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La sensazione

La sensazione è la risposta dei recettori sensoriali, che sono neuroni specializzati, a

uno stimolo che può essere:

interno, come il dolore o la temperatura corporea,

 oppure esterno, come suoni o luci.

 Esistono anche stimoli di cui non siamo consapevoli, ma che provocano

 comunque la risposta dei recettori sensoriali e si chiamano messaggi

subliminali.

Quando i recettori ricevono uno stimolo, questo viene trasformato in un segnale

nervoso attraverso un processo chiamato trasduzione che provoca una variazione del

potenziale di membrana dei neuroni, aumentando o diminuendo la loro attività in base

all’intensità e alla velocità dello stimolo.

Il cervello, a questo punto, trasforma il segnale in un’impressione soggettiva, per cui

lo stesso stimolo può essere percepito in modo diverso da persona a persona e poiché

la sensazione deriva da un’esperienza diretta, presenta variabilità individuali e quindi

distinguiamo:

le variabilità interindividuali, cioè le differenze tra persone diverse,

 e le variabilità intraindividuali, cioè le differenze nella stessa persona in

 momenti differenti.

In alcuni casi, le informazioni sensoriali vengono elaborate in modo particolare, come

nella sinestesia che è una condizione in cui uno stimolo provoca più sensazioni

contemporaneamente.

Le soglie percettive

Le soglie percettive sono un concetto fondamentale nello studio della sensazione,

perché indicano la quantità minima di energia di uno stimolo necessaria affinché

venga rilevata dai recettori sensoriali e non sono uguali per tutti perché sono:

individuali,

 specifiche per ogni senso

 e variabili nel tempo, poiché possono cambiare in base allo stato fisico o

 all’ambiente.

Si distinguono due tipi di soglia:

la soglia assoluta, che è la minima stimolazione fisica che una persona riesce a

 percepire,

la soglia differenziale, che è la minima differenza percepibile tra due stimoli

 simili.

Entrambe non possono essere stabilite in modo preciso, ma solo in termini

probabilistici, perché la sensazione dipende dall’esperienza soggettiva e dalle

differenze individuali.

Il primo a spiegare la soglia differenziale fu Weber, con la legge di Weber, secondo cui

la percezione della differenza tra due stimoli dipende dall’intensità iniziale dello

stimolo:

se lo stimolo è debole basta un piccolo cambiamento per notare la differenza,

 mentre se è forte serve una variazione maggiore.

Su queste basi, Fechner, considerato il padre della psicofisica, formulò la legge di

Weber-Fechner, affermando che l’aumento della sensazione è più lento rispetto

all’aumento dello stimolo fisico.

In seguito, si osservò che questa legge valeva solo per valori intermedi dello stimolo e

per questo, Stevens propose la funzione potenza, in cui la percezione varia in modo

diverso a seconda del tipo di sensazione:

quando l’esponente è inferiore a 1 il sistema sensoriale attenua gli stimoli,

 mentre quando è superiore a 1 li esalta.

Questo meccanismo è legato all’adattamento sensoriale, che permette di dare più

importanza agli stimoli utili.

Successivamente l’attenzione si spostò anche sul modo in cui le persone formulano le

risposte e nacque la teoria della detenzione del segnale, secondo cui quando uno

stimolo debole viene presentato, possono verificarsi quattro esiti:

il successo (stimolo presente e percepito),

 l’omissione (stimolo presente ma non rilevato),

 il falso allarme (stimolo assente ma percepito)

 e il rifiuto corretto (stimolo assente e risposta corretta).

Questo modello serve a valutare l’accuratezza del soggetto ma ci sono dei fattori che

influenzano questo processo e possono modificare il modo in cui lo stimolo viene

giudicato e sono soprattutto:

il rapporto tra segnale e rumore

 le aspettative

 e la motivazione della persona

Abituazione e adattamento sensoriale

Quando uno stimolo si ripete nel tempo o rimane costante, il sistema nervoso tende a

considerarlo meno importante e reagisce sempre di meno e questo accade grazie a

due meccanismi fondamentali:

abituazione, che avviene quando i recettori sensoriali continuano a ricevere lo

 stimolo, ma le aree più profonde del cervello riducono o interrompono l’invio dei

segnali alla corteccia cerebrale.

e adattamento sensoriale, che riguarda direttamente i recettori sensoriali, che

 diventano meno sensibili agli stimoli costanti e diminuiscono la loro risposta.

