SCIENZE DELLE FINANZE:
1- Il ruolo del settore pubblico:
Economia pubblica:
L’esperienza quotidiana di ciascun individuo è fortemente permeata dalla presenza dello
Stato. La descrizione delle spese e delle entrate è condensata nel Bilancio dello Stato.
Esempi di intervento statale sono:
Bonus Renzi impatta nelle entrate e non nelle spese; perché diminuisce il gettito
IRPEF.
N.B: Il gettito fiscale totale è il finanziamento di uno Stato che il governo genera attraverso
la tassazione del popolo.
Superbonus 110% finalità di riqualificazione e incoraggiamento del settore edilizio
dopo il COVID. È una detrazione.
Reddito di cittadinanza contrasto alla povertà, è un trasferimento monetario a
determinate persone. Impatta sul bilancio con maggiori uscite.
Decreto “anti due tempi” è una finalità ambientale
Seggioli antiabbandono intervento paternalistico
N.B: Il paternalista agisce per scopi benevoli e potrebbe spingere il proprio altruismo fino
all'eroismo. Il destinatario dell'intervento paternalistico è però trattato come un individuo
incapace di riconoscere il proprio bene.
Le tre funzioni del settore pubblico di MUSGRAVE:
Nell’opera “The Theory of the Public Finance” del 1959, R. Musgrave propone di articolare
l’attività finanziaria dello Stato in tre fondamentali funzioni:
1- Stabilizzazione
2- Allocazione
3- Redistribuzione
Stabilizzazione
È quella attività dello Stato volta a mitigare l’impatto di crisi economiche e quindi di
stabilizzare il ciclo economico.
Tale attività fa riferimento all’idea che lo stato debba impegnarsi per garantire un livello di
produzione il più vicino possibile a quello di pieno impiego. Il modello neoclassico di
equilibrio generale ha come esito il pieno impiego dei fattori produttivi, tra cui riveste un
particolare interesse il lavoro. Secondo il modello neoclassico se si lasciasse agire i mercati
in modo autonomo, questi raggiungerebbero la massima occupazione. Tuttavia, il modello
neoclassico non rispecchia completamente la realtà: esiste la disoccupazione e le economie
hanno attraversato e attraversano, anche oggi, fasi di recessione. 1
Perciò si è diffusa l’idea (su cui non tutti sono d’accordo) secondo cui il compito dello stato
è quello di gestire la finanza pubblica per promuovere la crescita dell’economia. Il più grande
sostenitore di questa teoria fu Keynes (1936) che riteneva che la spesa pubblica e le
imposte possano sostenere la domanda in momenti di recessione e, in conseguenza,
favorire la crescita economica e mitigare l’impatto delle crisi economiche. Ovviamente non
tutti sono d’accordo: alcuni continuano a sostenere che il mercato debba agire in modo
indipendente. L’idea di utilizzare il bilancio dello stato come strumento di stabilizzazione di
fatto si scontra oggi (ad esempio in Italia) con il problema del debito pubblico. Nei momenti
di recessione, favorire la spesa pubblica oppure ridurre le imposte (questi sono i due
strumenti attraverso cui si può stimolare l’economia) in paesi con un elevato debito pubblico
diventa insostenibile (tenendo anche in considerazione i vincoli imposti dall’UE).
Allocazione
Attività con cui si cerca di capire in che modo lo stato influenza l’efficienza economica. I
mercati, sotto determinate condizioni, raggiungono una situazione di efficienza, quindi,
anche in questo caso, potremmo pensare che lo Stato non abbia ruolo. Tuttavia, questo
accade solo se sussistono le condizioni di un mercato in concorrenza perfetta.
Allora è riconosciuto da tutti che lo Stato, nel momento in cui non valgono le condizioni di
concorrenza perfetta e di fatto i prezzi e le quantità che si formano sul mercato non sono
efficienti, deve intervenire attraverso ad esempio la produzione di beni per correggere i c.d.
