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L’evoluzione della donna da poeta a poeta

La figura della donna era un elemento presente nella letteratura maschile, anche se con il tempo era cambiata la concezione di essa.
Tra 200 e 300 la donna era descritta dal clero come tentatrice, mentre successivamente i provenzali la nominarono "donna cortese". Da questo periodo essa veniva vista e descritta dagli uomini come un angelo, cioè colei che faceva da tramite tra Dio e l'uomo e che lo elevava spiritualmente quest'ultimo.

Petrarca aveva ripreso il concetto di "donna-angelo" soffermandosi agli aspetti descrittivi della sua amata Laura.

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi, poesia che dimostrava la bellezza terrestre della amata che era destinata a scomparire con la vecchiaia.
Nella terzina:

"Non era l'andar suo cosa mortale
ma d'angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana"

Laura veniva descritta come un angelo e qualcosa di soprannaturale paragonabile ad un dea. Questa raffigurazione non rispecchiava la realtà, ma solo l'idea che esprimeva il concetto di femminilità.

Boccaccio, nel Decameron, vi erano delle donne protagoniste e concrete, che avevano dei propri valori e delle proprie sofferenze come Ghismunda (era presentata come una donna caratterialmente molto forte, astuta, coraggiosa e dignitosa. Era la protagonista attiva che compie le decisioni importanti con fermezza) e Lisabetta (era stata rappresentata dall’autore una creatura delicata, vista nei suoi aspetti tragici ma anche triste, come la scelta di avere un oggetto su cui piangere la morte dell'amato. Secondo Cesare Segre, era una vittima di cui era stata incapace di parlare sul finale), che ci fornivano la visone dell'amore di quel periodo: era una passione terrena che ha avuto il suo valore in se stessa.

Shakespeare nei suoi drammi storici e nelle sue commedie le figure femminili erano molto significative. Donne forti e malvage, fragili e buone, romantiche ed innamorate, pazze d’odio e matte per amore, ogni personaggio giocava un ruolo ben preciso in ogni opera. Il carattere di ogni donna era rapportato al contesto e alle situazioni in cui si veniva a trovare, e in base a questi ulteriori elementi assumevano ogni volta una nuova luce e la donna era espressa in tutta la sua profondità.

Nell’Amleto, Ofelia figlia del lord Ciambellano dovette convivere da sempre con la sua mentalità chiusa e con la sua visione negativa del genere umano ma era ancora capace, di svegliare l’amore di Amleto. Presentava un carattere debole, che i famigliari ne approfittavano per manipolarla. Così nonostante le lettere d’amore di Amleto l’avevano commossa, credeva al fratello, che descriveva l’amore di Amleto ingannevole e bugiardo. Ormai confusa si prestava ad agire come esca che intendevano spiare Amleto.

Suggestionato dalle parole del fantasma e disgustato dal comportamento della madre, Amleto fu deluso dal genere femminile e decise di rifiutare la sua dama e quando Ofelia capì la forza del suo amore per Amleto, per lei era troppo tardi e quando se ne accorse la sua mente venne invasa dalla pazzia.

La donna più famosa delle opere shakespeariane era Giulietta sempre legata dal nome del suo amato Romeo. I due amanti appartenevano a due famiglie rivali e nel corso della loro tragedia fecero di tutto pur arrivare alla loro unione definitiva e non ostacolata.
Negli ultimi versi dell’opera troviamo la tristezza e la sofferenza dei due amati di cui riuscirono a trovare la soluzione ai loro problemi d’amore con la morte, unico momento che li vedremo uniti per sempre.

Romeo: Occhi, miratela un’ultima volta! Braccia, carpitele l’estremo amplesso! E voi, mie labbra, porte del respiro, suggellate con un pudico bacio un contratto d’acquisto senza termine con l’eterna grossista ch’è la Morte! Vieni, amarissima mia scorta, vieni, mia disgustosa guida. E tu, Romeo, disperato nocchiero, ora il tuo barco affranto e tormentato dai marosi scaglia contro quegli appuntiti ronchi a sconquassarsi… Ecco, a te, amor mio! O fidato speziale! … Le tue droghe sono davvero rapide d’effetto… Così, in un bacio, io muoio…

Giulietta: Oh, Fra’ Lorenzo! Che conforto vedervi! … E il mio signore? Dov’è? … Ricordo bene adesso il luogo dove dovevo trovarmi per lui… e mi trovo… Ma il mio Romeo dov’è?

