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Il Medioevo e la civiltà comunale

Un’epoca di contraddizioni

Nei primi secoli del Medioevo la vita economica era organizzata attorno alle corti dei grandi latifondisti, che affidavano i terreni (feudi) a schiavi o a servi della gleba perché li coltivassero a vantaggio della corte stessa. La società medievale era riunita attorno all’ipotesi grandiosa di una civitas christiana, cioè era fondata su un principio incrollabile di religiosità cristiana. La posizione della Chiesa nel Medioevo fu in effetti centrale: fin dalla caduta dell’Impero romano (476 d.C.) il Papato aveva assunto un ruolo autorevole, in risposta alla mancanza di un potere temporale stabile. Con l’ascesa di Carlo Magno e la nascita del Sacro Romano Impero la Chiesa parve integrarsi con l’autorità sui popoli cristiani, tuttavia il rapporto tra Papato e Impero ebbe poi sviluppi burrascosi e determinò in peggio la storia dell’intera epoca. Il potere delle rispettive autorità era al centro delle dispute: l’ingerenza dell’Impero negli affari della Chiesa (ad esempio la nomina dei vescovi) e il dominio che spettava al Papa in qualità di guida spirituale suprema. La concezione stessa di un potere universale era il problema centrale, poiché non ammetteva l’esistenza di autonomie localizzate. L’ideologia del tempo, anzi, voleva che al di fuori dell’universum, sottoposto alle figure papali e imperiali, vi fosse solo peccato e perdizione.

La civiltà comunale

Nell’XI secolo la crescita delle città, dovuta al commercio, fuoriuscì dall’ambito economico per dare forma alla realtà politica del Comune: i nuovi ceti urbani si liberarono dai vincoli feudali rivendicando la propria autonomia. L’istituzione comunale proclamò una forma di governo fondata non sull’investitura, com’era solito in quel tempo, ma su un consiglio cittadino e sui magistrati eletti da quest’ultimo. Per tanto l’idea del Comune fu fortemente osteggiata dagli imperatori tedeschi, che non ne ammisero l’autonomia. Federico I Hohenstaufen (detto il Barbarossa) cercò a più riprese di sottomettere la nuova istituzione al potere imperiale, ma infine fu sconfitto nella battaglia di Legnano (1176) dai comuni della Lega Lombarda. Con la pace di Costanza (1183) l’Impero si arrese alle autonomie locali e i comuni riconobbero la preminenza dell’autorità imperiale. In seguito solo Federico II, nipote del Barbarossa, cercò invano di sottomettere i comuni. Egli fu l’ultimo sovrano ad incarnare il sogno di un potere universale sull’Occidente cristiano.

I comuni dovettero, però, affrontare anche conflitti interni, dovuti al contrasto tra la società tradizionale e i nuovi ceti urbani: la borghesia commerciale e gli artigiani, organizzati nelle sempre più influenti Corporazioni di mestiere. Si ricorse alla nomina di reggenti esterni, detti podestà, perché imparziali rispetto a tali dispute. In seguito fu il tempo delle Signorie e dei Principati, che nei secoli a venire avrebbero trasformato i comuni in veri e propri Stati regionali autonomi e spesso indipendenti.

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