fallimenti di mercato. Lo Stato persegue modalità efficienti di offerta dei servizi pubblici e di
prelievo fiscale attraverso: produzione pubblica, regolamentazione privata. Lo stato
influenza l’efficienza economica. Il paradigma dominante della teoria economica tenta di
fornire una spiegazione di come si formano i prezzi e le quantità prodotte in un’economia di
mercato, sulla base del presupposto che gli attori economici agiscano secondo razionalità
economica massimizzando l’utilità, se consumatori, il profitto, se produttori. I risultati di
questi comportamenti razionali sono efficienti. Tuttavia, esiste una particolare categoria di
beni, i beni pubblici, che possiede delle caratteristiche che mettono in crisi alcune proprietà
dell’economica di mercato (NB: in questo ambito non si tratta di beni pubblici intesi come
beni offerti dallo stato bensì di beni che 3 possiedono determinate caratteristiche): alcuni
servizi come la difesa, la giustizia, la sicurezza pubblica che un’impresa non ha incentivo a
produrre, perché se lo facesse, non potrebbe costringere gli acquirenti a pagare il prezzo
del servizio. I potenziali acquirenti, a loro volta, non hanno incentivo a rivelare la loro
disponibilità a pagare per tali beni. Ciò produce il fallimento del mercato e per tale motivo i
beni pubblici sono forniti dallo Stato. Questi beni hanno caratteristiche particolari: la non
rivalità e la non escludibilità.
Pensiamo ad esempio all’illuminazione pubblica: se si dovesse mettere un lampione in
strada, potrei dire che questo lampione non mi interessa e quindi non lo pago, ma non si
può creare un meccanismo per cui quando passo sotto al lampione, questo si spegne. Non
esistono meccanismi per escludere dall’utilizzo di questi beni i soggetti che non pagano;
quindi, se non fosse lo Stato a produrli, di fatto non verrebbero prodotti da nessuno.
Redistribuzione 2
È una attività realizzata attraverso il bilancio pubblico ed è mossa da ragioni di equità. Lo
stato redistribuisce per ragioni di equità. In assenza di redistribuzione del reddito e del
patrimonio, la distribuzione del reddito sarebbe fortemente legata alla distribuzione delle
dotazioni iniziali. Lo stato, quindi, mitiga la diversa distribuzione di risorse tra gli individui.
Ciò avviene tramite trasferimenti, imposte, spesa pubblica. Lo stato va ad alterare la
distribuzione dei redditi e dei patrimoni, ad esempio dando sussidi (trasferimenti) ai più
poveri. La redistribuzione delle risorse implica dei trasferimenti (positivi o negativi) tra i
soggetti: es. sussidi, pensioni sociali, trasferimenti alle famiglie povere ecc. (ma anche
negativi es. imposte). I trasferimenti sono finanziati attraverso l’imposizione fiscale e le
imposte sono strutturata in modo da essere progressive.
La progressività del sistema fiscale implica che chi ha redditi maggiori, deve contribuire più
che proporzionalmente al finanziamento della spesa pubblica. Imposte e trasferimenti non
sono gli unici canali redistributivi.
Un altro importante canale redistributivo è quello della spesa pubblica. La spesa pubblica
(sanità, istruzione, ecc.) è finanziata attraverso l’imposizione fiscale progressiva e il servizio
viene reso gratuitamente (o quasi) e quindi si tratta di una forma di redistribuzione delle
risorse (le persone hanno contribuito a finanziare tale servizio in misura diversa, ma tutti
hanno diritto di usufruirne allo stesso modo). Quanto più un sistema sarà progressivo, tanto
più ci sarà una redistribuzione di risorse e quindi una correzione nella distribuzione delle
risorse effettuata dal mercato. Il sistema fiscale incide pesantemente sull’attività
redistributiva dello stato. Adottando un sistema fiscale flat (con aliquota proporzionale
universale) viene meno l’intento redistributivo dello Stato. Una delle principali questioni che
vengono sollevate soprattutto da chi sostiene che invece il ruolo dello stato deve essere
limitato è il fatto che le imposte (che normalmente sono imposte sui consumi, sulla
produzione, sul capitale, sul lavoro) hanno degli effetti distorsivi. Nel momento in cui viene
introdotta un’imposta si generano delle distorsioni, ovvero le imposte modificano le decisioni
dei soggetti economici. Le imposte modificano le scelte degli agenti economici per via
dell’effetto di sostituzione e gli effetti distorsivi saranno tanto maggiori quanto maggiore è il
grado di redistribuzione.
Ad esempio, se viene introdotta un’imposta sul consumo di grissini, potrebbe succedere
che le persone smettono di acquistare grissini e comprano pane. Questa è una distorsione
introdotta dall’imposta che fa sì che ci sia una perdita per la società che non è compensata
dall’aumento di gettito che riceve lo stato.
