La BIOCHIMICA studia la logica molecolare della vita.
Tutti i sistemi viventi sono costituiti da biomolecole, infatti, la cellula (l’unità vivente più semplice) possiede
sistemi per comunicare e adattarsi all’ambiente circostante. Le biomolecole che costituiscono la cellula
possono essere più o meno complesse: una molecola relativamente semplice può essere individuata nel
nucleotide o negli amminoacidi, mentre una molecola più complessa è la membrana, poiché è costituita da
lipidi e proteine. Queste strutture complesse sono costituite da diverse classi di biomolecole unite tra loro
con legami NON covalenti (tanti legami non covalentistruttura stabile). All’interno della cellula piccole
molecole, macromolecole, complessi macromolecolari sono continuamente sintetizzati e demoliti in reazioni
chimiche in modo da mantenere un equilibrio dinamico. La varietà delle molecole all’interno delle cellule
dipende dalla chimica del carbonio.
GRUPPI FUNZIONALI DELLE BIOMOLECOLE
C-C o C-H MOLECOLE IDROFOBICHE
C=O CARBONILE ALDEIDI/ CHETONI
COOH CARBOSSILICO ACIDI CARBOSSILICI
OH OSSIDRILICO ALCOLI
NH2 AMMINICO AMMINE
COOR ESTERE ESTERI (tra acidi e alcoli)
SH SULFIDRILE/TIOLICO TIOLI (molto simile ad OH)
COSH TIOESTERE TIOESTERI (tra acidi e tioli)
AMMIDE AMMIDI (tra acidi e ammine)
ANIDRIDICO ANIDRIDI (tra due acidi)
Legami non-covalenti
Legame a idrogeno idrogeni con parziale carica positiva
Legame idrofobico due molecole non polari riducono la superficie esposta all’acqua
Legame ionico ioni con carica diversa
CARATTERISTICHE DELLE BIOMOLECOLE
Tutte le biomolecole contengono C, H, O e alcune N, sono costituite da monomeri legati tra loro da legami
covalenti e la loro struttura è strettamente legata al loro tipo di attività. Inoltre, le biomolecole interagiscono
tra loro tramite legami non-covalenti a formare strutture più complesse, in quanto più legami non covalenti,
di per sé deboli, uniti riescono a dare vita ad una struttura stabile. Le biomolecole hanno anche una
direzionalità o “senso”, ad esempio le proteine iniziano con l’amminoacido n1, ossia quello con il gruppo
amminico libero. Attraverso un processo di denaturazione (condizioni drastiche) le molecole possono
perdere la loro struttura e interagiscono fra loro anche grazie alla loro complementarità “fisica”.
Concetti di termodinamica utili in biochimica:
La quantità totale di energia nell’universo resta costante anche se le forme di energia possono cambiare
(l’energia né si crea né si distrugge ma si trasforma).
1) In tutti i processi naturali l’entropia tende ad aumentare (sistema isolato). L’entropia misura il
“disordine”, i processi che la promuovono sono favoriti, quelli che la diminuiscono non sono
spontanei e richiedono energia.
Esempio: sintetizzare una proteina significa mettere in ordine gli amminoacidi e per far sì che ciò
accada serve energia, dunque il processo non è spontaneo; al contrario, scindere una proteina
significa creare “disordine” e questo processo, dal punto di vista termodinamico, è favorito.
2) Energia libera di Gibbs (G): ogni molecola possiede la propria energia libera di Gibbs e ciò dipende da
diversi aspetti (legami forti o deboli, tipo di atomi). I processi biochimici sono caratterizzati sia da
variazioni di energia (G) che di entropia. Il ΔG è la variazione di energia (differenza di energia tra una
molecola B e una molecola A in un processo biochimico)
ΔG negativo processo favorito (spostata a dx) - reazione esoergonica, oltre al prodotto viene
liberata anche energia
ΔG zero reversibile, all’equilibrio
ΔG positivo processo sfavorito (spostata a sx) – reazione endoergonica, avviene solo se viene
fornita energia.
All’interno della cellula le reazioni endoergoniche (glucosio + P glucosio 6-fosfato) vengono
accoppiate con quelle esoergoniche (ATP ADP + P) in modo da farle avvenire (glucosio + ATP
glucosio 6 fosfato + ADP), poiché in tal modo l’energia libera dei prodotti è minore di quella dei
reagenti, quindi sono più stabili.
AMINO ACIDI
Sono le unità monomeriche che costituiscono le proteine, quelli naturali sono 20 (specificati da un codice
genetico), hanno una struttura comune e sono (tranne uno) asimmetrici, quindi chirali.
