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Descrivi e analizza un personaggio letterario che ti ha colpito e ti ha fatto riflettere


Sono sempre rimasta colpita del valore che i libri possono assumere per una persona. Certe volte basta una singola frase per far scoprire al lettore un nuovo mondo, per farlo affacciare a una nuova finestra e fargli esplorare idee e pensieri fino a quel momento sepolti fra le pagine.
Certe volte, senza rendercene conto, un libro ci rende migliori e da un valore aggiunto a ogni istante della nostra giornata. Certe volte, un libro diventa come un amico: ci da forza, sostegno, coraggio. Alcune frasi passano inosservate, alcuni libri passano inosservati. Gli occhi scorrono di riga in riga e continuiamo a voltare le pagine, senza fermarci a riflettere, senza che succeda qualcosa di particolare. Ma noi continuiamo ad andare avanti finché finiamo per imbatterci in quelle parole che ci fanno fermare. Le rileggiamo più e più volte e alla fine diventano parte di noi. Sono quelle parole che non ci scordiamo mai, che ci accompagnano per tutta la vita e vale la pena leggere mille e mille libri per trovare le proprie. Penso che questo sia uno dei valori più importanti della lettura e uno dei motivi principali per cui leggo. Tuttavia, ritengo che non basti per dare una spiegazione completa dell’importanza dei libri e di come essi riescano a farci perdere la testa, a cambiarci e incuriosirci così tanto. Cos’è che ci fa rimanere ore e ore incollati a un libro, con il naso che sfiora le pagine e le orecchie ormai sorde a quello che succede intorno a noi? Cosa ci trattiene? Cosa ci affascina? Cosa ci emoziona? Non so se esiste una vera e propria risposta a queste domande, o piuttosto credo che ogni persona risponderebbe a proprio modo. Per quanto mi riguarda, sono sicuramente i personaggi. Per come la vedo io solo dei bei personaggi possono rendere un libro indimenticabile. Ogni personaggio può insegnarci qualcosa, aiutarci a capire noi stessi o gli altri. Ci insegna come comportarci e ci fa comprendere cosa è davvero importante. Ogni personaggio ha una storia alle spalle, una storia da raccontare, una storia che non sempre è stata facile e che serve a insegnarci a superare le nostre difficoltà, scavalcare gli ostacoli, senza freni, ma con determinazione e sicurezza. Mi piace considerare questi personaggi come degli esempi, sia positivi che negativi, da cui posso trarre grandi valori e insegnamenti. In particolare, uno dei personaggi da cui sono rimasta più colpita e che più mi ha fatto riflettere è stato Frollo, di Notre-Dame de Paris.
Notre-Dame de Paris è uno dei romanzi storici più famosi di Victor Hugo (1802-1885). Scrittore, poeta, drammaturgo e politico francese, Hugo è considerato il padre del romanticismo francese. Il romanzo, pubblicato nel 1831, all'età di 29 anni fu il suo primo grande successo e lo consacrò come uno dei più grandi scrittori romantici dell’Ottocento. Otterrà però la maggiore popolarità con la pubblicazione nel 1862 de I miserabili. Il romanzo si apre il 6 gennaio 1482, a Parigi. In occasione della festa dell’Epifania un gruppo di gitani spagnoli, famosi per le loro magie ma anche per la loro reputazione di ladri, delinquenti e assassini si uniscono al popolo parigino per celebrare in piazza la Festa dei Folli Tra loro troviamo Clopin Trouillefou, mendicante capo degli zingari e la splendida Esmeralda, ragazza giovane e innocente. A questo punto l’autore presenta due personaggi molto particolari: Claude Frollo e Quasimodo. Frollo, arcidiacono di Notre Dame, è un uomo molto severo, appassionato di alchimia e teologia. Quasimodo, invece, è il campanaro della cattedrale. Conosciuto anche come “gobbo di Notre Dame” è emarginato dalla comunità per la sua deformità e la sua leggendaria bruttezza, anche se nasconde un animo buono. L’unica persona con cui Quasimodo può comunicare è Frollo, che lo aveva adottato quando era ancora un bambino, ma aveva finito per comportarsi con il povero orfano più come un padrone che come un padre. Frollo, profondamente devoto alla sua vocazione di prete, s’innamora però di Esmeralda, che era solita ballare e cantare nella piazza di Notre Dame. Sconvolto da questo nuovo sentimento, ordina a Quasimodo di rapire la fanciulla, ma il suo piano viene mandato a monte da Phoebus de Chateaupers, capitano delle guardie di Parigi, che salva la ragazza, portandola a innamorarsi perdutamente di lui. A questo punto Quasimodo viene condannato alla fustigazione e, tra lo scherno e il divertimento dei parigini, l’unica a provare pietà per lui è Esmeralda, che gli porge dell’acqua. Anche Quasimodo quindi s’innamora profondamente della ragazza. Nel frattempo Phoebus, che si rivela essere un uomo privo di sentimenti e solo in cerca di brutte compagnie, da appuntamento a Esmeralda in una squallida camera in uno dei quartieri più miseri della città. Lei, non sapendo che il cavaliere fosse promesso in sposo a un’illustre ragazza di città, Floeur-de-lys, accetta l’invito. Poco prima dell’incontro, però, Frollo prega Phoebus di farlo assistere all’appuntamento, si intrufola nella stanza con i due e al momento opportuno colpisce il capitano con un pugnale. Esmeralda, atterrita dalla scena, sviene e al suo risveglio si ritrova circondata da guardie che la accusano di stregoneria e del tentato omicidio del capitano. Durante il processo, però, convinta che Phoebus fosse morto non dice nulla, a parte ribadire con sguardo assente il suo amore per lui. Il giudice decide quindi di passare alla tortura, durante la quale lei confessa tutto ciò di cui era stata accusata, pur sapendo di non essere colpevole. Viene quindi arrestata e durante la prigionia riceve la visita dell’arcidiacono che le dice di essere lui il colpevole e le propone un accordo: se lei si fosse concessa a lui in amore, lui le avrebbe salvato la vita. La ragazza però rifiuta e viene quindi condannata all’impiccagione. Fortunatamente, poco prima dell’esecuzione, viene salvata da Quasimodo che la ospita a Notre Dame, dove può godere del diritto di asilo. Pochi giorni dopo però gli zingari organizzano un gigantesco assedio alla cattedrale per salvare Esmeralda. Tuttavia Quasimodo fraintende le loro intenzioni e combatte contro di loro e contro le guardie del re accorse nel frattempo. Nella confusione Frollo, mascherato sotto la sua tunica nera, conduce Esmeralda sulle rive della Senna, dove le dichiara nuovamente il suo amore. A un ennesimo rifiuto da parte della zingara, però, avvisa le guardie reali della sua fuga. Lei riesce in un primo momento a scappare e durante la fuga incontra sua madre, da cui era stata separata quando era appena nata. Lei tenta invano di salvarla dal suo destino ma Esmeralda viene condannata e impiccata. Sconvolto dalla rabbia e dal dolore Quasimodo scaraventa Frollo giù dalla torre di Notre-Dame, per poi recarsi sul cadavere della ragazza e morire con lei. Intanto Phoebus, totalmente indifferente alla vicenda e senza alcun senso di colpa, si sposa con Fleur-de-Lys.

