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Crisi del Trecento

Le cause principali della cosiddetta “crisi del Trecento” furono la peste, il peggioramento del clima e le guerre continue.
Le carestie e le pestilenze non erano certo un fenomeno nuovo, ma eccezionale era la gravità e la frequenza con cui si manifestarono durante il 1300.
Inoltre, l’alimentazione della popolazione era scarsa a causa di una crisi della produzione dei beni di prima necessità.
Le terre non producevano più il necessario per sfamare le popolazioni a causa delle arretrate tecniche agricole e delle brusche variazioni climatiche.
Le rese agricole diminuirono e i prezzi aumentarono. Molti storici ritengono che siano state anche le guerre ad aggravare le difficoltà dell’economia europea. Le tensioni sociali si fecero più forti e scioperi e rivolte si estesero alle campagne.
Con la peste del 1348 la popolazione europea diminuì del 25-30% in pochi decenni.

La medicina del tempo non aveva gli strumenti per spiegare e debellare la malattia; solo la medicina moderna ne ha scoperto l’origine: la peste è dovuta a un bacillo che si riproduce nei roditori e viene trasmesso all’uomo per mezzo delle pulci. Nel Trecento si pensava, invece, che essa fosse provocata da una corruzione dell’aria, dovuta a sfavorevoli combinazioni astrologiche. L’intervento più valido fu considerato l’isolamento degli individui già affetti dal morbo.
Molti ritenevano la peste un castigo di Dio e un dono del demonio. Si pensava che si dovessero individuare e colpire coloro che propagavano il morbo (riconosciuti dalla cristianità nei musulmani, negli eretici e negli ebrei).
La pressione esercitata dai signori sui contadini per arginare la riduzione dei profitti, le devastazioni prodotte dalla guerra e l’inasprimento fiscale furono le cause dei gravissimi conflitti sociali che insanguinarono le campagne di molti Paesi europei nel corso del Trecento. In Francia si ebbe il fenomeno delle “jacquerie”, rivolte contadine, che vennero
violentemente represse.
Nelle città medievali la povertà era un fenomeno diffuso, ma durante il XIV secolo la situazione peggiorò. Il flusso degli abitanti verso le città andava aumentando, complicando i problemi di ricerca del lavoro e di pulizia. Nei centri urbani più importanti, le Corporazioni (o Arti, cioè associazioni di artigiani che riunivano tutti i maestri di un determinato mestiere) avevano molto peso politico e ne approfittarono per varare riforme che salvaguardassero gli interessi dei datori di lavoro.
Ciò provocò il malcontento dei lavoratori salariati. A Firenze, era particolarmente grave la situazione dei lavoratori della lana, in particolare degli scardassatori, detti Ciompi (coloro che pettinavano la lana), i quali non avevano un’organizzazione propria ed erano sfruttati dai maestri delle botteghe. Gli operai, quindi, insorsero ed imposero nel 1378 la costituzione di tre nuove Arti del popolo di Dio, cioè i Sarti, i Tintori e i Ciompi. Il loro capo fu Michele di Lando. Gli ordinamenti del comune furono riformati in modo che le Arti minori e medie avessero la maggioranza nei consigli. Il nuovo governo durò quattro anni: i Ciompi, infatti, furono poi abbandonati dalle altre due Arti.
Così, l’Arte dei Ciompi si sciolse e il potere tornò nelle mani delle Arti maggiori e medie. La rivolta dei Ciompi non diede risultati effettivi, ma fu il punto più alto tra le rivendicazioni sociali del Medioevo.

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