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La diffusione della specie


Circa 15 miliardi di anni fa, l’Universo come oggi lo conosciamo non esisteva ancora. Improvvisamente avvenne un’enorme esplosione che gli studiosi hanno chiamato Big Bang, cioè “grande scoppio”. Dopo questa esplosione la materia iniziò a diffondersi ovunque, creando l’Universo. Per milioni di anni non ci fu altro che un confuso e caotico insieme di nubi gassose, che si muovevano senza sosta. Poi, molto lentamente, nelle zone in cui alcuni di questi gas si concentravano maggiormente, iniziarono a condensarsi i primi nuclei di materia, permettendo così la nascita delle galassie, delle stelle, dei pianeti e infine dei corpi celesti. La terra nacque circa 5 miliardi e mezzo di anni fa. All’inizio il nostro pianeta era una massa di materia incandescente, ma grazie alle piogge la Terra si ricoprì di immense distese d’acqua. Per un lunghissimo periodo di tempo, da circa 4 miliardi di anni fa a circa 500 milioni di anni fa, la vita fu possibile solo nei mari. Con il passare dei millenni la situazione migliorò: le piante diventano sempre più grandi e resistenti, alcuni animali cominciano a vivere fuori dalle acque fino a quando i dinosauri diventano i padroni delle terre emerse. In questo periodo le terre emerse sono tutte unite fra loro e formano un solo continente, la Pangea. Anche l’oceano, il Pantalassa, è uno solo. Ma intorno a 150 milioni di anni fa, la Pangea inizia a spaccarsi e nel giro di 100 milioni di anni circa, si formeranno i continenti come oggi li conosciamo. E l’uomo? Secondo quanto scritto nelle Sacre Scritture l’uomo è una creatura speciale, creata da Dio a Sua immagine e somiglianza e pertanto profondamente diversa da tutti gli altri esseri viventi. Ciò che oggi sappiamo sulle origini dell’uomo è il risultato di un’indagine scientifica iniziata durante la prima metà del XIX secolo e che trova il suo stimolo principale nella pubblicazione dell’Origine della specie di Charles Darwin nel 1859. Nel 1856, in una valle situata presso Dusseldorf, detta Neandertal, erano state scoperte ossa umane differenti da quelle dell’uomo attuale. Nasce e si sviluppa così la paleontologia umana che permette di conoscere fasi sempre più antiche della nostra storia evolutiva, identificando in un primo tempo l’Asia e successivamente l’Africa come aree di differenziazione delle forme di ominidi iniziali. Sulla base delle conoscenze accumulate, l’attuale forma umana appare come il risultato di una storia evolutiva iniziata più di 5 milioni di anni fa in Africa orientale. I più antichi primati, noti attraverso i fossili, risalgono a circa 65 milioni di anni fa. Le principali caratteristiche di un primate sono una certa flessibilità degli arti; il mantenimento di cinque dita in mani e piedi; mani in grado di manipolare; una tendenza all’espansione del cervello; occhi posti frontalmente; una progressiva riduzione del muso, che diviene sempre più corto. L’evoluzione dei primati è stata notevolmente influenzata dalla tettonica a placche. Durante il Paleocene (65 – 54 milioni di anni fa ) ci fu una forte diffusione di primati dall’aspetto arcaico sia in Nord America, sia in Europa. Nella successiva epoca dell’Eocene (54 -37 milioni di anni fa) queste forme furono rimpiazzate da altre più moderne. Le scimmie del continente americano, le Platirrine (27 milioni di anni fa), non riguardano direttamente l’evoluzione della specie umana. L’evoluzione umana deriva da una scimmia evolutasi in Africa e in Eurasia, la Catarrina. Il Miocene (26 -5 milioni di anni fa) è un momento temporale particolarmente cruciale nello sviluppo dell’ominazione: durante il passaggio dal Miocene al Pliocene (8- 5 milioni di anni fa), periodo definito dagli antropologi “il buco nero dei fossili”, le ossa dei primati non incontravano le giuste condizioni per poter fossilizzare e sopravvivere fino ai giorni nostri. Purtroppo è proprio in quel periodo che avviene la separazione evolutiva tra le scimmie e gli uomini. A quanto pare, intorno ai 20 milioni di anni fa, il clima africano cominciò a mostrare tracce di inaridimento. L’habitat forestale cominciò a frantumarsi. Le aree alberate cominciano a rimanere isolate una dall’altra e la competizione al loro interno si fa terribile: un quadrupede non ha possibilità di migrare verso un’altra foresta, dunque o si adatta a vivere o si estingue. I fossili più antichi di primati che possano essere messi direttamente in relazione con la nostra specie, si trovano quasi tutti nei paraggi della fossa tettonica africana: la Great Rift Valley. In quest’area, che comprende Etiopia, Kenya, Tanzania e Sud Africa, si trovano, a partire da 5 milioni di anni fa, i resti dei primati bipedi che sono i nostri antenati ominidi. La teoria dell’East Side Story sostiene un quadro evolutivo per la speciazione degli ominidi in cui tutto è avvenuto nella savana del Rift e ad oriente di essa, mentre nelle foreste occidentali rimasero le scimmie arboricole e gli antenati delle scimmie antropomorfe ( gorilla e scimpanzé ). A rivoluzionare questo quadro semplicistico è stato il ritrovamento di un fossile molto antico, sicuramente di un ominide, trovato in Africa centrale. Il quadro dunque si complica notevolmente e la Great Rift Valley non sarebbe il focus della localizzazione dei nostri antenati bipedi, che sarebbero stati presenti in un’area continentale più ampia. A Laetoli, in Sud Africa, sono state trovate le impronte di un essere che camminava perfettamente eretto. A Sterkfontein, sempre in Sud Africa, sono state trovate le parti di un piede che si adattano perfettamente alle impronte trovate a Laetoli. L’antropologo Clarke nei ritrovamenti di Sterkfontein ha notato alcuni frammenti di metatarso, datati intorno ai 3,5 milioni di anni fa, contemporanei dunque alle impronte ritrovate. Questi resti di Sterkfontein erano stati già trovati nel 1980, ma erano stati classificati come appartenenti ad un babbuino. Clarke notò che le ossa del piede trovate mostravano caratteri decisamente umani nella parte posteriore, ma diventavano decisamente scimmieschi verso l’alluce. Mentre nell’uomo questo è parallelo alle altre dita, l’ominide di Sterkfontein aveva un alluce a metà strada tra quello umano e quello di uno scimpanzé. Anche se ci mancano i dati sull’evoluzione dalle quattro alle due zampe, oggi Laetoli e Sterkfontein ci consentono di interpretare meglio i processi di ominazione che hanno preso origine dalla capacità unica tra i mammiferi, di muoversi con le mani libere. La stazione eretta ha consentito ai nostri antenati un’altra eccezionale opportunità evolutiva. Le dimensioni del cranio di un quadrupede sono vincolate dalla forza