Il Jihàd


La guerra e la violenza sono un prodotto storico, sociale e politico che con l'affermazione delle fedi monoteistiche trova anche giustificazioni religiose. È il caso del jihàd, la guerra santa. Nel Corano il termine "guerra" viene sempre indicato con il termine ghazwa (razzia), harb (guerra), o qital (battaglia), perché la violenza e la razzia erano preesistenti all'Islam e sono connaturate, come sostengono gli antropologi, alle società tribali. Questo elemento tribale avrebbe dato origine al mito del 'profeta armato' e all'idea dell'Islam come religione violenta. In realtà l'Islam regnò per otto secoli con grande tolleranza su ebrei e cristiani.
I musulmani lasciarono ai vinti la libertà di convertirsi o semplicemente di sottomettersi, pagando loro un tributo. Nel XV secolo, sotto la spinta dei Mongoli a oriente e dell'azione della Reconquista in Spagna, l'immenso impero arabo si scritto l'ho in tanti piccoli stati. I musulmani iniziarono allora una nuova politica di espansione verso nuove terre, come l'Indonesia e le regioni dell'Africa subsahariana. Ne nacque una nuova concettualizzazione della violenza e in particolare della guerra. I filologi musulmani cominciarono a interpretare in modo nuovo il Jihàd, termine che deriva dalla radice araba jhd, 'sforzo', 'l'applicazione a qualcosa'; è sempre associata nel Corano all'impegno personale e collettivo del credente a migliorare se stesso, a promuovere in senso spirituale i 'diritti di Dio'. Solo dopo il Mille il jihàd si configurò come "azione militare religiosamente giustificata al fine di creare un'unica Nazione islamica, così come oggi tende ad avere giustificazione ideologica la guerra, atto sacrilego nella concezione coranica in quanto comporta l'uccisione di un'altra persona, pur se nemica.

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