DIDATTICA SPECIALE PER L’EDUCATORE SOCIO-PEDAGOGICO
INT RODUZIONE
Il testo prende in considerazione la figura dell'educatore professionale socio-pedagogico:
- che ha assunto una propria specifica fisionomia come profilo a seguito dell'approvazione della legge 27 dicembre 2017,
n.205.
- che deve promuovere, programmare, realizzare e valutare l’efficacia di interventi educativi rivolti alla persona con
bisogni educativi speciali in contesti formali, informali, e non formali, muovendosi sempre in una prospettiva inclusiva,
quindi con lo scopo ultimo dell'inclusione.
- che deve fondare la propria professionalità su competenze di tipo generale e specifico, oltre che su un solido
ancoraggio a un sistema di valori fondato sul rispetto delle persone, della loro autodeterminazione, del loro diritto di
partecipazione come cittadini nell'ambiente di tutti.
- il suo progetto è quello di essere sostegno di tipo generale e specifico in progetti di vita longitudinali (lifelong) e
trasversali (lifewide).
- la cui professionalità risiede nella capacità di muoversi in questa complessità mantenendo la bussola di riferimento
definita dai concetti di inclusione, qualità della vita, partecipazione, autodeterminazione, rispetto e rappresentazione
positiva delle differenze. Chiaramente tale professionalità deve essere preparata e sostenuta attraverso una specifica
formazione iniziale di tipo universitario e un supporto alla riflessività alimentata anche dalla formazione continua in
servizio, perché davvero «educatori non ci si improvvisa»
L’autore si rivolge principalmente a soggetti con DI disabilità intellettiva
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ASD disturbi dello spettro autistico
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Parte prima: i principi di riferimento
LA PROSPET T IVA DELL’INCLUSIONE SOCIALE
1. Ospitare o includere?
Termine utilizzato dalle organizzazioni internazionali, il cui significato è quello di cittadinanza piena per tutti indipendentemente dalle
- anzi valorizzandole - .
loro caratteristiche e di convivenza tra tutti
Un professore paragona l’arte di costruire una società inclusiva con l’arte di costruire un muro a secco. In effetti, se ci riflettiamo,
possiamo notare alcuni parallelismi:
in un muro a secco ogni pietra è differente per forma, dimensione, colore e si devono incastrare tra loro, il che non è una
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cosa semplice. Ma, una volta incastrate, ogni pietra ha il suo spazio “su misura” che è fondamentale per tenere in piedi il muro.
non serve nessun tipo di collante o intermediario per tenere insieme le pietre, non c’è cemento o intervento esterno che forzi
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lo stare insieme. E’ l’equilibrio che l’artigiano ha saputo creare mettendo insieme le varie pietre che non solo mantiene in piedi il
muro, ma è anche la sua bellezza
il muro a secco è più resistente, tende a resistere di più alle alluvioni, all’impatto dell’acqua, che passa negli interstizi tra le
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pietre e il suo impatto non è così distruttivo, come se ci fosse il cemento a bloccarla.
(come nel kintsugi la crepa non è debolezza, ma una forza, una caratteristica intrinseca che lo rendo più resistente)
La costruzione di una società inclusiva, quindi, richiede questo tipo di arte. Sicuramente è un’arte che richiede la creatività e il
contributo di tutti.
I termini inclusione e integrazione sono profondamente diversi.
INCLUSIONE: situazione di convivenza alla pari in cui tutti sono cittadini con pieni diritti,
indipendentemente dal loro “colore”, anzi valorizzandolo. La bellezza della società inclusiva è
che è una società “colorata”, cioè una società dove le caratteristiche si possono esprimere e
diventano un valore per tutti. Inserimento stabile o funzionale collegato con l’azione di
modificare i contesti per permettere a tutti di parteciparvi attivamente da cittadini
”Inclusione sociale” si riferisce alla società e alle sue attività inclusive. Abbraccia numerosi
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aspetti e ambiti (es. inclusione scolastica e lavorativa)
INTEGRAZIONE: Parola chiave delle nostre politiche riguardanti la disabilità fino a poco
tempo fa (prima di allora non si parlava di inclusione scolastica, ma di integrazione).