di gravità. La schiene di un quadrupede si comporta come una trave alla cui estremità sia attaccato un peso. Il volume è proporzionale alla trave che lo sostiene. Dato che esistono limiti strutturali per l’anatomia delle ossa e dei muscoli, lo sviluppo del cranio di un mammifero sarà limitato, e così il suo cervello. Se invece ponete una trave in verticale, potrete appoggiarvi in cima anche un peso notevole, questo verrà sempre scaricato al suolo, senza che si creino degli squilibri. In questo senso la stazione eretta consente lo sviluppo illimitato di un cranio, in cui porre un cervello sempre più grande. Possiamo concludere che senza dubbio la stazione eretta è stato l’evento cruciale dell’ominazione. Dal vuoto di fossili di 5 milioni di anni fa, emerge il genere Australopithecus, la “scimmia del sud”. Questa specie precede il genere Homo. Il primo fossile che ha portato alla denominazione del genere degli austrolopiteci proviene da Taung, in Sud Africa, e si tratta di un individuo molto giovane, visto che possedeva ancora i denti da latte. Studiando il reperto si trovò una combinazione unica di caratteristiche anatomiche umane e scimmiesche. Quest’ultime erano essenzialmente un cervello troppo piccolo rispetto a quello umano e un muso relativamente largo e allungato. Gli aspetti umani erano i canini relativamente piccoli e l’apertura del cranio sulla colonna vertebrale. Questa posizione è tipica dell’uomo e riguarda la stazione eretta: il bambino quindi camminava su due gambe. Il primo protagonista della nostra storia si chiama Australopithecus afarensis e proviene dall’Etiopia, in particolare dalle vicinanze del fiume Awash. A tale specie appartiene Lucy, lo scheletro di una donna vissuta 3,5 milioni di anni fa. Lucy aveva una vita ancora in parte arboricola, pur essendo perfettamente adattata alla camminata bipede. La ricostruzione del piede di Sterkfontein e le orme di Laetoli avrebbero potuto benissimo appartenere a Lucy. Intorno ai 3 milioni di anni fa, l’ Australopithecus afarensis, scompare dalla scena. Il suo posto viene preso dall’Australopithecus africanus e alcuni autori ritengono che afarensis sia semplicemente una forma arcaica di questa specie. In ogni caso le due forme presentano forti somiglianze, ma in africanus possiamo notare i primi passi verso un’umanizzazione del cranio, con un incremento di volume del cervello, una tendenza alla trasformazione dei denti verso un modello onnivoro e un graduale miglioramento delle strutture di deambulazione, con il piede sempre meno adatto ad arrampicarsi sugli alberi. È molto probabile che l’Australopithecus africanus rappresenti l’antenato della specie umana, mentre meno chiare rimangono le sue relazioni di parentela con gli altri australopitechi. 2,5 milioni di anni fa un altro fossile mostra impressionanti somiglianze sia con l’afarensis che con l’africanus e questa nuova specie viene denominata Australopithecus aethiopicus. Non si possono però negare le relazioni filogenetiche tra aethiopicus e gli altri due australopitechi robusti, denominati proprio robustus. In una fase in cui le risorse alimentari si fanno difficili da trovare gli australopitechi robusti si nutrivano di semi nella savana; essi erano dotati di una dentatura iperspecializzata e grazie a ciò riuscirono in qualche modo a gestire il patrimonio della savana. Gli australopitechi più gracili, invece, incontrarono notevoli difficoltà a sfamarsi. La pressione dell’ecosistema della savana avrebbe potuto portarli rapidamente all’estinzione. Un primate eretto, non eccellente arrampicatore, con i piccoli denti tipici degli onnivori e una piccola taglia, non avrebbe avuto vita facile in mezzo all’orda di predatori della savana. Non esiste alcuna prova che possa connettere direttamente l’encefalizzazione che mostrano gli ominidi a partire da 3 milioni di anni fa con la stazione eretta e l’uso delle mani ormai libere. Possiamo solo supporre che il cervello degli ominidi ottenesse una particolare qualità dall’utilizzo delle mani svincolate dalla deambulazione. Dunque gli australopitechi gracili, a loro vantaggio, attuarono una grande rivoluzione: la cosiddetta evoluzione esosomatica, che non avviene mediante modificazioni corporee ma grazie all’utilizzo di manufatti. Moltissimi animali fanno uso di strumenti ma solo l’uomo riesce a utilizzare un utensile per farne uno strumento. Gli scimpanzé ad esempio usano le pietre per schiacciare le noci, ma fu solo un ominide quello che prese una pietra, ne percosse un’altra e ne trasse una scheggia tagliente e un nucleo altrettanto tagliente che utilizzò per pulire cortecce e tagliare rami. L’uso combinato della scheggia e del nucleo sostituisce zanne e unghie. I più antichi strumenti conosciuti sono piccoli frammenti di quarzite provenienti dall’Etiopia e hanno 2,5 milioni di anni. Tali reperti rappresentano la separazione definitiva fra la specie Australopithecus e Homo. Gli ominidi hanno utilizzato strumenti durante tutta la loro storia evolutiva, ma della maggior parte di essi si è persa ogni traccia. Lo strumento più antico deve essere stato il bastone da scavo: un ramo appuntito che consente ancora oggi ai Boscimani e agli Aborigeni australiani di raggiungere le risorse alimentari nascoste sottoterra. Purtroppo il legno è facilmente deperibile e viene attaccato dagli agenti atmosferici prima di poter fossilizzare. Non si ha però alcuna prova che gli australopitechi fossero in grado di costruire intenzionalmente strumenti di pietra secondo forme predeterminate dalla loro funzione. Nei vari siti in cui si sono rinvenuti i resti degli australopitechi, mancano totalmente utensili di pietra scheggiata ad arte. Forse non sapremo mai chi abbia iniziato il ciclo produttivo che ha portato all’invenzione della tecnologia su pietra, da cui ha preso le mosse il controllo dell’ambiente che caratterizza l’uomo nei confronti degli altri animali, ma di certo questa operazione non è di estrema facilità come può apparire. Dapprima occorre riconoscere la qualità della pietra in quanto non tutte si frantumano allo stesso modo e alcune non danno risultati utili e poi si deve prefigurare la forma che si vuole ricavare, disegnarla con la mente all’interno del nucleo e andare a percuotere la pietra staccando le schegge. Anche se le prove fossili sono frammentarie, la specie africanus sembra avere tutte le caratteristiche per essere la diretta antenata della nuova specie protagonista in Africa 2 milioni di anni fa: l’Homo Habilis. I suoi resti sono diffusi negli stessi luoghi di quelli degli australopitechi, con i quali, sicuramente, originariamente l’Homo Habilis è convissuto. Agli antropologi apparivano evidenti le caratteristiche “umane” dell’Homo Habilis: un cervello in espansione, la riduzione delle cavità orbitali e delle dimensioni dei denti, la diminuzione del prognatismo facciale e le proporzioni corporee. Inoltre, sempre più spesso, si trovavano associati i resti di Habilis con le pietre lavorate. Molto probabilmente questo ominide faceva uso di un linguaggio gestuale accompagnato da segnali vocali semplici, ma nel suo cervello c’erano già gli adattamenti necessari all’evoluzione del linguaggio simbolico attraverso l’uso di parole. Ma anche l’Homo Habilis era destinato all’estinzione e cominciò ad avere caratteristiche anatomiche particolari: le braccia si fecero più proporzionate verso il modello umano, il cranio continuò a espandersi in volume etc. Prende forma così una nuova specie: l’Homo erectus. Le caratteristiche anatomiche dell’Homo erectus derivano dall’habilis ma mostra anche delle differenze. Il cranio è basso e molto allungato all’indietro, il volume cerebrale incrementa incredibilmente rispetto all’habilis, la mandibola è robusta, così come le ossa delle gambe e il canale midollare molto ristretto. Anche le altre ossa del corpo mostrano questo aspetto, il che starebbe ad indicare un modello di vita in cui era necessaria una grande forza fisica. Uno dei primi fossili di Homo erectus, si calcola sia morto in giovane età, eppure era già alto più di un metro e sessanta e ciò è sorprendente, se si pensa alla rapidità con cui ci si è evoluti a partire da un essere gracile e di bassa statura, come pare essere stato l’Homo habilis, a un essere come l’Homo erectus in grado di raggiungere fino i due metri di altezza. In ogni caso, l’immagine che l’erectus lascia di sé è quella di un individuo dalle proporzioni umane, ma dotato di un fisico adatto a resistere allo stress della savana e un indice di encefalizzazione di poco inferiore a quello che si riscontra nell’uomo moderno. Secondo la teoria che va sotto il nome di multi regionalismo, è possibile che la nostra specie sia il risultato della convergenza di altre specie di ominidi evolutisi dai diversi tipi di erectus. Ma rispetto agli altri ominidi ha una diffusione di gran lunga superiore, i suoi fossili, infatti, si trovano diffusi lungo tutta la fascia tropicale, esclusa l’America, dal deserto alla giungla. L’ereditarietà dell’Habilis porteranno l’erectus a crearsi abiti, utensili, capanne, ad imparare l’arte della caccia fino al raggiungimento del linguaggio. È vero che l’Homo habilis ha trasformato le pietre in strumenti, ma è stato l’erectus a completare il suo lavoro: gli strumenti dell’habilis erano semplici schegge e nuclei poco taglienti ma adatti anche a frantumare, mentre l’erectus continuò l’operazione di scheggiatura lungo tutto il bordo del ciottolo, ottenendo uno strumento sottile, lavorato su entrambe le facce a forma di mandorla. Nella fase iniziale l’erectus utilizzava questo strumento come piccone per scavare radici o come una sorta di mezzaluna per tritare vegetali. A partire dalla rozza tecnologia dell’Homo habilis, le prime popolazioni di erectus riuscirono ad ottenere una possibilità di controllo sull’ambiente che li circondava. Unendosi in gruppo gli erectus erano in grado di accumulare scorte di cibo e progressivamente abbandonarono gli alberi per andare a vivere tra le rocce e nelle caverne. La manipolazione delle pelli degli animali può aver suggerito l’idea di utilizzarle in modo più efficace: la protezione contro il freddo, la pioggia, le spine, la sporcizia, etc… E’ inoltre provato che l’Homo erectus facesse uso del fuoco con regolarità, e che utilizzasse vere e proprie capanne di rami, sterpi, foglie, pelli, fango e pietre. Tutti questi elementi ci parlano di una specie in grado di controllare totalmente l’ambiente in cui vive: diventa predatore pur non avendo zanne e unghie, non subisce il clima, pur essendo nudo, riesce a vivere di notte, pur essendo un animale diurno. È in questo senso di superamento dei propri limiti anatomici che l’Homo erectus appare in grado di evolversi nei più svariati luoghi dell’Africa e dell’Asia. La vita dell’Homo erectus è stata lunghissima. Durante questo periodo, esso è rimasto l’unico ominide sulla Terra e ha messa appunto un bagaglio culturale che possiamo definire come il presupposto per il raggiungimento della piena “umanità”. Gli studi fatti sui denti dei fossili di erectus, hanno potuto dimostrare che il suo corso di vita tendeva a essere simile a quello della nostra specie, mentre quello degli australopitechi e in parte dell’habilis, era decisamente simile al ciclo di vita delle scimmie antropomorfe. Paradossalmente, fu proprio questa capacità di gestire l’ambiente a garantire la sopravvivenza dell’erectus prima e poi la sua estinzione. Il superamento di difficoltà climatiche, la cottura dei cibi, i ripari, le difese dai predatori, le armi, e molto altro ancora, consentivano la sopravvivenza di moltissimi individui che sarebbero stati naturalmente falciati dalla selezione. Attorno ai 300.000 anni fa, in Africa cominciano ad apparire degli ominidi, chiaramente derivanti dall’Homo erectus, che però mostrano caratteri anatomici evoluti nella direzione della nostra specie. Sono i primi individui di Homo sapiens arcaico. Non tutte le teorie degli antropologi sono concordi nell’affermare che tale specie si sia evoluta in Africa. I vari resti nelle differenti località africane, europee, asiatiche e indonesiane sembrano confermare l’ipotesi multi regionalista, seconda la quale, diverse popolazioni di Homo sapies si sarebbero evolute dell’erectus nelle varie aree geografiche. La teoria opposta, partendo dagli stessi fossili e dalle stesse località, afferma che le diverse popolazioni di erectus avrebbero sì dato vita a varietà locali di Homo sapiens arcaico, ma che tutte si sarebbero estinte, tranne quella africana, che avrebbe sostituito su tutta la Terra le popolazioni arcaiche. I tratti più tipici del sapiens arcaico indicano un’evoluzione lenta e graduale. La faccia mostra un prognatismo ridotto, anche se si mantiene larga come in erectus. L’osso del timpano ha una struttura delicata, a prova della necessità di percepire alla perfezione i suoni del linguaggio parlato. Il cranio è ancora basso e allungato, ma appare meno robusto e con la fronte meno schiacciata. Questo implicherebbe un minore stress da parte dell’ambiente nei confronti di questi ominidi. La cultura e la tecnologia dunque, già allora, alleviavano le pene della vita. Uno dei tratti propri del sapiens è dunque, come già detto, il linguaggio. Gli animali hanno un linguaggio, in quanto comunicano informazioni ai membri della propria specie. Molti esperimenti sugli scimpanzé e sui gorilla hanno dimostrato la loro capacità