NEUROLOGIA POLO C II ANNO
Andrea Puglisi, 1000051496. Polo C.
Malattia di Parkinson
E’ la patologia neurodegenerativa più diffusa dopo la malattia di
Alzheimer.
I sintomi principali della malattia di Parkinson sono quattro e per fare diagnosi
di essa devono esserne presenti almeno due, tra cui uno deve essere
obbligatoriamente Bradicinesia o Tremore.
Sintomi:
1) Bradicinesia (Lentezza nell’inizio e nell’esecuzione dei movimenti
volontari)
2) Rigidità (aumentato tono muscolare e resistenza ai movimenti
passivi degli arti)
3) Tremore (si manifesta a riposo e non nel mentre si eseguono azioni)
4) Instabilità posturale, disturbi della deambulazione (alterazioni di
equilibrio, perdita di rfilessi di raddrizzamento)
Senza trattamento la malattia porta, entro 5-10 anni, ad uno stato di
invalidità permanente.
I fattori di rischio sono rappresentati da una combinazione di predisposizione
genetica ma anche esposizione protratta a sostanze tossiche. Possono
aumentare le probabilità di sviluppare la malattia anche la presenza di traumi
cranici avvenuti in precedenza ed una dieta povera di verdure.
La malattia di Parkinson può essere classificata a seconda della sua origine:
1) Parkinson idiopatico
2) Parkinson Arteriosclerotico
3) Parkinson indotto da farmaci
4) Parkinson Post-encefalitico
5) Parkinson Luetico
6) Parkinson Tossico
7) Parkinson dovuto a degenerazione del sistema extrapiramidale
Come si sviluppa il Morbo di Parkinson? Il morbo di Parkinson si sviluppa
grazie ad una degenerazione dei neuroni della substantia nigra, i cui assoni si
connettono al nucleo striato. I neuroni della sostanza nigra si occupano di
produrre la dopamina, che funge da messaggero chimico per il controllo della
postura, del movimento e della marcia. Parliamo dunque della via nigro-
striatale del sistema extrapiramidale. Quando parliamo di MdP, infatti, ci
riferiamo a un’ipofunzione del sistema dopaminergico nigrostriatale, in cui vi è:
1) Ridotta eccitazione D1 dipendente della via diretta con conseguente
ipofunzione talamocorticale e ridotta facilitazione dei programmi motori
(ipocinesia e rigidità)
2) Ridotta inibizione D2 dipendente della via indiretta con iperattività
subtalamica glutamatergica e ulteriore ipofunzione talamocorticale
(acinesia/bradicinesia)
Un segno distintivo della presenza della MdP in un corpo umano è la presenza
di Corpi di Lewy nella substantia nigra. I corpi di Lewy sono delle aggregazioni
proteiniche insolubili.
In sintesi quindi si verifica una demodulazione dell’armonica ed equilibrata
attivazione tra via diretta ed indiretta del circuito motorio dei gangli della base.
I disturbi che ha il paziente malato di MdP possono essere suddivisi in due
famiglie:
1) Disturbi motori
2) Disturbi non motori
Partiamo da quelli MOTORI:
- Tremore: è il sintomo più caratteristico ed ha una frequenza di 4-8
c/sec, è regolare ed oscillante. Inizialmente può coinvolgere un solo
emilato ma col progredire della malattia può anche diventare
bilaterale. Si riduce durante i movimenti intenzionali e si ripresenta
a riposo. Può essere aggravato da emozioni, sforzo fisico e
concentrazione mentale ma scompare durante il sonno.
