RELAZIONI INTERNAZIONALI
0.5 INTRODUZIONE
DEFINIZIONE CLASSICA: è lo studio di potere nei rapporti tra gli Stati. Nasce come un discorso sul rapporto
tra gli Stati perché la prima cosa che emerge nel contesto internazionale è la carenza di autorità; questa
assenza la definiamo come anarchia, non intesa come caos, ma come assenza di un’autorità.
La nascita delle relazioni internazionali si riconduce al ‘900, ma se guardiamo ai rapporti tra entità dobbiamo
considerare tutta la storia. La trappola di Tucidide, ad esempio, è un’espressione che tratta una dinamica
presente già nell’antica Grecia nei rapporti tra attori, tra potenze più o meno grandi.
Le relazioni internazionali si sono sviluppate anche grazie a cambiamenti di contesto: se guardiamo alla fine
della Guerra Fredda abbiamo l’emergere di nuovi attori non statali nel contesto internazionale come, ad
esempio, Al-Qa’ida, le ong, le multinazionali (attori transnazionali privati) e altri che possono essere orientati
verso l’interesse pubblico o verso il profitto.
Ma ci sono altri attori come le lobby o le comunità epistemiche, ovvero gli studiosi, i centri di ricerca che
diventano parte integrante delle relazioni internazionali. Ecco che ora la definizione di prima, dati questi
cambiamenti, viene un po’ meno perché non si tratta solo di Stati ma di molti tipi di attori.
Emergono NUOVE TENDENZE:
- una che vuole continuare ad osservare unicamente i rapporti tra attori statali disinteressandosi di quelli
nuovi;
- d’altra parte, c’è un’interpretazione estensiva che vede l’inclusione di tutti gli altri attori non statali e va a
ridefinire, non solo gli attori della politica internazionale, ma la politica internazionale nella sua complessità
perché le dinamiche di potere non sono più agganciate solo al cosiddetto “hard power”, ovvero la forza
militare, ma anche ad altri tipi di sicurezza che aggiungono significati e forme al termine stesso: sicurezza
umana (accesso all’istruzione, ai beni primari), economica, ambientale.
Ecco che c’è questa divisione tra due correnti, una che dà una lettura più ristretta e una più estesa della
politica internazionale e delle sue declinazioni.
Ma esiste una via di mezzo che cerca di mediare una soluzione: essa pone pur sempre al centro lo Stato come
figura preponderante, dando prevalenza alle relazioni politiche tra gli stati, ma allo stesso tempo riconosce
che queste relazioni esterne non possono essere esclusivamente politiche. Perché? Perché non si può più
ignorare la presenza di una molteplicità di attori non statali!
All’interno della disciplina si affermano TRE DIVERSI APPROCCI:
1. Il primo è cosiddetto stato centrico, quindi troveremo quelli che hanno dato un’interpretazione rigida che
vede lo Stato al centro delle relazioni internazionali;
2. Una seconda tipologia di approccio è quella multicentrica, quindi abbiamo tutti quegli attori statali e non
statali che compongono il sistema internazionale;
3. Infine, abbiamo quello strutturale-sistemico che non va a guardare il singolo attore o la molteplicità, ma va
a guardare i modelli di interazione del sistema.
Vedremo le molteplici sfaccettature all’interno delle tre scuole di pensiero ma, in linea generale, questi tre
approcci corrispondono agli assunti di base, il cuore delle tre scuole teoriche delle relazioni internazionali
affermatisi a inizio Novecento.
L’approccio stato centrico viene ricondotto alla scuola realista, quello multicentrico si identifica con la scuola
del liberalismo e quello strutturale-sistemico con la scuola marxista. Quando le analizzeremo vedremo che
in ognuna c’è un percorso evolutivo che porterà alla nascita di vari filoni che avranno differenze sempre più
sfumate e che rimischieranno un po’ le carte; però, in linea di massima, queste sono le tre scuole principali.
Ad esempio, la visione oggi più famosa è quella del neorealismo ed è di tipo strutturale-sistemica sebbene sia
partito con la scuola marxista.
COSA INFLUISCE SULLE INTERAZIONI TRA STATI?
Un aspetto che dobbiamo considerare quando parliamo di interazioni politiche/economiche è che esse non
avvengono nei fuochi ma una variabile importante è la fiducia. Perché è importante la fiducia nei trattati?