di astrazione e di formulazione di pensieri attraverso la fonazione. Il linguaggio articolato degli uomini è di ben altro livello, ed così tipicamente umano che, se si parla ad un bambino, in lui si attiva un’intensa attività cerebrale, con micromovimenti muscolari coordinati in risposta ai suoni delle parole. Anche le funzioni biologiche più elementari vengono sconvolte mentre si parla, ad esempio varia la frequenza di respirazione. Gli studi di linguistica hanno messo in luce come nell’uomo esista una sorta di grammatica innata, come la definisce il linguista Noam Chomsky, che adatta l’uomo all’apprendimento del linguaggio articolato. La tecnologia può anche aver avuto la sua importanza nell’origine del linguaggio verbale, ma senza una conformazione particolare della laringe mai l’uomo avrebbe potuto parlare. Scimpanzé e gorilla non sono capaci di parlare perché la loro laringe è sistemata in modo tale da non consentire una perfetta modulazione dei suoni. La stessa cosa avviene nei neonati, i quali non sarebbero in grado di parlare nemmeno se le facoltà psichiche glielo permettessero, perché la laringe si abbassa gradualmente fino a raggiungere la posizione che permette il linguaggio articolato. Tale abbassamento produce un allargamento della cavità faringea che permette l’emissione di suoni. Nelle scimmie l’organo della fonazione è posto in posizione elevata ed è per questo che esse riescono a bere e a respirare contemporaneamente. Nell’Homo habilis sembrano essere presenti le due aree della corteccia cerebrale preposte al controllo del linguaggio articolato, cioè l’area di Broca e l’area di Wernicke, dal nome dei ricercatori che le hanno scoperte nel secolo scorso. Esse si trovano nel lato sinistro del cervello il quale è anche quello maggiormente sviluppato, e questo oltre che per i centri della fonazione anche perché la maggior parte della popolazione umana è destrimana e l’uso della mano destra è controllato proprio dall’emisfero sinistro. Purtroppo però, anche il cervello, come la parola non fossilizza, quindi nessuno ha mai potuto esaminare direttamente il cervello di un animale estinto. I resti ritrovati in Europa, assomigliano più alla specie del cosiddetto “uomo di Neandertal”. Il dibattito sulla possibilità di considerare il Neandertal una specie a sé o una sottospecie, è uno dei più accesi nella moderna antropologia. In un primo momento si considerò l’uomo moderno suddiviso in due sottospecie: Homo sapiens sapiens (noi) e Homo sapiens neanderthalensis, riconoscendo ai due ominidi molte affinità. All’arrivo del sapiens sapiens il Neandertal si sarebbe estinto e, dato che si trattava di due popolazioni della stessa specie, il patrimonio genetico dell’estinto veniva riassorbito dal sapiens sapiens proveniente dall’Africa, con la sua tecnologia, la complessa attività psichica, l’arte, le armi, e soprattutto l’alta statura e la testa rotonda dalla fronte dritta e spaziosa. I multi regionalisti, invece, hanno sempre sostenuto che il Neandertal derivasse direttamente da forme di Homo erectus moderne vissute in Europa. I ritrovamenti di Atapuerca, in Spagna, sembrano dare al Neandertal la nomina di specie a sé. In questo sito sono stati trovati più di 700 fossili umani, appartenenti ad almeno 24 individui di ogni sesso ed età, dunque si tratta di una popolazione geneticamente omogenea. La datazione attribuisce al deposito dei fossili un età di circa 300.000 anni ed è questo il periodo in cui, in Africa, si assiste alla sostituzione di erectus da parte di popolazioni di sapiens arcaico. In Europa la documentazione fossile sulla presenza di erectus è piuttosto frammentaria e poco chiara, ma resti di utensili e tracce di attività umana, ci dicono che qualcuno 700.000 anni fa abitava in Europa, ma la carenza di resti umani non ci permette di sapere chi fosse. Viene quasi data per scontata la presenza di erectus in Europa tra un milione e i 300.000 anni fa, in analogia con l’Asia e l’Africa. La cultura musteriana (dal nome della località francese di Le Moustier, in Bretagna) è tipica del Neandertal, e deriva dai manufatti. Per la prima volta nello studio dell’ominazione i manufatti ritrovati sono numerosi e ben distribuiti in tutta l’Europa. Quel che si nota nella cultura musteriana è il totale controllo della lavorazione della pietra. Gli oggetti hanno forme precise, con punte triangolari con potenzialità di essere trasformate in lance; le pelli venivano pulite con raschiatoi; gli utensili da taglio erano sottili, bifacciali; altri strumenti venivano resi denticolati, per un utilizzo come seghe e coltelli. A quante pare le popolazioni neandertaliane fecero un ampio uso dei ripari sotto le rocce e delle caverne come abitazione. Questo utilizzo era già stato testimoniato per gli australopitechi e, in Cina ed Europa, per l’Homo erectus, ma è solo con il Neandertal che questo stile di abitazione si diffonde. I musteriani erano in grado di allestire capanne e focolari molto sofisticati, con combinazione di ossa, pelli e materiale vegetale. Rispetto all’erectus, le popolazioni di Homo neanderthalensis sembrano far dipendere la loro vita sempre più dalla caccia. L’ambiente glaciale o quello di foresta temperata, in cui vive il Neandertal, infatti, mal si prestano a un’economia basata principalmente sulla raccolta di vegetali. Forse nessun’altra località come il monte Cervino, presenta in Italia tracce così intense e diffuse relative alla specie umana neandertaliana. Le ricerche effettuate dal paletnologo Blanc in questo promontorio, hanno individuato 10 cavità costiere che presentavano riempimenti con faune fossili e utensili paleolitici. Nella Grotta Guattari, scoperta successivamente, è stato ritrovato un cranio di Homo sapiens neanderthaliensis, due mandibole umane, pietre sulle quali era poggiato il cranio, resti di cervo, cavallo, bue e iena. Secondo Blanc l’insieme di reperti scoperto nella grotta poteva avere un significato rituale. L’uomo di Neandertal è il vero uomo delle caverne, l’uomo dalle mani robuste che tiene una clava, è peloso, ha spalle robuste, era molto intelligente e l’aumento di massa del suo cervello sta ad indicare che va utilizzata per un maggiore controllo dei muscoli, più potenti rispetto a quelli dell’uomo moderno. Oggi sappiamo che il Neandertal era perfettamente eretto e poteva distendere le gambe proprio come noi. È però vero che il suo apparato locomotorio, soprattutto nel bacino, non ne faceva un grande camminatore. L’uomo di Neandertal si estingue circa 35.000 anni fa, il dibattito sul come e sul perché è ancora aperto e non ci sono risposte certe. Quello che si sa è che, ad un certo punto, le popolazioni musteriane vengono sostituite da forme