Il disegno politico di Luigi XIV

La politica interna: il modello assolutistico

Il giovane Luigi XIV si pose alla guida della Francia nel 1661 per oltre 50 anni, fino alla morte avvenuta il 1° Settembre 1715. Durante il suo regno Luigi XIV diede forma compiuta al progetto assolutistico dei suoi predecessori, imponendo la figura del sovrano e la corte regia come il centro politico e amministrativo del Paese e tentando di ottenere l’egemonia francese in Europa.
E’ indubbio che la figura del sovrano francese abbia caratterizzato un’epoca al punto da indurre alcuni storici a considerare il suo regno come il modello della monarchia assolutistica europea. Luigi XIV accentro nelle proprie mani il potere decisionale. I suoi principali collaboratori furono: Hugues de Lionne, Michel Le Tellier, François-Michel de Louvois e Jean-Baptiste Colbert .
Durante il suo regno Luigi XIV non convocò mai l’assemblea degli Stati Generali. I Parlamenti, che conservavano il diritto di rimostranza furono comunque obbligati a registrare gli editti emessi dal governo con un provvedimento regio, che di fatto riduceva la funzione e l’autonomia delle amministrazioni locali. Anche l’esercito era alle dipendenze del sovrano e stipendiato dalla corona.

Luigi XIV scelse il sole come proprio emblema: intorno al sovrano ruotavano tutti gli apparati della burocrazia e politica.
Sotto il suo governo le cariche amministrative erano messe in vendita dal sovrano e diventavano dunque ereditarie: in questo modo il re poteva contare su un ceto di funzionari di provenienza borghese, fedeli alla corona per i privilegi che essa aveva loro garantito. Tramite loro il sovrano esercitava direttamente il proprio potere.
Luigi XIV, al duplice scopo di edificare una degna cornice alla propria maestà e di piegare l’autonomia delle grandi casate feudali fece costruire la Reggia di Versaille dove trasferì la corte e il governo a partire dal 1682. Essa divenne ben presto il centro politico e culturale del paese. Luigi impose all’alta nobiltà di risiedere a corte ; contemporaneamente concesse ai nobili nuovi benefici e generose pensioni. Queste iniziative se da un lato scoraggiavano ogni volontà di resistenza all’autorità del sovrano, dall’altro assicuravano alla nobiltà il mantenimento dei propri privilegi e il riconoscimento di un altissimo prestigio sociale.
L’opposizione nobiliare era un’élite privilegiata che però era stata privata delle prerogative politiche di un’autentica classe dirigente.
Allo scopo di accentuare il prestigio del sovrano venne dato ampio rilievo alla ricerca accademica . Fu creata la prestigiosa Accademia delle Scienze, che promuoveva vari studi allo scopo di incrementare la potenza economica del Paese. Artisti e scrittori venivano stipendiati dalla corona stessa; si favoriva la formazione di una cultura ufficiale di corte ricorrendo però alla censura allo scopo di bloccare la libera circolazione del pensiero.

La lotta contro i privilegi religiosi

Rientrava in un quadro di centralizzazione politica e di controllo culturale anche l’insofferenza delle autonomie religiose e dei privilegi ecclesiastici. Per ciò che riguarda le autonomie religiose, l’azione di Luigi XIV si rivolse contro gli ugonotti, nel tentativo di abolirei privilegi concessi loro dall’editto di Nantes . Luigi XIV però andò oltre revocando la libertà religiosa e procedendo alla conversione forzata dei protestanti. Questo accanimento nasceva da ragioni politiche sia interne che internazionali.
In molti casi Luigi XIV ottenne la conversione degli ugonotti con incentivi economici e misure restrittive nei confronti di chi si ostinava nella fede protestante. Fra queste ultime sono da ricordate le dragonnades, decreti che imponevano ai sospetti protestanti di ospitare i dragoni regi nelle loro case, allo scopo di consentire un controllo più serrato delle loro attività.
La revoca formale dell’editto di Nantes venne ratificata nel 1685 con l’editto di Fontainebleau, che vietava il culto protestante. Gli ugonotti più abbienti fuggirono provocando un grave danno per l’economia francese mentre i meno abbienti che non potevano fuggire all’inizio del ‘700 diedero vita alla violenta rivolta popolare dei camisards.
Proponendosi come difensore dell’ortodossia cattolica, Luigi XIV estese la repressione anche a movimenti interni al cattolicesimo. Fu il caso dei giansenisti, seguaci del teologo Cornelius Jansen, che auspicava ad un ritorno all’originaria spiritualità, prescrivendo uno stile di vita ascetico denunciando la corruzione della Chiesa. Il pensiero di Jansen si avvicinava molto alla sensibilità protestante. Fra i simpatizzanti di questo movimento troviamo Pascal, vicino alla principale comunità giansenista che aveva sede nell’abbazia di Port-Royal-des-Champs. L’azione repressiva fu motivata anche dalla preoccupazione per il diffondersi di posizioni gianseniste fra la nobiltà di toga ei ceti intellettuali. Nel 1709 egli chiuse con la forza Port-Royal e tutti i centri di diffusione del giansenismo.

