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I giovani che si affacciano sul mondo del lavoro al giorno d’oggi sono più spaventati che esaltati. Questo perché a causa della crisi alla risposta “Che cosa vuoi fare da grande?” non si può rispondere tenendo conto solo di ciò che il nostro cuore ci suggerisce. Dal 2008 a questa parte bisogna tenere conto molti altri fattori: Troverò un lavoro? Il lavoro che svolgerò corrisponderà con quello per cui ho studiato? Quale piano di studi incoraggerà a farmi prendere... l’università o un percorso professionale? Verrò pagato o saranno solo innumerevoli stage per anni? Dovrò trasferirmi? Ne varrà la pena farlo?
Le statistiche sia per i giovani che per gli adulti non sono positive.
Tra il 2008 e il 2011 più di un milione di giovani lavoratori – di età comprese tra i 15 e i 34 anni - furono privati del lavoro. Ha occupato sia uomini che donne, con una differenza di 200 mila a favore delle donne e in modo più intenso nel Nord e nel Sud, rispetto al Centro. (M. Sensini, Crolla l’occupazione tra i 15 e i 35 anni, << Corriere della Sera >>, 8 aprile 2012).

Dal 2011 ad oggi le statistiche sono cambiate radicalmente, e non in positivo. Trattando solo l’argomento giovani si nota come nell’aprile 2011 la quota di giovani in cerca di un’occupazione sia 440, mentre a luglio 2016 sia diventata 615. I giovani occupati a marzo 2011 sono 1,200, a luglio 2016 sono 950. Il dato davvero allarmante, ma che in è l’unico migliorato rispetto al 2011, è quello dei NEET. NEET è l'acronimo inglese di "Not (engaged) in Education, Employment or Training", ovvero persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione né nella ricerca di un lavoro. Il valore assoluto di NEET in Italia nel luglio 2016 è di 4.340, in confronto con 4.407 del giugno 2011 (L. Tremolada, Disoccupazione giovanile. Gli occupati, chi cerca lavoro e gli inattivi dal 2004 a oggi, << Il Sole24ore >>, 31 maggio 2016). Nel dicembre del 2011 in Italia l’11,2% dei giovani di 15-24 anni erano definiti come NEET, in contrasto con la media europea del 3,4%. Tra i giovani dai 25 ai 29 anni i dati erano ancora più stupefacenti, in Italia la percentuale era del 16,7%, mentre in Europa la media era dell’8,5%. Questo era dovuto alla scarsa voglia dei giovani italiani di diventare imprenditori, l’alto tasso di anzianità aziendale, l’assenza di mobilità e i pochi giovani disponibili a trasferirsi in altre regioni e all’estero per trovare lavoro (45° Rapporto Censis, Lavoro, professionalità, rappresentanze, Comunicato stampa 2 dicembre 2011).
Per combattere le scarse possibilità di realizzazione lavorativa ci si riduce a scegliere carriere e lavori che non corrispondono alle proprio vocazione ma che possiedono la percentuale maggiore di possibilità di avere un reddito. I giovani si sentono oppressi e con le ali tappate, con un futuro già deciso. In un mondo dove tutto può diventare lavoro, che ha così tante possibilità da offrire è, per ridicolo, difficile trovare il proprio posto. Unire le proprie passioni, aspirazioni e vocazioni è già difficile di per se senza pensa di avere le scelte condannate da sbagli economici fatti quando non si era nemmeno nati. Spesso e volentieri queste problematiche sorgono anche a lavoratori ormai maturi e con esperienza, che si trovano a doversi saper confrontare con un mondo che non chiede più loro il saper fare un lavoro statico e sempre uguale per tutta la vita, ma una capacità di adattamento che un tempo non era nemmeno presa in considerazione come qualità lavorativa. Come traspare dal discorso di Emelie Wapick “Why some of us don’t have true calling?” in questo mondo energico e sempre in movimento per trovare il proprio posto bisogna essere pronti a padroneggiare più capacità e saperle sfruttare al meglio, imparare velocemente e avere voglia di apprendere cose nuove – non fossilizzarsi -, avere il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort.

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