moderne di Homo sapiens, probabilmente provenienti dall’Africa. A molti è piaciuto connettere l’estinzione del Neandertal a tutta una serie di ipotesi fantasiose che vanno dal genocidio da parte degli uomini moderni, al calo demografico dovuto al fatto che le donne neandertaliane si sarebbero innamorate degli uomini delle popolazioni di sapiens moderne. Le prove paleontologiche, invece, ci parlano di un’origine molto antica dell’Homo sapiens moderno, quasi contemporanea all’evoluzione in Europa dell’uomo di Neandertal. Inoltre per lunghi periodi, il Neandertal e l’uomo moderno sono convissuti nelle stesse aree geografiche, soprattutto nel Vicino Oriente. I fossili ci dicono che c’è stato un calo di popolazione neandertaliana all’inizio del Paleolitico superiore, alla fine di una migrazione che li portò a Sudovest, forse per sfuggire all’inasprimento climatico. Qui incontriamo le popolazioni moderne supportate da una tecnologia in grado di conferire un migliore adattamento alle variazioni climatiche. A partire dai 45.000 anni, si ha un continuo flusso attraverso lo stretto di Gibilterra, di una popolazione di uomo moderno: si tratta dell’uomo di Cro-Magnon, un Homo sapiens perfettamente moderno. Un Homo sapiens anatomicamente moderno è caratterizzato da ossa sottili e una muscolatura inferiore a quella degli arcaici. Il cervello dell’uomo moderno è voluminoso, e per contenerlo l’uomo ha evoluto una forma del cranio distinta da quella di tutti gli altri ominidi. Il corso di vita tipico dell’uomo moderno prevede la nascita di un infante dal cervello non pienamente sviluppato; la maturità cerebrale viene infatti raggiunta solo al secondo anno di vita, al contrario di quel che avviene per gli altri primati, in cui l’intelligenza è geneticamente programmata. La crescita e la dipendenza sono molto lunghe e la maturità sessuale viene raggiunta molto più tardi che non nelle scimmie antropomorfe. L’aspettativa di vita degli umani va caratteristicamente ben al di là dell’età riproduttiva. Fino a poco tempo fa queste caratteristiche venivano attribuite a tutte le specie di ominidi, ma nuove tecniche per valutare il corso di vita dimostrano che quello appena descritto è tipico dell’uomo moderno. Il nostro percorso lungo l’evoluzione umana si è svolto finora nell’ambito dell’antropologia fisica, attraverso la misurazione dei caratteri esterni degli ominidi fossili. Questi caratteri però non sono totalmente affidabili, perché sono suscettibili di mutamenti a causa sia della selezione naturale che della modificazione dell’aspetto fisico. L’informazione genetica è invece basata su caratteri che si ereditano secondo rigide regole biologiche. Il colore dei capelli, quello degli occhi, l’altezza, il peso, i tratti del viso e tutte le altre sfumature anatomiche differiscono da individuo a individuo, da etnia a etnia, da popolazione a popolazione. Tutti questi caratteri si trasmettono per via ereditaria attraverso lo scambio genetico dei cromosomi. Per quanto riguarda la nostra specie, si utilizza sempre più spesso il confronto con i nostri cugini evolutivi, lo scimpanzé e il gorilla, poiché le differenze con il loro patrimonio genetico possono fornire indicazioni su quali siano i geni “originali” e quali quelli che sono mutati. È di certo l’analisi del DNA la fonte di discriminazione per ogni studio sulle popolazioni umane. Attraverso le tecniche di analisi del DNA oggi disponibili, si cerca di definire un concetto complesso, la distanza genetica: maggiore sarà il tempo di separazione delle specie, più aumenteranno le differenze genetiche. La storia genetica del mondo, nel nostro caso, comincia con l’Africa, dove si è originata la popolazione di Homo sapiens moderno della nostra specie. Nonostante l’origine africana dell’uomo moderno venga molto discussa, forti elementi di tipo genetico avvalorano l’ipotesi di un’origine “nera” della nostra specie. Diversi studi di biologia molecolare mostrano una forte rassomiglianza tra Europei e Asiatici, mentre più debole è l’accostamento di ognuna di queste popolazioni con gli Africani. Si è potuto così stimare che Europei e Asiatici hanno condiviso un progenitore comune. È stato un sistema innovativo a fornire quella che è la più potente prova dell’origine africana dell’uomo moderno. Questa ipotesi è stata battezzata “Eva nera”: attraverso l’analisi di campioni di DNA raccolti in tutto il mondo, applicando le tecniche dell’ “orologio molecolare”, si è potuto stabilire che il più antico DNA è di origine africana, ed ha circa 200.000 anni, mentre quello degli altri continenti è molto più recente. Comunque l’ipotesi dell’ “Eva nera” è ancora sotto verifica. La nostra storia e diffusione procede. Le densità maggiori si raggiunsero sulle coste del Mediterraneo. Fu così che entrarono in Europa i linguaggi cosiddetti “indoeuropei”, originari dell’Anatolia. Nel frattempo il nord Africa offriva minori possibilità di sviluppo agricolo e di popolazione. Le steppe dell’Africa non erano favorevoli all’agricoltura, ma diedero ampio spazio all’allevamento del bestiame. Pastori nomadi addomesticarono i cavalli e cominciarono a diffondersi a partire dai 4.000 anni fa, con la massima espansione. Dalle coste dell’Asia sudorientale, a partire da 6.000 anni fa, partì la colonizzazione moderna del resto del continente, con la diffusione delle lingue maleso – polinesiane. I primi insediamenti in Australia e Nuova Guinea sono molto antichi: 50.000 anni fa, in varie ondate migratorie, cominciarono ad arrivare gli abitanti del Pacifico. In epoche più vicine cominciarono le occupazioni delle isole più remote, a partire dal popolamento della Micronesia a nord e della Polinesia a est. I Polinesiani occuparono prima le isole Cook e Salomone, per passare poi alla Nuova Zelanda e all’isola di Pasqua, davanti alle coste americane. Tra i 10.000 e i 6.000 anni fa, entrarono lentamente in Europa le tecniche agricole, attraverso le popolazioni provenienti dall’Anatolia. Fu questo il periodo in cui penetrarono in Europa le lingue indoeuropee che soppiantarono completamente quelle caucasiane. In Europa esistono due gruppi linguistici predominanti: l’indoeuropeo e l’uralico. Successivamente all’arrivo degli indoeuropei, si assiste nel nostro continente alla domesticazione del trasporto su carri trainati da buoi e cavalli. L’analisi filogenetica delle popolazioni americane mostra come queste siano arrivate nel continente in tre diversi gruppi e in epoche differenti: prima gli Amerindi, poi i Na-Denè e infine gli Eschimesi. In conclusione, Luigi Luca Cavalli – Sforza, il principale autore della metodologia sull’analisi del popolamento ha affermato: “ Siamo a un crocevia dell’analisi genetica delle