STORIA DELLE RELAZIONI E DELLE ISTITUZIONI INTERNAZIONALI
Il congresso di Vienna, 1814-1815.
Il congresso di Vienna inizia sull’onda di eventi che cambiano la storia, cioè la rivoluzione francese e le
guerre napoleoniche con l’impero. Questi avvenimenti hanno cambiato la storia perché ci sono un prima e
un dopo importanti. Il primo impero francese, le campagne napoleoniche ridisegnano la mappa dell’Europa
in modo profondo: non è più solo un territorio che passa da una sovranità all’altra, ma Napoleone è un
colpo di spugna dato alla vecchia carta d’Europa. Da questo nasce un’Europa che non è ancora quella
moderna ma che è molto più semplice dell’Europa dell’ancient regime. Sotto Napoleone nascono delle
grandi entità statali e la storia delle relazioni internazionali almeno fino alla fine della 2 guerra mondiale è
la storia dei rapporti fra grandi entità statali. C’è una frattura geopolitica.
L’esperienza napoleonica cambia i meccanismi di funzionamento dello stato: sotto Napoleone nasce lo
stato burocratico nel senso moderno del termine. Portando all’estremo un’esperienza già iniziata dalla
rivoluzione francese e in Francia anche prima, crea una macchina statale burocratica molto simile a quella
che conosciamo oggi: c’è un’autorità centrale che attraverso una rete di rappresentati a diversi livelli
distribuisce il suo controllo verso i livelli bassi dell’amministrazione, verso il territorio. Con Napoleone
questo modello, chiamato prefettizio in Francia, tocca la sua modernità.
Sotto l’esperienza napoleonica c’è un’enorme semplificazione amministrativa. Napoleone è un grande
innovatore nel campo militare ma anche giuridico: il codice civile, penale, di commercio, che vengono
adottati sono il modello che viene ripreso da tutti i codici elaborati nel corso del secolo: quando l’impero
ottomano negli anni 50 dell’800 decide di adottare un sistema legale di impronta occidentale sceglie quello
napoleonico; quando l’Italia nel 1861 decide di dotarsi di un sistema giuridico che sostituisca quello degli
stati preunitari usa come modello quello napoleonico; quando il Giappone esce dall’isolamento nella
seconda metà dell’800 e decide di modernizzarsi, il codice commerciale è calcato sul modello del codice
napoleonico. Anche da questo punto di vista l’esperienza napoleonica marca un punto di svolta.
Inoltre, l’esperienza delle guerre napoleoniche trasforma la rivoluzione francese da un evento locale a uno
globale: le idee della rivoluzione arrivano in tutta Europa sull’onda delle conquiste napoleoniche. Queste
idee di fondo sono riconducibili a due concetti che ispirano tutta la politica internazionale dell’800: il
costituzionalismo e l’idea nazionale, di nazione. Questi concetti sono i pilastri che cambiano l’Europa e poi il
mondo e diventano operativi fuori dalla Francia proprio a seguito dell’esperienza napoleonica.
Quindi con Napoleone cambia tutto. Questo rende importante il congresso di Vienna.
Il congresso è il momento in cui, alla fine delle guerre Napoleoniche (dopo la prima sconfitta nel 1814, con
l’esilio sull’Elba), le potenze vincitrici della coalizione antinapoleonica si incontrano per decidere cosa fare
di questa esperienza.
Spesso si fa riferimento al congresso come a un processo di restaurazione ma non è del tutto corretto. Gli
statisti europei erano consapevoli della portata di quello che era successo, di quanto profondi fossero stati i
cambiamenti e di come fosse impossibile illudersi di tornare indietro come se non fosse successo nulla.
L’ambizione è piuttosto quella di incorporare nel sistema politico europeo quanto di utile poteva esserci
stato nell’esperienza napoleonica, rigettando quanto non era considerato utile.
Chi sono coloro che si incontrano a Vienna? Ci sono andati in tanti, tutti i sovrani che pensavano di essere
stati lesi da Napoleone nei loro diritti. Sono qualche centinaio di soggetti statuali, politici. L’Europa
dell’ancient regime è infatti un’Europa di frammentazione: c’erano i grandi stati (UK, Francia, Spagna,
impero asburgico, Russia) ma c’erano anche realtà molto piccole che avevano gli statuti giuridici di uno
stato. Tutte queste persone si trovano a Vienna per cercare di ottenere qualcosa.