- Rigidità Parkinsoniana: vi è un aumento della resistenza alla
mobilizzazione passiva costante ed uniforme in tutte le direzioni e
per tutto l’arco del movimento. Questo fenomeno è dovuto ad una
co-contrazione dei muscoli agonisti ed antagonisti, quindi flessori
ed estensori, tanto che dopo un movimento la parte può mantenere
la sua nuova posizione (ipertono plastico o tubo di piombo) e vi è il
rilasciamento intermittente dei muscoli allo stiramento (fenomeno
della ruota dentata)
- Bradicinesia: è il sintomo più debilitante. Induce debolezza e
rallentamento nell’effettuare anche le più semplici azioni e vi
possono essere anche fenomeni di paralisi, poiché il paziente non
riesce a mutare il suo pattern motorio. Vi è un aumento del tempo
di azione e reazione e vi è anche un’alterazione di pattern motori
associati ad azioni ripetitive e sequenziali come il cambio di
direzione quando si scrive.
- Alterazione della marcia: la marcia è lenta e difficoltosa. Il
paziente può avere dei fenomeni di “freezing”, ovvero si congela
rimanendo in una posizione precisa mentre attraversa strettoie o
altri passaggi stretti. Trascina i piedi e cammina a piccoli passi;
talvolta è presente anche la festinazione, ovvero il paziente
insegue il suo baricentro e ha una riduzione dei movimento di
accompagnamento delle braccia.
- Disturbi di equilibrio: vi è una riduzione dei riflessi di
raddrizzamento e quindi il soggetto è più propenso alle cadute
- Alterazione della postura: il malato avrà il tipico atteggiamento
camptocormico, ovvero si pone come ripiegato su sé stesso e flesso
in avanti, con le braccia mantenute vicine al tronco e piegate; le
ginocchia sono anche piegate e con l’avanzare della malattia anche
la curvatura del collo sarà compromessa, livellandosi alla schiena.
Tale fenomeno induce quindi il malato ad avere il mento
costantemente a livello pettorale.
- Alterazione della parola e alterazione della scrittura: micrografia e
perdita di prosodia e modificazioni del tono e del ritmo “si mangia
le parole”
Disturbi NON MOTORI:
- Ipotensione Ortostatica: si tratta di una riduzione brusca della
pressione quando si passa da posizione sdraiata a quella seduta o
in piedi. Questo può portare a fenomeni come sensazione di
sbandamento o una reale alterazione dell’equilibrio. Può essere
anche una complicanza del trattamento farmacologico per MdP.
- Depressione e ansia: il paziente affetto da MdP ha perdita di
interessi e sta tendenzialmente tutto il giorno senza fare niente.
Questo disturbo è legato ad una reazione negativa conseguente
alla diagnosi della malattia, ma più spesso è il risultato della
riduzione di alcune sostanze neurochimiche correlate alla dopamina
(noradrenalina e serotonina). Di solito ansia e depressione sono
lievi, ma possono richiedere un intervento farmacologico mirato
- Disturbi del sonno: i pazienti affetti da MdP si addormentano
facilmente ma si svegliano spesso durante la notte. Questo può
portare ad alterazioni del ritmo circadiano. Durante il sonno parlano
e gesticolano in rare situazioni.
- Ipersalivazione (scialorrea): correlata ad una ridotta capacità di
deglutizione, non ad un aumento della produzione di saliva. La
saliva può fermarsi in bocca perché il movimento di deglutizione è
ridotto.
- Disturbi sessuali: il desiderio sessuale può ridursi nella MdP; questo
è dovuto a complessi meccanismi psicologici ma anche legato ad
un meccanismo neurochimico diretto della malattia. Il trattamento
farmacologico migliora questa condizione e la libido.
- Respirazione
- Perdita di peso: il paziente avrà difficoltà nel deglutire, una
maggiore lentezza nel consumare il pasto. Ha di conseguenza
anche una tendenza alla stipsi
- Stipsi: nella MdP la funzionalità intestinale può essere rallentata e i
farmaci anti-parkinsoniani non fanno altro che peggiorare questo
problema. Si possono manifestare sintomi come gonfiore e
distensione addominale talvolta fastidiosi. Nausea e vomito sono
effetti collaterali dei farmaci nelle loro fasi iniziali.
