ASSESTMENT PSICODINAMICO IN ETA' EVOLUTIVA
Andiamo a chiarire alcuni termini che ci serveranno:
Psicodiagnosi: riguarda il fatto stesso di compiere una valutazione
➢ psicologica del paziente che abbiamo di fronte. La diagnosi corrisponde
generalmente all'etichetta diagnostica.
Processo diagnostico
➢ Consultazione: questa riguarda le sedute necessarie per costruire il
➢ profilo di funzionamento del paziente. In queste sedute si possono usare
diverse strumenti per avere in mente un profilo di funzionamento
accurato. Di solito ci sono tre colloqui di consultazione e almeno un
colloquio di restituzione. Non c'è soluzione di continuità tra la
consultazione e la presa in carico. La consultazione non è terapia ma può
avere un effetto terapeutico. Questa deve avere un inizio e una fine ben
definiti.
Formulazione del caso: questa riguarda il fatto che si deve tenere a
➢ mente una formulazione del tipo di persona che abbiamo di fronte,
tenendo quindi in considerazione i suoi limiti e le sue risorse.
Profilo di funzionamento
➢ Diagnosi
➢ Attitudine del clinico: anche se nella consultazione il clinico non fa
➢ interventi, il suo ascolto e il suo atteggiamento fanno diventare la
consultazione di per sé un intervento clinico. Se cogliamo le cose da
spiegare al paziente, questo uscirà dalla restituzione con una maggiore
conoscenza delle sue difficoltà ma anche delle sue capacità.
Il nostro compito è quello di andare a conoscere i contenuti psichici presenti
nella mente del paziente. E' importante definire la struttura generale del
paziente, andando ad individuare l'eventuale presenza di nevrosi o di
psicosi. Si deve ad esempio valutare la presenza o meno di una
compromissione dell'esame di realtà. Il profilo diagnostico è valutabile
attraverso:
Uso degli strumenti. Non esiste una batteria standard, ma va
➢ costruita in base al caso individuale. Lo psicologo deve inoltre usare
solo gli strumenti di cui ha piena conoscenza. Deve saperli
somministrare, siglare e interpretare.
L'importanza della relazione. Attraverso la relazione tra il paziente e
➢ il clinico, si stabilisce un legame diverso da qualsiasi altro, che risulta
parte integrante del processo diagnostico.
Infine è essenziale l'elemento del tempo. Sia il paziente che il
➢ terapeuta devono prendersi del tempo per la consultazione.
Nel contesto della consultazione mettiamo in atto un processo di verifica
delle ipotesi.
Gabbard è uno dei clinici più conosciuti in ambito psicodinamico. Egli
elenca delle buone prassi da tenere in considerazione nel contesto della
consultazione:
Non ci si deve aspettare di poter spiegare tutte le difficoltà del paziente;
➢ Ci si deve basare su quello che racconta il paziente, sulla sua narrazione,
➢ senza andare a verificare la veridicità o meno di tali narrazioni. Ci deve
interessare il modo in cui l'individuo stesso percepisce e interiorizza le
sue esperienze e la realtà;
Dobbiamo sempre cercare di evidenziare i fattori stressanti che hanno
➢ portato alla costruzione del sintomo (esempio domanda → qual è la prima
volta che le è successa questa cosa?);
E' necessario prestare attenzione alle forme di comunicazione non
➢ verbale, quindi al modo in cui il paziente racconta certe cose, e non solo
le cose che racconta;
Si deve compiere una valutazione del pattern difensivo e dei meccanismi
➢ di difesa usati dal paziente nel contesto della relazione con il terapeuta;
Ci si deve basare sulle informazioni derivate dal transfert e dal
➢ controtransfert che si generano nelle interazioni con l'analista per
comprendere le modalità relazionali del paziente ed eventuali sue
difficoltà;
Si devono cercare di prevedere le modalità e i pattern relazionali del
➢ paziente, basandoci sulle conoscenze che abbiamo sulle sue precedenti
relazioni.
La diagnosi può essere continuamente rivista, anche a seguito della presa in
carico.
A livello operativo, cosa significa fare diagnosi?
Il processo diagnostico deve essere sempre attivo, la mente del
terapeuta deve accogliere continuamente nuovi elementi, ed integrarli con
gli elementi di cui siamo già a conoscenza. Questo processo è inoltre in
continua trasformazione.