Frate Lorenzo: Vieni. Tuo marito è lì, morto sul tuo petto; e Paride con lui. Andiamo, vieni. Penserò io a procurarti asilo fra una comunità di pie sorelle. Non indugiarti a far domande adesso, sta venendo il guardiano. Vieni, andiamo, Giulietta, non mi far trovare qui.

Giulietta: Va’, va’… Va’ pure, tu: io resto qui. E questa che cos’è? … Tra le sue dita stringe una fiala il mio fedele amore? Veleno! … È stato questo la sua fine. Cattivo! L’hai bevuto fino in fondo, senza lasciarmene una goccia amica che m’avrebbe aiutato!… Bacerò le tue labbra: c’è rimasto forse un po’ di veleno, a darmi morte come per un balsamico ristoro. Come son calde ancora le tue labbra!

Giulietta svolgeva un ruolo attivo che rifiuterà le convenzioni cortesi che assegnavano alla donna solo il ruolo di immagine ideale di bellezza. Nel brano IL PRIMO INCONTRO DEI DUE INNAMORATI Giulietta superò le idealizzazioni e non apparì più solo una donna angelica, ma una figura viva e concreta. Con ciò viveva l’amore con passione autentica, piena di desiderio e di corporeità. La dama veniva anche descritta riprendendo alcuni aspetti cortesi e stilnovistici.

Ad esempio Cavalcanti aveva ripreso da Guinizelli il tema della lode e la concezione soprannaturale della donna che veniva vista come una creatura eccezionale, dotata di virtù fisiche e spirituali che rimandavano a realtà soprannaturali. Nei suoi sonetti erano presenti doti corporee e morali attribuite alla donna.

Allo stesso modo Giulietta presentava caratteristiche fisiche che ne esaltavano la femminilità, secondo il canone di bellezza cortese.

ROMEO: Ma quale luce apre l’ombra, da quel balcone? Ecco l’oriente e Giulietta è il sole… Alzati, dunque, o vivo sole e spegni la luna già fioca, pallida di pena, che ha invidia di te perché sei bella più di lei, tu che la servi? Oh, è la mia donna, il mio amore! Ma non lo sa! Parla e non dice parola; il suo occhi parla, e a lui risponderò. Ma che folle speranza; non è a me che parla. Due fra le stelle più lucenti, che girano ora in altre zone, pregano i suoi occhi di splendere nelle sfere senza luce, fino al loro ritorno. E se i suoi occhi fossero nel cielo veramente e le stelle nel suo viso? Lo splendore del suo volto farebbe pallide d’una torcia. Se poi i suoi occhi fossero nel cielo, quanta luce su nell’aria: tanta che gli uccelli credendo finita la notte comincerebbero a cantare. Guarda come posa la guancia sulla mano! Oh, se fossi un guanto su quella mano per sfiorarle la guancia!

I suoi occhi venivano paragonati alle stelle che brillavano del cielo notturno e che illuminavano chi li osservava; le guance superavano per splendore l’illuminazione provocata dalla fiamma di una torcia; le ciglia nere erano simbolo di una donna che non si concedeva molto facilmente.

Dante, non descriveva la donna esaltandone la bellezza, ma ne evocava l’apparizione straordinaria.
Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia.

Gli attributi e la bellezza di Beatrice erano una manifestazione terrena di realtà soprannaturali ed anche il suo saluto, che lasciava senza parole coloro che lo ricevevano, non era un semplice gesto di gentilezza, ma un vero atto di salvezza.

Il primo incontro con Beatrice

D’allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì tosto a lui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria per la vertù che li dava la mia imaginazione, che me convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente.

Elli mi comandava molte volte che io cercasse per vedere questa angiola giovanissima; onde io ne la mia puerizia molte volte l’andai cercando, e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella parola del poeta Omero: "Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di deo".

Con ciò Beatrice era presentata come una creatura celeste.
Il carattere soprannaturale che dell’apparizione era sottolineato dalla totale essenza di riferimenti all’aspetto fisico della dama non era trasfigurato dallo sguardo soggettivo di un innamorato che proiettava su di lei i suoi sentimenti, ma era presente su quello che aveva veramente, tanto da farla diventare la guida di Dante nel Paradiso.
Con gli stilnovisti compariva la rappresentazione della donna come una figura angelica.
Allo stesso modo nel brano di Shakespeare, Romeo definiva la sua amata come un angelo splendente, che volteggiava e compariva nel cielo.

Il drammaturgo inglese portava in scena figure femminili più concrete, che però agivano ed erano spinte sempre dalla grande forza dell’amore, che però in un binomio inscindibile si legava alla morte, come si poteva osservare dai finali delle tragedie.

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