- Disturbi urinari: c’è un aumento della frequenza minzionale perché
la vescica non si svuota completamente ogni volta e il paziente ha
lo stimolo di dover urinare più volte, anche quando la vescica non è
piena.
- Dolori: Ci possono essere crampi e contratture muscolari, in
particolare ai piedi e alle gambe; questi vengono definiti come
crampi distonici. Talvolta possono essere presenti anche formicolii
agli arti
- Allucinazioni, Psicosi, Demenza, Perdita di memoria e confusione:
sono tutti sintomi che il paziente affetto da MdP può sperimentare
durante la sua vita. Gli ultimi tre si verificano nel 50% dei pazienti
affetti da MdP, mentre le prime due sono riconducibili alla psicosi
da farmaci.
Gli stessi segni clinici della MdP si possono manifestare in altri 3 gruppi di
condizioni cliniche:
1) Paralisi sopranucleare progressiva (PSP)
2) Malattia da corpi di lewy diffusi (DLBD)
3) Atrofia multisistemiùca (MSA)
DIAGNOSI DELLA MALATTIA
La diagnosi della MdP è prevalentemente clinica. I criteri per effettuare tale
diagnosi sono vari e possono essere:
- Somministrazione di L-DOPA e risposta favorevole
- Registrazione del tremore permette di valutarne la frequenza e
le caratteristiche
- Test farmacologici Si utilizza apomorfina oppure levodopa. La
prima è uno stimolante del recettore dopaminergico, la seconda
fornisce informazioni sulla funzionalità del recettore dopaminergico
- Esami strumentali:
1) TAC Encefalo consente di escludere parkinsonismi secondari
da lesioni vascolari o neoplastiche o da idrocefalo
2) RMN Encefalo può dare informazioni anatomiche molto
dettagliate sulle strutture cerebrali coinvolte ed è necessaria nel
sospetto di parkinsonismo vascolare o di alcuni parkinsonismi
idiopatici atipici
- Esami funzionali:
1) PET o SPECT con vari traccianti permettono lo studio del flusso
ematico cerebrale e della distribuzione dei recettori dopaminergici
e l’attività dei nuclei.
CRITERI PER LA DIAGNOSI DI MALATTIA
Possibile Presenti almeno 2 su 4 segni cardinali di cui uno deve essere
tremore o bradicinesia. Assenza di sintomi atipici e documentata risposta alla
levodopa o a dopaminoagonisti vari
Probabile Presenza di almeno 3 su 4 segni cardinali. Assenza per almeno tre
anni di sintomi atipici e documentata risposta all’uso di levodopoa o
dopaminoagonisti
Definita: Presenza di tutti i segni cardinali e conferma autoptica
STADIAZIONE DELLA MALATTIA
Si possono utilizzare due scale per stadiare il livello di malattia:
Scala UPDRS: si vanno a valutare quattro parti consequenziali, ovvero:
- Capacità cognitive, comportamento ed umore
- Attività della vita quotidiana
- Attività motoria
- Complicanze motorie della terapia
Scala di HOEHN e YAHR:
- Stadio 1 = Malattia unilaterale
- Stadio 1,5 = Malattia unilaterale più coinvolgimento assiale
- Stadio 2 = Malattia bilaterale senza disturbo di equilibrio
- Stadio 2,5 = Malattia bilaterale con recupero dell’equilibrio alle
manovre di spinta
- Stadio 3 = Malattia bilaterale da lieve a moderata, qualche
instabilità di equilibrio ma è indipendente
- Stadio 4 = Disabilità marcata; in grado di mantenere la stazione
eretta e deambulare correttamente e autonomamente
- Stadio 5 = Costretto in sedia a rotelle o a letto se non è aiutato
CENNI DI FARMACOLOGIA E TERAPIA NEUROCHIRURGICA
Levodopa Passa la membrana ematoencefalica e viene trasformata in
dopamina. Il farmaco è più efficace nel MdP idiopatico e meno nei
parkinsonismi
Dopamino-agonisti Stimolano direttamente i recettori della dopamina dei
gangli basali. Meno efficaci di L-DOPA ma anche meno effetti indesiderati. Bene
in associazione con L-DOPA.
