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Masaniello

Pescivendolo come il padre, con animo particolarmente allegro, il suo vero nome era Tommaso Aniello, egli era un bel ragazzo, poco alto e con capelli castani. Primogenito di Antonia Gargano e Francesco d'Amalfi, egli nacque a Napoli il 26 giugno 1620 in una casa che si affacciava alla strada di fronte piazza del Mercato. Era, come altre persone, vittima di un governo incapace di gestire la situazione. Il padrone era il duca d'Arcos che controllava Napoli a nome di Filippo IV di Spagna. Ogni giorno tutti solevano andare a piazza del Mercato, dove venivano effettuate le esecuzioni capitali e dove i gabellieri riscuotevano le tasse. Nella mattina del 7 luglio del 1647 però qualcosa cambiò, un ortolano si rifiutò di pagare una tassa ed immediatamente si scatenò il putiferio e fu proprio lì che Masaniello, che stava assistendo alla scena, gridò "Viva il sovrano, morte al malgoverno". I napoletani in poco tempo si lasciarono prendere dall'euforia di Tommaso e diedero fuoco dapprima ai palazzi nobiliari poi alle case dei ricchi e ai registri delle imposte.

Le violenze continuarono e si aggiunse la richiesta di parità di diritti tra nobili e popolani capeggiati da Masaniello che diventò un vero e proprio capopopolo. Avrebbe poi maturato la propria rabbia contro gli oppressori in carcere, dove conobbe Marco Vitale che lo mise in contatto col sacerdote rivoluzionario Giulio Genonino, avverso alla nobiltà. Egli divenne la mente delle azioni di Tommaso e in poco tempo il pescivendolo si ritrovò a fare discorsi ad inviati reali e a vari gabellieri. Con il passare del tempo, Masaniello mostrò il suo lato oscuro e incline alla pazzia, aveva il terrore di una congiura nei suo confronti, in quanto molte persone volevano la sua morte. Come tutti gli altri populisti della storia, egli iniziò a eliminare i nemici politici ed organizzò stragi di oppositori, allontanandosi persino da Genonino, il quale divenne capo del'ordinamento forense napoletano. Genonino fu lo stesso che il 16 luglio uccise Masaniello. Dopo la morte del "capitano del popolo napoletano" però non si ebbero riappacificazioni tra il popolo e i nobili.

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