La vista

Soffermandoci sul sistema sensoriale visivo:

La luce è un fenomeno complesso perché ha una doppia natura:

si comporta sia come onda

 sia come particella.

L’occhio umano riesce a percepire solo una parte delle lunghezze d’onda, comprese

tra 400 e 700 nanometri, chiamata spettro visibile.

Nell’occhio sono presenti i fotorecettori, cellule specializzate nella trasduzione, che

trasformano l’energia luminosa in segnali nervosi permettendo la percezione del

colore e infatti la luce in sé non ha colore ma Newton dimostrò che la luce bianca del

Sole, passando attraverso un prisma, si scompone in tutti i colori dello spettro visibile

e quindi il colore dipende dal modo in cui la luce stimola il nostro sistema nervoso.

La percezione del colore si basa su tre caratteristiche fondamentali:

la tinta, che dipende dalla lunghezza d’onda ed è il tipo di colore;

 la chiarezza, che indica quanto un colore è chiaro o scuro e dipende

 dall’ampiezza della lunghezza d’onda, cioè dalla quantità di luce riflessa;

e la saturazione, che indica quanto un colore è intenso o pallido.

Esistono anche diverse tipologie di colori:

I colori di superficie dipendono dalla luce che un oggetto riflette, mentre assorbe

 le altre lunghezze d’onda.

I colori filmari, invece, derivano da una sorgente luminosa che emette

 direttamente una certa lunghezza d’onda.

Inoltre, si distinguono:

i colori cromatici, quando una superficie riflette soprattutto una specifica

 lunghezza d’onda,

e i colori acromatici, come bianco, nero e grigio, che appaiono quando tutte le

 lunghezze d’onda vengono riflesse in ugual misura o assorbite.

L’essere umano è in grado di distinguere fino a circa 7 milioni di colori e per questo il

principale problema della percezione del colore è spiegare come sia possibile vedere

così tanti colori partendo da uno stimolo fisico che di per sé non è colorato e per

spiegare questo fenomeno sono state formulate due teorie fondamentali:

la teoria tricromatica, proposta da Young e sviluppata da Von Helmholtz, che

 afferma che nella retina esistono tre tipi di coni, ciascuno sensibile a una diversa

gamma di lunghezze d’onda: rosso, verde e blu.

Questi sono i colori primari della luce e, combinandoli in proporzioni diverse, è

possibile ottenere tutti gli altri colori e la sovrapposizione dei tre produce la luce

bianca.

e la teoria dei processi opponenti, proposta da Hering, che sostiene invece che il

 sistema visivo elabori i colori attraverso coppie di colori opposti: rosso–verde,

blu–giallo e, si ipotizza anche bianco–nero e quando un colore viene stimolato, il

suo opposto viene inibito.

Questa teoria spiega fenomeni percettivi come le immagini postume e il

contrasto simultaneo.

Ad oggi si sa che entrambe le teorie sono valide perché descrivono fasi diverse del

processo neurale della percezione del colore.

La discromatopsia, comunemente chiamata daltonismo, è un’alterazione della

percezione dei colori descritta da Dalton, ed è spiegata soprattutto dalla teoria

tricromatica.

Esistono diversi tipi di discromatopsia e i principali sono tre:

la protanopia, in cui non funzionano i coni sensibili al rosso;

 la deuteranopia, in cui non funzionano i coni del verde ed è la forma più diffusa;

 e la tritanopia, in cui non funzionano i coni del blu, molto rara.

 La forma più grave e rara è l’acromatopsia, in cui tutti e tre i tipi di coni non

 funzionano correttamente e la persona vede solo bianco, nero e sfumature di

grigio.

Nella maggior parte dei casi, però, funzionano correttamente solo due tipi di coni, per

questo si parla di visione dicromatica.

La discromatopsia è molto più frequente nei maschi perché è un disturbo genetico

recessivo legato al cromosoma X, e gli uomini, avendo un solo cromosoma X, è più

facile che ereditino il gene, mentre le donne, avendo due cromosomi X, devono

ereditare il gene da entrambi i genitori; quindi, è meno probabile che siano daltoniche;

spesso sono solo portatrici sane.

Per comprendere come l’occhio elabora la luce, è utile seguire il percorso dei fotoni

dall’esterno fino alla retina e premettendo che:

la luce può entrare nell’occhio direttamente da una fonte luminosa oppure dopo

 essere stata riflessa da un oggetto.