Atomo di idrogeno
Gruppo aminico basico Gruppo carbossilico acido
Catena laterale
Classificazione aminoacidi: tutti gli aminoacidi sono identificati da sigle (prime tre lettere del nome inglese o
singola lettera)
- Aminoacidi idrofobici, nella catena laterale presentano un gruppo idrofobico (ex Glicina, eccezione
perché achirale, alanina, valina, leucina, isoleucina, metionina, prolina)
- Aminoacidi aromatici, in catena laterale presentano strutture aromatiche (fenilalanina, tirosina,
triptofano)
- Aminoacidi polari con gruppo -OH (serina e treonina)
- Aminoacidi polari con gruppo -SH (cisteina). Il gruppo SH (tiolico) è coinvolto nella formazione dei
ponti disolfuro.
- Aminoacidi acidi e loro ammidi, in catena laterale presentano un gruppo carbossilico (acido aspartico,
acido glutammico, asparagina, glutammina)
- Aminoacidi basici, in catena laterale presentano un gruppo aminico (lisina, arginina, istidina)
Gli aminoacidi sono legati covalentemente gli uni agli altri tramite il legame peptidico, il quale si forma tra il
gruppo carbossilico di un aminoacido e il gruppo aminico del successivo. Nel legame peptidico i due
sostituenti (H e O) rispetto al C e al N sono in trans e, tale legame, ha parziale caratteristica di doppio legame,
perché gli elettroni condivisi tra carbonio e ossigeno, sono in realtà condivisi anche con l’azoto. I peptidi sono
aminoacidi legati fra loro (dipeptide, tripeptide, oligopeptide, polipeptide) e le unità aminoacidiche sono
definite residui. Le catene peptidiche hanno un gruppo amminico alfa libero (residuo amino-terminale) e un
carbossilico alfa libero (residuo carbossi-terminale). Per convenzione il residuo ammino-terminale
rappresenta l’inizio della catena. Nella maggior parte delle proteine i gruppi terminali sono protetti da altri
gruppi chimici poiché in tal modo, le proteine, risultano più stabili. Ogni proteina ha la propria composizione
di aminoacidi e può contenere anche altri gruppi chimici diversi dagli aminoacidi, chiamati gruppi prostetici
(lipidilipoproteine, zuccheri glicoproteine, metallimetalloproteine). Inoltre, nello spazio, le proteine
assumono una specifica struttura, chiamata conformazione, che è l’organizzazione degli atomi nello spazio;
molto spesso, la catena polipeptidica, si presenta come “raggomitolata” su sé stessa e questa conformazione
è stabilizzata da legami, per la maggior parte non covalenti tra i gruppi R (conformazione più stabile). Tuttavia,
alcuni legami con altre molecole possono indurre dei cambi di conformazione, ossia una variazione della
struttura senza rottura dei legami peptidici ma con la formazione o rottura di legami non covalenti. La
conformazione in cui la proteina è più stabile, ossia in cui l’energia libera di Gibbs è la più bassa possibile e
solo quella in cui la proteina può essere funzionale, è detta conformazione nativa. Se la struttura della
proteina viene variata (denaturata), quest’ultima non è più funzionale, pertanto, c’è una stretta correlazione
tra struttura e funzione.
PROTEINE CHE LEGANO L’O 2
Mioglobina si trova nel muscolo e funge da riserva di ossigeno
Emoglobina si trova nel sangue, trasporta l’ossigeno dai polmoni e lo rilascia nei tessuti metabolicamente
attivi
L’ossigeno è poco solubile in acqua, pertanto necessita di trasportatori.
La mioglobina è costituita da una singola subunità polipeptidica, l’emoglobina da 4, con struttura
raggomitolata. Al loro interno possiedono il gruppo EME, una porzione non proteica, posizionata in un sito
protetto, poco accessibile all’acqua, che ricopre la funzione di legare l’ossigeno. Chimicamente il gruppo EME
è una molecola metallo-organica: la parte organica è la protoporfirina IX, al cui interno troviamo un atomo
di ferro capace di fare 4 legami di coordinazione con gli atomi azoto degli anelli pirrolici, un legame di
coordinazione con l’azoto dell’istidina prossimale ed un altro legame di coordinazione con l’ossigeno. Poco
distante dal gruppo EME troviamo l’istidina distale, con funzione di diminuire l’affinità del gruppo EME con il
CO (monossido di carbonio), infatti, questa molecola può legarsi al gruppo EME in maniera irreversibile,
compromettendo le funzioni dell’emoglobina. L’istidina distale, pertanto, crea un ingombro sterico in modo
che il monossido di carbonio si disponga in maniera obliqua e non perpendicolare, in tale modo l’affinità
viene diminuita. Il ferro del gruppo EME si trova sempre allo stato di ossidazione +2, che non cambia neanche
quando si lega all’ossigeno.