Amantadina è un agente antivirale e ha più efficacia di L-DOPA. Ha come
effetti collaterali incubi notturni, confusione mentale, allucinazioni visive,
edema alle caviglie.
Inibitori delle MAO-B diminuisce degradazione dopa e ne aumenta
l’efficacia. Ha meno fluttuazioni motorie se associati ad L-DOPA. Effetti
indesiderati confusione mentale, stipsi, disturbi urinari.
La terapia farmacologica di un paziente affetto da MdP è basato
sull’introduzione precoce di dopaminoagonisti e più tardi introduzione di L-
DOPA per ridurre al minimo l’insorgenza di distonie e discinesie provocate da L-
DOPA. Dopo 5-10 anni dall’inizio del trattamento con L-DOPA, vi è la riduzione
progressiva di terminazioni nigro-striatali, dando luogo a fluttuazioni
plasmatiche e striatali di dopamina, con ulteriore rimaneggiamento dei
recettori dopaminergici, che sono alla base delle risposte erratiche alla terapia
e ipercinesie.
Se la terapia farmacologica non funziona, si vira sulla chirurgia. Precisamente
neurochirurgia come:
- Talamotomia: in caso di tremore monolaterale, inefficacia del
trattamento farmacologico ed intolleranza del trattamento
farmacologico da parte del paziente
- Pallidotomia: in caso di inefficacia del trattamento farmacologico
e presenza di discinesie, di distonie, di ipertono e di bradicinesia
più che tremore
- Impianto di stimolare cerebrale profondo (DBS): in caso di disturbi
del movimento come ipertono, discinesie, bradicinesia, acinesia e
tremore.
Le Demenze
La demenza è una sindrome cerebrale degenerativa progressiva che colpisce la
memoria, il pensiero il comportamento e le emozioni. Si manifesta con
un’incompetenza a far fronte alle esigenze comuni e mutevoli della vita
quotidiana e provoca una diminuzione della capacità di mantenimento della
vita di relazione.
Quando la perdita delle funzioni cognitive coinvolge la memoria e le altre
funzioni come parlare, muoversi, pensare e ragionare, questa è così severa da
interferire in modo significativo con le attività lavorative, sociali e relazionali,
determinando quindi un’alterazione della qualità di vita. Il fenomeno che
racchiude tutte queste condizioni è chiamato DEMENZA.
Le demenze rappresentano la quarta causa di morte negli
ultrasessantacinquenni dei paesi occidentali; la prevalenza della malattia
aumenta con l’età ed è maggiore nel sesso femminile, soprattutto per la
malattia di Alzheimer.
La demenza interessa circa il 50% della popolazione al di sopra degli 85 anni e
la condizione è molto rara prima dei 65 anni, diviene progressivamente più
frequente dopo tale età.
La demenza di Alzheimer, per esempio, ha il 50-60% di possibilità di essere
presente quando vi è la presenza di una demenza diagnosticata. Al secondo
posto vi è la vascolare col 10-20%.
CAUSE DELLA DEMENZA:
- Forme primarie o degenerativa: Demenza di Alzheimer,
Malattia di Pick, Malattia di Parkinson, Malattia di Levy, Corea di
Huntington.
- Forme secondarie: demenze vascolari, malattie infettive e/o
infiammatorie come ascessi cerebrali, meningite batterica e
fungina, encefalite o HIV.
- Forme terziarie: intossicazioni da metalli pesanti, monossido di
carbonio, farmaci.