Perché non c’è l’autorità. Ci sono i tribunali internazionali ma uno Stato può decidere di non rispettare le loro
sentenze.
Cos’altro influisce sui rapporti? Il passato, il percorso, la storia conta moltissimo!
Un’altra cosa è la geografia che definisce o condiziona il comportamento degli Stati. Questo aspetto delle
interazioni è cruciale perché è necessario conoscere storia e geografia. Inoltre, il modo di intendere queste
due discipline cambia a seconda degli approcci alle relazioni internazionali.
La grande distinzione è tra le due principali scuole di pensiero: il realismo e il liberalismo. La distinzione
principale tra di esse, all’inizio, è legata ad una diversa concezione della storia perché quella realista
considera la storia in maniera circolare, quella liberale invece in maniera lineare. Questo ha delle implicazioni,
quali? Il progresso! Il progresso fornisce una visione più ottimista della storia perché significa miglioramento,
evoluzione; evoluzione significa imparare dagli errori.
La scuola realista che ha una visione ciclica di avvenimenti, errori, ha una visione della politica internazionale
che è detta pessimista.
- Il realismo classico, che nasce negli anni ’30 da Morgenthau, si basa sul cosiddetto pessimismo antropologico
che è originaria di Weber. Cos’è il pessimismo antropologico? È nella natura dell’uomo confliggere come
parte fondamentale dell’interazione.
Da questa prospettiva la pace è semplicemente un’assenza temporanea del conflitto.
Dobbiamo notare, quindi, che la scienza politica studia i sistemi politici, quello è l’oggetto di studio. Le
relazioni internazionali studiano le interazioni tra quei sistemi politici e questo elemento oggi è ancora più
accentuato essendo che sono parte integrante della vita di tutti i giorni, dato che anche i prodotti che usiamo
più spesso sono costruiti in varie parti del mondo tra loro interconnesse. Vedremo che il problema, con lo
sviluppo tecnologico che avanza, diventa accaparrarsi le materie per costruire questi beni (es: smartphone) e
rappresenta una sfida che non necessariamente porti a conflitti, ma anche a nuove soluzioni. Una domanda
da esame è partire da uno scenario futuro per cercare di capire come si evolveranno le relazioni tra sistemi
politici.
Abbiamo visto cosa sono queste interazioni tra sistemi e sappiamo che hanno una molteplicità di sfumature.
Le relazioni internazionali ritengono che sia possibile trovare dei modelli, che si ripetano, delle interazioni tra
stati, e trovarne ci consente di prevedere in molti casi il comportamento di essi. Tuttavia, la comprensione di
questi comportamenti necessita delle teorie oltre che dei modelli, ed è qui che nascono le relazioni
internazionali perché quelle della scienza politica non sono sufficienti a spiegare i modelli d’interazione tra
sistemi.
Distinzione tra studiosi che studiano i modelli d’interazione: possono essere conflittuali o cooperativi. Anche
qui la divisione marca già la distinzione tra un approccio e un altro: ad esempio la scuola realista ha una
concezione stato centrica, una visione ciclica della storia, modelli conflittuali ed è pessimista; invece, la
scuola liberale crede nel progresso, nell’evoluzione dell’uomo, in modelli cooperativi e ha una concezione
multicentrica.
IL DILEMMA DELLA SICUREZZA
Il paradigma realista vede il discorso in termini competitivi perché il sistema internazionale è anarchico,
manca un’autorità e quindi ciò che muove i comportamenti degli stati è la ricerca di sicurezza. All’interno di
questa concezione realista tradizionale degli inizi (anni ’30) c’è una componente che riguarda la fiducia: se
non c’è la fiducia c’è il sospetto.
L’elemento di sospetto si va a legare a quell’altro elemento che riguarda il carattere dell’essere umano: la
tendenza al conflitto. Quindi abbiamo una somma tra assenza di autorità e natura umana. Questa concezione
iniziale è alla base di uno dei principi cardine della scuola realista, ovvero il cosiddetto dilemma della
sicurezza.
- Che cos’è? Se manca un’autorità, manca la fiducia e mancano le informazioni (ulteriore problematica); allora,
come nel caso del sistema bipolare, le due potenze hanno dato vita a una corsa agli armamenti dando vita
ad un sistema internazionale più insicuro di prima. Cercare la sicurezza ha portato gli Stati ad essere più
insicuri di quando hanno iniziato a porsi il problema! Questo dilemma è cardine.
