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Guerre di religione in Francia (1560-1598) - Cause

Calvinismo in Francia


Nel 1555 si era chiusa la questione religiosa in Germania e nel ’63 il Concilio di Trento: in qualche misura si erano stabilizzate due confessioni, il cattolicesimo e il luteranesimo. Il calvinismo, insediatosi fortemente a Ginevra e in altri cantoni svizzeri, aveva attecchito particolarmente bene in Francia per il semplice motivo che i calvinisti parlavano e scrivevano in francese, era pertanto facile che la predicazione dei ginevrini si rivolgesse anche alla popolazione francese. In particolar modo, il calvinismo si era diffuso nelle aree meridionali ed occidentali della Francia, in quello che i Francesi chiamano il Croissant. Al calvinismo, una religione che si diffonde soprattutto nelle aree urbane e che trova proseliti nei ceti mercantili e artigianali, avevano aderito anche molte famiglie nobiliari, interessante come aderirono anche alcuni esponenti della grandissima aristocrazia francese, cioè le famiglie che avevano i maggiori feudi, le ricchezze più significative e piccoli eserciti che rispondevano agli ordini rispettivamente del Duca o del Marchese a seconda del titolo che avessero i vertici di queste famiglie, spesso imparentate con la famiglia del Re.

Stato francese


Lo Stato francese, unificato territorialmente ormai da quasi un secolo, con la fine della Guerra dei Cent’anni, che aveva comportato la conquista delle ultime aree nella zona settentrionale in Britannia. Tuttavia, l’unificazione è ancora abbastanza superficiale: questo significa, ad esempio, che fra le varie aree della Francia non circola una moneta unitaria, perché ci sono più tipi di monetazione, si applicano tradizioni, consuetudini, leggi diverse da una zona all’altra, i pesi e le misure sono diversi da regione in regione (come avviene anche in Spagna fra Castiglia ed Aragona). Il Re era insediato a Parigi, la capitale, accanto a cui esiste un Consiglio composto da uomini della grandissima aristocrazia, spesso parenti del sovrano e membri delle grandi famiglie nobiliari di Francia, che lo coadiuvavano nella sua politica, ovviamente solo con funzioni consultive. Permaneva ancora una visione abbastanza medievale della monarchia: il Re è il primus inter paris, non è al di sopra di tutti i nobili, ma è il primo tra grandi nobili che hanno la stessa dignità, che riconoscono la sua leadership ma non si sentono inferiori a lui come grado di nobiltà, anche perché spesso sono suoi parenti. La dinastia regnante era quella dei Valois. Questa grande nobiltà aveva una visione di sé basata su dei princìpi che facevano capo ad una distinzione razziale: in Francia la grande nobiltà sosteneva di discendere dai Franchi, cioè dai barbari che avevano invaso il territorio francese, mentre il resto del popolo discendeva dai Galli, che erano preesistenti e dai Latini, che si erano insediati in Gallia. Questa visione di una origine della nobiltà dalle invasioni barbariche attraversa tutta l’età moderna e si accompagna alla visione opposta, cioè a quella di una nobiltà che si conquista per il servizio al Re e per le abilità e le virtù con cui si serviva un sovrano. Anche nella Francia del ‘500 cominciava ad emergere questa contrapposizione, perché il Re di Francia cominciava a creare dei nobili, i quali provenivano dal Terzo stato, erano parvenu (ultimo arrivati) ed aspiravano ad assomigliare sempre più alla nobiltà preesistente.

Inquisizione


La diffusione del calvinismo si era attuata anche nelle grandi famiglie aristocratiche, in particolar modo erano diventati calvinisti i Borbone, che erano stati Re di Navarra, un territorio a cavallo fra i Pirenei poi conquistato in buona parte dalla Spagna, che ha preso un nome spagnolo ma in origine faceva parte della Francia Sud-orientale. Essi erano membri della corte parigina; il cristianissimo Francesco I, invece, si era schierato per il cattolicesimo, diffidando della diffusione del calvinismo e delegando la persecuzione delle eresie non all’inquisizione romana, bensì ai tribunali amministrativi della Francia, cioè ai Parlamenti: erano stati i Parlamenti ad intervenire laddove si era diffuso in maniera significativa il calvinismo per cercare di frenare questa diffusione. Tutti i sovrani europei, nel corso dell’età moderna, tentano di difendere le proprie competenze rispetto all’invadenza dei poteri ecclesiastici. Sebbene l’inquisizione, che esisteva già da tempo, avesse subito una sterzata di centralizzazione, i tribunali inquisitoriali restavano pericolosi perché potevano mettere sotto processo e condannare per eresia anche un esponente di un’importante famiglia nobile, magari alleato politico del Re; oppure, in città dove c’erano molti calvinisti ed erano ben accetti, l’inquisizione avrebbe compiuto una persecuzione nei loro confronti, mentre il sovrano magari avrebbe preferito evitare problemi in quel momento con quella determinata regione geografica.

