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Saggio breve su Machiavelli

Machiavelli, nel suo più famoso lavoro letterario, delinea le qualità della figura a lui più cara e importante, fondamentale per lo Stato, che dà il titolo all’opera: Il Principe.
Costui è l’Uomo virtuoso per eccellenza, e la peculiarità dell’aggettivo è il suo significato: con Machiavelli assistiamo ad un cambiamento dell’idea di virtù intesa in senso morale, che invece si specchia in una visione di intelletto e ingegno.
La virtù indica il sapersi destreggiare, saper cogliere e sfruttare a proprio vantaggio una determinata situazione, sia essa favorevole o avversa; questa è la prima ed essenziale caratteristica che il Principe deve possedere affinché possa mandare avanti uno Stato.
È parimenti essenziale il peso della “fortuna”: essa è intesa come sorte, che risulta propizia solo con la virtù.
Ma come mai Machiavelli sente il bisogno di fornire una figura di comando come un Principe? È un progetto fine a se stesso o poggia su basi storiche e politiche preesistenti? Ebbene, la situazione italiana, carissima a Machiavelli, è sull’orlo della rovina, dilaniata da corruzione, ingiustizia e divisione. L’Italia, ormai da molto tempo, era divisa in staterelli, che per Machiavelli altro non simboleggiavano che la scarsa capacità degli uomini al comando passati e presenti di mantenere il controllo e il buon governo dello Stato Italiano.
Due sono gli scopi fondamentali del Principe: uno pratico, cioè accreditarsi presso i Medici come esperto e fornire uno strumento efficace e sicuro per l’azione politica; l’altro teorico, ovvero delineare dei precetti universali e una dottrina generale sull’arte del buon governo a cui ispirarsi e da attuare.
La rilevanza dello Stato Fiorentino non passa in secondo piano, poiché Machiavelli non scrive Il Principe solo per riaccreditarsi nella scena politica e nella corte Medicea, ma anche per il trascorso storico sopra accennato.
Firenze aveva vissuto - e viveva ancora - la propria crisi in relazione anche alla discesa nel suolo italiano di numerosi eserciti stranieri. Dopo l’invasione francese di fine Quattrocento, l’Italia tutta dipendeva dalle potenze del Centro Europa, non più da se stessa. Perdeva sempre più potere e controllo ogni volta che un esercito straniero entrasse nei confini italiani. Scrive Machiavelli che il motivo per cui i vecchi principi hanno perso il loro potere e i loro stati è la loro “ignàvia”, cioè la mancanza di forza spirituale.
L’autore sogna una figura che possa riportare in auge l’Italia: costui non lo può fare sotto ad una repubblica – in cui il potere è condiviso – nonostante sia la sua forma di governo prediletta, proprio perché essa è preferibile e atta al mantenimento dello Stato; può farlo, invece, all’interno di un principato – rappresentante il potere assoluto – che è preferibile nell’atto di fondare uno Stato, in cui la volontà del Principe e le leggi coincidono.
Quest’ultima affermazione rappresenta una prima bozza di qual è l’etica e la morale del Principe in relazione alla politica: egli ha il diritto di non comportarsi in maniera virtuosa (nell’accezione della rettitudine, dei pregi, della bontà dell’animo). Anche nell’impopolarità il Principe deve fare il bene dello Stato con ogni mezzo, pur con crudeltà, menzogne, dissimulazione. I capitoli che riportano tali insegnamenti sono quelli che più di tutti hanno suscitato lo scalpore verso ciò che molti pensano sia una forma di cinismo, quando invece non si tratta di altro che la cosiddetta “verità effettuale della cosa”.
Si potrebbe dire che Il Principe si allontana il più possibile per contenuto dalle opere di argomento politico degli “Specula Principis”. Essi erano dei trattati che dovevano fornire ai regnanti uno specchio da cui apprendere le più lodevoli virtù, fornendo un’immagine ideale ed esemplare di clemenza, mitezza, giustizia, fedeltà, liberalità.
Il pensiero Machiavelliano risulta essere sempre presente e perpetuo, e il dilemma rimane costantemente quello di saper scegliere cosa è meglio per un popolo: se un Principe, che può tutto, senza limiti, per sostenere lo Stato, o una forma di governo più democratica, che dovrebbe garantire libertà, ma che oggi più che mai mostra falle incolmabili.
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