Claude Frollo appare per la prima volta nel secondo capitolo del romanzo. Proveniva da una famiglia dell’alta borghesia e fin da piccolo i genitori lo avevano indirizzato alla carriera ecclesiastica. Aveva ricevuto un’educazione molto rigida all’interno del collegio de Torchi nell’Université e fin da ragazzo si era dedicato con impegno e ardore agli studi. Non amava stare con gli altri ragazzi e non apprezzava i loro giochi, era un ragazzo serio e riflessivo. Aveva però un’inesauribile sete di conoscenza e voglia di imparare che lo avevano portato a superare tutti i suoi coetanei negli studi e a diventare esperto in un vasto numero di materie già in giovane età.
<< Era stato educato ad abbassare gli occhi ed a parlare a bassa voce. Era d'altronde un bambino triste, grave, serio, che studiava con passione ed apprendeva in fretta. Non faceva molto chiasso durante le ricreazioni, si univa poco ai baccanali di rue du Fouarre, non sapeva cosa volesse dire dare sberle e tirare i capelli. (…) Così, a sedici anni, il giovane chierico avrebbe potuto tener testa in teologia mistica ad un padre della chiesa, in teologia canonica ad un padre dei concili, in teologia scolastica ad un dottore della Sorbona. (…) La sua era una vera febbre di acquisire e tesorizzare in fatto di scienza. A diciotto anni, le quattro facoltà erano state superate. Al giovane sembrava che la vita avesse un unico scopo: il sapere. >>