Abbiamo una prima fase di raccolta delle informazioni. Si raccolgono
➢ dal colloquio clinico, dall'osservazione e dagli strumenti testistici
che decidiamo di introdurre. Con i pazienti in età evolutiva
l'osservazione è più importante.
La seconda fase riguarda l'analisi dei dati e delle informazioni
➢ raccolte.
La terza fase è quella dell'integrazione, che prevede di mettere
➢ insieme il profilo diagnostico del paziente a partire dalle
informazioni raccolte e analizzate.
Abbiamo infine la restituzione al paziente, che può concludersi con la
➢ proposta di presa in carico del paziente. Al paziente viene poi dato
del tempo per decidere se accettare o meno la risposta. Nel caso
dell'età evolutiva la restituzione è doppia, perché deve essere
affrontata sia con il bambino che con i genitori.
Quando incontriamo un bambino e la sua famiglia, dobbiamo evidenziare due
aspetti importanti, che ci aiutano nella costruzione del profilo
diagnostico. Questi elementi sono i focal problems e gli psychological
problems. I primi sono i sintomi, i comportamenti osservabili
disfunzionali e funzionali. Spesso l'aspetto disfunzionale è così
prevalente da oscurare gli aspetti di buon funzionamento. I secondi
riguardano invece i meccanismi sottostanti ai comportamenti
disfunzionali. In età evolutiva, si vede che quasi tutti i bambini segnalati
hanno comportamenti disfunzionali apparenti, mentre è più difficile
individuare bambini con disturbi depressivi.
E' importante, a consultazione conclusa, capire se eventuali crisi del
bambino riguardano crisi tipiche dell'età evolutiva o breakdown
patologico. La maggior parte dei breakdown patologici avvengono però
proprio nei momenti critici dello sviluppo. Entrambi i tipi di crisi possono
portare alla presa in carico del paziente.
Per occuparsi dell'età evolutiva è necessario conoscere bene la psicologia
dello sviluppo e quindi la normale traiettoria di sviluppo del bambino.
Se si rileva una discrepanza si può mettere in atto una valutazione, che
tenga conto del fatto che la crisi possa essere una crisi evolutiva o un
breakdown psicologico. Anche se si conclude che si tratti di una crisi
evolutiva, non è detto che il paziente non vada preso in carico, poiché ci sono
pazienti che hanno una struttura mentale o che vivono in un ambiente che
rende necessaria la presa in carico. Spesso i breakdown psicologici si
strutturano in un contesto di crisi evolutiva. La maggior parte delle volte
quando il bambino viene per la consultazione il breakdown è già
avvenuto.
In età evolutiva la prevenzione è molto importante. Lavorando con gli
adulti si vede che le loro strutture mentali sono fortemente impattate da
breakdown infantili che si sarebbero potuti prevenire. In generale fare
diagnosi in età evolutiva è più difficile, in quanto il bambino si evolve in
maniera molto veloce. Si parla quindi spesso di diagnosi in progress, che
potrebbe evolversi con lo sviluppo classico del bambino, quindi le diagnosi
in età evolutiva non vanno cristallizzate.
Un'altra caratteristica particolare della diagnosi in età evolutiva, riguarda la
necessità di distinguere se i cambiamenti del paziente siano frutto
dell'intervento clinico del terapeuta o del normale sviluppo del bambino.
Ancora una volta risulta quindi essenziale conoscere la normale traiettoria
di sviluppo dei bambini.
La diagnosi
Il termine diagnosi è generalmente riferito ad una diagnosi descrittiva,
che si basa su manuali come, nel caso degli adulti, il DSM-5. La diagnosi
descrittiva è indispensabile per orientarsi verso una determinata tipologia
di struttura mentale. Nel contesto psicodinamico, però, se usata da sola,
risulta estremamente riduttiva. Nell'approccio psicodinamico si può
partire dalla diagnosi, ma si deve andare poi a lavorare sul paziente. La
diagnosi si basa infatti esclusivamente sui sintomi, ma nella terapia non
basta considerare i sintomi disfunzionali, ma vanno anche spronate le
risorse dell'individuo. Per la terapia è necessario allearsi con le parti
funzionali del paziente.
Gli psicologi dinamici compiono anche una diagnosi interpretativa o
psicodinamica, che fornisce appunto un'interpretazione alla sofferenza
psichica che il bambino porta e che la diagnosi conferma. Dobbiamo prendere
in considerazione i risultati individuali, così come i risultati familiari e
ambientali.