Esiste solo una tipologia di imposte che non ha questo problema, le c.d. imposte in somma
fissa (lump-sum). Le imposte lump-sum non hanno effetto sostituzione, ma solo effetto di
reddito e quindi non distorcono le scelte degli agenti economici (quindi non causano perdita
di efficienza). Un’imposta in somma fissa è un’imposta da cui non si può sfuggire; tuttavia,
è difficile pensare a trasferimenti di questo genere. Nella realtà le imposte a somma fissa
non esistono, perché sarebbe inaccettabili dal punto di vista etico.
Per questo motivo si parla di un trade-off tra efficienza ed equità: 3
Spesso per raggiungere allocazioni caratterizzate da un maggior livello di efficienza,
i mercati dovrebbero essere lasciati liberi di operare, ma così facendo si otterrebbe
una distribuzione iniqua;
Perseguire una maggiore equità implica l’utilizzo di imposte distorsive che riducono
il grado di efficienza dell’allocazione ottenuta.
Se lascio agire i mercati magari raggiungo una situazione efficiente, ma se voglio introdurre
un’imposta per ottenere effetti redistributivi (e quindi voglio modificare la distribuzione
iniziale delle risorse) e quindi voglio raggiungere una situazione più equa, allora di fatto
riduco l’efficienza dell’allocazione delle risorse.
Come si può valutare l’intervento pubblico?
Qui è importante fare una distinzione sul tipo di analisi che si possono fare in economia:
Analisi positiva
Analisi normativa
Analisi positiva
Si analizza come e perché una certa situazione si sia verificata. Si occupa di spiegare fatti
economici, nessi causali, anche al fine di fare delle previsioni. La finalità dell’ analisi positiva
è conoscitiva. È descrittiva ed esplicativa della realtà.
Esempi: Perché la spesa pubblica è cresciuta più del PIL? Perché l’economia italiana
cresce meno di quella degli altri paesi UE? Perché il debito pubblico italiano è così alto?
Analisi normativa
Dato l’obiettivo che si desidera raggiungere, ci si domanda quale sia il modo migliore per
raggiungerlo e si stabilisce cosa si deve fare. Esprime valutazioni sulla desiderabilità di
opzioni, sulla base di giudizi di valore.
Esempi: Quali politiche devono essere adottate per ridurre il debito pubblico? Cosa si deve
fare per contenere la spesa sanitaria? Quali leve possono essere utilizzate per incentivare
la crescita economica?
2- Entrate e spese Definizioni e dati:
Definizione del settore pubblico in Italia: 4
Rientrano nelle Amministrazioni Pubbliche (AP) le unità istituzionali che producono servizi
non commerciabili (forniti gratuitamente o finanziati da imposte generali) o con funzione
principale di redistribuzione.
Non tutti i servizi forniti dalle AP o dagli enti delle AP sono gratuiti (e quindi non tutti i servizi
sono non commerciabili), tuttavia il criterio che si utilizza è quello della prevalenza:
consideriamo un’unità appartenente alla AP se almeno il 50% dei servizi che produce non
è destinato alla vendita, bensì è fornito gratuitamente o ha funzioni redistributive.
All’interno delle AP troviamo tre sottogruppi:
Amministrazioni centrali, sono amministrazioni che hanno competenza su tutto il
territorio nazionale, come Governo Centrale, enti di assistenza e ricerca con
interesse nazionale (es. ISTAT, CNR), enti di regolazione dell’attività economica (es.
AIFA-Agenzia Italiana del Farmaco), enti produttori di servizi economici (es. ANAS),
altre autorità amministrative indipendenti (es. AGCOM).
Amministrazioni locali, sono Regioni, Province, Città Metropolitane, Comuni e altri
enti che hanno competenza locale, ad esempio le ASL (Aziende Sanitarie Locali), le
università, le Camere di Commercio, ecc..
Enti previdenziali, tra cui INPS, INAIL. Sono enti la cui attività è destinata
prevalentemente all’erogazione della protezione sociale e sono enti che si finanziano
attraverso i contributi sociali versati dai lavoratori.
Accanto al settore pubblico così inteso, alcuni data set considerano una visione di Settore
Pubblico Allargato (SPA) per cui vengono incluse anche le spese effettuate da aziende
municipalizzate e regionalizzate (es. aziende di trasporto urbano) e aziende pubbliche ed
ex aziende autonome (ferrovie, poste monopoli, ANAS e foreste demaniali).
Entrate fiscali:
Imposte dirette: tassano il reddito o il patrimonio (es. IRPEF, ires, ritenuta sui
dividendi). Sono quelle attraverso cui avviene la maggior quota di redistribuzione,
sono quelle che rendono il sistema fiscale progressivo.