In realtà coloro che decidono davvero sono molti meno, fondamentalmente quattro:
- L’impero asburgico
- La Prussia
- La Russia
- La Gran Bretagna
Sono il pilastro delle ultime due alleanze antinapoleoniche (quella che lo sconfigge nel 1814 e quella che lo
fa nel 1815). Queste potenze sono i pilastri dell’assetto europeo dopo la caduta di Napoleone, tanto che la
politica di tutto il periodo successivo ruota attorno a questi paesi.
Si potrebbe aggiungere anche la Francia: partecipa a Vienna in modo particolare.
Cosa vogliono questi quattro grandi di Vienna? Riprendere quello che c’era di buono nell’esperienza
napoleonica e gettare via il resto. È una cosa complessa perché ognuno di questi paesi ha propri interessi e
ha un proprio modo di leggere l’esperienza napoleonica. La politica internazionale si basa su un principio
giuridico che è quello della sovrana uguaglianza fra gli stati: tutti sono uguali in termini di diritti e doveri. È
vero a livello astratto ma non pratico: ci sono gerarchie di potenza. Gli interessi poi non sono
necessariamente uguali: il compito della diplomazia dovrebbe essere quello di garantire la maggiore
convergenza possibile fra interessi contrastanti, fare in modo che tutti siano soddisfatti. Questa regola vale
anche per il congresso. Le 4 potenze sono accomunate dal fatto di aver combattuto contro Napoleone ma
l’hanno fatto per motivi diversi e vedono il futuro dell’Europa in modo diverso. A Vienna si comportano
quindi in modo diverso.
- L’impero asburgico.
È uno dei grandi regni del passato. È forse lo stato con la storia più lunga: gli Asburgo sono sulla
scena internazionale da quasi 4 secoli. L’impero era erede del sacro romano impero, che era
diventato nel corso dei secoli una realtà simbolica ma che aveva continuato a esistere come
soggetto internazionale fino al 1808.
È uno stato con una tradizione estremamente lunga e importante in un momento storico in cui la
tradizione è ancora qualcosa che conta. L’impero era quindi stato una delle potenze che si era
giocata l’egemonia sull’Europa e l’aveva fatto contro l’altro grande stato centralizzato dell’Europa,
cioè la Francia. Guardando la storia d’Europa nel lungo periodo si vede che il potere in Europa
oscilla costantemente fra la Francia e l’impero (potere politico che sta nello spazio tedesco).
Basta pensare alla guerra dei 30 anni (1618-1648), con cui inizia la prevalenza Francese fino a Luigi
XIV. Continua con Luigi XV, contrastato però dagli Asburgo, sotto Maria Teresa d’Austria. Iniziano i
dispotismi illuminati. Con la rivoluzione e le guerre napoleoniche si ha un nuovo ciclo di ascesa della
Francia, che viene poi sconfitta, ripassando lo scettro all’Austria.
L’impero degli Asburgo rappresenta questo: una grande potenza europea, tradizionale,
conservatrice ideologicamente, fortemente antifrancese, con un grosso prestigio che deriva non
solo dalla durata storica ma anche dal fatto di essere stata la prima potenza a opporsi alla Francia
rivoluzionaria, quella che guida le potenze conservatrici nel 1792 quando inizia il ciclo delle guerre
rivoluzionare e poi napoleoniche. C’è anche quindi una valenza simbolica.
L’impero ha quindi questi punti di forza. Secondo gli standard dell’epoca è una grande potenza.
L’impero è anche molto vasto geograficamente (Austria, Ungheria, Italia, Serbia imperatore con
titolo di sacro romano imperatore che indica che sta sopra tutti i principi tedeschi), in un’epoca in
cui la grandezza di uno stato è strettamente connessa alla sua potenza. C’è stata la rivoluzione
industriale, ma l’economia è ancora a base agricola: più uno stato è grosso più può produrre e
quindi è ricco; può reclutare più uomini e quindi ha un esercito più grande e forte.
È anche uno stato moderno e avanzato a livello amministrativo: prima di Napoleone (con tutte le
sue riforme) la principale amministrazione europea è quella asburgica (inventano il catasto, sono i
primi a sapere con certezza a chi appartiene la proprietà privata, cosa fondamentale in una società
agricola: vuol dire controllare l’attività economica dello stato).