- Forme quarte: tumori endocranici
- Forme quinte: Disordini metabolici e disendocrini come uremia e
dialisi, epatopatie, ipoglicemia cronica, morbo di Wilson (accumulo
di rame)
- Forme seste: carenze alimentari e vitaminiche come sindrome di
Wernicke (carenza di tiamina), pellagra (carenza di vitamina B,
soprattutto PP), deficit di vitamina B12 e folati
- Forme settime: Traumi cranici aperti o chiusi, traumatismi cranici
dei pugili, ematoma subdurale cronico
Dal punto di vista clinico, si è soliti suddividere le demenze in:
- Sottocorticali
- Corticali
Le forme sottocorticali sono caratterizzate da:
- Compromissione della memoria e altre funzioni cognitive
- Disturbi del comportamento
- Labilità emotiva
- Bradipsichismo (rallentamento dei processi mentali e lentezza
nell’iniziare ed eseguire movimenti
- Precoce comparsa di segni e sintomi neurologici
Le forme corticali sono caratterizzate da:
- Compromissione della memoria e di altre funzioni cognitive
graduale
- Tardiva comparsa di disturbi comportamentali e segni neurologici
MALATTIA DI ALZHEIMER
Processo degenerativo cerebrale che provoca un declino progressivo e globale
delle funzioni intellettive associato ad un deterioramento della personalità e
della vita di relazione. Progressivamente viene persa l’autonomia
nell’esecuzione degli atti quotidiani e si diventa completamente dipendenti
dagli altri. Questa malattia colpisce ciascuno in modo differente, infatti il suo
impatto dipende dalle caratteristiche individuali preesistenti. La causa è
sconosciuta e non esiste un trattamento curativo, ma si stanno conducendo
ricerche per preparare dei farmaci in grado di ridurne i sintomi.
La durata media è di 8-10 anni ma ci possono essere delle variazioni importanti
nel tempo, con conseguenti modificazioni delle prestazioni cognitive e del
quadro funzionale e comportamentale, con la comparsa di problemi neurologici
o somatici.
Prima fase (demenza lieve) La memoria comincia a svanire soprattutto
per eventi recenti. Con l’avanzare della malattia anche la memoria remota
viene invariabilmente persa ed il paziente è incapace persino di riconoscere i
propri familiari. Il paziente diventa ripetitivo, tende a perdersi in ambienti e
dimenticare gli impegni, oltre che essere disorientato nel tempo. Il pensiero è
impoverito ed ha una ridotta capacità di ragionamento logico e di
concettualizzazione, oltre che una diminuzione della capacità di giudizio,
incapacità di affrontare e risolvere problemi anche semplici relativi ai rapporti
interpersonali o familiari. Il paziente può soffrire dunque di Apatia, ovvero
perde interesse per gli altri chiudendosi in sé stesso. Vengono esagerati i
caratteri premorbosi della personalità come atteggiamenti ossessivi o
compulsivi come aggressività o paranoia e in altri casi vi è un mutamento della
personalità, le persone diventano intrattabili ed a volte anche violente. In
questa fase si possono verificare anche casi di afasia, ovvero difficoltà a
ricordare nomi e dire parole anche semplici, aprassia ovvero difficoltà
nell’usare strumenti o nell’indossare l’abbigliamento. In questa fase il paziente
è gestito dalla famiglia e sono i familiari che si accorgono di un atteggiamento
“strano”
Seconda fase (demenza moderata) vi è un grave deterioramento
intellettivo che non è più attribuibile ad un normale invecchiamento. La
persona diventa incapace di apprendere nuove informazioni, spesso si perde,
anche in ambienti familiari. La memoria remota è compromessa, anche se non
è totalmente persa e si aggravano i disturbi della memoria per eventi recenti o
nomi delle persone, che vengono dimenticati o confusi. Il paziente è a rischio
cadute e può richiedere una certa tipologia di assistenza a seconda del suo
stato poiché ha una disfunzione spazio-temporale evidente. Non è quindi più in
grado di badare a sé stessa e si aggravano i disturbi del linguaggio. Anche i
disturbi comportamentali si aggravano determinando aggressività, agitazione,
nervosismo, scatti d’ira, ansia ed apatia. Può insorgere il fenomeno di
wondering, ovvero vagabondaggio, che consiste nel fatto che la persona si
perda o si disorienti nel quartiere o a casa. Possono comparire altresì disturbi
del sonno ed allucinazioni e deliri.
