

mai a verità definitive, ma produce un sapere che è costantemente superato da nuove scoperte. Per tale ragione, chi sceglie la

professione scientifica deve accettare che le proprie acquisizioni siano destinate a essere sostituite. La scienza, afferma Weber,

“invecchia” rapidamente: questa è una delle sue leggi fondamentali.

Da ciò deriva una conseguenza decisiva per la figura dello studioso. Fare scienza non significa aspirare all’immortalità del proprio

lavoro, bensì impegnarsi in un’attività che ha valore proprio, perché inserita in un processo collettivo e cumulativo. Weber sottolinea

che la vera vocazione del ricercatore consiste nella capacità di dedicarsi a un compito limitato, specifico, spesso circoscritto, e

tuttavia animato dalla consapevolezza del suo significato all’interno di un più ampio progetto di razionalizzazione del mondo.

Inoltre, Weber chiarisce che la scienza non può fornire risposte ultime sul senso della vita o valori etici assoluti: può chiarire mezzi e

conseguenze, ma non può dire che cosa sia “giusto” desiderare. Questa distinzione tra giudizi di fatto e giudizi di valore è essenziale:

lo scienziato deve attenersi a un principio di sobrietà e di neutralità, evitando di trasformare la lezione scientifica in predicazione

morale.

In sintesi, Weber presenta la scienza come una professione fondata sulla dedizione, sulla consapevolezza dei propri limiti e sulla

disponibilità ad accettare la natura provvisoria del sapere. La vocazione dello scienziato non consiste nel produrre verità eterne, ma

nel contribuire con serietà e obiettività a un processo di conoscenza che è per sua natura infinito.

Appunti lezione:

Webber ha una prospettiva diversa da quella di Mills e Desmond riguardo la sociologia:

• si basa sulla presa di distanza dai propri giudizi di valore (qualcosa che noi riteniamo, un nostro giudizio morale, una

scienza priva di supporti) —vale freeness, value free sociology. Mettere in una ricerca giudizi personali, secondo Weber

può influenzarla e rovinarla, anche se questo è controverso, perché noi siamo un tutt’uno con i nostri giudizi morali,

pensieri e ciò che deriva dalla nostra esperienza.

• non deve avere fine politico. Non è presente una questione morale (politica) nella ricerca che il sociologo svolge, lui

realizza un’analisi più oggettiva e precisa possibile, che poi darà a persone competenti nell’ambito politico, non bisogna

condurre le analisi con l’obiettivo politico.

Steven Pinker, “Fatti di parole”

Appunti lezione:

È un estratto di Stanley Lieberson, un sociologo di Harvard che scrive il libro “A matter of Taste” analizzando il fenomeno marginale

dei nomi studia in che modo si decide di dare i nomi ai bambini e come i nomi si sviluppano. Egli non ha un approccio millsiano,

perché studia un fenomeno marginale, considerato di scarsa importanza e banale, non rilevante per l’attività politica.

Lo studio di Lieberson ha una massima solidità di un dato:

• Ha dati veritieri delle anagrafi di tutti gli Stati americani dalla fine del XIX sec ad oggi vs diversi dai dati di Desmond

possono essere stati distorti intervistando le persone o incerti,

• sono dati pubblici e liberamente accessibili e utilizzabili senza scontrarsi con comitati etici (esperti di varie discipline come

diritto ed etica che valutano quanto un dato sia utilizzabile in una ricerca di qualsiasi tipo per autorizzazioni, rispetto

privacy, anonimi, dati sensibili…),

• restano nel tempo e non cambino

Secondo Lieberson ciò rappresenta “fare buona scienza”, una scienza che si distanzia dai propri giudizi di valore come nella

sociologia weberiana.

Lieberson ha scoperto che possiamo vedere la società attraverso forze esogene (forze esterne) e forze endogene (forze interne), che

influenzano il nome dei figli e si mescolano le une con le altre.

Le forze esogene fanno riferimento a:

• etnie,

• religioni,

• stato,

• genere (stigma—per i maschi è importante distinguersi dalle femmine più del contrario).

Le forze endogene fanno riferimento a:

• gusto,

• moda.

Dal nome di una persona si può individuare la provenienza e le diversità tra gruppi etnici. I nomi in America sono stati fortemente

utilizzati come strumento di assimilazione (forze esogene) da vari gruppi etnici:

• Gli ebrei hanno cambiato nomi, perché non volevano più essere identificati come tali in America e hanno iniziato a

scegliere nomi più anglofoni. Nella società americana quei nomi anglofoni che aiutavano l’assimilazione negli anni 20 non

funzionano più con il passare del tempo e i genitori ebrei li abbandonano, perché non hanno più scopo assimilativo.

• Quei nomi però vengono usati dagli afroamericani negli anni 40-50 per l’assimilazione, finché scompariranno anche per

loro. Con il passare del tempo gli afroamericani si sono mossi in modo diverso dagli ebrei, negli anni 50-60 con movimenti

di Martin Luther King e Black Power hanno dimostrato di andare fieri della loro nazionalità contrariamente agli ebrei che

nascondono il fatto di essere ebrei per assimilarsi. Loro hanno iniziato poi a chiamare i loro figli con nomi africani (Felicia,

Leticia, Patricia…), non usando più nomi anglofoni identificati nel sud schiavista.

• Ispanici (sudamericani) per assimilarsi hanno adottato varianti anglofone dei loro nomi (Juan—John..).

• Asiatici hanno abbandonato completamente nomi asiatici, mantenendolo solo magari come secondo nome e hanno usato

nomi profondamente anglofoni.

Nomi sono causa o effetto? No

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giadapiatti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Nardella Carlo.
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