Fare spazio all’interno del contesto di tutti per un gruppo di persone che hanno una
caratteristica diversa. Rimane comunque uno spazio piccolo, fatto apposta per loro e
sostanzialmente diverso dallo spazio fatto agli altri, che non accoglie tutte le caratteristiche
degli altri mentre includere significa proprio mettere insieme le varie differenze senza creare
un contesto apposito. Apro lo spazio a tutti, che restano comunque emarginati nel loro gruppo.
scolastiche di integrazione, iniziative di vario tipo, attuate allo scopo di ampliare gli interessi culturali degli alunni.
↳Attività
(es. alunno con disabilità che sta in classe con i compagni, ma non partecipa alle attività perchè queste non sono adatte per lui e
non ne vengono progettate altre adeguate alle sue capacità e caratteristiche)
Funzionale completamento mediante opportune addizioni e compensazioni.
ESCLUSIONE: Chiusura rispetto a una categoria di persone, che rimangono fuori dal perimetro dei diritti (politici, ad esempio).
Privazione o assenza della possibilità di apparire o di verificarsi. Lasciato fuori, cioè non ammesso (in un gruppo, in una serie,
ecc.), non riconosciuto o accettato.
SEGREGAZIONE: Creare ambienti e contesti separati, spesso con la giustificazione di crearli “più adatti” per le persone con varie
caratteristiche. Esclusione dai rapporti o dai contatti con altri, isolamento, divisione
(es. classi differenziali = create appositamente per i bambini o alunni che si ritenevano “non all’altezza” di apprendere
determinate cose con determinati ritmi - per una disabilità/barriera linguistica/difficoltà familiari socio-economiche/ecc.)
Quello verso cui dobbiamo tendere è l’INCLUSIONE
Se assumiamo una prospettiva storica e analizziamo il percorso che hanno realizzato negli ultimi decenni le persone con
disabilità, appare evidente un'evoluzione rilevante la considerazione e il rispetto sociale delle persone con disabilità sono
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cambiati indubbiamente in maniera qualitativa anche a livello di linguaggio.
La questione centrale, però, rimane quella di riuscire a guardare all'interno di tale evoluzione per chiedersi se, in concreto, si
tratti soltanto di un incremento della cultura dell'ospitalità - cioè se le persone con disabilità hanno solo attraversato gli spazi
educativi, lavorativi, sociali e sia accresciuta la disponibilità a consentire la presenza in ambienti comuni facilitandone anche la
partecipazione - oppure se si sia stati capaci di favorire la cittadinanza all'interno dei diversi contesti, intesa come presenza
autentica, con la strutturazione dell'identità e del ruolo che ne discende, cioè se le persone con disabilità nei vari spazi che
hanno attraversato hanno realmente assunto un ruolo identitario e riconosciuto socialmente.
La differenza tra la prospettiva dell'ospitalità e quella della reale inclusione risiede in tale quesito.
Se ci limitiamo ad aprire le porte, ma non siamo disponibili anche a modificare il contesto per consentire la partecipazione di
tutti, stiamo solo di fatto ospitando qualcuno in un ambiente, convinti che non possa essere pienamente il suo, dato che non
possiede tutte le caratteristiche adeguate per frequentarlo compiutamente.
Possiamo diventare anche molto ospitali, ma i contesti comuni sono solo costrutti per chi ha il pieno diritto di abitarli in quanto
competente e consapevole.
In una logica fondata sul concetto di inclusione, non si può pensare che la partecipazione autentica debba essere legata al
possesso di una dotazione di capacità di base da parte dell’individuo, dal superamento, in altri termini, di una soglia di
funzionamento: non è più soltanto la persona a doversi adeguare a quanto richiesto dal contesto, che di fatto rimane
sempre identico a sé stesso, ma si deve lavorare per fare in modo che ciascun luogo che la persona desidera attraversare
sviluppi quanto è necessario affinché essa possa fruirne autenticamente e pienamente da cittadino.