Durante il suo percorso, la luce attraversa diverse strutture dell’occhio, ognuna

 con un diverso indice di rifrazione, cioè una diversa velocità di propagazione e

per questo motivo la luce cambia direzione passando da un mezzo all’altro.

Possiamo dire che l’occhio funziona quindi come una lente, con il compito di

raccogliere e concentrare i raggi luminosi su un punto preciso della retina.

La prima struttura che la luce incontra è la cornea, una membrana trasparente

 che protegge l’occhio e svolge gran parte del lavoro di messa a fuoco grazie alla

sua curvatura stabile.

Dopo la cornea, la luce attraversa l’umore acqueo, un liquido trasparente che

 nutre l’occhio.

Successivamente la luce passa attraverso la pupilla, un’apertura regolata

 dall’iride, la parte colorata dell’occhio, che controlla la quantità di luce in

entrata.

Dietro l’iride si trova il cristallino, una lente flessibile che completa la messa a

 fuoco ed è attraverso il processo di accomodazione visiva, che il cristallino

cambia forma per mettere a fuoco oggetti vicini o lontani.

Infine, la luce attraversa il corpo vitreo, una sostanza gelatinosa e trasparente

 che riempie gran parte dell’occhio, contribuisce a mantenerne la forma e a

nutrirlo, prima di raggiungere la retina.

Dopo aver attraversato le varie strutture dell’occhio, la luce arriva alla retina, che si

trova sul fondo dell’occhio ed è la parte sensibile alla luce ed è composta da tre strati

di cellule:

i fotorecettori (coni e bastoncelli),

 le cellule bipolari

 e le cellule gangliari.

Il segnale luminoso viene trasformato in segnale nervoso dai fotorecettori, passa alle

cellule bipolari e poi alle cellule gangliari, i cui assoni formano il nervo ottico, che

trasporta le informazioni al cervello.

I coni sono circa 6 milioni per occhio e si concentrano soprattutto nella fovea, la

 zona centrale della retina e la loro distribuzione dipende dall’eccentricità

retinica, cioè dalla distanza dalla fovea.

I coni sono responsabili della visione dettagliata e dell’acutezza visiva, perché

alcuni sono collegati direttamente al nervo ottico tramite una cellula bipolare.

Funzionano meglio con luce intensa, permettono la visione dei colori e svolgono

un ruolo fondamentale nell’adattamento alla luce, che avviene rapidamente

quando si passa dal buio a un ambiente illuminato.

I bastoncelli, invece, sono più numerosi e si trovano in tutta la retina tranne che

 nella fovea, soprattutto nella periferia.

Sono molto sensibili alla luce e permettono la visione in condizioni di scarsa

illuminazione e la visione periferica e per questo sono fondamentali per

l’adattamento al buio, che avviene lentamente perché i pigmenti luminosi si

rigenerano al buio.

I bastoncelli non distinguono i colori, ma permettono una visione in bianco, nero

e grigio e producono immagini meno precise, perché molti bastoncelli

convergono su una sola cellula bipolare.

Nella retina è presente anche il disco ottico, una zona priva di fotorecettori da cui

parte il nervo ottico, chiamata anche punto cieco e noi non ce ne accorgiamo perché il

cervello compensa automaticamente l’informazione mancante usando i dati dell’altro

occhio, ciò che vede intorno e i movimenti continui degli occhi.

La via visiva riguarda il percorso seguito dalle informazioni visive fino al cervello e il

campo visivo è diviso in due parti:

emicampo visivo destro

 ed emicampo visivo sinistro.

La luce proveniente dall’emicampo destro colpisce la parte sinistra della retina di

entrambi gli occhi, mentre la luce dell’emicampo sinistro colpisce la parte destra della

retina di entrambi gli occhi.

Ogni retina è divisa in due zone:

l’emiretina temporale, rivolta verso le tempie,

 e l’emiretina nasale, rivolta verso il naso.

I segnali visivi seguono un percorso preciso:

le informazioni provenienti dalle emiretine temporali raggiungono la corteccia

 visiva dello stesso lato del cervello,

mentre quelle provenienti dalle emiretine nasali si incrociano e arrivano alla

 corteccia visiva del lato opposto.

Il punto in cui avviene questo incrocio si chiama chiasma ottico e grazie a questo

meccanismo, ogni emisfero cerebrale elabora le informazioni dell’emicampo visivo

opposto.