Luigi poneva la questione del rapporto tra Chiesa e Corona all’interno del Regno di Francia. Gli alti prelati della Chiesa costituivano in effetti una sorta di ‘’Stato nello Stato’’: obbedivano all’autorità del papa e godevano di privilegi amministrativi e fiscali , mentre l’idea stessa di sovranità assoluta spingeva Luigi XIV a non tollerare eccezioni alla sottomissione al potere monarchico.
Il sovrano rivendicò una serie di libertà ‘’gallicane’’ : tra esse spiccava la prerogativa del re di Francia di nominare i vescovi. Nel 1682 Luigi XIV fece approvare un editto in cui si dichiarava la superiorità del Concilio rispetto al papa e si negava l’infallibilità papale.
Nei fatti questo editto non risultò mai operativo in quanto egli non poteva permettersi una rottura dottrinale con Roma, poiché aveva basato la legittimazione del proprio potere sulla difesa dei valori cattolici.

Il colbertismo

Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV, sposò la teoria economica mercantilista che si basava su alcuni punti fermi:
-La ricchezza di un paese consiste nella quantità di metalli posseduti;
-Intervento dello stato per la dell’economia nazionale dalla concorrenza straniera;
-Protezionismo, barriere doganali, limitazione delle importazioni;
-Creazione di compagnie mercantili di Stato;
-Creazione di manifatture statali.
La volontà francese di guadagnare posizioni nel novero delle principali potenze marinare portò a grandiosi investimenti per il potenziamento della flotta civile e militare. In mancanza di un adeguato afflusso di capitali dal commercio estero e coloniale, Colbert dovette aumentare la pressione fiscale, il che causò rivolte popolari. In seguito la necessità di risanare il bilancio statale spinse il ministro ad attuare un’inflazione, che penalizzò ancora una volta i ceti meno abbienti. Nonostante lo sforzo la marina francese accrebbe solo modestamente la propria forza, restando di gran lunga inferiore a quella inglese e olandese. Il principale avversario commerciale era l’Olanda e questo spiega alcune delle iniziative di politica estera di Re Sole.

La politica estera di Luigi XIV: la guerra di devoluzione e la guerra contro l’Olanda

L’aggressività in campo commerciale corrispondeva a un disegno di egemonia anche politica sull’Europa, che Luigi XIV progettò con attenzione. La riorganizzazione dell’esercito e quella del sistema di fortificazioni, furono dettate dalla necessità di stabilire solidi confini, ma soprattutto di costruire una poderosa macchina bellica, strumento indispensabile per l’espansione voluta dal sovrano. In appena 30 anni si passò da 40.000 a 400.000 uomini ben armati e forniti di supporti logistici all’avanguardia per l’epoca.
Il regno di Luigi XIV coincise dunque con un ciclo di guerre che si protrasse dal 1667 al 1715. Le spese per sostenere un’azione militare così prolungata finirono col prosciugare le finanze del Pese.
La cosiddetta guerra di devoluzione scoppiò a causa della volontà di Luigi XIV di annettersi la Franca Contea e i Paesi Bassi spagnoli. Egli aveva incaricato una commissione di giuristi di legittimare le sue pretese su quei territori in nome della moglie Maria Teresa, figlia di primo letto di Filippo IV di Spagna. Il diritto di devoluzione stabiliva infatti che il trono, per la regone del Brabante, spettasse sempre ai figli si primo letto, anche se femmine.

Alla Francia si contrappose un’alleanza tra Inghilterra, Svezia e Olanda che si sentiva minacciata dall’espansionismo di Re Sole. La pace di Aquisgrana nel 1668 consentì alla Francia di conservare alcune piazzeforti quali: Lille, Charleroi, Douai, Tournai. I francesi dovettero però abbandonare la Franca Contea.
Puntando al controllo dei traffici del mare del Nord, 1672 la Francia dichiarò guerra all’Olanda. Per difendere la piccola Repubblica, che non poteva competere con lo strapotere dei francesi, l’Orange (sovrano d’Olanda) diede ordine di rompere le dighe.
Luigi XIV aveva cercato preventivamente di isolare il nemico, ottenendo l’alleanza delle Svezia e dell’Inghilterra. A fianco dell’Olanda si schierarono il Brandeburgo, gli Asburgo di Spagna e Austria oltre a una serie di principati tedeschi minori.
I francesi conseguirono una serie di brillanti vittorie. Intanto d’Orange era riuscito ad ottenere la neutralità inglese in cambio della cessione delle colonie olandesi. La guerra si estese anche nell’area del Mediterraneo. Una serie di vittorie per mare dei francesi ne consentirono il controllo.
La situazione francese non era ideale: a fronte dei successi ottenuti stava uno sforzo economico insostenibile, cui si aggiungeva la minaccia della sempre più forte ostilità inglese.
La pace venne firmata a Nimega nel 1678. Le Province Unite mantenevano la loro indipendenza, la Spagna dovette cedere a Luigi XIV la Franca Contea e i territori dell’Artois e delle Fiandre. Nel 1679 su intercessione della Francia, la Svezia potè riottenere una serie di territori persi durante la guerra con la Prussia.

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