LEGAME OSSIGENO-MIOGLOBINA la mioglobina lega l’ossigeno soltanto ad un certo tipo di
concentrazione (p50, misurata mmHg- 4/5), al di sotto di questo valore la mioglobina cede l’ossigeno al
muscolo.
LEGAME OSSIGENO-EMOGLOBINA l’emoglobina è costituita da 4 subunità, ha il compito di trasferire
l’ossigeno dai polmoni al resto del corpo, quindi non deve avere troppa affinità con l’ossigeno ma allo stesso
tempo deve averne molta nei polmoni perché altrimenti non sarebbe in grado di trasportarlo. Per tale motivo
l’emoglobina ha una particolare caratteristica, tipica delle proteine allosteriche, ossia possiede due
conformazioni: in una ha molta affinità con il suo ligando, nell’altra ha poca affinità con il suo ligando. Nella
forma a bassa affinità troviamo 8 ponti salini tra le catene, i quali stabilizzano la forma detta “tesa” (FORMA
T), al contrario quando questi ponti vengono rotti si passa dalla forma tesa alla forma rilassata (FORMA R), la
quale è ad alta affinità per l’ossigeno. La p50 per l’emoglobina è intorno al 20, perciò serve più ossigeno per
saturarla; quando la concentrazione è sotto il 20 l’ossigeno viene rilasciato (tessuti). Il legame è detto
cooperativo, poiché l’ossigeno man mano che si lega all’emoglobina favorisce il legame di altre molecole di
O2, ossia la transizione dalla forma tesa a quella rilassata (rottura ponti ionici); ciò avviene perché con il
legame dell’ossigeno al gruppo EME, l’atomo di ferro si sposta e con esso l’amminoacido a cui è legata
l’istidina prossimale inducendo un cambio di conformazione, grazie all’allontanamento degli amminoacidi
coinvolti nei ponti salini.
Le proteine allosteriche possiedono siti per modulatori, che possono essere sia positivi (aumentano affinità)
che negativi (diminuiscono l’affinità): tra i positivi ricordiamo l’ossigeno, poiché favorisce la transizione da T
ad R, tra i negativi i protoni (H+) poiché si legano all’emoglobina ad una catena in cui è presente un
amminoacido con un gruppo basico, che caricandosi diventa un gruppo amminico carico, il quale contribuisce
alla formazione di ulteriori ponti salini, pertanto al diminuire del pH, diminuisce anche l’affinità
dell’emoglobina con l’ossigeno (tessuti metabolicamente attivi = pH acido). La CO2 si comporta in maniera
analoga agli H+, in quanto è un prodotto di scarto dei tessuti che stanno consumando molto ossigeno e
diminuisce l’affinità dell’emoglobina con l’ossigeno. Un ulteriore modulatore negativo è il 2-3 bisfofoglicerato
poiché presenta cariche negative che formano legami con le cariche positive degli amminoacidi, stabilizzando
così la forma tesa.
GLI ENZIMI
Sono catalizzatori biologici, chimicamente sono proteine (nella maggior parte), ma non intervengono
sull’equilibrio delle reazioni. Sono molecole altamente specifiche, ossia catalizzano una singola reazione
biologica e lavorano in soluzioni acquose e condizioni blande (sia di pH che di temperatura). La loro attività
dipende dalla loro integrità, ossia dalla conformazione proteica nativa: stabile e funzionale. Molte di queste
molecole sono regolate, ad esempio con la fosforilazione, ossia l’aggiunta di un gruppo fosfato alla proteina.
