Il gruppo
Il gruppo è uno strumento di servizio sociale sia come metodologia di lavoro fra professionisti ed è una modalità con cui si può attivare un processo di aiuto e intervento su persone, gruppi e comunità.
Alcuni aspetti salienti
- Il gruppo è un’esperienza che ci accompagna durante tutta la vita, da quando nasciamo: nasciamo in un gruppo che è la famiglia ma anche in ospedale, composto da professionisti che ci accolgono.
- È uno strumento di soddisfazione dei bisogni perché ciascuno di noi nei gruppi ai quali apparteniamo esprime dei bisogni e soddisfa dei bisogni.
- Permette di sperimentare se stessi e di costruire la propria identità perché costruiamo la nostra identità anche attraverso le risposte che ci dà il contesto di appartenenza e anche il contesto a cui non apparteniamo.
- Costruisce strategie comunicative.
- Favorisce l’apprendimento attraverso la partecipazione e il senso di appartenenza.
- Permette di trovare un modo di stare con gli altri sviluppando le proprie strategie e a dare voce ad alcuni bisogni. Il gruppo è importante per la costruzione del sé. Stare nel gruppo può essere anche frustrante però questo ci permette di realizzare delle strategie.
Il concetto di gruppo
Il concetto di gruppo: è un costrutto derivato da una interdisciplinarità tra sociologia, pedagogia, antropologia e psicologia perché ogni disciplina approfondisce determinati aspetti dello stare in relazione e stare dentro determinati contesti.
Definizione: un insieme di persone non è un gruppo, per potersi definire tale deve avere alcuni precisi presupposti che riguardano il compito, le finalità e le dinamiche che si sviluppano all’interno. Quindi il gruppo è un insieme di individui che condividono uno scopo comune in cui ci deve essere interdipendenza tra i membri di quel gruppo. Quindi possono rientrare gruppi di operatori monoprofessionale o multiprofessionale ma anche un gruppo di persone che si assiste, gruppo familiare, gruppo di disoccupati.
Il gruppo è qualcosa di più e di diverso dalla somma dei suoi membri – definizione data da Lewin, primo psicologo sociale che ha studiato le dinamiche di gruppo che ancora oggi sono state confermate le sue ricerche. Per Lewin il gruppo è una struttura propria, ha fini specifici e relazioni particolari con gli altri gruppi, è una totalità dinamica e quindi non è qualcosa di fisso e inoltre le caratteristiche della sua struttura sono diverse da quelle delle sue sotto parti perché un conto è l’individuo da solo e un’altra cosa è un gruppo di individui.
Quindi il gruppo evidenzia dei bisogni che vanno oltre i bisogni dei singoli e da questi bisogni di gruppo possono nascere delle tensioni a seconda delle diverse finalità del gruppo. Quindi le finalità di quel gruppo che deve essere raggiunta può portare alla nascita di risorse ma anche di tensioni nel gruppo. Inoltre il gruppo è composto da persone che hanno una stretta interdipendenza e questi rapporti reciproci portano a fare avere all’interno del gruppo delle caratteristiche strutturali.
Ed è l’interrelazione tra le persone che vanno a formare il gruppo che lo qualifica. E qualunque unione di individui anche casuale, può diventare un gruppo se le circostanze ambientali vanno a fare individuare ai soggetti uno scopo che diventa comune. Lewin parla di interdipendenza del destino e la psicologia sociale dice che questa affermazione è vera attraverso un esperimento che è la sindrome di Stoccolma che si scatena quando c’è una situazione di conflitto fra le persone ma fa sì che le persone percepiscano lo stesso destino, esempi sui rapimenti: un gruppo di persone che viene rapito e che inizia a condividere le stesse paure che hanno i rapitori e quindi alla fine poi loro solidarizzano con i rapitori e quindi questo fa sì che quello diventi un gruppo.
Mentre Lewin dice che l’interdipendenza più forte nel gruppo è quella del compito in cui lo scopo del gruppo ha una ripercussione circolare su tutti gli appartenenti al gruppo e sui risultati e che lega le relazioni fra le parti e diventa qualificante per tutto il gruppo. Questa, a seconda del tipo di collaborazione che nasce nel gruppo, può essere positiva quando c’è una collaborazione e un successo di tutto il gruppo ma può essere anche negativa quando c’è una competizione e c’è la riuscita solo di un membro e questo svantaggia gli altri che compongono il gruppo.