L’impero sta però mostrando segni di debolezza:
o A causa delle sue dimensioni. È un grosso stato territoriale in un momento in cui le
comunicazioni sono difficili, quindi è difficile il controllo del centro sulla periferia: la
periferia tende ad autonomizzarsi, allontanarsi dagli ordini che arrivano dal centro.
o L’impero ha poi enormi problemi di minoranze, anche se non in senso nazionalista (questo
arriverà dopo): ha difficoltà a ottenere la lealtà delle classi dirigenti dei paesi che vengono
controllati.
Un grande problema è quello dell’Ungheria: l’Ungheria ha sempre avuto una nobiltà
terriera molto forte e molto fiera della propria indipendenza, quindi poco incline a
obbedire agli ordini di Vienna. Questo problema era presente in un po’ tutti i territori
asburgici. Prima delle guerre napoleoniche gli Asburgo hanno cercato di risolvere questo
problema incorporando le autorità locali nel sistema di potere imperiale. Per esempio, una
delle grandi famiglie, cioè i Barbiano di Belgioioso (lombardi), sono diventati a un certo
punto nobili austriaci proprio per incorporarli. Questo funziona bene nel 700 ma meno
bene con la rivoluzione e male durante l’800. Il sistema inizia ad essere minato dall’interno.
o L’impero poi basa la sua forza sull’agricoltura in un momento in cui le cose stanno
cambiando. In UK la rivoluzione industriale è già consolidata.
o La classe dirigente asburgica nel corso dell’800 non brilla per lungimiranza. La grande
eccezione è Metternich che guida il congresso di Vienna. È un uomo di visione: ha presente
quali sono gli interessi dell’impero e ha un’idea precisa degli strumenti che servono per
promuoverli. Rimane cancelliere fino al 1848 (più di 30 anni a dimostrazione del suo
valore): quando deve gestire politicamente i moti del ’48 è un uomo che non ha più gli
strumenti intellettuali per farlo perché si trova di fronte un mondo che non capisce più:
cerca di applicare ai moti le ricette che aveva usato a Vienna e così è costretto a fuggire. La
rigidità mentale è un altro limite dell’impero. Il grande punto di debolezza dell’impero è
infatti la conservazione.
Metternich a Vienna ha un obbiettivo: consolidare l’equilibrio europeo uscito dalle guerre
napoleoniche: una Francia sconfitta, un impero egemone, evitare che si possa ripetere in Europa
un’esperienza simile a quella napoleonica.
In gergo diplomatico si dice che gli Asburgo sono una potenza soddisfatta: va bene quello che c’è,
difendiamo l’esistente.
- La Prussia.
Faceva parte della costellazione di stati che formavano lo spazio tedesco prima della rivoluzione
francese. Stava in alto a est, Berlino era la capitale. La capitale era però dalla parte occidentale del
paese: il grosso dei territori si estendevano nelle attuali repubbliche baltiche, la Polonia ect. Era un
territorio marginale nello spazio tedesco e politicamente schiacciato fra gli Asburgo a ovest e la
Russia a est. Era un territorio povero, agricolo (andava poco oltre la sussistenza, c’erano molti
terreni sabbiosi), il latifondo era il modello dominante. Fino all’arrivo delle truppe napoleoniche
c’era la servitù della gleba. Un territorio profondamente arretrato a livello socio-economico. Il
potere era in mano a un élite di estrazione militare. La Prussia nasce in modo strano, all’epoca della
riforma luterana: quando Lutero annuncia la riforma il gran maestro dell’ordine Teutonico che
governava sui territori della Prussia, decide di abbracciare la riforma, secolarizzare lo stato,
proclamarsi sovrano e incamerare i terreni dell’ordine. L’élite prussiana è quindi la vecchia élite
teutonica, quindi militare, che dalla metà del ‘500 fino all’800 si evolve poco a livello di classe
dirigente.
La Prussia ha al suo interno delle élite culturali molto forti: nascono centri culturali d’eccellenza. La
Prussia ha quindi una forte polarizzazione fra un élite politica militare e una classe colta molto
vivace. Quando la Prussia viene invasa dalle armate napoleoniche che si portano le idee della
rivoluzione francese, le élite culturali anziché rifiutare in blocco quelle idee come il resto d’Europa,
si mettono a studiarle e a riadattarle al contesto prussiano. C’è quindi una lunga esperienza (1807-
1814) di riformismo, in cui le fondamenta ideologiche dello stato prussiano vengono ripensate.
Ridefiniscono così le coordinate di stato e per la prima volta emerge l’idea di nazione in Prussia.
L’ingresso di questo concetto nella politica europea è la vera grande rivoluzione dell’800.
