Ominide 68 punti

Un vizio dell’anima


L’accidia è il settimo e ultimo dei peccati capitali; per la morale cattolica rappresenta l’avversione all’operare, persona la cui fede vacilla o è stata persa. Questo male dell’anima designa la negligenza, l’indifferenza, la mancanza di interesse verso ogni forma di iniziativa e ciò porta all’abbattimento, alla malinconia, allo scoraggiamento, alla noia e alla depressione, ad una mancanza di gusto verso la vita.

Diversi autori affrontano il tema dell’accidia nella letteratura italiana come Francesco Petrarca e Giovanni Cucci.
Il primo testo proposto, “Una malattia dell’animo”, è un estratto del “Secretum” scritto da Petrarca per esprimere il dissidio interiore delle due parti della sua anima in conflitto, l’una espressa da Sant’Agostino, l’altra dal suo alter ego Francesco in un lungo dialogo. Queste parti rappresentano rispettivamente gli ideali di purezza cristiana e il desiderio di gloria, passione, ambizione poetica e amore terreno.
Per comunicare i suoi sentimenti Petrarca utilizza un linguaggio bellico, militare: si sente sott’attacco come un soldato in battaglia e cerca di comprendere le ragioni che lo hanno portato a questa guerra contro l’accidia attraverso il dialogo con il suo interlocutore. Sant’Agostino, esempio di virtù morale e spirituale, rappresenta l’àncora di salvezza, colui che lo può aiutare a vincere.
L’autore, infatti, espone le sue idee sul tema trattato in maniera poco pacata, avvincente e coinvolta, contrariamente alle risposte di sant’Agostino che offrono un’analisi molto più razionale.
“Come notte d’inferno e acerbissima morte” l’accidia combatte contro l’autore con il suo “esercito”, mentre lui cerca di difendersi, ma “il trascorrere dei beni temporali”, “i dolori fisici” e “qualche offesa della troppa avversa fortuna” lo colpiscono con violenza senza scampo.

Egli è consapevole del male che lo attanaglia e lo distingue dagli altri peccati con cui si rapporta, in cui la discontinuità e l’alternanza lo inebriano con il loro dolce retrogusto, al contrario dell’accidia che rimanendo costante nella sua negatività non lascia intravedere nessuno spiraglio.
Diversamente da Petrarca, che parla del vizio capitale come di un sentimento intimo, che appartiene alla sua interiorità, Cucci, nel suo brano, definisce l’accidia un male narcisista di cui soffre la società intera, considerandolo una piaga collettiva.
L’autore ne parla con uno stile semplice, diretto e moderno.
Secondo Cucci l’accidia e la depressione sono le conseguenze di una cultura egocentrica narcisista, che fa di sé stessi il centro di ogni realtà. La tesi é corroborata dai vari studi psicologici che evidenziano quanto depressione e tristezza siano in crescita nelle società occidentali.
“La crescita tecnologica non può compensare la povertà della vita interiore”: secondo l’autore la tecnologia e l’abbondanza dei beni materiali non potranno mai portare alla realizzazione del sogno di “una civiltà felice”.
Nella nostra società sono troppe le persone che soffrono d’accidia, che mancano di speranza e capacità di attenzione; persone in cui la distrazione prevale sul dedicarsi, il cui vivere si basa sul “lasciar fare”, “sull’abbozzare” senza mai mettere in discussione la propria condotta o cercare di migliorarsi attraverso un percorso introspettivo per mutare il proprio comportamento, predisponendosi verso un modello di virtù morali e spirituali da emulare.
Per l’autore il motivo per cui l’accidia è così diffusa nella società è rintracciabile nell’amore smodato per se stessi che porta gli uomini a rimanere prigionieri del proprio io, senza il desiderio di migliorarsi, in cui il solo punto di vista della comunità è in funzione dei propri bisogni e desideri.
Mentre Cucci parla del male come di “morte lenta”, descrivendola come abitudine e rassegnazione, conseguenze di una società che si arma e si arrende di fronte alle difficoltà, in Petrarca è sempre presente la volontà’ di liberarsi dalla dicotomia che alberga in lui; da tutte le sue opere si evince come lui sia solo, narciso, e in balia dei suoi mali, ma anche in grado e con la voglia di lottare.
Egli riconosce nell’accidia quel male che porta all’annientamento della persona ma sottolinea anche il suo piglio da combattente.
Nella società moderna l’accidia viene spesso erroneamente confusa con la pigrizia. Quest’ultima è il “non avere voglia”, un’assenza di motivazione, interesse ed energia; un limbo di indecisione. L’accidia è il “lo faccio perché va fatto”, il vivere passivamente, da ignavo, senza dedicarsi, senza cercare il miglioramento di se stessi; una vita senza sapore, grinta e voglia di andare avanti e rimanere sorpresi e grati da ciò che ci offre.
Trovo il tema quanto mai attuale, in questo momento di Coronavirus, di lockdown, in cui siamo stati catapultati ad una vita passiva, a vivere sempre gli stessi momenti: partecipare alle lezioni online, stare ore in fila al supermercato, solo perché “va fatto”.
Una persona accidiosa si lascerebbe andare, senza avere un reale controllo della propria vita; molte altre, invece, provano giustamente a modellare la loro giornata, rendendola diversa, aspettando quel momento meno stressante in cui non ci sono né verifiche ne videolezioni, cercando di prendere il meglio che la giornata possa offrire anche solo guardando la prima parte di un film la sera, perché è tardi per vederlo tutto.
Mantenere il controllo delle proprie giornate, essere flessibili ,mettendo impegno e dedicandosi a ciò che si fa significa combattere l’accidia e contrastarla.
L’accidia è uno smarrimento estremo della persona che non riesce più a padroneggiare la sua vita, la tentazione all’insoddisfazione, a lasciar andare tutto senza concludere niente: un vizio dell’anima.
Annaflavia Talò
Hai bisogno di aiuto in Temi di Italiano Svolti?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email