Entrambi i tipi di interdipendenza creano delle dinamiche che incidono sulla produttività del gruppo e sul clima interno nel gruppo. E se le cose funzionano in modo positivo si avvantaggiano anche i rapporti relazionali, perché nel gruppo sono molto importanti le relazioni e l’interazione diretta, quindi lavorando assieme e seguendo un obiettivo comune si fa un lavoro comune; infatti Bales dice che la caratteristica di base di un gruppo è l’interazione diretta, le relazioni faccia a faccia e il perseguire un obiettivo comune.
Gli aspetti che qualificano il gruppo sono le interazioni che si instaurano, le relazioni e la rete che ci può ricordare il concetto di rete del servizio sociale perché qui ciascun membro del gruppo è legato agli altri.
Leadership
Leadership: la dinamica del gruppo è influenzata dallo stile di leadership. È importante la figura del conduttore che è colui che conduce il gruppo, che è importante per la riuscita o meno del gruppo, e di solito il conduttore coincide con il leader ma non è sempre così, perché nel lavoro ci potrebbe essere un conduttore perché l’organizzazione dice che quella persona è il capoufficio e deve svolgere specifiche mansioni e poi ci potrebbe essere un leader naturale e questo può creare altre dinamiche.
Per esempio, se il conduttore accetta questa collaborazione, questa relazione può essere proficua ai risultati che si ottengono, ma potrebbe anche generare un conflitto. E il leader è la persona che definisce le modalità di funzionamento del sistema e dei suoi componenti e inoltre lo stile di leadership adottato può influenzare l’atmosfera del gruppo.
Stili di leadership
Stili di leadership: secondo gli studi di Lewin e Taiffel ci sono tre stili:
- Stile democratico.
- Stile autoritario.
- Stile laissez-faire in cui si lascia fare, quindi un gruppo dove non c’è una realtà ben organizzata e si lascia fare all’iniziativa dei singoli.
Le ricerche di psicologia sociale dicono che a seconda dello stile di conduzione del gruppo producono degli effetti diversi sia sul comportamento individuale e collettivo dei suoi membri, condizionando anche il vissuto del singolo, il senso di appartenenza e identità sociale, ma anche la partecipazione e il grado di cooperazione e solidarietà tra i membri.
Secondo Lewin il tipo di conduzione che dava maggiori effetti produttivi positivi era lo stile democratico; difatti lui studiava delle ricerche condotte all’interno di gruppi scolastici, quindi guardando i dati dell’apprendimento e stili educativi di gruppi di studenti, quello che emergeva era che in situazioni in cui gli studenti venivano condotti con uno stile e un leader democratico c’erano risultati migliori e c’era anche un senso di cooperazione e di solidarietà e aiuto fra membri.
Invece nello stile autoritario c’erano più comportamenti individuali e senso di ostilità, in cui emergeva solo il singolo ma il risultato del gruppo peggiorava. Inoltre gli studi di Lewin ci dicono che il vissuto di chi apparteneva ad un gruppo democratico avevano ricevuto grandi soddisfazioni e aveva rinforzato il loro senso di appartenenza e di riconoscimento nel gruppo e del sentimento del “noi” e aveva anche migliorato la percezione di sé.
Quindi le dinamiche della democrazia stimolano la partecipazione attiva e responsabile dell’individuo, quindi più l’individuo è messo in condizioni di partecipare attivamente e non di essere un attore passivo, più la solidarietà e la produttività è maggiore e il senso di appartenenza. Se si ha uno stile di conduzione autoritario si rischia di passivizzare i membri del gruppo ed è difficile che una volta lasciati da soli portino avanti degli obiettivi.
Mentre per Tajfel è importante il sentirsi parte e l’appartenenza al gruppo è importante per capire come funziona il gruppo, ed è collegata all’identità sociale e individuale.
Come condurre e coordinare il gruppo
Come condurre e coordinare il gruppo:
- Mantenere il livello di impegno dei singoli e del gruppo.
- Orientare gli sforzi del gruppo verso la sopravvivenza e gli obiettivi.
- Gestire i compiti e relazioni del gruppo.
- Facilitare e mantenere l’appartenenza.
- Orientare la comunicazione.
- Gestire i conflitti.
Quindi secondo lui anche se nasce un gruppo spontaneo che non si definisce come gruppo, in quel momento e in quel contesto specifico si può identificare come gruppo anche solo sentire un senso di appartenenza verso quella aggregazione.
