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La pena di morte


La pena di morte è la massima pena infliggibile al condannato e consiste nell’attuazione del principio etico - giuridico in base al quale lo Stato può decidere legittimamente di togliere la vita ad una persona. Ma è giusto macchiarsi dello stesso crimine che viene punito?
Cesare Beccaria, filosofo illuminista del Settecento, nel suo pamphlet “Dei delitti e delle pene” pubblicato nel 1764, sostiene che attraverso la pena di morte lo Stato, per punire un delitto, ne commetterebbe uno a sua volta, e per allontanare i cittadini dall’assassinio ne ordina uno pubblico. La pena di morte non può essere considerata un deterrente efficace, come invece lo sarebbe la detenzione, cioè la privazione della libertà personale, in quanto i colpevoli di omicidio non sempre agiscono calcolando le conseguenze delle proprie azioni, e spesso gli omicidi avvengono in momenti di particolare ira. È giusto, quindi, dare modo al reo di redimersi ed espiare il peccato commesso per poter riavere la propria libertà. Come sostenuto da Robespierre nell’articolo dal titolo “Discorso contro la pena di morte” del 30 maggio 1791, è crudele togliere all’uomo la possibilità di espiare il proprio peccato col pentimento o compiendo azioni virtuose, e farlo scendere nella tomba ancora marchiato del suo crimine. È giusto ricordare che la condanna a morte provoca una tortura psicologica, perché dalla sentenza all’esecuzione possono passare molti anni e il condannato è costretto a vivere in un “braccio della morte” che spesso porta al suicidio per alleviare l’attesa. Le leggi che, invece di caratterizzarsi per un’efficace e moderata severità danno man forte alla vendetta, e fanno scorrere sangue che dovrebbero risparmiare e che non hanno comunque il diritto di spargere, e che offrono al popolo scene crudeli e strazianti, confondono nella mente dei cittadini il concetto di giusto ed ingiusto, e in questo modo l’uomo non è più per l’uomo una cosa così sacra. Si ha un concetto più basso della dignità umana, soprattutto quando l’autorità si fa gioco della sua vita. Inoltre lo Stato è in parte responsabile dei delitti commessi, in quanto non è stato in grado di prevenire i crimini. Come afferma Giovanni Paolo II ne “Evangelium Vitae” promulgata il 25 marzo 1995, la pubblica autorità deve vendicare la violazione dei diritti umani e sociali attraverso l’imposizione di un’adeguata espiazione del crimine da parte del reo per essere riammesso nella comunità. In questo modo l’autorità acquista anche il compito di difendere l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini e offre al reo la possibilità di correggersi. La misura della pena deve essere ben valutata prima di giungere alla soluzione drastica di togliere la vita al condannato. Oltretutto, la pena capitale colpisce, molto più spesso di quanto si immagini, persone innocenti portate a confessare per sfinimento, mentre i reali colpevoli sono ancora a piede libero.
Il quotidiano “La Repubblica”, nel suo articolo “Stati Uniti, studio choc: la pena di morte riduce gli omicidi” del 19 novembre 2007, riporta dati e testimonianze: secondo Gary Becker, la pena di morte ha un ruolo deterrente, e dalle ricerche compiute da studiosi dell’Università di Pepperdine e riportate sul Wall Street Journal affiora che le condanne a morte scoraggiano gli omicidi e salverebbero molte vite umane, e ricordando che negli anni Novanta quando negli Stati Uniti accelerarono le condanne a morte, il numero di omicidi crollò. Ma questa teoria viene respinta dagli abolizionisti che affermano che non sempre gli assassini agiscono in modo razionale soppesando il rischio delle loro azioni, e che in ogni caso il numero delle esecuzioni negli Stati Uniti (una ogni 300 omicidi) è relativamente limitato perché possa avere un potere deterrente. È ridicolo pensare che un criminale consulti il codice per scegliere il delitto da commettere per valutare quale sarebbe la condanna minore.
Fortunatamente tutt’oggi in molti paesi del mondo, precisamente 139, la pena di morte è stata abolita, nella legge o nella pratica, in quanto alcuni paesi non hanno ufficializzato l’abolizione tramite leggi ma non si registrano esecuzioni da decenni, come si evince dai dati forniti da Amnesty International. Il primo Stato ad abolire la pena di morte nel 1786 fu il Granducato di Toscana. In Italia fu abolita ufficialmente con l’approvazione della Costituzione nel 1948. Ma tutt’ora alcuni paesi utilizzano ancora questa pratica inumana, come Cina, Iran, Iraq e Stati Uniti, nonostante il numero di condanne sia nettamente diminuito.
Nessun uomo, né come individuo né come rappresentante della comunità, ha il diritto di togliere la vita ad un altro uomo, a prescindere dalla gravità delle colpe commesse da quest’ultimo. La finalità della pena di morte non deve essere la vendetta o la semplice punizione del colpevole, ma è la rieducazione e il recupero sul piano umano e sociale. Inoltre, i parenti, gli amici e i conoscenti della vittima non si sentirebbero sufficientemente ripagati dalla morte dell’assassino: lo sarebbero se ciò potesse riportare in vita la vittima e servisse veramente a ristabilire l’equità.
Il famoso romanzo fantasy “Il signore degli anelli” cita: “Molti tra i vivi meriterebbero la morte. E parecchi che sono morti meriterebbero la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze.”
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