Nell'approccio dinamico dobbiamo sempre avere uno sguardo doppio
quando ascoltiamo i pazienti. Dobbiamo avere uno sguardo sul presente,
quindi compiere la formulazione del conflitto interno che porta il paziente
alla consultazione. Questa crisi porta il paziente adulto ad andare in terapia,
mentre nel caso dei bambini sono solitamente i genitori a notare la crisi. Si
devono poi prendere in considerazione gli aspetti passati, quindi gli aspetti
di deficit dell'io. Questi dipendono dalle relazioni di cura primarie. Nei casi
meno rari, l'adattamento disfunzionale è legato unicamente al conflitto
presente, e non è quindi ancorato a relazioni disfunzionali passate. Spesso i
conflitti del presente sono strettamente legati ad un evento. L'impatto del
trauma varia in base alla presenza o meno di deficit dell'io.
La diagnosi descrittiva, detta anche categoriale, è quindi basata sui
sintomi, e ci permette di individuare il disturbo in formazione in età
evolutiva. Permette di conoscere le manifestazioni di questo disturbo,
permettendoci di poterlo descrivere e riconoscere. Permette inoltre di
formulare un'etichetta diagnostica (disturbi distinti da codici numerici).
Questa etichetta ci permette di lavorare sui criteri di inclusione ed
esclusione. Questa rischia però di semplificare troppo la situazione del
paziente. In molti pazienti, soprattutto per i disturbi internalizzanti, è molto
comune trovare esempi di comorbilità (esempio → depressione e ansia).
Il primo rischio è quindi quello di creare territori neutri tra una diagnosi e
l'altra, che impediscono intersezione tra esse, quindi non tenendo in
considerazione la possibilità di comorbilità. Si rischierebbe inoltre di trattare
la diagnosi invece che il paziente nella sua interezza, svolgendo una terapia
basata unicamente sul trattamento dei sintomi.
Abbiamo poi la diagnosi interpretativa, detta anche psicodinamica o
dimensionale, che permette di effettuare la formulazione del caso vera e
propria. Ci permette inoltre di prendere in considerazione non solo la
presenza dei sintomi, ma anche la loro intensità. Gli stessi sintomi
possono inoltre avere effetti e impatto diversi su diversi pazienti. La
sofferenza personale è quindi un elemento importante da prendere in
considerazione. Il riconoscere la propria sofferenza scatena una crisi
positiva, che porta a ricercare aiuto da parte di professionisti. La diagnosi
dimensionale permette poi di monitorare come i sintomi si sviluppano
nel corso del tempo. E' ad esempio possibile diagnosticare la depressione
anche ai neonati, e questa si esprime generalmente attraverso un rifiuto del
cibo. Crescendo, però, gli stessi disturbi si possono esprimere in maniera
diversa, quindi dobbiamo tenere conto dell'effetto dello sviluppo sui vari
disturbi. Lo sviluppo del bambino può infatti portare ad una sostituzione
del sintomo. La continuità eterotipica prevede che il disturbo continui
lungo lo sviluppo con sintomi diversi. La maggior parte dei quadri
psicologici in età evolutiva presentano continuità eterotipica. Questo tipo
di diagnosi ci permette di categorizzare il disturbo che abbiamo davanti
secondo valutazioni che tengano conto dell'intensità e della pervasività del
disturbo.
Questo tipo di approccio diagnostico permette inoltre di lavorare sulla
comorbilità, quindi con pazienti che presentano più quadri clinici
contemporaneamente. Due patologie spesso compresenti sono la
depressione e il disturbo d'ansia. Nella diagnosi differenziale, è
importante distinguere pazienti depressi con sintomi d'ansia da pazienti
ansiosi con sintomi depressivi.
Facendo diagnosi dimensionali lavoriamo su un continuum, che va dal polo
della normalità a quello della psicopatologia. Un approccio psicodinamico ci
permette anche di individuare le zone di rischio di psicopatologia, e
risulta quindi molto conveniente per la prevenzione dei disturbi
psicopatologici. Basandosi solo su una diagnosi categoriale non possiamo
includere il trattamento di persone a rischio di patologie.
La diagnosi dimensionale permette inoltre di individuare e allearsi con la
parte dell'io priva di conflitto, quindi di individuare le risorse del
paziente. Anche i pazienti più gravi in assoluto hanno delle risorse, che vanno
individuate. E' necessario restituire al bambino i suoi tratti funzionali, anche
perché spesso le famiglie tendono a considerare solo i sintomi e non le risorse
dei bambini.
