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Istituzioni di pedagogia: complessità dell'educazione

Introduzione e contesto dell'educatore

Lunedì 14 febbraio: Complesso = intrecciato, tessuto insieme. L'educazione è complessa perché sono in gioco una molteplicità di dimensioni intrecciate tra loro.

Premessa sull'educatore e delle professioni di cura: Non c'è un'idea astratta e universale sulle professioni di cura, ma c'è un modo in cui queste professioni si incarnano nella storia, nelle vicende, nelle potenzialità e nelle difficoltà delle persone e dei contesti nei quali operano. La cultura non è la stessa oggi rispetto anche solo 30 anni fa, quindi capire il contesto in cui queste professioni operano è molto importante per definirle.

Il mondo di oggi: complessità e nuovi paradigmi

Per definire il mondo di oggi, tre parole segnano i caratteri complessi del nostro tempo e che ci raccontano di un tempo in cui la stabilità materiale, che aveva caratterizzato la modernità, è andata perduta:

  • Mobilità: La globalizzazione disegna un nuovo ordine sociale, spaziale, culturale in cui l'esperienza umana prende forma. Possiamo analizzare diversi ambiti della vita delle persone che negli ultimi 30 anni sono molto cambiati. I nessi tra territori, società e spazio politico, è diventato un nesso più leggero e più labile; prima il grande contenitore della nostra identità era lo stato nazionale, oggi la loro giurisdizione deve fare i conti con altri processi (immigrazione internazionale). Lo spazio sociale, culturale e i territori non si identificano più, non hanno più omogeneità perché nei territori convive una molteplicità di differenze. La società moderna era caratterizzata da una stabilità pressoché uniforme, la società contemporanea è caratterizzata da una grande mobilità.
  • Accelerazione: Il ritmo della vita sociale subisce una brusca accelerazione, le nuove tecnologie hanno reso questo processo ancora più significativo. Esse hanno trasformato le matrici spaziali e temporali dentro cui la nostra vita convive, trasformano in profondità le possibilità stesse delle nostre relazioni interpersonali (forme di esperienza). Viviamo in un mondo in movimento, fluido, la cui struttura è la rete dei processi sociali. Da un lato, questo nuovo mondo, è un'esperienza che fa paura dall'altro che trasmette euforia ed eccitazione.
  • Interdipendenza: Nel nostro mondo tutto è connesso con tutto, tutto entra in relazione con tutto e in tempi molto rapidi. Questo mondo racconta una perdita progressiva di riferimenti stabili, uno sgretolamento degli assetti istituzionali, politici, sociali e della perdita di legami sociali forti. Tutto questo è all'origine di processi di costruzione identitaria nuovi rispetto al passato, perché nel passato il contenitore garantito dallo stato nazionale, dalle classi sociali, dalla differenza tra i sessi, dal fatto di nascere in una determinata famiglia, città e contesto erano tutti aspetti predittivi del futuro delle persone e anche molto vincolanti. Anche adesso alcuni aspetti risultano vincolanti, ma lo sono in un contesto in cui le grandi organizzazioni sociali che garantivano il riconoscimento e che aiutavano i percorsi di costruzione sono indeboliti, ci sono ancora ma hanno una funzione più labile, il tessuto della convivenza civile mostra segni di lacerazione, di rottura dei legami sociali e la sfera pubblica è sempre più svuotata del senso condiviso. Oggi le città e i territori si confrontano con problemi sociali, economici e culturali inediti e sempre più complessi (situazioni di disagio, di vulnerabilità, alla crescita della povertà e dell'emarginazione, povertà educativa, difficoltà ad accedere alla sanità, questioni legate all'immigrazione transnazionale, al cambiamento tra relazioni fra generazioni, trasformazione delle sfide educative, frammentazione sociale). Questa realtà chiede paradigmi nuovi per essere compresa e governata, ma chiede anche un approccio multidimensionale ai bisogni individuali, collettivi e dei territori. È in questo contesto che i professionisti delle scienze umane continuano ad essere protagonisti decisivi del nostro tempo, è proprio a motivo della complessità e delle difficoltà inedite dei contesti che queste figure sono estremamente importanti.