Imposte indirette: colpiscono la produzione, il trasferimento o il consumo di beni
(es. IVA, registro, bollo, oli minerali, tabacchi, lotto). Rispetto alle imposte dirette,
quelle indirette tendono ad essere regressive: visto che le persone con redditi più
bassi dedicano ai consumi una quota maggiore del proprio reddito tendono, in
proporzione, a pagare più imposte (rapportate al loro reddito) rispetto a quelle pagano
le persone più ricche. Tale considerazione vale ovviamente per beni di prima
necessità. Imposte molto regressive sono quelle sui sin goods (ad esempio imposte
sui tabacchi).
Contributi sociali: gravano sui redditi da lavoro e sono destinati al finanziamento
della previdenza (INPS).
Altre entrate: contributi SSN e RC auto, vendita di beni e servizi. 5
entrate totali 816 miliardi (30% imposte dirette, 31% indirette, 28% contributi sociali).
Le entrate rappresentano circa il 46% del PIL.
L’Irpef fornisce circa il 34% delle entrate, l’IVA il 21%...
L’andamento delle entrate fiscali delle tre principali entrate:
Dal 1951 al 2016 si sono molto alterate le percentuali delle diverse voci. In particolare, a
partire dagli anni ’70 c’è stata una importante riforma tributaria che ha introdotto l’IRPEF e
ha sostanzialmente aumentato in modo considerevole la quota di imposizione diretta
(riducendo la quota di contributi sociali). A livello internazionale, emerge che in Italia la quota
di imposizione diretta tende ad essere comunque inferiore, ad esempio, a quella del
Giappone o UK, mentre i contributi sociali tendono ad essere maggiori rispetto a USA e UK.
Tra gli anni ’50 e ’80, la composizione
delle entrate fiscali si è profondamente
modificata: si è dimezzato il peso delle
imposte indirette, a favore dei
contributi sociali e delle imposte
dirette. A partire dalla fine degli anni
’90, l’importanza relativa delle imposte
indirette è tornata a crescere e oggi le
tre grandi componenti delle entrate
fiscali sono grosso modo equivalenti.
La spesa pubblica: 6
La spesa pubblica si può dividere in due gruppi:
Spesa corrente spese di ordinaria amministrazione;
Spesa in conto capitale spese riguardanti investimenti.
Esempio spesa pubblica per l’istruzione:
Spesa corrente stipendio degli insegnanti
Spesa in conto capitale dell’edificio scolastico
ristrutturazione
Le spese totali ammontavano a 856 miliardi (48,4% del PIL).
Le spese riguardano:
redditi da lavoro dipendente,
o consumi intermedi,
o prestazioni sociali in denaro,
o altre spese correnti= totale spese correnti al netto degli interessi;
o interessi passivi= totale spese correnti;
o investimenti fissi lordi,
o contributi agli investimenti,
o altre spese in conto capitale= totale spese in conto capitale.
o
Il 93% delle spese pubbliche sono correnti, mentre solo il 7% riguarda spese in conto
capitale.
La composizione della spesa pubblica, oltre che per voci economiche, può essere analizzata
per funzioni, dove le funzioni sono i settori nei quali lo stato investe:
42,7% previdenza e assistenza, 7
14% sanità,
difesa 2%,
istruzione 8% ecc.
Per quanto riguarda l’andamento della spesa pubblica possiamo affermare che negli ultimi
65 anni, l’incidenza della spesa pubblica sul PIL si è raddoppiata, passando dal 24% del
1951 al 49,4% del 2016.
La prima metà degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 sono stati i periodi di più intensa crescita.
La crescita si è concentrata soprattutto in due componenti della spesa:
trasferimenti
interessi sul debito.
Rispetto a 65 anni fa, la spesa pubblica per trasferimenti (alle famiglie e alle imprese) e per
interessi è cresciuta, in rapporto alla spesa pubblica totale dal 40% all’attuale 60%. Le voci
che sono cresciute maggiormente sono la spesa per prestazioni sociali e quella per interessi
sul debito. Alcune categorie di spese hanno subito una diminuzione di risorse dedicate
(esempio istruzione), altre sono aumentate (esempio protezione sociale): l’invecchiamento
demografico sta portando a un ribilanciamento della spesa, con ricadute a livello
intergenerazionale. Rispetto agli altri paesi, l’Italia ha una % di spesa in rapporto al PIL
simile a quello di UK e Germania, ma la composizione è diversa.
Negli anni ’70 si verificò l’estensione del welfare (SSN+pensioni
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