PSICOLOGIA DEL LAVORO E DELLE ORGANIZZAZIONI
Che cosa sono le organizzazioni?
Dal punto di vista storico, le organizzazioni sono state definite dalla
letteratura classica economica e sociologica come dei dispositivi sociali
per raggiungere delle finalità in modo efficiente, attraverso mezzi di gruppo.
Questa definizione calza tutte le organizzazioni che hanno una struttura
formale che prevede delle finalità esplicite. Ci sono però anche delle
organizzazioni che hanno delle finalità non molto esplicite, ma più
accidentali. Ne è un esempio la famiglia, che è di fatto un'organizzazione con
molte finalità implicite. Più le finalità sono condivise, più l'organizzazione è
funzionale ed efficiente.
L'organizzazione è un sistema complesso regolato da tre criteri principali, i
ruoli, le norme e i valori. I ruoli definiscono i compiti che i vari membri
dell'organizzazione devono svolgere. Le norme sono le regole di
funzionamento dell'organizzazione, che possono essere esplicite e codificate, o
implicite ma comunque condivise. I valori sono infine i binari che guidano le
norme e i ruoli, quindi sono principi di livello superiore che guidano i
comportamenti e l'attività dell'organizzazione nel suo complesso. La
burocrazia, che dovrebbe essere una norma a servizio della finalità, rischia
spesso di diventare la finalità stessa di un'organizzazione. Il sistema di ruoli,
norme e valori esiste per perseguire delle finalità e agisce in modo da
orientare e strutturare il comportamento dei singoli in riferimento a quella
finalità.
I ruoli sono i posti particolari occupati da un individuo e hanno le loro
➢ particolari funzioni. Se questi ruoli sono ben definiti, consentono anche
un'interscambiabilità, che consente all'organizzazione di continuare a
funzionare anche nel caso in cui i ruoli vengano assegnati a nuove
persone, come ad esempio nel caso del turn over, ovvero il ricambio di
lavoratori all'interno di uno stesso ruolo. Se però il turn over è
eccessivamente alto, può essere indice di una situazione lavorativa che
non assicura il benessere del lavoratore. I ruoli sono quindi definibili
come categorie, nel senso che i singoli che li rivestono sono
funzionalmente intercambiabili ed equivalenti.
Le norme sono prescrizioni di atteggiamenti e di comportamenti
➢ associati ai vari ruoli, e creano aspettative relativamente a come una
persona o un gruppo di persone deve pensare, sentire e comportarsi. Le
norme sono, soprattutto in organizzazioni molto grandi, definite
esteriormente, e vengono poi interiorizzate dai singoli membri.
Queste vengono generalmente definite esplicitamente attraverso i
codici, ma possono anche essere definite implicitamente attraverso la
prassi.
I valori sono principi di livello superiore che guidano i
➢ comportamenti e l’attività dell’organizzazione nel suo complesso. I
valori sovraordinati sono quelli che dovrebbero guidare le norme. A
seconda del ruolo ci sono poi dei sotto-valori che guidano in modo più
specifico le azioni dei ruoli specifici. I valori cambiano a seconda delle
aziende.
Ruoli, norme e valori si aggregano e vanno così a creare una determinata
cultura organizzativa, condivisa tra i membri dell'organizzazione. I ruoli si
creano a partire dalla necessità di portare avanti determinati e specifici
valori di un'organizzazione. Questo sistema di ruoli, norme e valori agisce in
modo da orientare e strutturare le attività dei singoli in riferimento ad
una finalità.
In conclusione, un'organizzazione può essere definita come un gruppo
sociale i cui membri sono differenziati riguardo alle loro responsabilità per il
compito di raggiungere un obiettivo comune. L'organizzazione è un sistema
molto complesso, in cui esiste una differenza interna tra i membri, non solo a
causa dei diversi ruoli, ma anche per la presenza di diversi gruppi. Statt
definisce tre caratteristiche base delle organizzazioni. Prima di tutto non
possiamo non evidenziare l'importanza dell'aspetto identitario
dell'appartenere ad un gruppo di un'organizzazione, che diventa fondamentale
per definire il significato psicologico di questa appartenenza. Questo
significato psicologico è alla base delle varie dinamiche che si generano
all'interno dell'organizzazione. A seconda dell'organizzazione i ruoli possono
essere più o meno forti e definiti. In secondo luogo abbiamo l'aspetto del
coordinamento. In un gruppo coordinato il comportamento dei membri è
strutturato e pianificato. Il comportamento è diretto ad un obiettivo, è
quindi una struttura orientata ad un esito specifico. Infine dobbiamo mettere
in evidenza il fatto che ogni organizzazione è diretta ad un obiettivo.