popolazioni umane per due ragioni. La prima è che un certo numero di popolazioni di grande interesse sta rapidamente scomparendo. Anche se non fossero fisicamente in pericolo di estinzione, la dispersione dei loro membri attraverso l’inculturazione rende praticamente impossibile studiarli nelle condizioni originarie. La seconda riguarda il miglioramento esponenziale delle tecniche di rilevamento per i dati genetici. Dobbiamo però arrivare in tempo per costruire una banca dati di campioni sanguigni ricavati da popolazioni aborigene. Ora”. Agli inizi dell’800 ancora la gran parte degli studiosi attribuiva all’umanità un’età di appena 4000 – 6000 anni; questa convinzione, per lo più derivante da calcoli effettuati in base al racconto biblico, cominciò a modificarsi mentre andavano affermandosi le teorie sull’evoluzione. Tra il 1821 e il 1834, a seguito delle ricerche avvenute in Francia, Belgio e in Inghilterra, venne dimostrata la contemporaneità dell’uomo con alcune specie di mammiferi fossili, ai quali veniva attribuita un’età di 75.000 anni. Nello stesso periodo l’archeologo danese Thomsen propose nella storia dell’uomo antico un’Età della Pietra, una del Bronzo e una del Ferro. Qualche decennio dopo, si constatò che quella che egli definiva Età della Pietra inglobava delle culture giunte a livelli di civiltà molto diversi. Si cominciò da allora a distinguere un periodo antico, o Età della Pietra scheggiata e un periodo più recente o Età della Pietra levigata. Nel 1865 l’etnologo Lubbock propose di sostituire queste definizioni con quelle di Paleolitico e di Neolitico, che ben presto furono comunemente adottate. Per qualche tempo si ritenne che esistesse una cesura fra questi due periodi, fino a quando non si cominciarono a trovare resti sempre più numerosi di culture che non conoscevano tuttavia l’agricoltura e l’allevamento. Questo periodo intermedio fu denominato Mesolitico, una definizione che oggi si tende sempre più ad abbandonare: infatti, le più antiche fra queste culture non sono altro che la continuazione di civiltà del Paleolitico superiore e vengono oggi designate con il termine Paleolitico finale mentre altre, più recenti, possono essere definite preneolitiche o proto neolitiche, in quanto sono le civiltà presso le quali si riscontrano le tracce del lungo processo cui abbiamo accennato, che trovò compimento nel modo di vita neolitico. Il termine Neolitico indica oggi uno stadio di civiltà durante il quale l’economia di sussistenza è basata principalmente sull’agricoltura e sull’allevamento e in cui non si impiegano ancora i metalli nella fabbricazione di utensili e di armi. Il Neolitico non ha avuto origine ovunque nella stessa epoca: in Asia occidentale tale origine risale a circa 12.000 anni prima dell’epoca attuale, ma occorsero altri 3.000 anni prima di assistere all’insediamento in Europa delle prime comunità agricole. Inoltre, verso il 5.000 prima dell’epoca attuale in molte regioni non si era ancora andati oltre lo stadio di cacciatori-raccoglitori, mentre contemporaneamente altre regioni, che conoscevano già la produzione di armi e utensili in rame, avevano raggiunto lo stadio del Calcolitico. Verso la fine del Pleistocene, l’uomo si era già diffuso nella maggior parte del pianeta, e vi occupava nicchie ecologiche diverse, a seconda delle regioni e dei climi. Gran parte delle zone temperate d’Europa, Asia e America erano soggette a un clima molto aspro, caratterizzato dalla presenza di tundre e steppe, mentre le regioni più calde avevano una temperatura minore rispetto all’odierna, ma una minore piovosità, per cui presentavano meno foreste e più savane. Nei limiti delle possibilità offerte dall’ambiente, l’uomo viveva essenzialmente di caccia e di pesca; diventato un predatore a partire dal Paleolitico inferiore, esso non aveva nulla da temere da parte degli altri predatori, grazie alla padronanza del fuoco e all’invenzione delle armi da lancio, e non aveva più, quindi, molti nemici naturali. Per quanto riguarda l’organizzazione sociale, poiché la caccia ai grandi animali richiede la collaborazione di un numero di cacciatori superiore al numero ristretto del nucleo familiare, è probabile che l’unità sociale di base fosse composta da più famiglie. Come tutti gli animali superiori, specialmente quelli che vivono in gruppo, anche l’uomo era probabilmente soggetto agli istinti di territorialità e di gerarchia sociale, ed è quindi probabile che ogni gruppo avesse il proprio territorio di caccia e fosse guidato da un capo. Quest’ultimo doveva probabilmente il proprio rango alla sua condizione di cacciatore più robusto o più astuto: l’ipotesi che tale ruolo di comando venisse affidato all’anziano più esperto sarebbe contraddetta da quanto accade tra gli animali superiori più vicini all’uomo, dove il maschio dominante perde tale status quando le sue forze iniziano a declinare. Inoltre, gli anziani dovevano essere assai pochi, dal momento che l’uomo del Paleolitico raramente viveva oltre i trent’anni e solo eccezionalmente raggiungeva i quaranta. Un altro personaggio affiancava il capo nel dominio del gruppo, lo stregone o sciamano, a cui veniva attribuita la facoltà di entrare in comunicazione con gli spiriti, con il soprannaturale e di trasmettere i miti sacri. Tramite le sue pratiche magiche egli doveva garantire la sopravvivenza del gruppo, facendo sì che la caccia avesse buon esito e che la selvaggina fosse abbondante. Secondo un’ipotesi le grotte dove fiorì l’arte parietale erano luoghi comunitari dove i diversi gruppi si riunivano in certe occasioni per prendere parte a cerimonie religiose o magiche, e il ruolo dello stregone può aver rivestito un’importanza maggiore di quella del capo. I diversi gruppi uniti da tali credenze comuni erano probabilmente vincolati da legami di sangue e l’organizzazione sociale ed economica del Paleolitico superiore rimase relativamente semplice, al punto che si è parlato a questo proposito di “comunismo primitivo”. I cambiamenti climatici, profondi e rapidi, provocarono un po’ ovunque importanti modificazioni tanto nella geomorfologia quanto nella flora e nella fauna, ed ebbero enormi ripercussioni sul modo di vita degli umani. Lo scioglimento degli enormi ghiacciai diede luogo a un notevole innalzamento del livello dei mari; vaste distese di terre basse furono sommerse; l’intero volto del pianeta ne fu profondamente modificato. Alcune specie che nel corso delle epoche precedenti avevano avuto un ruolo preponderante nella sussistenza dell’uomo, come il mammut, il rinoceronte lanoso, l’orso delle caverne, che già erano in via d’estinzione, scomparvero del tutto. Soltanto nelle zone in cui diverse circostanze naturali avevano