L’udito

Il senso dell’udito permette di percepire i suoni grazie alle onde sonore, che sono

causate dalle vibrazioni delle molecole d’aria intorno a noi e queste onde hanno

caratteristiche simili a quelle della luce:

La lunghezza d’onda viene interpretata dal cervello come frequenza o tono del

 suono, che può essere: basso, medio o alto.

L’ampiezza dell’onda invece indica il volume, cioè se un suono è debole o forte.

 Un’altra caratteristica importante è il timbro, che corrisponde alla “saturazione

 del colore” nella vista e indica la ricchezza e la qualità del suono e ci permette

di distinguere, ad esempio, la stessa nota suonata da strumenti diversi.

Come la vista è limitata allo spettro visibile della luce, anche l’udito ha dei limiti

 e infatti l’orecchio umano può percepire solo un certo intervallo di frequenze che

si misurano in hertz (Hz) e l’uomo può sentire suoni compresi tra 20 e 20.000

Hz.

L’orecchio è formato da diverse strutture, ognuna con una funzione precisa nel

processo dell’udito:

L’orecchio esterno comprende la pinna, cioè la parte visibile dell’orecchio e

 funziona come un imbuto perché raccoglie le onde sonore dall’ambiente esterno

e le convoglia verso l’interno.

Da qui parte il canale uditivo, un piccolo condotto che trasporta i suoni fino alla

membrana timpanica, chiamata anche timpano, e quando le onde sonore

raggiungono il timpano, lo fanno vibrare.

Queste vibrazioni vengono trasmesse all’orecchio medio, che è formato da tre

 ossicini molto piccoli: martello, incudine e staffa, così chiamati per la loro forma,

e insieme sono detti ossicini e rappresentano le ossa più piccole del corpo

umano.

Il loro compito è amplificare le vibrazioni del timpano e in particolare, la staffa,

che è l’ultimo ossicino della catena, trasmette le vibrazioni a una membrana

chiamata finestra ovale, che si trova all’ingresso dell’orecchio interno e da qui

ha inizio una nuova serie di reazioni in cui avviene la trasduzione cioè la

trasformazione delle informazioni sonore in segnali neurali.

La vibrazione della finestra ovale mette in movimento il fluido della coclea, una

struttura a forma di chioccola con del fluido all’interno che si trova nell’orecchio

interno e questo movimento provoca la vibrazione di una membrana interna chiamata

membrana basilare, situata al centro della coclea.

Sulla membrana basilare si trova l’organo del Corti, una struttura fondamentale per

l’udito perché contiene le cellule ciliate, che sono i veri recettori del suono, e quando

la membrana basilare vibra, anche l’organo del Corti si muove e sfrega contro una

membrana sovrastante, causando il piegamento delle cellule ciliate e il piegamento

delle cellule ciliate genera un segnale nervoso che viene trasmesso attraverso il nervo

acustico fino al cervello.

Il segnale passa prima dal talamo e poi arriva alla corteccia uditiva, dove il suono

viene finalmente interpretato.

La percezione del tono è il modo in cui il cervello distingue se un suono è acuto o

basso e per spiegare questo processo esistono tre teorie principali:

la teoria spaziale, proposta da Von Helmholtz, che afferma che il tono dipende

 dal punto dell’organo del Corti in cui vengono stimolate le cellule ciliate.

I suoni acuti stimolano le cellule ciliate situate vicino alla finestra ovale, mentre i

suoni bassi stimolano quelle più lontane e questa teoria spiega soprattutto la

percezione dei suoni ad alta frequenza

la teoria temporale, sviluppata da Rutherford, sostiene invece che il tono

 dipende dalla velocità di vibrazione della membrana basilare, quindi vibrazioni

rapide producono suoni acuti, vibrazioni lente producono suoni bassi e secondo

questa teoria, tutte le cellule ciliate si attivano insieme.

Tuttavia, questa spiegazione vale solo per i toni bassi, perché i neuroni non

possono attivarsi troppo velocemente a causa del periodo refrattario.

Poiché nessuna delle due teorie spiega da sola tutti i tipi di suono, Wever e Bray

 hanno proposto una terza spiegazione chiamata principio di scarica, secondo cui

diversi gruppi di neuroni uditivi si attivano a turno per trasmettere

correttamente il suono al cervello.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Unatipaacaso88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di psicologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Gianelli Claudia.
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