Molti enzimi per essere attivi necessitano di cofattori, ossia molecole di natura NON proteica (ioni inorganici,
molecole organiche o metallo-organiche chiamate coenzimi). Inoltre, qualora lo ione inorganico o il coenzima
fossero legati covalentemente all’enzima, il complesso viene chiamato “gruppo prostetico”. Le biomolecole
sono stabili, pertanto la loro reattività è bassa, specialmente a pH 7, in ambiente acquoso e a 37 °C in quanto
l’intermedio che si formerebbe prima del prodotto sarebbe fortemente instabile e la collisione in maniera
precisa di due molecole, necessaria per fare avvenire la reazione, risulterebbe difficoltosa e talvolta le
molecole si incontrano in maniera diversa da quella utile per la reazione (i gruppi funzionali delle molecole
devono formare il legame). Lo scopo dell’enzima è quello di ovviare a questi problemi, generando un
ambiente specifico in cui una reazione avviene, chiamato sito attivo dell’enzima, in cui il substrato viene
trasformato in prodotto e in cui l’enzima presenta residui amminoacidici che mediano la reazione, in grado
di far procedere il substrato nella trasformazione in prodotto; una volta formatosi il prodotto l’enzima e i
suoi residui amminoacidici tornano com’erano prima. L’enzima presenta anche altri residui amminoacidici,
deputati a riconoscere e legare un particolare substrato, affinché assuma una posizione specifica nel sito
attivo. Gli enzimi non modificano l’equilibrio della reazione ma aiutano a raggiungerlo più facilmente e più
velocemente: il fatto che una reazione sia esoergonica non significa che avvenga velocemente, la velocità
dipende da una differenza di energia, ossia quella tra il substrato e lo stato di transizione, stato con energia
libera elevata : infatti, perché il substrato raggiunga lo stato di transizione, è necessario che gli venga fornito
uno specifico apporto di energia, chiamato ΔG di attivazione (più è alto più la reazione è lenta). L’enzima fa
sì che il valore di energia libera da fornire ad un substrato diminuisca, in modo che la reazione avvenga più
velocemente. -NON ESISTONO REAZIONI NON CATALIZZATE DA ENZIMI-
L’enzima usa come forma di energia per diminuire l’energia di attivazione, l’energia di legame con il substrato,
in particolare per superare le barriere fisiche e termodinamiche di una reazione:
- riduzione entropica l’enzima legando i substrati riduce l’entropia (i substrati sono “costretti” a
rimanere in una posizione specifica)
- desolvatazione rimuove le molecole di acqua precedentemente legate al substrato per far sì che i
gruppi funzionali coinvolti siano disponibili.
- Stiramento o distorsione del substrato l’enzima lega il substrato in maniera tale che quest’ultimo
venga “distorto” (dal punto di vista elettronico e strutturale) e reso quindi meno stabile e più vicino
allo stato di transizione
- Adattamento dell’enzima l’enzima può subire cambi conformazionali, adattandosi al substrato, in
modo che la nuova conformazione esalti le proprietà catalitiche dell’enzima.
Il sito attivo:
Promuove la prossimità dei reagenti
Destabilizza lo stato fondamentale con attivazione di alcuni gruppi che diventano più reattivi
Stabilizza lo stato di transizione evitando la formazione di prodotti secondari
Per poter catalizzare una reazione un enzima deve essere complementare allo stato di transizione:
Nel complesso enzima-substrato si formano alcune interazioni deboli, che rappresentano la forza trainante
della catalisi, mentre nel complesso enzima-substrato nello stato di transizione si formano tutte le interazioni
possibili che contribuiscono alla catalisi.
Tipi di reazioni catalizzate:
Ossido-riduzione
Addizione/sottrazione di gruppi
Idrolisi
Decarbossilazioni
Gli enzimi hanno sempre un “nome ed un cognome”: il nome viene dal substrato o dal prodotto, il cognome
definisce il tipo di attività che l’enzima stesso svolge.
GLI ENZIMI REGOLATORI
Sono enzimi che regolano reazioni di tipo esoergonico, ossia favorite, dove il substrato, se presente, viene
sempre convertito in prodotto. Per tale motivo, questi enzimi, fanno sì che la reazione avvenga solo nel
momento in cui la cellula lo necessita (intervengono nelle reazioni irreversibili). Un enzima regolatore,
tuttavia, deve essere a sua volta regolato. Spesso a capo dei processi costituiti da una cascata di reazioni
troviamo una reazione irreversibile fortemente regolata, senza la quale non si formerebbe il prodotto finale
delle altre reazioni, che possono essere anche reversibili. Vi sono due tipi di enzimi regolatori:
1) Enzimi allosterici, i quali sono proteine che esistono in più di una forma e sono regolati da altre
molecole che inducono cambi di struttura. I modulatori possono essere positivi, nel momento in cui
il cambio conformazionale implica una maggiore attività dell’enzima, o, viceversa, negativi. Un
modulatore potrebbe essere il prodotto finale di una via metabolica, poiché nel momento in cui
questo si accumula non c’è più necessità di mantenere attiva quella via metabolica, pertanto viene
inibita dallo stesso prodotto. I modulatori allosterici sono molecole dell’ambiente che comunicano
all’enzima lo stato dell’ambiente.