favorito la steppa, la prateria o la savana, la fauna non differì affatto. Colpite da questi profondi cambiamenti verificatisi nel loro ambiente, la maggior parte delle comunità umane si trovarono a dover affrontare una situazione critica. Alcune di esse, restie nell’adattarsi alle nuove circostanze, avevano seguito i branchi di renne nella migrazione verso nord, e si stabilirono nelle regioni del nord Europa, dell’Asia e dell’America lasciate libere dai ghiacciai, dove proseguirono per molto tempo nel loro modo di vita tradizionale di predatori, basato sulla pesca e sulla caccia di renne e alci. Gli altri gruppi umani, in particolare quelli che abitavano le regioni ora ricoperte dalla foresta, conobbero un periodo di crisi ma si adattarono rapidamente al loro nuovo ambiente. Assistiamo innanzitutto a un grande cambiamento nelle fonti di sussistenza di tali comunità; la caccia svolge ancora un ruolo importante ma non costituisce più la parte essenziale della sussistenza; in seguito alla scomparsa o alla migrazione dei grandi branchi di selvaggina, gli uomini avevano iniziato a cacciare nelle foreste dove le prede erano costituite da animali che vivevano in gruppi meno numerosi. Nelle foreste era anche più difficile braccare le prede, fu quindi naturale che i cacciatori adottassero l’arco e le frecce. Queste stesse condizioni di caccia spiegano perché l’uomo arrivò progressivamente ad addomesticare il lupo, che divenne per il cacciatore un ausilio prezioso, in grado di stanare le prede. La caccia nelle foreste era senz’altro più difficile e meno fruttuosa rispetto alla caccia alle renne praticata durante l’epoca precedente e fu probabilmente per questo motivo che divenne sempre più frequente la caccia alla piccola selvaggina, come gli uccelli acquatici. La minore resa della caccia ebbe conseguenze anche sul piano sociale; le comunità furono composte da un numero minore di famiglie rispetto al passato, poiché la caccia nelle foreste richiedeva la partecipazione di un numero più limitato di cacciatori e le prede uccise non erano sufficienti ad assicurare la sussistenza di un gruppo numeroso. D’altro canto anche la pesca aveva assunto una maggiore importanza, come attestano numerosi ritrovamenti: punte di osso o corna di cervo dentellate utilizzate come ami e canoe formate da tronchi d’albero che venivano svuotati riscaldandoli al fuoco. Alcune comunità giunsero persino a stabilirsi lungo le rive dei fiumi e dei laghi, altre lungo le zone costiere dove vivevano essenzialmente di pesca, della raccolta di conchiglie e della caccia alle foche. I cambiamenti subiti dall’ambiente, infine, fornirono nuove fonti di sussistenza alle quali l’uomo non tardò a ricorrere, saccheggiando i nidi degli uccelli, raccogliendo lumache e altri molluschi e variando la sua dieta con l’apporto di frutta, di un gran numero di piante commestibili e di radici estratte dal terreno. In tal modo i gruppi umani ben presto ottennero una resa ottimale dal loro ambiente. In molte regioni si è potuto constatare come il territorio di una comunità comportasse tre categorie di habitat: un campo base, dove si svolgevano tutte le attività indispensabili alla sopravvivenza del gruppo; alcuni campi satellite, meno estesi, dove venivano svolte attività più specifiche e stagionali; infine, semplici accampamenti dove alcuni cacciatori trascorrevano una o due notti. Molti studi condotti su popolazioni che ancora oggi vivono in condizioni primitive, hanno dimostrato che all’interno del proprio territorio ciascuna comunità disponesse di un campo base più o meno permanente e di un certo numero di campi satellite, al fine di sfruttare al massimo e in modo razionale tutte le risorse vegetali e animali di tale territorio. Il carattere non permanente dei campi satellite suggerisce una certa mobilità e quasi certamente un ciclo di migrazioni regolare, forse annuale, all’interno del territorio. Gli scavi hanno rivelato un dato molto importante, e cioè che alcuni gruppi praticavano un tipo di caccia non soltanto specializzata nell’inseguimento di una o due specie, ma anche selettiva: i cacciatori uccidevano di preferenza animali in età avanzata e giovani maschi, risparmiando le femmine per non compromettere la riproduzione della specie. Tale caccia selettiva presuppone il possesso di buone conoscenze circa la fisiologia delle prede. Presso altre comunità le donne, responsabili dell’approvvigionamento delle risorse vegetali a scopo alimentare, raccoglievano o estraevano dal terreno in modo selettivo alcune piante, frutta o radici perché ritenute più nutrienti o per il loro gusto più gradevole. Anche qui le donne dovettero adottare misure volte a garantire la sopravvivenza e la propagazione delle piante maggiormente apprezzate, ad esempio evitando di raccogliere tutti i semi di quelle piante. Una pratica di questo tipo implica necessariamente una solita conoscenza del ciclo biologico di tali specie vegetali: dispersione dei semi, germinazione e maturazione. La domesticazione della capra e della pecora diedero origine all’invenzione della tessitura, che avvenne in un secondo momento, quando il pelo di questi animali si prestò ad essere filato e tessuto soltanto dopo alcune mutazioni seguite all’addomesticamento. Gli indumenti in lana sostituirono gli indumenti in cuoio e pelliccia e ben presto si apprese ad utilizzare alcune piante tessili, come il lino e il cotone. Anche l’alimentazione umana subì alcune modifiche. Da prevalentemente carnivora nel Neolitico essa si basa soprattutto su cereali e frumento, miglio, riso e mais. Questi cereali venivano consumati dopo averli macinati e cotti oppure sotto forma di pani o focacce. Il consumo di carne diminuì notevolmente quando l’addomesticamento degli animali permise di arricchire l’alimentazione quotidiana con un nuovo elemento: il latte con i suoi derivati, burro e formaggi. L’invenzione della ceramica infine, permise la preparazione di cibi cotti o bolliti. Bisogna inoltre aggiungere che la sostituzione della carne con un’alimentazione di tipo vegetariano rese necessario l’uso del sale, che divenne presto oggetto di commercio. Questo cambio di alimentazione ebbe delle ripercussioni sul metabolismo umano: è possibile constatare quasi ovunque che il numero e le dimensioni degli habitat e delle necropoli aumentarono considerevolmente. Uno dei primi cambiamenti nell’ambito socioeconomico riguarda lo stanziamento definitivo in villaggi, in quanto gli agricoltori devono necessariamente stabilirsi in prossimità dei loro campi. Anche le credenze religiose subirono l’influenza del nuovo modo di vita: le religioni neolitiche sono culti di fecondità; l’uomo iniziò a porsi delle domande, si interroga