Professionisti della cura e loro ruolo

Martedì 15 febbraio: I professionisti di cura (educatore, psicologo e assistente sociale) sono quindi dei protagonisti decisivi. L'educatore è quindi un operatore primario della contemporaneità, perché i nuovi problemi richiedono una presenza significativa e pregnante di queste figure. È primario perché il mandato sociale che riceve (funzioni, responsabilità) oggi appare sempre più urgente e rilevante proprio a motivo delle trasformazioni della nostra società. Le aree di intervento degli educatori professionali hanno decisamente ampliato i loro confini, spaziano dalla riabilitazione alla prevenzione, alla promozione educativa e sociale; quindi anche gli ambiti di pertinenza (individuali, collettivi e comunitari) sono cresciuti in numero e in qualità. Sono aumentate e si sono molto differenziate le possibilità di intervento, come sono aumentati e si sono differenziati i soggetti destinatari che riguardano le famiglie fragili, i privati, gli anziani non autosufficienti, i detenuti, gli adolescenti, i giovani, i gruppi di persone che appartengono alla cosiddetta "area della normalità". L'educatore è una figura che interviene nel tessuto sociale a 360 gradi, con un livello di pertinenza molto stretto con tantissimi contesti e soggetti, eppure nonostante questa importanza, centralità e pervasività della sua presenza nel corpo sociale questa professione appare segnata dall'incertezza, dalla precarietà sociale, economica ed esistenziale. Si genera quindi una biforcazione tra l'ampiezza del mandato sociale dell'educatore e il mancato o non-pieno riconoscimento sociale che dovrebbe corrispondergli.

Fragile, precario, imperfetto, complesso, incerto = sono gli aggettivi che connotano il profilo dell'educatore e ne descrivono lo status, il ruolo e il compito sociale; fa parte quindi delle professioni difficili, irrisolte, instabili (impossibili per Freud = insegnare, curare e governare). Questa condizione di incertezza è il risultato di una lunga storia che rispetto all'attuale situazione conosce un momento di cesura (è stato assegnato un ruolo alle figure) negli anni '70 del Novecento, quando assistiamo all'evoluzione di quel complesso sistema di vincoli e possibilità che è costituito dalle politiche sociali in cui sono collocati anche gli interventi educativi. Dopo questo momento di cesura si sono susseguite lunghe stagioni di disordine legislativo, ovvero il profilo professionale non è stato correttamente normato e questi anni non hanno debitamente gestito l'evoluzione del ruolo, dei compiti e delle competenze di queste professioni e hanno finito per configurare un sistema di garanzie frammentato. Oggi, a causa dei fenomeni contemporanei, il comparto pubblico (welfare state) continua a ridimensionarsi e a contrarsi dal punto di vista della spesa pubblica e assegna spazi sempre maggiori al privato sociale, al terzo settore, al mercato della gestione dei servizi, degli interventi sociali ed educativi. Da un lato c'è un problema di formazione (aumento della disomogeneità tra gli interventi) dall'altro ciò ha comportato un riconoscimento giuridico, politico, sociale ed economico del lavoro educativo e di cura non adeguato.

Formazione e ruolo delle discipline umane

Le politiche sociali sono per lo più governate da un approccio neo-liberale (non solo approccio economico ma anche educativo e culturale), questo ha comportato che ci sia una continua diminuzione della spesa pubblica che lo stato investe nel sociale a favore del terzo settore (= il privato sociale). C'è sempre più bisogno di queste figure ma esse sono sempre meno riconosciute. La cura è l'opera millenaria per le donne, la divisione del lavoro è un’opera culturale quindi le donne non sono per forza più brave nello svolgere questa professione (stereotipizzazione culturale). Sono professioni un po’ fluide e legate a degli stereotipi culturali.

Le discipline contemporanee sono molto compartimentalizzate e divise le une dalle altre, senza intrecciarsi non comprenderanno gli oggetti della conoscenza, i problemi e non riusciranno a risolverli. Ragionare per compartimenti non funziona ma bisogna aprirsi ad una molteplicità di sguardi disciplinari (capacità di organizzare i compartimenti attraverso la loro messa in relazione). L'analità della cultura e dell'educazione è quella di porre dei filtri mettendo in relazione le varie informazioni (essere colti = essere capaci di mettere in relazione le varie discipline e informazioni).