Terza fase (demenza grave) Il paziente è totalmente dipendente e
inattivo. La memoria a breve e lungo termine sono totalmente perse e
compaiono incontinenza fecale ed urinaria. Vi sono grosse difficoltà nel
riconoscere parenti ed amici e ad interpretare gli eventi. Ha l’incapacità di
riconoscere i percorsi interni della propria casa e quindi ha difficoltà a
camminare o spostarsi. Ha difficoltà ad alimentarsi, ha problemi di nutrizione e
quindi ha un elevato rischio di malnutrizione, disidratazione e di malattie
infettive, oltre che di fratture e piaghe da decubito. Nelle fasi terminali ha
frequenti complicanze infettive, soprattutto broncopolmonari, che costituiscono
la causa più frequente di morte.
Dal punto di vista anatomopatologico, si caratterizza come un processo di
progressiva atrofia degenerativa. Le lesioni caratteristiche sono denominate
placche senili e degenerazione neurofibrillare. Le placche senili hanno sede
extracellulare e coinvolgono processi neuronali; sono costituite da un nucleo di
Beta-amiloide circondato da detriti cellulari e processi neuronali degenerati e
da reazione microgliale. Si riscontra spesso al centro di tali formazioni alluminio
precipitato, ma non è chiara la sua provenienza. Le placche sono localizzate
prevalentemente nelle zone ricche di terminazioni colinergiche dell’ippocampo
e della corteccia, nonché nell’amigdala.
La degenerazione neurofibrillare consiste nella comparsa nel citoplasma dei
neuroni di filamenti a doppia elica di proteina TAU (un costituente dei
microtubuli) in uno stato di abnorme fosforilazione. Viene ipotizzato che
l’esposizione ai precursori della Beta-amiloide della proteina TAU determini
l’abnorme fosforilazione di quest’ultima, che quindi va a formare questi
filamenti elicoidali caratteristici. Questo tipo di degenerazione si riscontra
nell’ippocampo, nelle aree frontali, temporali e parietali della corteccia e nei
nuclei colinergici telencefalici.
IPOTESI PATOGENETICHE
E’ stato ipotizzato che nel 10% di casi la malattia sia dovuta ad una
trasmissione genetica di tipo autosomico dominante, con penetrazione
completa intorno ai 90 anni di età. Sono stati identificati a tal proposito geni
che potrebbero essere legati, come:
- Per forme ad esordio precoce sembrano essere in causa geni
localizzati sul cromosoma 21, responsabili della sintesi di amiloide
- Per quelle ad esordio tardivo geni situati sul cromosoma 19
coinvolto nella sintesi dell’apolipoproteina-E4 (riscontrata in alte
concentrazioni nelle caratteristiche lesioni, che potrebbero portare
la Beta-amiloide a farla precipitare)
- Per le forme sporadiche un fattore di rischio sono i traumi cranici
- Altri fattori noti di rischio sono ipotiroidismo e depressione
- Pare inoltre che il livello di scolarità influenzi la possibilità di
insorgenza della malattia a causa di una “maggiore riserva
cerebrale”
DEMENZA FRONTO-TEMPORALE
La DFT insorge generalmente prima dei 65 anni. Ha una frequente familiarità
ed una rapida progressione (8 anni di sopravvivenza media). Si distinguono due
varianti di DFT, la demenza temporale e quella frontale.
- Temporale denominata in passato Malattia di Pick,
consiste in una progressiva e relativamente isolata compromissione
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