2) Enzimi regolati da modificazioni covalenti reversibili, i quali o sono attivi o inattivi. Una delle
modificazioni covalenti è la fosforilazione, ossia l’attacco di un gruppo fosfato proveniente dall’ATP
su residui amminoacidici che presentano un gruppo ossidrilico – gli enzimi che fosforilano sono
fosforilasi chinasi (ON), quelli che defosforilano fosfatasi (OFF)- Gli enzimi che fosforilano o
defosforilano a loro volta devono essere regolati, e ciò avviene grazie agli ormoni
Entrambi sono costituiti da due subunità e i siti regolatori e catalitici si trovano su subunità differenti.
BIOSEGNALAZIONE i processi di biosegnalazione coinvolgono particolari proteine chiamate recettori;
questi ricevono un segnale e lo trasmettono all’interno della cellula affinché risponda in maniera specifica. I
metodi di trasmissione non sono molti, ne esistono comuni anche per recettori diversi.
Varie classi di recettori:
1) Recettori enzimi: recettore per l’insulina, ormone che regola il metabolismo del glucosio. L’insulina
si lega al recettore, costituito da due subunità alfa, alle quali troviamo associate le subunità beta, con
una porzione extracellulare ed una citoplasmatica (attraversano la membrana). Quando l’insulina si
lega alle subunità alfa il recettore subisce un cambio conformazionale, trasmesso alle subunità beta,
le quali, dotate di attività enzimatica di tipo chinasico, vengono attivate. Le subunità beta dapprima
si autofosforilano, successivamente fosforilano una proteina chiamata IRS1; dopo ciò accadono altri
eventi che coinvolgono altre proteine per arrivare alla trascrizione di alcuni geni. IRS1 fosforilato si
associa ad una chinasi che si trova vicino alla membrana plasmatica (PI3K), la quale fosforila PIP2
(fosfolipide di membrana) facendolo diventare PIP3; esso, si associa ad un’altra chinasi (PKB), la quale
fosforila l’enzima GSK3 rendendolo inattivo. Quest’enzima è una chinasi che fosforila la glicogeno-
sintasi, convertendola in una forma inattiva ma, grazie al segnale dell’insulina, questo enzima rimane
nella sua forma attiva e pertanto procede con la sintesi del glicogeno.
2) Recettori accoppiati a proteine G: si trovano sulla membrana cellulare e, nella porzione proteica
troviamo le proteine G, in particolare ricordiamo il recettore per il glucagone e per l’adrenalina, il
quale è posizionato sulla membrana plasmatica e ha più tratti transmembrana. Nella porzione
extracellulare presenta un sito di legame per l’ormone, ad esempio per l’adrenalina. Dopo che
l’adrenalina si è legata il recettore subisce un cambio conformazionale, che viene trasmesso alle
proteine G (associate alla porzione citoplasmatica, sono 3, alfa beta e gamma): la proteina G alfa lega
un nucleotide chiamato GDB, successivamente tutte e tre le proteine si staccano e quella alfa rilascia
il GDB e si lega ad un ulteriore GDB, acquisendo affinità per un enzima legato alla membrana
(adenilatociclasi); a questo punto induce un ulteriore cambio conformazionale, che si traduce nella
attivazione dell’adenilatociclasi, un enzima che converte l’ATM in AMP ciclico (predita 2 gruppi
fosfato + ciclizzazione tra C 5’ ribosio e OH 3’). L’AMP ciclico viene chiamato secondo messaggero,
perché è una molecola che non è presente nella cellula generalmente, è presente solo nel momento
in cui si parte dall’adrenalina o dal glucagone; esso è un modulatore allosterico di una chinasi, ossia
della proteinchinasiA (PKA). La PKA è costituita da diverse subunità, due delle quali (catalitiche) sono
legate a due subunità regolatorie in forma non attiva; l’AMP ciclico si va a legare alle subunità
regolatorie, inducendo un cambio di conformazione che fa sì che le subunità catalitiche si stacchino
e diventino attive. La PKA attivata va a fosforilare diversi enzimi, tra cui diverse chinasi, per esempio
la fosforilasichinasi, la quale si attiva e fosforila un enzima, attivandolo, ossia il glicogenofosforilasi,
il quale porta alla degradazione del polimero del glicogeno nei monomeri, quindi all’utilizzo del
glicogeno nella cellula, convertito poi in glucosio.
Insulina, adrenalina e glucagone hanno effetti opposti e, pertanto, i loro recettori “comunicano”: il recettore
dell’insulina porta all’attivazione della PKB, la quale, fosforila il recettore accoppiato a proteine G, perché in
seguito a fosforilazione questo viene internalizzato; perciò quando entra in
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