Appartenenza al gruppo
Appartenenza al gruppo: è cognitiva perché si è consapevoli di essere membri o fare parte di un gruppo. Valutativa: ogni membro quando fa parte di un gruppo dà una connotazione al fare parte di un gruppo, positiva o negativa. Emozionale: il sentirsi parte è un senso di appartenenza anche emozionale, cioè il sentirsi parte di un gruppo sia affiancato anche da un senso di orgoglio, stima, piacere ma anche di disprezzo, vergogna.
E queste caratteristiche dell’appartenenza possono essere applicate sia nelle relazioni con un numero ridotto di membri ma anche con gruppi più grandi e quindi non è necessario che il gruppo sia ristretto per far sì che tra i membri ci sia una forte affiliazione, perché questo può avvenire anche in macrocontesti aggregativi, concerti, manifestazioni politiche.
Il gruppo in sintesi
Il gruppo in sintesi: permette il confronto, cresce la consapevolezza del sé e della propria identità, permette esperienze di condivisione e di solidarietà con l’altro e permette di elaborare delle strategie anche quelle per superare i conflitti e permette di apprendere.
Il gruppo suscita: paure, blocchi, entusiasmo, flessibilità o rigidità e nel gruppo si possono avere sentimenti negativi o positivi.
Essere un gruppo significa condividere un obiettivo chiaro e dimostrato a tutti i membri ed è interdipendente, cioè è consapevole che il successo individuale dipende da quello collettivo. Inoltre il lavorare nel gruppo può essere anche una situazione obbligata perché viene richiesta nell’ambito lavorativo.
Inoltre nel gruppo si interagisce, infatti una cosa importante del gruppo è l’interazione in cui le persone sono presenti assieme e sono consapevoli di esserlo.
E la comunicazione, interazione orienta le relazioni interpersonali, alimenta la collaborazione e il conflitto, e decide dell’accordo o del disaccordo.
In determinate aree problematiche gli operatori possono costruire dei gruppi che condividano le stesse esperienze e che così possano sostenersi a vicenda.
Infatti l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito il gruppo come una delle modalità per poter fare riabilitazione e aiutare le persone a superare delle problematiche, gruppi per malati oncologici, per elaborare il lutto, per le dipendenze. E inoltre per saper gestire bene un gruppo è necessario saper gestire bene un colloquio e per saper gestire un colloquio bisogna saper gestire la comunicazione e per saper gestire questa bisogna conoscere le dinamiche della comunicazione fra le persone.
È necessario che il gruppo risponda alle necessità delle persone che chiedono aiuto agli operatori ma gli operatori devono instaurare una buona comunicazione all’interno del gruppo. Ma la comunicazione non è solo espressa attraverso le parole, verbale, ma anche attraverso comunicazioni non verbali.
Inoltre la comunicazione verbale e non verbale sono complementari, perché quando il messaggio verbale viene accompagnato da un comportamento non verbale che va contro, dubitiamo di quello che viene detto verbalmente.
Interazione, comunicazione e metacomunicazione
Interazione, comunicazione, metacomunicazione: ci sono stati degli studi al quale hanno partecipato vari attori tra cui anche Waztlawick ha realizzato gli assiomi della comunicazione e definisce la comunicazione come un processo che non si esprime solo attraverso quello che viene pronunciato con le parole, ma è un processo più complesso, immediato per il quale siamo programmati a rispondere e che è fatto di metacomunicazione quindi di una comunicazione sopra la comunicazione, e questi assiomi sono:
- Il fatto che sia impossibile non comunicare.
- Esistono sempre due livelli di comunicazione, ovvero una di contenuto e una di relazione.
- Le punteggiature che ciascuno usa per descrivere un evento e per definire le sequenze degli eventi sono elementi che condizionano la relazione.
- La comunicazione avviene sempre attraverso canali verbali e non verbali.
- Le interazioni possono essere complementari o asimmetriche.
È impossibile non comunicare
Secondo alcuni studi etologici e di Lorenz la comunicazione coincide con il comportamento, perché questi studi di etologia hanno dimostrato che il comportamento nelle specie ha sempre la funzione di comunicare qualcosa. Per esempio gli animali fanno capire e cercano di comunicare qualcosa attraverso i comportamenti fisici.
