La peste nel Trecento


La peste (malattia, trasmessa all’uomo attraverso la puntura delle pulci dei ratti, che può assumere una triplice forma: bubbonica, polmonare e intestinale) ebbe origine tra il 1338 e il 1339 nell’Asia centrale e da qui si propagò in Europa tramite una flotta di navi di mercanti genovesi provenienti da Caffa: infatti, i mongoli che assediavano la città, catapultavano i cadaveri infetti oltre le mura allo scopo di sterminare gli assediati e fu proprio così che i mercanti genovesi sopravvissuti finirono per diffondere in tutto il Mediterraneo il morbo, che poi si estese dai porti italiani in Spagna, in Francia, nei Balcani e nella penisola scandinava.
Al diffondersi della peste contribuirono le pessime condizioni igieniche, l’estrema carenza di misure profilattiche e l’arretratezza della medicina del tempo. Inoltre, coloro che esercitavano la professione medica erano davvero pochi e costoro, non solo non disponevano di mezzi e strumenti sufficienti, ma continuavano anche ad avere come riferimento teorie e pratiche dell’antichità. Proprio per questo, spesso furono individuate come cause particolari fenomeni celesti, come una congiunzione nefasta degli astri, e ci si limitò a suggerire come rimedi una serie di espedienti senza alcun effetto curativo.
La malattia ebbe degli effetti devastanti sulla già grave situazione dell’Europa del Trecento, provocando un vertiginoso crollo demografico, con la morte tra il 1348 e 1350 di ben 25 milioni di persone, con la conseguente diminuzione del 30% della popolazione, e con lo scatenarsi ciclico di nuove epidemie, il che bloccò per lungo tempo ogni ripresa demografica.
La peste ebbe maggiore incisività nelle città che nelle campagne, a causa della maggiore concentrazione della popolazione e delle peggiori condizioni igieniche.
Tuttavia, il declino demografico causato dalla peste non fu uniforme. Infatti in alcune regioni, come la Lombardia o parte della Spagna, non si verificarono dei cali demografici rilevanti. La scarsa entità del calo della popolazione però non fu dovuto a un tasso di mortalità più basso, bensì al ripopolamento di tali località per effetto di numerose immigrazioni verso le zone fertili di facile coltivazione, ma anche verso quelle città che, per altri fattori economici e giuridico-sociali, offrivano maggiore sicurezza rispetto alle campagne.
Nelle città tuttavia aumentò enormemente il numero dei poveri, costituiti non soltanto da invalidi, malati, lebbrosi e ciechi ma anche da imprenditori che, a causa del crollo della domanda, non erano riusciti a far fronte alla concorrenza delle imprese più grandi, da lavoratori salariati che avevano perso il lavoro e da lavoratori stagionali che non riuscivano più a trovare un impiego (“nuovi poveri”).
Malati e indigenti trovavano ricovero negli ospedali e all’interno di luoghi fondati dalla Chiesa o dalle confraternite, finalizzate ad attività liturgiche e ad opere di carità nei confronti dei bisognosi di ogni genere. Dunque non mancavano né le strutture assistenziali né i fondi, dal momento che le classi più abbienti erano tenute ad investire parte dei loro profitti in opere caritatevoli. Nonostante ciò, alcuni governi cominciarono ad emanare dei provvedimenti per limitare il diffondersi della mendicità e del vagabondaggio; per esempio, Pietro I di Castiglia proibì agli uomini sani, e quindi in grado di lavorare, di chiedere l’elemosina, sotto la minaccia di pene severissime.
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