Abbiamo detto che occupandosi di età evolutiva è necessario conoscere le
teorie principali dello sviluppo in tutti gli ambiti. E' inoltre necessario
considerare la differenza tra l'età cronologica e l'età mentale del bambino.
L'età che deve avere la precedenza è quella mentale. L'età mentale non è
unica, in quanto il bambino si sviluppa su diverse linee evolutive. L'età
mentale si delinea in modo diverso su linee evolutive diverse. I bambini che
hanno dei grossi talenti, ad esempio, hanno bisogno di BES (bisogni evolutivi
speciali), quindi si crea una discrepanza tra le varie aree di funzionamento e di
sviluppo. La presenza di un ritardo cognitivo, ad esempio, varia la reazione a
vari comportamenti del bambino.
E' poi essenziale saper usare in modo efficiente i manuali diagnostici, di
cui il principale, nel caso dei bambini, è l'ICD 11. E' poi necessario
riconoscere il modo in cui il disturbo varia nel corso del tempo e dello
sviluppo.
Andiamo adesso a vedere le dimensioni più importanti che possono influire
sulla nostra valutazione diagnostica:
Il concetto di sé. E' essenziale capire se il bambino ha o meno una
➢ consapevolezza psicologica di sé. Dobbiamo quindi sapere quale
dovrebbe essere l'evoluzione tipica del concetto di sé, che da fisico
deve passare a psicologico, a sociale e infine ad un concetto del sé
integrato.
Si può ad esempio chiedere ad un bambino di disegnarsi o di descrivere
se stesso, per andare ad indagare sul suo concetto di sé. L'approccio che
abbiamo nei confronti del bambino deve necessariamente tenere conto
delle possibilità che ha il bambino di descrivere se stesso e di concepire
la propria persona. Inizialmente il concetto di sé è puramente fisico,
e il bambino si descrive per come si vede davanti ad uno specchio, quindi
tramite le sue caratteristiche oggettive esterne. Inizia poi ad inserire
delle caratteristiche psicologiche. Il bambino inizierà poi a descriversi
in base a come lo vedono gli altri, ed esprimendo la propria opinione
riguardo a tali descrizioni. Infine abbiamo una descrizione integrata, a
tutto tondo, che arriva in generale verso la fine della scuola primaria.
La capacità di etichettare gli affetti. E' necessario capire se il
➢ bambino ha la capacità di differenziare gli affetti e indagare inoltre
il modo in cui esprime tali affetti. Prima di valutare la capacità del
bambino di regolare l'emozione, dobbiamo capire se è in grado o
meno di differenziare e nominare tale emozione, se ne è
consapevole. L'emozione, soprattutto nei bambini, parte da un
aspetto somatico, corporeo, e solo con lo sviluppo impara che
determinate sensazioni corrispondono a determinate emozioni.
La madre svolge generalmente la funzione di nominare le emozioni
del bambino, cercando, sin da subito, di differenziare il pianto del
bambino in base alle sue necessità. Dal nominare le necessità che
sottostanno al pianto, quindi ad una risposta fisica
apparentemente indifferenziata, la madre passa ad associare pianti
diversi ad emozioni diverse. E' quindi necessario mettere in atto un
processo di labeling (etichettamento). Dopo aver valutato la
capacità del bambino di nominare le emozioni, possiamo andare a
valutare le sua capacità di regolazione emotiva.
La capacità di stare in relazione con l'altro. Il terapeuta deve
➢ entrare in relazione con il bambino, e quindi deve capire in che
modo il bambino può entrare in relazione. Nel contesto della
preparazione del setting, è necessario tenere in considerazione i
limiti e le risorse relazionali legate a diverse fasce di età. Dobbiamo
evitare di attivare il bambino su aspetti che lo portino lontano dalla
relazione con il terapeuta.
Un elemento importante è quello del gioco. Dobbiamo conoscere le
modalità di gioco tipiche del bambino, per capire se il modo in cui il
bambino gioca ci può dire qualcosa sulla sua struttura mentale. Prima dei
3 anni, ad esempio, è normale che un bambino non sappia giocare
simbolicamente, ma dopo i 3 anni la mancanza di questa capacità può
essere indice di uno sviluppo disadattivo. Dobbiamo posizionarci nella
zona di sviluppo prossimale del bambino, tenendo conto delle sue
abilità a livello evolutivo, ma anche cercando di spingerlo gentilmente
fuori dalla sua comfort zone.
Nella fascia 0-3 i bambini non possono essere visti senza i genitori. Guarda<
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