Erectus 4209 punti

La lebbra nel Medioevo


Una delle malattie che nel Medioevo sterminò gran parte della popolazione europea e mondiale fu la lebbra.
La lebbra è una malattia antichissima di cui i papiri egiziani parlavano già. Questa malattia si diffuse molto anche in India e Cina. In Italia si diffuse in materia preoccupante tra il VII e l’ VIII secolo.
Tra le diverse cause della sua diffusione, troviamo le campagne militari romane, il prelievo delle masse di schiavi dall’Oriente e successivamente movimenti migratori dei popoli germanici. Nella prima metà del XII secolo, la lebbra raggiunse le punte più alte della diffusione in Europa: l’incremento dei traffici con l’Oriente, le incursioni saracene, i pellegrinaggi e le crociate costituiscono gli elementi che contribuirono all’estensione della malattia.
La malattia aveva molti sintomi: innanzitutto, comparivano sulla pelle piccole macchie, pustole e sporgenze, soprattutto sul viso ed intorno al naso, che si espandevano su tutto il corpo. In seguito, si presentavano delle colorazioni cutanee, la perdita delle sopracciglia, noduli alle orecchie, sul cuoio capelluto e sugli arti; gli occhi sporgevano e l’ammalato aveva uno sguardo spiritato. La lebbra accentuava la tumefazione del naso e la perdita della sensibilità nella zona della tibia e dei piedi.
La Scuola salernitana distingueva quattro tipi di lebbra: l’allopicia, la cui casa risiedeva nel sangue, la leonina, di origine biliare, l’elefantia, causata dalla bile nera e la tyruia, derivante da un eccesso di flegma.
I valori e le immagini legate al personaggio del lebbroso sono vissuti per secoli. Infatti, verso di lui, si esercitò una ripugnanza tale che coinvolgeva non solo la sua immagine fisica, ma anche quella morale.
Coloro che si avvicinavano al lebbroso e che curavano le sue piaghe, entravano nella leggenda.
I testi medici del tempo descrivevano il temperamento degli ammalati come irascibili ed in preda alla malinconia.
Un medico fiorentino, Taddeo Alderotti, prescrisse una dieta per i malati di lebbra. Egli suggeriva di nutrirsi con del pane bianco fresco di giornata, con carne di pollo, di pernice, di fagiano, di starna oppure di capriolo.. Era severamente proibito il pesce, mentre era raccomandata la carne di serpente montano, macerata nel vino. La dieta doveva essere affiancata anche da una vita igienica, di tranquillità e di riposo. Venivano consigliati anche gli infusi di timo, di aneto, di fiori di borragine, di elleboro e di altre erbe. Inoltre veniva prescritto di spalmare sulle macchie della pelle dell’unguento citrino e fare frequenti bagni di erbe odorifere.
Non appena al paziente era diagnosticata questa malattia, esso veniva allontanato dalla comunità e costretto a vivere con altri lebbrosi in lebbrosari che sorgevano fuori città. In Toscana, tutte le città principali ne avevano uno o due che. Tra i più importanti, nella città di Firenze, ricordiamo il Convento d’Ognissanti e quello di San Gallo (chiamato “Il Campoluccio”); altre comunità di lebbrosi, verso Bologna, si trovavano a Soranzo e a Trespiano. Nell’area geografica che oggi corrisponde alla Provincia di Lucca, per altro non molto estesa, ce n’erano addirittura cinque.
Nel XV secolo, ci fu una riforma ospedaliera per i lebbrosi. Bisognava che fossero allontanati ed isolati in uno spazio segregato per evitare il contagio con gli altri abitanti. L’internamento vero e proprio in un lebbrosario prevedeva un cerimoniale con il quale si intendeva simboleggiare il distacco dell’individuo dalla comunità; consisteva nella celebrazione di una messa che contemplava l’ufficio dei defunti, venivano poi bruciati gli oggetti ed i vestiti del lebbroso e tutti i suoi beni venivano confiscati. Il lebbroso, quindi, non aveva il diritto di possedere più nulla e non aveva nemmeno il diritto di vivere. Il coniuge e i figli venivano separati dall’ammalato, anche se, in alcuni caso, il coniuge poteva seguire il lebbroso nel lebbrosario; i figli che nascevano da genitori lebbrosi erano guardati con sospetto, battezzati in sacrestia, anziché nel fonte battesimale e comunque anch’essi isolati.
A Venezia, nacque più tardi il primo lazzaretto. Il personale di assistenza che si trovava nel vecchio lazzaretto di Venezia, proveniva dal lebbrosari della laguna e ciò costituisce un elemento di continuità fra la lebbra che infestava l’Europa nel Medioevo e la peste che, invece, si diffuse nel basso Medioevo.
Anche la tubercolosi era una malattia frequente in quel periodo. I batteri di questa malattia sono gli stessi della lebbra e sui diffondevano soprattutto a causa di ulcere. Invece fra la lebbra e la peste non c’è continuità; infatti, con il termine “pestis” si indicavano tutte le malattie più gravi e con il termine “lepra” si intendevano tutte le malattie della pelle.
La lebbra non induceva paura della morte come la peste. Essa induceva soprattutto ripugnanza o compassione. Si ripudiava il lebbroso perché era accusato di seminare il contagio e, a volte, era perfino bruciato vivo, nella convinzione che esso appartenesse alla “famiglia del diavolo”.
I divieti imposti al lebbroso erano numerosi: non poteva entrare in chiesa, nei mulini, nelle taverne o al mercato senza essere annunciato con il suono agghiacciante di una campanella. Il lebbrosi dovevano vestirsi di grigio o di nero, con vistosi contrassegni: un cappello a larghe falde con un nastro bianco o una coccarda. Nonostante queste precauzioni che rendevano percepito il suo passaggio anche da lontano, il lebbroso aveva il divieto assoluto di passare lungo vie strette, di intrattenersi con donne, di toccare i bambini e di bere alla fonte.
Hai bisogno di aiuto in Storia Medievale?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Maturità 2018: date, orario e guida alle prove