Dall’altra parte gli studiosi che si legano alla scuola del liberalismo (che si lega al liberalismo economico e alla
scuola liberale di pensiero) hanno una concezione delle relazioni internazionali diversa da quella realista
valorizzando soprattutto gli ambiti della cosiddetta “low politics” ovvero di bassa politica: se i realisti danno
priorità alla sicurezza, i liberali ne danno all’interazione economica, culturale e sociale.
Ecco che emerge un’altra differenza tra le due scuole:
- Da una parte la scuola liberale dice che le interazioni tra gli attori possono essere cosiddetti “win win”, cioè
vantaggiose per tutti;
- Invece, dall’altra parte, ci sono i realisti che dicono che i modelli d’interazione nelle relazioni internazionali si
basano sul cosiddetto “gioco a somma zero”.
Abbiamo visto un po’ dei concetti chiave delle relazioni internazionali e soprattutto quello di anarchia che si
distingue dalla politica interna che invece ha un’autorità ordinatrice.
COME NASCONO LE RELAZIONI INTERNAZIONALI?
C’è addirittura una data: 30 maggio 1919. Cosa è successo quel giorno? L’inizio della Conferenza di Parigi in
cui ci sono due delegazioni: quella statunitense (Wilson) e quella britannica. Wilson sarà uno dei principali
esponenti della scuola liberale che, in questa specifica fase viene definita come scuola idealista. Queste due
delegazioni si sono incontrate a margine della Conferenza e capiscono che quello che è successo deve essere
evitato. Oltre a questo, riflettono su come capirsi meglio nei rapporti tra stati e iniziano ad istituire degli istituti
di ricerca e dei dipartimenti all’interno delle università che promuovano uno studio scientifico della politica
internazionale: nascono i due principali istituti ovvero il Royal Institute of International Affairs che oggi ha
assunto il nome della sede della Chapman House; il secondo è il Council of Foreign Relations a Washington.
Alla base dell’istituzione di questi centri di ricerca non c’era tanto la necessità di studi ma una necessità
politica perché sono i politici, i governi che sentono il bisogno di un’analisi scientifica. Alla base di essi c’è la
spiegazione dei conflitti tra gli stati; quindi, capire che cosa li ha portati al conflitto, e capire meglio le loro
interazioni. Nel giro di qualche mese nasce la prima cattedra di International Politics, nasce la prima rivista
scientifica delle relazioni internazionali (International Affairs) che anche oggi è la numero uno a livello
globale.
Qual è l’elemento che emerge da questa nuova disciplina? La centralità angloamericana.
Un personaggio chiave per lo sviluppo della disciplina in quegli anni è Alfred Zimmern, il quale iniziò per
primo a presentare le diverse prospettive, cioè dice che ci sono studiosi che vedono le cause del conflitto e i
rapporti tra stati in un certo modo, andando a sistematizzare lo studio delle relazioni internazionali ed è
importante perché consente un primo dibattito della comunità scientifica in materia. Ci sono anche le
conferenze per confrontarsi.
L’aspetto determinante per far sì che ci sia un impulso alla crescita della disciplina è il fatto che ci sia una
necessità politica. Allo stesso tempo, un’influenza determinante è l’affermazione del positivismo collegato
all’idea di applicare alle scienze umane l’approccio analitico.
IDEALISMO - WILSON
La prima scuola di pensiero teorica è l’idealismo, che si afferma con forza soprattutto dopo la WWII, nato
perché ci sono paesi che premono per l’autodeterminazione dei popoli, per la creazione di un organismo
internazionale con delle regole condivise (Società delle Nazioni) ed è convinta che applicando questi principi
si possano evitare conflitti futuri! Non è da confondere con l’idealismo filosofico.
- Secondo questa corrente i comportamenti degli stati nel contesto internazionale, che chiamiamo politica
estera, sono guidati da valori morali, norme giuridiche e istituzioni. I promotori della corrente, su tutti
Wilson, promuovevano questa visione e avevano come obiettivo lo studio della politica internazionale posta
al servizio di un’utopia di pace. La Società delle Nazioni portò ad un successo politico: nel 1928 viene firmato
il Patto Briand-Kellogg, un risultato politico operato dalla spinta dell’idealismo.
Abbiamo un altro passaggio chiave storico che segnerà un successo di questa corrente: l’approvazione della
dottrina Stimson nel 1932. Che cos’era?