Concordati


La decisione di non far intervenire l’inquisizione nel controllo della diffusione del protestantesimo in Francia era stata resa possibile dal fatto che, all’inizio del ‘500, si erano firmati tra Roma e Parigi una serie di concordati: tutti gli accordi tra gli Stati e la Chiesa passano sempre per dei concordati, trattati internazionali che assumono questo particolare nome perché uno dei firmatari è un’autorità ecclesiastica. È con il concordato che si stabilisce quali sono i poteri degli ecclesiastici in uno Stato e quali quelli del Re sul clero di quello Stato; ad esempio, il concordato del 1501 tra la Francia e la Santa Sede stabiliva che i vescovi erano scelti dal papa, ma in delle rose di candidati proposte dal Re: una personalità politicamente sconveniente o che aveva tensioni con l’autorità politica non veniva messa nella rosa dei candidati al soglio vescovile e quindi non poteva divenire vescovo. C’è una sorta di compenetrazione e bilanciamento tra i poteri dello Stato sulla gerarchia ecclesiastica e quelli della Chiesa sul territorio.

Debolezza dinastica


Francesco I aveva limitato e circoscritto la diffusione del calvinismo senza aprire un confronto radicale, perché nel frattempo era impegnato nelle guerre contro Carlo V e non poteva permettersi di avere anche fronti interni. Le cose cambiano parzialmente dopo la Pace di Cateau-Cambrésis (1559) per problemi dinastici; la creazione degli Stati intorno alle dinastie europee è ancora un fenomeno abbastanza giovane: ogni volta in cui una dinastia si trova in difficoltà, ha problemi di successione, è l’occasione per la grande aristocrazia di risollevare la testa e mettere in discussione la centralizzazione del potere che i sovrani andavano realizzando. In questa occasione, cioè nella successione dinastica a Francesco I, il meccanismo si intreccia a vicende religiose. La Pace di Cateau-Cambrésis era stata firmata da Filippo II ed Enrico II, il figlio di Francesco I da poco salito al trono. Nel 1560 Enrico II, che si era sposato con Caterina dei Medici (famiglia alleata con la Spagna ) e da essa aveva già avuto dei figli, muore durante un torneo cavalleresco, lasciando i figli minorenni. La successione prevede che salga al trono il figlio Francesco II, che aveva 15 anni. Al posto del delfino del Re di Francia governa la madre Caterina dei Medici, che diviene reggente del Re, cioè non regina ma in grado di riunire il Consiglio del Re e fargli prendere le sue decisioni. Questo è un momento di debolezza per la dinastia: la reggente è la madre, ma avrebbe potuto esserlo anche lo zio e il figlio, giovane ed esposto alle malattie, non garantiva la successione dinastica; le grandi famiglie aristocratiche possono sperare nella linea successoria: o in maniera tradizionale, tessendo rapporti con la reggenza al fine di imparentarsi con il futuro sovrano, o sperando che questi non salga mai al trono, che non abbia diretti discendenti e, quindi, che la discendenza prenda un altro ramo. Quando l’autorità del sovrano non è diretta ma rappresentata il Consiglio del re, le trame di corte, il potere secondario ha più spazio di manovra, in quanto è più contestabile la reggente rispetto al Re. I Re di Francia, così come quelli d’Inghilterra, erano ammantati di una immagine sacramentale molto forte, che invece sarebbe venuta a mancare ad un reggente , una figura certamente più debole ed esposta ai partiti di corte.

Tentativi di mediazione


Nel contesto di questa debolezza nella successione dinastica, quando si comincia a diffondere il calvinismo (ma in realtà già dal 1560, alcune delle grandi famiglie nobili chiedono alla reggente Caterina dei Medici di poter praticare la loro confessione religiosa. Con un editto, essa concede loro una parziale libertà di culto: i calvinisti possono esercitare una propria libertà di culto in forma privata, cioè non devono fare proselitismo né dare scandalo, ma in alcune città il culto è vietato anche in forma privata, come a Parigi. Caterina concede quello che il marito aveva negato proprio per la debolezza del momento dinastico e quindi cerca trovare alleanze in questo modo, di tenersi come alleate le grandi famiglie che hanno aderito al calvinismo, con cui trova l’appoggio all’interno del Consiglio regio. La reazione, anche se Caterina aveva calcolato cosa l’avrebbe potuta aspettare, è la forte opposizione della famiglia dei Guisa che non solo si oppone alla politica reale, ma chiede l’intervento del re di Spagna Filippo II, a cui chiede di far pressione su Caterina affinché ritratti l’editto con cui aveva concesso la libertà di culto ai calvinisti. Anche in questo caso, la Guerra di religione è sì un confronto religioso, ma si interseca anche con interessi politici forti.

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