Tutti gli esseri viventi comunicano e l’uomo ha anche lo strumento della parola, ma prima di essere dotati di parola siamo animali. Quindi visto che non può esistere un non comportamento e quindi non si può non comportarsi e che il comportamento coincide con la comunicazione, è impossibile non comunicare.
Infatti chi sta in silenzio o guarda altrove non può essere considerata come una persona che non sta comunicando perché usando quel comportamento sta dicendo molto senza però usare le parole. Quindi una persona può essere passiva e stare in silenzio può significare che sta comunicando che non vuole parlare con un’altra persona ma sta comunque mandando un messaggio, oppure che è arrabbiato con quella persona.
La comunicazione può essere involontaria, non intenzionale, non consapevole e anche inefficace. Quindi la domanda da farsi non è se la persona stia o meno comunicando, ma cosa sta comunicando attraverso il suo comportamento, essere assente, indifferente o silenziosa.
Due livelli di comunicazione
Esistono due livelli di comunicazione: comunicazione di contenuto o di relazione. All’interno di ogni comunicazione ci sono due livelli: il primo è quello del contenuto cioè in cui si dice che cosa si sta comunicando fermandosi al dato, all’informazione e alla parola, “sei stupido!”. Qui si rischia di stabilire un rapporto gerarchico di subordinazione. Per esempio gli operatori che pensano di avere un potere sulla persona.
Mentre il secondo è quello della relazione indica il tipo di relazione che si instaura o che si vuole instaurare con la persona a cui ci si rivolge. Questo è il contesto che dà senso al contenuto, per esempio “quanto sei stupido?!” in tono scherzoso, quindi riguarda come bisogna interpretare quella informazione, quindi cosa si dice e come lo si dice.
Anche con una stessa frase “passami le chiavi” è diverso se lo chiedo gentilmente o se lo ordino, e quindi si creano diverse relazioni tra chi comunica, metacomunicazione. Quindi più il contenuto è ambiguo e non chiaro più condiziona la percezione e la comprensione del messaggio. Quindi qui è importante che cosa diciamo e anche come lo diciamo.
La punteggiatura delle sequenze degli eventi
La punteggiatura delle sequenze degli eventi che definisce la relazione significa come si punteggia la descrizione di una situazione, come viene rappresentata una situazione. Perché quando si deve descrivere una situazione e si vuole farla capire anche ad altri, ogni persona la descrive a seconda delle proprie percezioni individuali, esprime il proprio punto di vista e interpreta i messaggi e le situazioni sulla base della sua percezione ma spesso ci dimentichiamo che è solo la nostra visione.
E quindi si tende a descrivere quell’evento con una punteggiatura oggettiva e non più soggettiva, che può cambiare in base alle persone. E quindi si inizia a considerare solo alcuni elementi e non altri. Quindi a seconda della punteggiatura cambia il significato che si dà alla comunicazione e alla relazione e in questo caso ognuno tende a credere che l’unica versione possibile sia la propria non riuscendo a vedere anche il punto di vista dell’altro.
Però poi ognuno si dimentica che quello è il proprio schema di lettura e attribuisce esclusivamente all’altro la responsabilità di quella comunicazione che invece è stata instaurata da entrambi. E secondo Watzlawick la realtà è composta dalle punteggiature che creano un circolo vizioso infinito in cui gli scambi e le reazioni continuano a influenzarsi reciprocamente e la comunicazione peggiora.
Canali verbali e non verbali
La comunicazione avviene attraverso canali verbali e non verbali: la comunicazione verbale usa parole diverse e che hanno un significato specifico. Mentre la non verbale esprime significati che vengono interpretati per somiglianze o analogie. Il primo canale usa modalità digitali e il secondo usa criteri analogici.
- La comunicazione analogica si parla di analogia, perché si basa sulle somiglianze tra la comunicazione in essere e l’oggetto della comunicazione. Qui rientra la comunicazione non verbale e l’uso di immagini e il linguaggio simbolico. E questa comunicazione veicola aspetti della relazione che sono qualcosa di più delle parole e permette di avere una perfetta correlazione tra il significato che si voleva esprimere e il messaggio effettivamente ricevuto, e infatti dove non c’è arriva un messaggio distorto. Qui si comprende la postura, i gesti, l’espressione del volto, il tono della voce e il comportamento.
- Mentre la comunicazione digitale riguarda invece l’uso delle parole, cioè segni che vengono scelti dalle diverse lingue di cui ognuno di noi fa parte per design
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