Le trasformazioni profonde del contesto antropologico, socio-culturale, la crisi del Welfare chiede un ripensamento ed una nuova centralità delle figure educative e di cura, per cui è tempo di assegnare regole condivise e stabili. La debolezza delle professioni di cura può essere una potenzialità se interpretata come apertura a molteplici possibilità (costante riflessività critica sul proprio pensare e operare che rifiuta i protocolli standardizzati, i tecnicismi e la normalizzazione). Un altro grosso nemico è la burocratizzazione di qualsiasi comparto professionale, da questo punto di vista l'azione educativa è un'azione intrinsecamente aperta, imprevedibile e rischiosa (esiti non scontati). In questa apertura di possibilità e in questa imprevedibilità sta proprio la potenzialità dell'educare che è la possibilità di immaginare uno scenario diverso entro i vincoli di una situazione data, è l'apertura di campi di esperienza = l'educazione nella sua dimensione politica, perché il suo apporto è il cambiamento e non la conformazione sociale. Educare è immaginare il cambiamento consiste nel cogliere i bisogni individuali anche in termini di problemi sociali e agire per la loro risoluzione (non è la mera risposta al bisogno, ma capire che in quella risposta c'è un bisogno sociale = rimuovere gli ostacoli >>> tensione costante alla liberazione del soggetto). La migliore educazione libera la libertà e fa fiorire quello che è già nel soggetto ma che per una serie di circostanze, problemi e fragilità anche transitorie non è emerso; per questo l'educatore è co-autore del suo mandato sociale e non solo esecutore.

La competenza relazionale è una delle principali abilità delle professioni di cura = instaurare relazioni conoscitive e operative non solo con il soggetto, ma anche con altre figure professionali, con le organizzazioni dentro le quali è inserito e con i contesti comunitari e familiari in cui si trova la situazione. La funzione relazione specifica = diventare un operatore di integrazione e valorizzazione delle risorse del territorio, dare valore alle capacitazioni di un soggetto fragile significa rileggere e ricollocare le possibilità dentro un sistema di relazioni che ne consentono l'espressione. Le condizioni di fragilità, molto spesso, dipendono dalla fuoriuscita da un sistema di relazioni forte = isolamento, che ha come conseguenza quella situazione, quindi ricollocare il soggetto di nuovo in un tessuto di relazioni significativo per lui, può favorire l'uscita da quel tipo di situazione e favorirne il recupero. Si tratta di un lavoro di contestualizzazione e di ricostruzione della rete di relazioni che stanno intorno a quella persona o a quella famiglia.

Formazione e abilità richieste

Percorsi di formazione così pervasivi (professioni educative) chiedono professionisti che abbiano conoscenze specifiche e che siano in grado di animare il corpo sociale. Formazione: Proprio per la delega molto forte sul piano sociale, che queste professioni ricevono, e anche perché sono chiamati a far fronte a problematiche nuove (diffusione e moltiplicazione per le aree di disagio e vulnerabilità = crescita di domanda sociale) è importante che la formazione degli educatori sia estremamente sofisticata. A prescindere dalle specializzazioni è importante che queste professioni si formino su un nucleo di conoscenze epistemologiche e culturali comuni. La pedagogia è una disciplina di frontiera perché sta tra la scienza e la filosofia, la teoria e la prassi, tra la scienza descrittiva e prescrittiva, è capace di instaurare relazioni molteplici con saperi diversi di cui sa mediare i contenuti, i linguaggi e i metodi; essa è un sapere segnato da una problematicità aperta e può riconoscere nel paradigma della complessità un approccio efficace di fronte all'intreccio di dimensioni diverse dei problemi che riguardano l'educazione, le relazioni, i contesti famigliari e scolastici. Da questo quadro emerge un sistema di professionalità complesse, differenziate al proprio interno (livello di specificità elevato) ma che le professioni pedagogiche possono essere articolate in tre ambiti fondamentali: insegnante, operatore/educatore professionale in ambito extra-scolastico (anziani, detenuti, quartieri) e formatore degli adulti nei contesti professionali. Su quali conoscenze si basa la formazione?

