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Declino economico

Fino alla metà del Cinquecento le città italiane erano collocate tra i principali economici d’Europa. Alla fine del secolo però l’Italia fu colpita dal declino economico e le principali città persero la loro posizione di primo piano nell’economia europea.
I motivi di questo declino furono diversi. Un primo problema fu costituito dall’espansione dei turchi ottomani nel Mediterraneo, che privò le repubbliche marinare di Genova e soprattutto di Venezia dei loro possedimenti, ostacolò i traffici nel Mediterraneo e quindi il tradizionale commercio con l’Oriente, fino ad allora sotto dominio italiano.
Un altro elemento che favorì la crisi fu la debolezza dell’Italia, divisa in tanti Stati e poi in parte occupata dalla Francia prima, dalla Spagna successivamente: le regioni che persero l’indipendenza, in particolare il ducato di Milano e l’Italia meridionale, vennero duramente sfruttate dalla Spagna, uno degli Stati economicamente più arretrati d’Europa.
Il declino economico dipese anche dalla presenza in molte città di una ristretta oligarchia, ovvero di una minoranza di ricchi che controllava la vita politica ( a Venezia come a Genova) e di forti corporazioni: coloro che avevano potere e ricchezze si opponevano alle innovazioni e impedivano ogni forma di concorrenza.
Le città italiane perciò non seppero trovare nuove forme di organizzazione, né ricercare nuovi mercati, nuove rotte, nuovi metodi di produzione: benché l’Italia non mancasse di navigatori, come Colombo e Caboto, essi dovettero cercare in altri Stati i finanziamenti per i loro viaggi. L’Italia si trovò tagliata fuori dalle nuove rotte non tanto per la sua posizione geografica, ma perché i mercanti italiani erano disponibili ad investire in imprese ad alto rischio.

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