1. Il modello sociale delle differenze a fondamento della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità
Che cos’è la disabilità?
Dobbiamo chiederci:
A seconda della risposta che si dà a questa domanda, il modo in cui proviamo a costruire una società inclusiva è differente. Le
politiche che andremo a promuovere saranno differenti, le cose che andremo a cambiare sono differenti. Da una definizione
nasce poi tutta una serie di fatti/cambiamenti che devono essere promossi.
Se andiamo indietro nella storia a questa domanda si è risposto in tantissimi modi.
Evoluzione storica: Nell’antichità la disabilità era considerata come un castigo degli dèi, una maledizione, qualcosa di
mostruoso da nascondere, da eliminare.
In altri periodi poi, la disabilità era considerata come qualcosa da guardare come fosse uno spettacolo, i disabili erano visti come
fenomeni da baraccone , e le persone pagavano un biglietto per vederli, per ridere della disabilità
(film: “The elephant man”) in
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alcune forme queste realtà terribili si rivedono ancora oggi - nelle grandi città spesso accade di vedere persone con disabilità
fisiche molto gravi ed evidenti sedute ai lati della strada a fare l’elemosina, che sono messe lì per suscitare sentimenti di pietà.
Negli ultimi 50-60 anni, invece, troviamo tre risposte molto diverse a cosa è la disabilità:
c’è stata un’evoluzione importante nel modo di considerare e descrivere il concetto di disabilità
dal modello individuale/medico al modello sociale al modello bio-psico-sociale della disabilità
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Nell’approccio alla disabilità negli anni succede che si passa dal guardare alla causa fisica, biologica, medica della disabilità e a
una lista di cose oggettive che derivano da quella a un funzionamento reale della persona con disabilità, che può essere
completamente diverso con la stessa patologia, con lo stesso problema, a seconda di fattori di contesto, ambientali e culturali.
Più che guardare alla disabilità in sè per sè, cioè al fattore che stermina la disabilità, è importante guardare ai funzionamenti
della persona = quella persona può effettivamente svolgere le attività a cui dà valore in presenza di quella disabilità?
A partire dagli ultimi decenni del Novecento si è sviluppato un dibattito intenso finalizzato a mettere in discussione l'assunto
secondo il quale la disabilità debba essere concepita unicamente come la conseguenza di un deficit clinicamente definibile
dell'individuo, che andrebbe compensato, nei limiti del possibile, in modo da consentire la conduzione di una vita il più possibile
vicina a quella delle persone a sviluppo tipico. Questo orientamento, descritto come "modello individuale della disabilità", ha
determinato, di fatto, una sorta di contrapposizione fra quello che viene considerato normale e quanto non lo è, con la
menomazione personale ritenuta alla base della disabilità e del conseguente disagio sociale.
Focalizza l’attenzione sulle cause organiche, sulla menomazione fisica da cui deriva poi una limitazione funzionale. Quindi parte
da una diagnosi e elabora una serie di prescrizioni e di dati sulle capacità che il soggetto ha o non ha in base alla diagnosi.
Parte dall’analisi del deficit biologico e va a misurare la differenza con la cosiddetta “normalità”. C’è un concetto di norma e
normalità che si prende come riferimento per valutare l'entità della menomazione che quella persona ha subito e che si
trasforma in uno svantaggio.
Si valutano poi tutte le misure di compensazione e di assistenza necessarie per aiutarla.
Quindi, ci si basa su una serie di fatti oggettivi con prescrizioni: diagnosi, prognosi, recupero progressivo delle
funzionalità/abilita, elenco di cose che possono essere fatte o non fatte. Ci si concentra solamente sulla diagnosi medica, quindi
si parte dall’analisi del deficit biologico, e si misura la differenza da quella che è considerata la normalità (co
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Pedagogia e Didattica speciale - Appunti
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