Possiamo quindi definire come organizzazione un qualsiasi gruppo,
differenziato al suo interno e dotato di una finalità, che ha un impatto
psicologico sui suoi membri. Le organizzazioni non sono quindi
necessariamente le stereotipiche organizzazioni lavorative, ma sono di
molti più tipi. Anche la società intera, così come la famiglia è considerabile
un'organizzazione. Le organizzazioni possono infatti comprendere
moltissime finalità.
Lo studio delle organizzazioni è affrontabile attraverso varie lenti. Queste
lenti sono distinguibili in un approccio economico, un approccio delle
differenze individuali, che possiamo includere nell'approccio economico, uno
delle relazioni, uno cognitivo e uno dell'identità sociale.
Approccio economico
L'approccio di Taylor
L'approccio economico è stato sviluppato da Frederick Taylor, agli inizi del
ventesimo secolo. La sua esperienza come operaio in fabbrica ha segnato le
sue idee nel contesto dell'ambito lavorativo. Egli si dedicò alla creazione di una
scienza dello studio del lavoro (teoria dello Scientific Management,
detta anche taylorismo), con l'obiettivo di ostacolare i problemi principali del
lavoro nelle organizzazioni, ovvero il soldiering (battere la fiacca) e il loafing
(pigrizia sociale). Egli sosteneva che questi portassero ad una riduzione
collettiva del lavoro e dell'impegno, di solito come atto volontario e coordinato.
°Il gruppo viene quindi visto da Taylor come un ostacolo alla produttività.
I quattro doveri principali di un manager secondo Taylor erano i seguenti:
Lo sviluppo di una scienza per ogni elemento di lavoro dell'uomo;
➢ La scelta, l'allenamento e lo sviluppo di un lavoratore;
➢ La cooperazione con i propri uomini, in modo da garantire che il lavoro
➢ sia fatto secondo i principi della scienza che è stata sviluppata;
Ci deve essere un'eguale divisione di lavoro e di responsabilità tra la
➢ direzione e gli operai.
Egli propose di parcellizzare e scomporre le azioni all'interno dell'attività
lavorativa, in modo da ottimizzare la produttività dei lavoratori. Il suo
studio prevedeva tre stadi:
Analizzare le caratteristiche della mansione da svolgere;
➢ Creare il prototipo del lavoratore adatto a quel tipo di mansione;
➢ Selezionare il lavoratore ideale, al fine di formarlo e introdurlo in
➢ azienda.
Queste teorie sono state implementate da Ford per la creazione di una
fabbrica che prevedesse una catena di montaggio. Nel 1913, egli realizzò la
catena di montaggio per avviare la produzione del modello T, l'automobile
destinata a conquistare il mercato con i suoi prezzi particolarmente competitivi.
Ford dette così inizio ad un sistema industriale presente ancora oggi, che
consente la produzione di massa di oggetti standardizzati. Grazie a
questa organizzazione del lavoro, la produzione del modello T venne
velocizzata di un tempo pari a circa un'ora e mezzo. Lo scopo della catena di
montaggio è ridurre al minimo i movimenti dell’operaio, costringendo tutti, i
più veloci e i più lenti, a lavorare al ritmo dettato dal nastro trasportatore,
riducendo ritardi o sovraccarichi e, quindi, i tempi di produzione.
Ricerche più recenti
Le teorie sulle catene di montaggio hanno ispirato anche delle ricerche più
recenti, da parte di Cristina Baldissarri e Luca Andrighetto. Essi si sono
chiesti se una visione così meccanicista del lavoratore nell'azienda potesse
essere indagata da un punto di vista psicologico, oltre che filosofico e
sociologico (Marx). Loro definiscono il lavoro oggettivante come un lavoro
parcellizzato, eterodiretto e ripetitivo. Sono riusciti a dimostrare che le
persone coinvolte in un lavoro oggettivante hanno minore assertività, si auto-
oggettivano, tendono ad un maggior conformismo, e perdono la capacità di
decidere con autonomia. Ci possono essere dei fattori protettivi, che
riducono il rischio di alienazione, come l'aumento della consapevolezza di sé,
l'attribuzione di un significato al lavoro e il supporto di un collega.
