VIII·ALTRI STRUMENTI SCRITTORI
1·Lo STILUS
Prima dell’esistenza della penna e del calamaio, vi era un altro strumento scrittorio, quello che si usava
per scrivere sulle tavolette cerate: lo STILUS (γραφεῖον in greco). Il materiale può essere sia metallo sia
legno, da un lato è appuntito perché deve incidere, dall’altro ha la spatola che serve per cancellare ciò
che si è scritto. Varrone testimonia che veniva imbevuto nell’inchiostro per scrivere anche su papiro e
per annotare e glossare manoscritti pergamenacei.
2·PINNA e CALAMUS
Nelle Origini di Isidoro (VI secolo), egli parla de LIBRARIIS ET EORUM INSTRUMENTIS. Oltre al supporto
sono necessari anche altri strumenti, come penna e inchiostro.
I ‘copisti’ erano anticamente chiamati ‘BIBLIOPOLAE ”: in greco, infatti, libro si dice βίβλος. Gli stessi
copisti prendono anche il nome di ‘antiquari’: propriamente, tuttavia, il ‘copista’ è colui che trascrive
libri sia antichi sia nuovi; l’‘antiquario’, invece, colui che si dedica unicamente ai libri antichi, donde
il nome. Il termine ‘scriba’ deriva dall’azione di ‘scrivere’: in tal caso, il nome esprime in modo
naturale la funzione. Gli strumenti dello scriba sono il ‘calamo’ (CALAMUS) e la ‘penna’ (PINNA):
mediante questi, infatti, si imprimono le parole sulle pagine. Il calamo, tuttavia, è di origine vegetale,
mentre le penne si ricavano dagli uccelli: se il loro fusto è intero, la punta è invece divisa in due, al
fine, io credo, di manifestare un mistero, essendo nei due vertici simboleggiati il Vecchio e il Nuovo
Testamento, espressione del sacramento della parola effuso con il sangue della passione. Il ‘calamo’
è stato così chiamato in quanto depone un liquido: da qui che anche presso i marinai calare significa
porre. La ‘penna’, invece, ha preso nome dall'azione di ‘pendere”, il che significa ‘librarsi’, ossia
volare: si tratta infatti, come detto, di una penna d'uccello, - Trad. Angelo Valastro Canale
Si possono notare in questo testo le parole ‘PINNA’ e ‘CALAMUS’, mentre la prima come fa notare lo
stesso Isidoro è di origine animale, penna degli uccelli (oca per lo più), da ‘PENDERE’ ovvero volare;
l’origne della parola calamo è incerta, secondo Isidoro viene dalla parola ‘CALARE’, ma probabilmente
si tratta di un termine greco κάλαμος, ovveor una canna di origine vegetale.
L’invenzione della penna è del IV-V sec. successiva al calamo.
Lo strumento che si usava propriamente su papiro, ma non solo, era il κάλαμος (CALMUS, ARUNDA,
CANNA, FISTULA), ovvero una canna palustre che era simile alla canna di giunco da cui nasce il papiro.
Il CALAMUS era considerato l’erede del pennello, con un’estremità ammorbidita tramite masticazione
e appuntito dall’altra, tagliato trasversalmente per trattenere l’inchiostro. I calami vengono conservati
in degli astucci o ‘teca libraria’, o come dice Svetonio ‘THECA CALAMAIA’ (dove si conserva il calamo).
3·Testimonianze letterarie
3.1·Marziale, Apophoreta, XIV 20, THECA LIBRARIA
Si tratta di un astuccio per la conservazione del calamo, solitamente una fascetta.
{distici elegiaci}
Saortius thecam calamis armare memento:
cetera nos dedimus, tu leviora para.
Avendo ricevuto in sorte l’astuccio, ricordati di riempirlo di calami:
noi ti abbiamo dato il resto, tu prepara il meno (i calami).
3.2· Marziale, Apophoreta, XIV 21, GRAPHIARUM
Così come c’era la teca libraria, ce n’era anche una grafiaia, un astuccio fatto per gli stilo.
{distici elegiaci}
Haec tibi erunt armata suo graphiaria ferro:
si puero dones, non leve munus erit.
Questi astucci siano riforniti da te del loro ferro:
se la donerai a un fanciullo, non sarà un piccolo dono.
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3.3· Marziale, Apophoreta, XIV 38, FASCES CALAMORUM (mazzi di calami)
Anche testimonianza di Plinio, XVI 156 sgg.
{distici elegiaci}
Dat chartis habiles calamos Mamphitica tellus;
Texantur reliqua tecta palude tibi.
La terra di Memfi produce delle canne adatte per scrivere su papiro (chartis);
con le altre canne prodotte dalla palude, ti (tibi dativo di vantaggio) si intreccino i tetti.
3.4· Marziale, Apophoreta, XIV 37, SCRINIUM
Contenitore per i rotoli riuniti in fasce, ne parla anche Livio XL 29,6, dicendo che queste corde con cui
si legavano in fasce i rotoli potevano essere ricoperte di cera, per non produrre la rottura. È lo scrigno
a parlare, rivolgendosi a chi lo porterà a casa.