Grazie a questa passione per la scienza e, in particolare, per l’alchimia, che considerava l’unica cosa vera e sicura all’infuori della religione, era diventato famoso come sapiente e intellettuale anche al di fuori di Parigi ma i suoi esperimenti avevano anche alimentato le dicerie dei parigini, che lo accusavano di praticare la stregoneria. Con gli anni era diventato un prete austero, grave, rigido e triste, ma non aveva mai perso la dedizione per la scienza, cui si aggrappava come a una sorella per risolvere i problemi della vita.
Sicuramente la persona che più aveva segnato la sua esistenza era stata suo fratello, Jean Frollo. Quando aveva solo vent’anni e ancora stava compiendo i suoi studi, i suoi genitori erano morti per una pestilenza e avevano lasciato il fratellino appena nato, di cui lui aveva deciso di prendersi cura.

<<Allora, mosso da pietà, votò appassionatamente la sua vita a quel bambino, suo fratello; cosa strana e dolce un affetto umano, per lui che aveva amato fino ad allora soltanto i libri. In un'anima così ingenua, fu come un primo amore. (...) Si accorse che l'uomo aveva bisogno di affetti, che la vita senza tenerezza e senza amore non era altro che un ingranaggio asciutto, cigolante e lacerante; Si gettò dunque nell'amore del suo piccolo Jean (…). Questa povera fragile creatura, graziosa, bionda, rosea e ricciuta, questo orfano senza altro sostegno se non quello di un orfano, lo commuoveva sino in fondo alle viscere; Fu per il bambino più che un fratello, divenne per lui una madre.>>

Pur dedicandosi con tutto l’impegno possibile all’educazione del fratello, Jean non era decisamente cresciuto come lui avrebbe voluto. Frequentava i quartieri e le compagnie peggiori di Parigi, organizzava furti e incursioni nelle taverne, s’intratteneva con gli zingari, le prostitute e sperperava i propri soldi (in gran parte rubati al fratello maggiore) nelle osterie. Tutte le volte che Claude veniva al corrente della sua ennesima malefatta prometteva di ripartire con il piede giusto, di trovare un lavoro, si faceva dare dei soldi e poi ricominciava la vita di sempre. Questo l’aveva reso sempre più dedito alla scienza, ma anche sempre più rigido e tenebroso.

Un altro personaggio fondamentale nella vita di Claude Frollo fu invece Quasimodo. Una domenica Frollo, passando davanti al letto dei trovatelli, aveva notato delle donne che bisbigliavano, riunite attorno ad un bambino. Si era avvicinato e aveva scoperto che si trattava di un bambino di circa quattro anni, gobbo, deforme e pertanto oggetto del timore popolare che si trattasse del figlio di una strega ed in quanto tale, degno del rogo. Ignorando i mormorii dei popolani l’aveva adottato e per evitare al poverino la derisione e i commenti della gente l’aveva fatto campanaro di Notre-Dame. Diventato sordo e muto a causa delle campane Quasimodo si era quindi isolato dalla comunità e l’unico contatto umano che gli era rimasto era stato Frollo. Frollo era un uomo di rigidi principi morali ma la sua rigidità non gli aveva impedito di elevarsi a protettore degli indifesi: è lui, infatti, a salvare Quasimodo da morte certa, donandogli una seconda vita, uno scopo, un posto nel mondo. Difensore e padre del Gobbo, il prete era diventato per lui anche l’unico modo per esprimersi al mondo esterno, era diventato la sua voce in un mondo con cui non riusciva a comunicare.
Il loro era un rapporto molto forte, che consisteva essenzialmente in una devozione profonda del gobbo verso il suo padrone, di cui però l’arcidiacono approfitterà più volte per attuare i propri piani.

<< Così la riconoscenza di Quasimodo era profonda, appassionata, senza limiti; e benché il viso del padre adottivo fosse spesso imbronciato e severo, benché la sua parola fosse abitualmente breve, dura, imperiosa, questa riconoscenza non si era mai smentita un solo istante. L'arcidiacono trovava in Quasimodo lo schiavo più sottomesso, il servo più docile, il cane da guardia più vigilante. (…) Sarebbe bastato un gesto di Claude e l'idea di potergli far piacere, perché Quasimodo si buttasse giù dall'alto delle torri di Notre-Dame. (…) Infine, e soprattutto, era riconoscenza. Questa virtù non è una di quelle i cui esempi più belli si trovino fra gli uomini. Diremo dunque che Quasimodo amava l'arcidiacono come mai cane, mai cavallo, mai elefante abbia amato il suo padrone… >>