L’esistenza di una nazione significa che la lealtà dei cittadini non va più a una persona ma a
qualcosa che esiste al di là di chi la incarna. È qualcosa per cui si vive e si muore: non più il re ma la
patria.
In Prussia per la prima volta si comincia a parlare di statualità come qualcosa di indipendente
rispetto al sovrano, qualcosa a cui i cittadini devono essere fedeli indipendentemente da chi sia il
re. Inizia a costruirsi questo mobilitatore ideologico che opererà per tutto l’800. Trasmetterà poi
queste idee in Germania, che porteranno all’unificazione tedesca.
Ma le riforme del 1808-1814 non sono solo riforme culturali, questa classe intellettuale/politica
inizia anche a riformare vari aspetti della vita tedesca. È il primo paese a introdurre l’istruzione
elementare obbligatoria perché tutti devono saper leggere e scrivere (basi per l’ampliamento del
bacino intellettuale del paese). Partendo da quest’idea la Prussia inizia a sviluppare un sistema di
istruzione universitaria al servizio dello stato: le università prussiane sono le prime a diventare
centri di innovazione, perché le ricerche lì prodotte diventano la base per l’implementazione in
ambito industriale (l’industria chimica e meccanica moderna nascono in Germania). Sono tutti modi
di cambiare il modo in cui ci si approccia alla realtà: lo stato diventa motore di innovazione. La
Prussia introduce in ambito militare il sistema della costrizione obbligatoria: tutti i cittadini devono
prestare un periodo di servizi militare per entrare in una riserva che viene mobilitata in caso di
guerra: questo sistema non l’aveva nessuno (tranne la Francia che poi lo ha abbandonato). Quindi,
restando un paese piccolo, la Prussia riesce ad avere una macchina militare più forte e efficiente di
paesi più grandi. Avere un esercito formato da soldati che sanno leggere e scrivere è più efficiente
(esempio: dare un ordine scritto con la certezza che tutti lo capiscono), il soldato istruito ha un
margine di autonomia maggiore.
La Prussia, stato piccolo e arretrato, nel corso dell’esperienza napoleonica diventa quindi
estremamente dinamico e ambizioso. Già nella prima metà del 700 con Federico il Grande aveva
cercato di allargare i confini a scapito degli stati tedeschi e dell’impero asburgico: questo rapporto
conflittuale non viene meno ne durante le guerre ne dopo. Al congresso di Vienna la Prussia arriva
con la forte ambizione a consolidare la propria posizione e con la consapevolezza che potrà essere
consolidata soltanto a scapito dell’impero.
Viene chiamata una potenza revisionista: vuole rivedere il sistema esistente e trasformarlo a
proprio vantaggio.
Ci sono fattori che aiutano la posizione della Prussia. Dopo tutte le vicende della riforma
protestante ect, lo spazio degli stati tedeschi (Germania) è diviso in due grandi blocchi, cioè cattolici
e protestanti. Questa frattura religiosa nasconde qualcosa di più: è una frattura che nasconde una
frattura geografica e una socio-economica. Gli stati protestanti sono quelli settentrionali e sono
tendenzialmente stati in cui l’economia o non è direttamente basata sull’agricoltura (città stato con
il commercio) o stati che stanno cominciando a differenziarsi economicamente (agricoltura
moderna, industrializzazione, forme intermedie fra industria e artigianato). Gli stati cattolici
tendono ad essere quelli meridionali, fondamentalmente agricoli come base economica e tendono
ad essere socialmente più rigidi, con meno mobilità sociale.
Uno stato protestante del nord, quindi, guarda con fastidio il fatto che la potenza egemone nello
spazio tedesco siano gli Asburgo, perché sono il loro opposto: cattolici (è da lì che parte la
controriforma), conservatori (al nord stava emergendo la borghesia mentre li si è fermi alla
nobiltà). Quindi non si trovano bene sotto gli Asburgo. Loro guardano quindi alla Prussia, che è uno
stato protestante ma anche un caso di successo di modernizzazione. I paesi del nord della
Germania vogliono fare come la Prussia. Questa capacità di attrazione del modello prussiano è uno
dei valori aggiunti che la Prussia porta a Vienna: rappresentano coloro che vogliono cambiare le
cose.
- Russia.
Ha una situazione simile alla Prussia ma più estrema. All’inizio dell’800 è un paese estremamente
arretrato: c’è la servitù della gleba fino agli anni 60 dell’800 (i contadini russi sono legati alla terra e
sono prop
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