- Gli Usa dichiarano che non avrebbero riconosciuto qualsiasi conseguimento di interesse politico, compresa
la conquista territoriale, con mezzi militari. Il ragionamento alla base era l’idea che la guerra potesse non
essere più parte del mondo.
Chiaramente era un’utopia perché in quegli anni già l’Italia aveva attaccato nel 1935 l’Etiopia e la Germania
si stava armando pesantemente mettendo in luce i limiti delle organizzazioni internazionali. Le sanzioni non
hanno sicuramente fermato l’Italia e lì inizia a crollare l’idea. Qualche mese prima dell’Italia il Giappone aveva
invaso la Manciuria, un membro della Società delle Nazioni che ne mina i principi.
L’idealismo è molto forte nei paesi anglofoni/occidentali ma, negli ultimi anni, si sono sviluppate le cosiddette
“Global International Relations” che provano a uscire da questo quadro teorico occidentale-centrico e si è
notato come ci siano state esperienze simili a quella dell’idealismo novecentesco.
Citiamo ora alcuni pensatori filosofici e normativi che hanno influito nella cultura occidentale: Locke, Smith,
Machiavelli, Weber, Hobbes, Tucidide; essi sono il fondamento filosofico della cultura occidentale ma anche
della disciplina delle relazioni internazionali. Stessa cosa in oriente! Chi fa parte del pensiero orientale sulla
politica internazionale? Confucio! Tutto nasce con lui sebbene non abbia sviluppato una teoria vera e propria
delle relazioni internazionali. A dare un vero contributo a ciò fu Mencio, il suo discepolo. Confucio, così come
Marx, non parlava dell’argomento vero e proprio ma di idee filosofiche, e Mencio, così come Lenin con Marx,
riprese le sue idee per applicarle alla politica internazionale.
L’interpretazione di Mencio del Confucianesimo è di tipo idealista e rimane perché si consolida nella filosofia
politica cinese e poi asiatica così come per noi occidentali sono rimaste le teorie di Kant o di Smith. Questa
versione idealista porta Mencio a sostenere che la natura dell’uomo è buona: la legittimità del potere di colui
che detiene l’autorità si fonda sull’azione etica. Ma se un sovrano non agisce eticamente? Allora, secondo
Mencio, il popolo è legittimato a destituirlo!
Potremmo dire che è analogo all’idealismo di Wilson? No. Se la cultura occidentale mette al centro l’individuo,
quella confuciana lo fa con la comunità in quanto attore principale.
Il confucianesimo è idealista? No, perché le interpretazioni cambiano essendo che successivamente le sue
idee sono state prese, applicate alle relazioni internazionali ma con una visione più pessimista: questo è il
filosofo Xun Zi.
- Il presupposto di partenza del filosofo Xun Zi è che l’uomo sia un essere malvagio, così come per Hobbes nel
pensiero occidentale, e ci dice, secondo una prospettiva più realista, che proprio perché l’uomo è malvagio
bisogna cercare di creare un argine ad essa: colui che è saggio deve cercare di sviluppare dei confini a quella
natura malvagia. E in che modo? Con le NORME!
Tornando all’idealismo occidentale, è chiaro che queste idee si scontrano con la realtà di un sistema che
porterà al più grave dei conflitti: la WWII. Ci sono dei punti di merito dell’idealismo come l’avvio della
disciplina delle relazioni internazionali, l’inizio di un dibattito pubblico indirizzato verso l’aspirazione della
pace. Il padre di questo discorso è Kant che è divenuto la figura di riferimento di un approccio mosso verso il
raggiungimento della pace, diventerà uno dei padri della scuola di pensiero del liberalismo nelle relazioni
internazionali: teoria della pace democratica.
Questa prospettiva è definibile di ottimismo antropologico perché hanno una significativa fede nella ragione
concepita come universale e le associano una rilevanza nella coscienza individuale. Queste due (ragione e
coscienza) sono l’innesco, secondo Kant e altri filosofi, verso uno scenario di pace.
OBIETTIVI DEGLI IDEALISTI
Dal punto di vista politico, a cosa puntavano questi idealisti? Siamo negli anni ’20 e puntavano su due
elementi:
1. La democrazia all’interno degli stati;
2. La formazione e lo sviluppo di istituzioni internazionali.
Introduciamo un CON
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