sui fenomeni e sui grandi cambiamenti a cui assiste, si chiede cosa siano la luna e le stelle, etc. In un certo senso si anticipa la mentalità scientifica ed è per questo che si parla di “rivoluzione” nel Neolitico, perché si tratta senza dubbio della svolta maggiormente decisiva nello sviluppo della civiltà umana. Dopo millenni trascorsi dall’umanità nello stadio del procacciamento del cibo basato sulla caccia, sulla pesca e sulla raccolta, alcuni gruppi umani intorno al 9.000 instaurarono tentativi di produzione dei mezzi di sostentamento. Attorno all’8.000 si avviò la creazione di quella che viene definita “la città più vecchia del mondo”, Gerico, in Palestina, non sembrano però presenti tutti i caratteri distintivi della formazione urbana, ma Gerico giunge all’urbanizzazione grazie alla sua favorevole posizione geografica. Si coltivavano grano, orzo, lenticchie e piselli. L’allevamento non era ancora stato introdotto in questa zona e la caccia resta una risorsa importante. L’insediamento era formato da abitazioni rotonde o ovali, le pareti sono in parte costruite con un mattone bombato e nella parte superiore da pali ricoperti di argilla. Le fortificazioni erano formate da un muro di cinta munito di una torre che aveva la funzione di porta della città. Questa si estendeva per 4 ettari e oggi ne resta solo una cinta muraria con tracce di tessuto urbano. Nel 587 a.C. la città fu distrutta dal re babilonese Nabucodonosor, che ne deportò gli abitanti a Babilonia. L’attuale Gerico sorge sul sito che ospitò la città conquistata e controllata dai crociati cristiani dal 1099 al 1187. Come è ben noto, da sempre l’uomo utilizzò la pittografia, ma quando i segni smisero di rappresentare l’immagine delle cose, ma l’uomo si sforzo a suggerirne il nome attraverso forme stilizzate, si ebbe l’ideografia. Un sistema pittografico evoluto che impiega singoli pittogrammi è la “scrittura sacra” in uso nell’antico Egitto. Gli egiziani ne attribuivano la scoperta al dio Thoth, inventore del linguaggio e della magia. Anche i Sumeri svilupparono un sistema parzialmente pittografico, per esigenze di amministrazione, contabilità, commercio e comunicazione politica. Da tale tecnica nacque la scrittura detta cuneiforme, ampiamente diffusa nel Vicino Oriente antico, ereditata poi da Accadi e Assiri. L’introduzione di un sistema di registrazione scritta consente alle culture che lo adottano un decollo ulteriore verso forme di organizzazione politica ed economica che restano precluse alle civiltà che restano ignare della nuova scoperta. La scrittura, tuttavia, non rimane una semplice tecnica di riconoscimento grafico; diviene anche un nuovo modo di comprendere e di affrontare il mondo circostante. L’alfabeto moderno deriva, attraverso la mediazione del greco, dal primitivo alfabeto consonantico dei Fenici. Le scritture usate dagli egiziani e dai semiti tralasciavano le vocali e sono pertanto sistemi incompleti: spettò ai Greci la creazione di appositi segni vocali. Nel corso dei secoli l’alfabeto ionico, originariamente scritto da destra verso sinistra secondo l’usanza semitica, divenne comune a tutto il mondo ellenico. Ma con il diffondersi dell’agricoltura e dell’allevamento è impossibile non parlare di malattie. Alcune malattie sono di origine animale; adulti e bambini contraggono malattie dai loro animali domestici e tra le malattie più serie troviamo il vaiolo, l’influenza, la tubercolosi, la malaria, la peste, il morbillo e il colera. Queste malattie hanno fatto molte più vittime delle armi. Dal punto di vista dei geni, vale ancora il discorso dell’evoluzione selettiva: gli individui più bravi ad assicurare una progenie e a farla sopravvivere vengono selezionati. I germi possono essere trasmessi passivamente come i batteri della salmonella che aspettano di essere ingeriti; altri parassiti possono essere trasmessi da uomo a uomo attraverso il cannibalismo come la malattia del riso; altri passano attraverso gli insetti, zanzare, pulci, pidocchi, mosche. Un altro mezzo di trasmissione è la gravidanza: la sifilide, la rosolia e l’AIDS si trasmettono passivamente dalla madre al feto. Il corpo umano, dalla sua parte, ha imparato a difendersi dai virus. Anche per l’uomo vale il principio dell’evoluzione selettiva: le popolazione esposte ripetutamente a un particolare agente patogeno hanno finito per essere composte da percentuali più alte di individui resistenti. In questo modo, un intero popolo diventa più protetto dalle aggressioni dei patogeni. La conquista del Nuovo Mondo offre l’illustrazione più chiara del ruolo delle malattie nella storia del mondo: molti più americani nativi morirono nel loro letto a causa dei microbi di importazione europea, di quanti non caddero sul campo sotto i colpi dei fucili e delle spade. Morbillo, influenza, tifo, difterite, malaria, orecchioni, pertosse, peste, tubercolosi, febbre gialla, furono validi alleati degli uomini nelle loro conquiste in tutto il mondo. Siamo in viaggio da due milioni di anni., da quando i primi esemplari del genere Homo, completamente bipedi, si diffusero a partire dal continente africano e colonizzarono l’Eurasia, e tempo dopo, piccoli gruppi di Homo sapiens appartenenti alla nostra specie curiosa e intraprendente, uscirono ancora dall’Africa e affrontarono l’esplorazione di vecchi e nuovi mondi. Oggi quell’avventura non è ancora finita e non esiste frammento delle terre emerse che non abbia visto il passaggio o l’insediamento di esseri umani. Nel momento stesso in cui compie una serie di atti nella sua vita, ciascuno di noi “scrive” un capitolo della propria storia, e capisce quasi istintivamente di essere il risultato di un complesso intreccio di azioni compiute, di condizionamenti, di influenze derivanti dall'essere nato e cresciuto in un determinato paese, in un gruppo sociale, in un ambiente piuttosto che un altro. Quando poi costruiamo progetti per il futuro, siamo naturalmente portati a tirare bilanci e perciò siamo spinti a riflettere sui nostri passi e valutarli criticamente. Chi non sappia farlo, finisce per non sapere chi sia. Riflettiamo sui nostri passi inevitabilmente sotto gli interrogativi che la vita ci pone nel presente. Così la nostra coscienza e il nostro spirito elaborano e ricostruiscono continuamente la nostra storia personale. Ma nessuno vive isolato in una chiusa cerchia familiare, così quel che accade nel mondo esterno determina in maniera essenziale la nostra condizione e il nostro destino. Sempre di più l’uomo moderno ha bisogno di avere delle risposte. E un grazie particolare va a tutti gli scienziati che hanno dedicato l’esistenza alla conoscenza di tutto ciò.
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