Il paradigma delle differenze individuali
Questo paradigma è stato portato avanti da Munsterberg. Egli voleva
determinare l’impatto di specifiche variabili della personalità e ambientali
sulle prestazioni lavorative, in modo da capire come la psicologia potesse
contribuire nella selezione del personale. Per questo egli venne in seguito
definito il fondatore della psicologia industriale. Egli si concentrò sul secondo
principio della teoria del management scientifico, sottolineando la necessità di
test psicologici per definire i requisiti necessari per ogni ruolo, anche
misurando le attitudini di una persona rispetto ai campi rilevanti nella vita
organizzativa.
Egli condusse studi con operatrici telefoniche della Bell Telephony
Company nel New England.
Un'altra grande differenza rispetto a Taylor, sta nel fatto che Munsterberg
sostiene la necessità di massimizzare la performance, ma inizia a cercare di
ottenere informazioni individuali rispetto alle caratteristiche dei lavoratori.
Egli inizia inoltre, a differenza di Taylor, a valutare i possibili vantaggi del
lavoro di gruppo. Il gruppo può anche essere usato per capire qualcosa dei
lavoratori in modo indiretto, in quanto il gruppo contribuisce a plasmare
l'individualità. Il suo obiettivo principale era quello di misurare e testare le
caratteristiche importanti e funzionali nel lavoratore. Egli sostiene che i gruppi
hanno un ruolo importante nell’organizzazione “rafforzando la coscienza di
solidarietà fra i lavoratori e il loro senso di sicurezza”.
Questi criteri di valutazione del personale vengono usati ancora oggi, ma
non ci sono particolari evidenze scientifiche a loro supporto. Questo ad
esempio a causa dello scollamento tra le caratteristiche dell'impiego e la
percezione soggettiva di questo impiego. Munsterberg fece un esempio di
una lavoratrice che aveva il compito di incartare le lampadine in una fabbrica
di lampadine. Per quanto questo lavoro rientra nei criteri di un lavoro molto
oggettivante, la lavoratrice amava il lavoro e sosteneva che fosse anche
stimolante. Un altro limite che impedisce una valida ricerca oggettiva su questi
criteri di ricerca del personale, è la complessità derivante dall'appartenenza
ai gruppi. Al contrario di quanto sostenuto da Taylor, infatti, Munsterberg
considerava che i gruppi potessero dare un contributo psicologico positivo alla
fabbrica, rafforzando la coscienza di solidarietà fra i lavoratori e il loro senso di
sicurezza.
Differenze individuali nel contesto del network
Una meta-analisi cerca di capire che conseguenze hanno i caratteri
individuali e la network position nel contesto dell'outcome performativo
lavorativo. Le connessioni che abbiamo con gli altri possono essere definite
capitale sociale. Qualsiasi aspetto della struttura sociale che crei valore e
faciliti le azioni degli individui all'interno di quella struttura sociale, costituisce il
capitale sociale. In modo grossolano possiamo dire che più conoscenze hai
più capitale hai. Un'altra misura che può indicare il capitale sociale è la
coesione. Più strette sono le relazioni, più coeso è il network. La coesione è
tipicamente associata a maggiore fiducia. Un'ulteriore misura è la
brokerage. Questa figura funge da ponte tra due network che sarebbero
altrimenti distaccati. L'apertura verso l'esterno che è consentita da
questa figura, riduce la ridondanza informazionale.
Un legame forte (strong ties) e coeso con una persona accresce il carico
emotivo della relazione. Questi legami sono stretti e multicanale, e sono
legami che forniscono supporto. L'informazione tende ad essere
ridondante e condivisa nel gruppo. Legami più deboli (weak ties) tendono
a fornire meno supporto, però forniscono informazioni e risorse uniche e
funzionano da ponte con l'esterno.
Il legame tra la personalità e il network è facilmente intuibile.
L'introversione e l'estroversione sono esempi di caratteri di personalità che
influiscono sul network. Il background teorico ci dice che chi è più estroverso
tende ad avere un network più grande, con performance migliori e posizioni più
centrali nel network.
Una delle categorizzazioni più resistenti e diffuse nella teoria della
personalità è quella dei big five, che prevede cinque cluster di
personalità: coscienziosità, piacevolezza, stabilità emotiva, apertura
all'esperienza e estroversione. Il self-monitoring riguarda invece la
capacità di presentarsi in modo diverso a seconda della circostanza.