{endecasillabi faleci}
Selectos nisi das mihi libello,
admittam tineas trucesque blattas
Se non mi riempi di libri selezionati,
accoglierò scarafaggi e terribili blatte. 4·L’inchiostro
L’inchiostro antico (TINCTA, ENCAUSTUM O ENCAUTUM), per scrivere su papiro, solitamente di colore
nero (γραφικον, μελαν, μελνιον, atramentum), era realizzato con materie prime carbonizzate
(nerofumo) sminuzzate nel macinino, a cui si aggiunge un legante (gomme vegetali, miele, colla di pesce,
gelatina, bianco d’uovo…), per rendere tutto compatto e scorrevole. I vantaggi di questo tipo di
inchiostro rispetto a quello successivo è che esso non è affatto acido, è tutto organico, quindi non rovina
il supporto scrittorio, non c’è il rischio che si ossidi e in qualche modo rovini la carta. Lo svantaggio è
duplice: si solidifica/scioglie se non è ben fatto, è di difficile asciugatura, si cancella facilmente, anche
accidentalmente. Più in là (intorno al 1100), inizia a essere prodotto con altre sostanze, è metallico ed
è a base di tannino, un acido che si ricava in natura dalla noce di galla, un’escrescenza che si forma sulle
piante in seguito alla puntura di alcuni insetti, a cui si aggiungono i soliti additivi (aceto, polvere di vetro,
profumi), è molto più liquido e resistente, ma è acido; quindi, c’è il rischio che intacchi il supporto
scrittorio, che sia pergamena o carta, arrivando persino a bucarlo. Ne esistono anche alcuni colorati,
ottenuti con altre sostanze come la porpora o la cocciniglia per il rosso, il lapislazzulo per il blu, la terra
di Siena per l’arancione. 5·Tipi di PUGILLARES
5.1· Marziale, Apophoreta, XIV 3, PUGILLARES CITREI (tavolette in legno di cedro)
Properzio, nell’elegia 23 del libro III (7-11) rimpiange di aver perso le sue tavolette, non perché fossero
decorate o preziose, erano di semplice cera del solito legno di bosso, ma gli erano sempre state fedeli e
gli avevano portato buoni uffici. Il legno di cedro è invece molto raffinato, si parla del cedro del Libano,
con cui si realizzano anche mobili o imbarcazioni.
{distici elegiaci}
Secta nisi in tenues essemus ligna tabellas,
essemus Libyci nobile dentis onus
Se non fossimo legno tagliato per sottili tavolette,
saremmo il nobile peso del dente libico”. (mobile su piedi d’avorio, per mobili di lusso)
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5.2· Marziale, Apophoreta, XIV 5, PUGILLARES EBOREI (tavolette in avorio)
Decorate all’esterno, sono poi state riutilizzate più volte, con scritture di varia epoca; i più antichi sono
del V secolo, ma già ne parla Marziale, che li consiglia per lo stesso motivo per cui Quintiliano ammetteva
che si potessero utilizzare a scuola.
{distici elegiaci}
Languida ne tristes obscurent lumina cerae,
nigra tibi nievum littera pignat ebur.
Perché le tristi cere (scure) non rovinino i tuoi languidi occhi,
la scrittura in inchiostro nero dipinga per te il bianco avorio.
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Lezione XII 20 marzo 2023
IX·L’AUTORE A LAVORO
1·Gli autografi antichi
L’unico autografo antico arrivato fino ad oggi è quello d Dioscoro di Afroditopoli, un notaio VI sec. d.C,
all’interno del suo archivio c’è il papiro Cairo Maspero 67097, che non è un atto giuridico ma una poesia.
che mostra quali sono le caratteristiche di un autografo: spazi lasciati vuoti, correzioni interlineari,
cancellature, tutto l’insieme di segnali che indicano che chi scrive lo fa sul momento. È conservato al
museo del Cairo ed è stato pubblicato da Jean Maspero. Si possiedono una ventina di papiri che, poiché
presentano lo stesso tipo di correzioni IN SCRIBENDO, possono essere considerati autografi.
La poesia PSI XV 1482, appartenente all’istituto di papirologia italiana di Firenze, è un inno alla dea
Eirene, la dea della pace, dove scrive i primi versi ed è soddisfatto poi ne scrive altri, in cui l’autore
capovolge il foglio e riscrive i primi dieci versi per poi continuare con un contenuto differente. Anche
detto Papiro Carlini, perché pubblicato in un articolo nel 1966 da Antonio Carlini.
2·Testimonianze sugli autografi antichi
2.1·Orazio, SATURAE I 10. 72-75
{esametri}
saepe stilum vertas, iterum quae digna legi sint
scripturus , neque te ut miretur turba labores,
1
contentus paucis lectoribus. an tua demens
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vilibus in ludis dictari carmina malis?
3
gira spesso lo stilo (LABOR LIMAE), tu che intendi scrivere versi che siano
degni di essere letti e riletti due volte, non fare fatica perché ti ammiri la folla,
accontentati di pochi lettori. O tu folle
preferisci che i tuoi versi siano dettati in scuole di secondo ordine?
Note:
SCRIPTURUS⇒cesura titremimere,
1 LECTORIBUS. AN⇒dieresi bucolica,
2 LUDIS⇒scuole elementari.
3
2.2·Svetonio, NERO 52
CHIROGRAPHUM: scrittura propria dell’autore, era chiaro che la scrittura fosse autografa perché
c’erano errori e correzioni antiche.
itaque ad poeticam pronus carmina libenter ac sine labore composuit (scil. Nero) nec, ut quidam
putant, aliena pro suis edidit. Venere in manus meas pugillares libellique cum quibusdam notissimis
versibus ipsius chirographo scriptis, ut facile appareret non tralatos aut dictante aliquo exceptos, sed
plane quasi a cogitante atque generante exaratos ; ita multa et deleta et inducta et superscripta
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inerant. Habuit et pingendi fingendique non mediocre studium.
Dunque, portato alla poesia compose volentieri i metri e non come alcuni ritengono pubblicò poesia
altrui quali proprie. Vennero nelle mie mani tavolette e libricini con alcuni suoi notissimi versi scritti
nella sua scrittura autografa, in modo tale che risultasse facilmente che non erano stati trasferiti da
un supporto ad un altro; o erano stati ricevuti mentre un altro det
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