  • Solide conoscenze scientifiche e una solida preparazione culturale
  • Acquisizione di abilità tecniche (technai) = capacità di saper fare
  • Atteggiamento o forma mentis riflessiva = in grado di rileggere criticamente il processo di cui è parte.

Ruolo sociale e formazione degli educatori

Mercoledì 16 febbraio: Proprio perché il ruolo sociale degli educatori è un ruolo sociale decisivo, altrettanto decisiva diventa la formazione di questi professionisti. Per fare questi mestieri bisogna essere delle persone colte, con un curriculm pluridisciplinare, che abitano il proprio tempo con grande consapevolezza e senso critico, perché il compito che si deve svolgere è tra i più difficili. Dal punto di vista delle conoscenze, i professionisti delle scienze umane devono saper maneggiare una serie di saperi propri delle scienze umane (sociologia, antropologia, psicologia, comunicazione) che vengono coordinati dalla pedagogia, sono quindi le conoscenze proprie dell'humanities (arte, storia, letteratura, filosofia) che il professionista della formazione (processo del prendere forma del soggetto) deve conoscere e saper padroneggiare. Occuparsi della formazione del soggetto vuol dire far fiorire l'umanità del soggetto e della relazione >>> richiede cultura. Queste conoscenze devono essere integrate con delle abilità tecniche e professionali che sono quella abilità legate al saper fare che si riferiscono ad una serie di pratiche vicine alla cura. Questi saperi sono quei saperi che si apprendono facendo esperienza. Infine bisogna avere anche una capacità riflessiva che consente di riesaminare continuamente il proprio pensare e il proprio agire, i loro fondamenti teorici, pratici, biologici (teorie, ideologie, metodologie pratiche e risultati). La capacità riflessiva ci permette di mettere in discussione e di avere consapevolezza delle premesse teoriche, ideologiche e a quale background di riferimento teorico o scuole di pensiero ci ispiriamo = capire quale è il mio stile come educatore (Le metodologie sono coerenti con esso? Quali risultati sto ottenendo?). La filosofia dell'educazione è di grande aiuto in questo percorso perché è un esercizio costante di problematizzazione aperta e intenzionale che attraversa e innerva sia i saperi che le pratiche. La riflessività è un'attenzione critica alle dimensioni del processo formativo (intersoggettiva, interpretativa, processuale), è l'idea di tornare continuamente a riflettere sulla propria attività professionale e su quel mondo vitale che quella pratica dischiude (= la relazione educativa e terapeutica apre un mondo vitale di relazioni, di vissuti, di affetti, di cognizioni e occorre continuamente tornare a riflettere su questo e non applicare solo dei protocolli). La funzione della filosofia dell'educazione è duplice: da un lato è una riflessione di secondo livello (essere consapevole di quali assunti teorici sono alla base della propria conoscenza = avere consapevolezza della propria conoscenza), dall'altro connette i saperi, è la capacità di leggere la realtà in modo complesso = costante esercizio di problematizzazione. Le professioni di cura o si delineano con un forte tasso di riflessività o esse si degradano a semplici tecniche, che si conformano all'esistente >>> porta al fallimento di queste professioni, che purtroppo non sono rari in questo ambito. La letteratura e la narrazione sono centrali nelle relazioni di cura poiché ogni esperienza umana è un'esperienza narrativa già raccontata o che aspetta di essere narrata (in ogni relazione è presente un racconto). La cultura è il modo in cui gli esseri umani che vivono in un tempo e in uno spazio attribuiscono significati alla loro esperienza, quindi la cultura si articola narrativamente; intorno a questa idea si sono confrontate diverse discipline (storia, psicologia, sociologia, pedagogia, psicoanalisi = casi clinici come delle storie) quindi la narrazione è stata assunta, dalle discipline umane, come un costrutto universale dotato di logiche proprie che articola il senso dell'esperienza umana e sociale dando forma all'esperienza individuale e collettiva = dare forma all'esperienza (intraspsichica e interpersonale), il senso dell'esperienza personale e di quella che ci lega agli altri si trova nel racconto di queste stesse esperienze = modalità di comprensione del mondo e delle varie situazioni.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiuBo22 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di pedagogia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Lazzarini Anna.
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