Questa capacità varia a seconda della persona. Prevede inoltre la capacità di
generare stati affettivi e psicologici che devono essere adeguati alla situazione
contingente.
Lo studio va in seguito ad analizzare l'interazione tra questi tratti di
personalità e il posizionamento nel network. Il network può essere
strumentale, se si basa su collaborazioni lavorative, o espressivo, se si basa
su relazioni di amicizia.
Approccio delle relazioni umane
Questo approccio dà importanza alle relazioni che si instaurano fra le persone
all’interno dell'organizzazione. Mayo condusse degli studi sulle addette ai
filatori di un'industria tessile di Filadelfia. Rispetto ad altri reparti aziendali le
filatrici avevano una produzione più bassa e un turn over elevato. Mayo utilizzò
quindi i criteri di incremento della produttività proposti da Taylor, ma senza
ottenere alcun miglioramento.
Egli provò quindi a dividere le lavoratrici in due gruppi, garantendo pause
solo ad uno dei due. Egli notò che le tessitrici che facevano una pausa
lavoravano molto di più. Vide però che anche il gruppo di tessitrici che non
facevano la pausa avevano aumentato la loro produttività. Non è quindi il
contenuto dell'intervento, ma l'intervento stesso che, aumentando il senso
di appartenenza al gruppo, aumenta la produttività delle lavoratrici.
L'effetto Hawthorne riguarda appunto la capacità del comportamento delle
persone di modificarsi in conseguenza della partecipazione ad una ricerca,
invece che in conseguenza della natura delle manipolazioni effettuate dalla
ricerca stessa. Riducendo il numero di lavoratrici per gruppo, le lavoratrici
solitarie divennero parte di un gruppo sociale che aveva un obiettivo condiviso.
Le differenze individuali si trasformano in somiglianze di gruppo attraverso un
intervento organizzativo. Questo sembra quindi disconfermare le teorie di
Taylor sul gruppo.
Mayo sosteneva che il comportamento organizzato plasmato
dall'appartenenza ad un gruppo e dagli interessi del gruppo è la regola
base del comportamento umano e che i singoli agiscono in funzione dei
loro interessi personali solo quando manca loro l'associazione sociale.
Approccio cognitivo
A seguito del paradigma delle differenze individuali, si sviluppa un nuovo
paradigma, che cambia oggetto di interesse. Negli anni '80 inizia ad esserci
uno studio attento di quelli che sono i processi cognitivi di base. Si vogliono
quindi trasferire i principi generali della cognizione (esaminando aspetti
come la memoria, il giudizio, l’attenzione, l’elaborazione delle informazioni e la
percezione) al dominio organizzativo. Si sviluppano tre modelli cognitivi di
base, che vedono gli agenti sociali come ricercatori di coerenza, scienziati
ingenui o economizzatori cognitivi.
L'approccio più basico è quello che vede la persona, in questo caso il
➢ lavoratore, come ricercatore di coerenza. Queste persone mirano a
gestire e a dare un senso ai loro atteggiamenti e alle loro convinzioni
rendendoli fra loro coerenti. Si sostiene che ci sia una logica
dell'elaborazione delle informazioni, la quale consente di predire il
comportamento. Questo approccio può servire a determinare
l'associazione di lavoratori diversi in modo che risulti funzionale e
bilanciata. Non si considera il contesto ma solo gli elementi interni.
Vedendo il lavoratore come uno scienziato ingenuo, questo cercherà di
➢ spiegare i comportamenti in termini di fattori interni o esterni tenendo
conto quindi anche dell'ambiente e non solo delle azioni dell'individuo. Si
inizia quindi a concepire il valore dell'ambiente esterno. Cercare di
spiegare i comportamenti in termini di fattori interni o esterni tenendo
conto quindi anche dell’ambiente e non solo delle azioni dell’individuo.
Gli economizzatori cognitivi tendono ad interpretare il mondo più
➢ attraverso attribuzioni interne che attribuzioni esterne (errore
fondamentale di attribuzione). Si passa quindi ad una strategia
cognitiva legata ad aspetti motivazionali, che prevedono che la
motivazione sia quella di preservare la propria autostima. L'individuo
diventa quindi un percettore tattico motivato, che adotta strategie
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Psicologia del lavoro e delle organizzazioni - Appunti
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