Claude Frollo appare come l’antagonista principale del romanzo, anche se in realtà si scorge in lui soprattutto l’aspetto tragico e drammatico e viene dipinto più come un anti-eroe.
<< Ragione e follia, scienza e fede, luce e tenebre, bene e male, austerità e goliardia, sublime e grottesco…>>, queste caratteristiche si riuniscono tutte in questo personaggio. Frollo è un uomo rigido, aggrappato ai propri principi morali e profondamente convinto della propria scelta di vita e della carriera ecclesiastica. È il classico uomo intellettuale, è un sapiente rispettato e scrupoloso, ma è anche un uomo buono, che si prende cura del piccolo Quasimodo e del fratello minore. A questo si aggiunge anche un odio verso i gitani, colpevoli di condurre una vita immorale, lontana dai suoi principi, e di aver allontanato da lui il fratellino. La sua fermezza e i suoi valori però dovranno fare i conti anche con le debolezze dell’uomo, si troverà ad affrontare il sentimento per lui nuovo del desiderio e della passione amorosa che segnerà un rapido declino e lo consumerà portandolo alla pazzia. Il suo amore per Esmeralda diventa un amore maniacale, folle e possessivo che lui cercherà, almeno inizialmente, di combattere in ogni modo. È vittima dei propri sentimenti, ma anche della propria intelligenza e della propria posizione sociale: è consapevole dei suoi peccati, sa di avvicinarsi a quello che lui considera l’inferno, ma sa anche di essere impotente di fronte a questa caduta. È combattuto fra il suo amore verso Dio e quello per la zingara, con la quale però non può avere nessun futuro, essendo un prete. Per questo arriva a ucciderla piuttosto che vederla con qualcun altro, ma forse anche perché vedeva la gitana come la dimostrazione tangibile dei suoi limiti, della sua debolezza e del suo fallimento, sia come prete che come uomo.

<< in tutta quella folla, solo una figura: la zingara. Sarebbe stato difficile dire di quale natura fosse quello sguardo, e da dove venisse la fiamma che ne usciva. Era uno sguardo fisso, eppure pieno di turbamento e di tumulto. (…) La zingara danzava. (…) insensibile al peso del terribile sguardo che le cadeva a piombo sulla testa >>

<< Già mezzo ammaliato, tentai di aggrapparmi a qualcosa e di frenare la mia caduta. Mi ricordai i tranelli che Satana mi aveva già teso. La creatura che era sotto ai miei occhi aveva quella bellezza sovrumana che può venire solo dal cielo o dall'inferno. Quella non era una semplice fanciulla fatta con un po' della nostra terra, e modestamente rischiarata interiormente dal raggio vacillante di un'anima di donna. Era un angelo! ma di tenebre, ma di fiamma e non di luce.>>

<< Sì, ero felice, o almeno credevo d'esserlo. Ero puro, avevo l'anima piena di una limpida chiarezza. Non c'era testa che andasse più fiera e più radiosa della mia. >>


<< «Oh!», disse il prete, «fanciulla, abbi pietà di me! Tu ti credi sventurata, ahimè! ahimè! tu non sai cosa sia la sventura. Oh! amare una donna! essere prete! essere odiato! amarla con tutti i furori dell'anima, sentire che per il suo più piccolo sorriso si potrebbe dare il proprio sangue, le proprie viscere, la reputazione, la salvezza, l'immortalità e l'eternità, questa vita e l'altra; (…)Sai cosa significa quel supplizio che fanno subire, per notti intere, le arterie che ribollono, il cuore che scoppia, la testa che si spezza, i denti che mordono le mani; torturatori accaniti che vi rivoltano senza posa, come su una griglia ardente, su un pensiero d'amore, di gelosia e di disperazione?(…)»
Quando tacque, sfinito e ansimante, ella ripeté a mezza voce: «Oh, Phoebus mio!». >>

Ho scelto questo personaggio perché penso che faccia riflettere sul fatto che per quanto una persona sia forte e sicura, alla fine deve comunque fare i conti con le proprie debolezze e con la propria natura. Inoltre l’ho apprezzato perché, al contrario delle solite storie, anche il cattivo alla fine è una vittima, c’è un motivo per la sua cattiveria, che alla fine sembra quasi giustificata. È più un personaggio tragico che un antagonista (cosa che non si vede spesso) e per questo fa affezionare e appassionare il lettore nonostante il suo lato negativo.
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